Categoria: Pastorale familiare

Le lettere di don Bosco per i giovani «pericolosi e pericolanti» AVV 22.3.19

EPISTOLARI

Nel nuovo tomo dell’epistolario del santo curato dal salesiano Motto il leitmotiv sono le richieste di soccorso per «migliaia di poveri fanciulli»

MARCO RONCALLI

Le lettere di don Bosco per i giovani «pericolosi e pericolanti»

 È disponibile il nuovo volume – l’ottavo – che continua l’edizione delle lettere di Don Bosco (introduzione, testi critici e note a cura di Francesco Motto). Questa volta, il direttore emerito dell’Istituto storico salesiano presenta quasi quattrocento lettere del santo nel biennio 1882-1883, parecchie delle quali sin qui sconosciute, alle quali aggiungere le ventun lettere attestate, ma di cui si conosce solo un po’ il contenuto. Si tratta indubbiamente di un ulteriore prezioso contributo allo scrigno della corrispondenza, fonte essenziale per ogni futura biografia del santo, nonché squarcio sul nostro ’800 (e non solo). I destinatari delle lettere sono, al solito, diversi: per estrazione, ruoli, età, interessi, nazionalità, ecc. Quasi la metà del corpus epistolare si rivolge a benefattori, un po’ meno dell’altra metà ad esponenti del clero. I temi sono individuabili grazie all’apparato degli indici finali.

Il volume differisce poi dai precedenti presentando alcune peculiarità. E cioè: quasi un centinaio di lettere sono in francese, solo due in spagnolo e quattro in latino; il destinatario con più lettere non è Leone XIII (dieci missive), né un ecclesiastico o un confratello, bensì una giovane benefattrice: tale Claire Louvet (ventidue lettere); larga parte della corrispondenza è stata scritta lontana da Torino. In ogni caso eventi importanti per la famiglia salesiana s’intrecciano qui alla vita quotidiana del santo. Dunque, da un lato, la consacrazione della chiesa di San Giovanni a Torino, i viaggi, il trionfo a Parigi, la spedizione missionaria, le nuove case, la Patagonia Company, la fine delle vertenze con l’arcivescovo di Torino Lorenzo Gastaldi; dall’altro gli impegni di ogni giorno, gli appuntamenti comunitari e le udienze private, lo studio e le letture, le visite, il tempo per le lettere di accettazione o di allontanamento dei giovani, o con le quali don Bosco manifesta la sua disponibilità ad ospitare persone, chiede al pontefice dispense di età per i futuri sacerdoti, accorda permessi per lavori edilizi, supplica aiuti a tutti.

Le richieste di soccorso (con relativi ringraziamenti e promesse di preghiere) sono il leitmotiv più evidente e i fondi sono destinati a opere indicate come soluzioni a problemi per «migliaia di poveri fanciulli», o giovani «pericolosi e pericolanti». «Sono veramente bisognoso di denaro. La cartiera di Mathi [andata a fuoco], alcuni lavori dell’Oratorio di Torino e di S,. Benigno e il pane già consumato da circa 150mila giovanetti mi sollecitano a pagare gravi somme, mente mi trovo colle finanze esauste », confida a un prete il 7 settembre 1881. Insomma, come ha scritto don Motto nella premessa, emerge qui «un don Bosco a tutto campo, ormai fisicamente fragile, che dà tutto se stesso per mantenere vitale e consolidare e dilatare la congregazione da lui fondata». Che infatti conosce in questo tempo, nonostante le difficoltà, un’espansione. Non mancano alcune lettere che sollevano perplessità. Una con cenni di previsioni sul futuro (all’assunzionista François Picard annuncia «la persona malata vivrà ancora e morirà nella grazia di Dio», «il giovane che si perde nei teatri si convertirà», ecc). Un paio circa un sogno di don Bosco dell’agosto 1883 messo su carta da don Giovanni Battista Lemoyne (in esso il figlio defunto di un conte, faceva da guida al santo circa il futuro in America Latina, compresa l’indicazione di inesplorate ricchezze minerarie laggiù).

E c’è pure il don Bosco figlio del suo tempo: ad esempio nel rapporto con i protestanti. Riferendo al cardinal Lorenzo Nina, prefetto della Congregazione del Concilio «sulle cose di Spezia», scrive il 26 novembre 1882: «Il S. Padre ci ha colà mandato perché i protestanti erano diventati i padroni della città. Dio ci benedisse. Ora i protestanti sono in miserabile posizione. Fra ricoverati, scuole, ed oratorio festivo domenica ultima passata avevamo 400 giovanetti al mattino, ottocento alla sera, ed una furia di adulti che voleva entrare. L’attuale locale non basta più». E aggiungeva: «C’è un terreno confinante da comperare e poi da fabbricare. Bisogna che la E. V. si faccia un gran coraggio o meglio compia una grande opera di carità ed esponga la cosa al Santo Padre. Ci dia una speciale benedizione con quella offerta che può e noi ci mettiamo per l’ingente ingrandimento […]. Il giorno dell’Immacolata Concezione volendo dare a Lei, Eminenza, e al S. Padre, un segno di gratitudine, io, i nostri giovani (150 mila) faremo in quel giorno preghiere e la santa comunione pel bene di V. E., di Sua Santità, e per bene di Santa Chiesa…». Don Bosco era così.

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Don Giovanni Bosco

Epistolario

Volume VIII (1882-1883)Las. Pagine 464. Euro 30,00

 

 

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Domande, dubbi e amarezze per il congresso di Verona Voluto «per» la famiglia, rischia una polemica inutilità  AVV 24.3.19

Domande, dubbi e amarezze per il congresso di Verona

Voluto «per» la famiglia, rischia una polemica inutilità

Non è un evento «cattolico», ma di una rete che fa anche riferimento a valori cristiani.

Il Forum delle famiglie non c’entra. Sta diventando arena di opposte propagande

 

Caro direttore, mi rivolgo a lei in quanto la apprezzo per la pacatezza dei toni e la fermezza dei contenuti con cui scrive. Come cattolico mi sento particolarmente a disagio a essere accomunato da molti organi di stampa a un convegno che non è né mondiale né cattolico. Qualche piccola ricerca: il fondatore Brian Brown si è convertito alla religione quacchera proprio dal cattolicesimo; la maggior parte dei partecipanti sono esponenti politici dell’Est europeo, vicini alle posizioni di Putin in politica e a quelle dottrinali di certa Chiesa ortodossa. Infine il presidente Toni Brandi è noto anche per la sua vicinanza a formazioni politiche di destra estrema, anche per la mai nascosta amicizia con il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore. Spiace che figure significative come il mio concittadino bresciano Massimo Gandolfini siano coinvolti in questo Congresso. Spiace ancor di più che per molti organi di stampa si associ in modo banale un Congresso come quello di Verona con l’universo cattolico. La ringrazio per il suo lavoro.

Franco Pedrini

Caro direttore, in questi giorni mi hanno colpito e interessato le dichiarazioni contrapposte a riguardo del Congresso mondiale delle Famiglie che avrà luogo a Verona dal 29 al 31 di marzo. Da un lato, gli enti organizzatori dichiarano di voler sostenere i valori della famiglia tradizionale e invocano dal mondo cristiano supporto di preghiera e diffusione, tramite messaggi WhatsApp e altri social media. Dall’altro, gruppi che contestano l’evento con argomenti forti si collocano palesemente su posizioni ideologicamente lontane dal messaggio evangelico. Mi rendo conto che potrebbe esserci una facile adesione di cristiani agli annunci fatti dagli organizzatori, ma senza la possibilità critica di rendersi conto se i valori soggiacenti siano o no davvero in linea con il messaggio cristiano. Le parole del cardinal Parolin, segretario di Stato del Papa, sul sostanziale accordo sulla visione di fondo, ma sulla perplessità rispetto alle modalità con cui la rete internazionale che organizza il Congresso conduce la battaglia per la famiglia, hanno reso più forti i miei interrogativi. Le chiedo quale idea si sia fatto lei.

Agostino Gozzi

Caro direttore, va da sé, mi pare, che un ‘ Quotidiano d’ispirazione cattolica’ non possa che essere interessato ai temi ‘etici’. E, tra questi, alla difesa dell’istituto familiare. Va da sé, altresì, che i cattolici ‘democratici’, quelli, cioè, che in politica si schierano tra centrosinistra e sinistra, se hanno robusti motivi e ragioni da condividere con i… compagni di viaggio, sono di norma un po’ in difficoltà a confrontarsi con costoro sui cosiddetti ‘valori non negoziabili’. Vale a dire che, pur nel rispetto, in ogni caso, dell’altro, di ciascuna persona, e dunque senza ‘fobie’ di sorta, su temi quali matrimoni gay, adozioni a coppie omosessuali, utero in affitto, aborto, eccetera, le posizioni tra cattolici democratici e alleati ‘ laici’ ( ci capiamo in che senso) restano divaricate. Così, per esempio, chi ha pur condiviso, da credente, la proposta di legge sulle ‘unioni civili’, resta dell’idea che queste unioni non sono esattamente la stessa cosa dei ‘ matrimoni’, come vengono invece abitualmente definite sui media anche dette unioni. Insomma, i cattolici democratici non si vergognano di continuare a sostenere certi ‘valori’. Che intendono difendere però senza ‘crociate’ (che, nella storia, è noto, hanno fatto troppi danni e vittime rispetto ai benefici apportati alla… causa). Ciò detto, ci viene da interrogarci su talune iniziative politiche ‘a tema’ e, in particolare, sull’imminente celebrazione a Verona del Congresso mondiale delle famiglie, sponsorizzato con grancassa dalla destra (anche estrema), e in particolare da Lega e Fratelli d’Italia. Intendo dire che l’alternativa alle inadeguatezze e agli errori della sinistra ‘ laicista’ ( diciamo così) nel campo non può essere certo rappresentata da quella destra che in Usa tifa per Trump e Bannon, fautori tra l’altro dei muri ai confini, una destra reazionaria che non simpatizza certo per papa Francesco e che in Italia sostiene con forza il Salvini della vicenda ‘Diciotti’, del ‘prima gli italiani’, e fa sue le parole d’ordine populiste, sovraniste, suprematiste… Né, tantomeno, dai simpatizzanti di chi vorrebbe per esempio celebrare pubblicamente il centesimo anniversario della creazione dei ‘fasci di combattimento’ del… compianto Benito Mussolini.

Vincenzo Ortolina

Caro direttore, sono lettore abituale di ‘ Avvenire’. Da qualche settimana mi capita di leggere, in altri giornali non di ispirazione cattolica, articoli dal contenuto indignato, anche odioso e spesso fuorviante nei confronti dell’imminente ‘Forum delle famiglie’ a Verona. Ieri mi è capitato di ascoltare per radio in diretta il pensiero di uno dei maggiori responsabili del ‘Forum’, nonché mio collega. Ho sentito parole e concetti ragionevoli, lineari, condivisibili soprattutto perché coerenti con i precetti della nostra fede cristiana cattolica ed espressi senza rancore, con serenità d’animo, senza mancare di rispetto ad altre opinioni o scelte ideologiche o antropologiche. Non mi meraviglio quindi del veleno e delle grossolane bugie espresse da certi ambenti culturali e ideologici, mi sorprende molto invece il vostro silenzio. La ringrazio della attenzione.

Sandro Dall’Oro

Gentile direttore, in questi giorni che precedono il Congresso mondiale delle famiglie del 29-31 marzo a Verona ci sono stizzite reazioni che rasentano l’insulto pregiudiziale. Addirittura è stato lanciato il ‘boicottaggio’ per gli alberghi che ospiteranno gli ospiti (migliaia) e invitati al convegno. È chiaro che il Convegno sarà ‘pro life’ ed è questo a mio parere che risulta indigesto ai polemici detrattori. Essendo l’aborto diventato un diritto intoccabile, e chi è a favore della vita nascente è considerato un ‘ medioevale’, tutto gira intorno all’argomento. Da lì infatti parte il ragionamento sulla legge naturale, su padre e madre… Non mi dilungo, ma come sempre abbiamo detto che le leggi abortiste, anche se scritte con parvenze democratiche, trascinano con loro tutti gli altri argomenti collegati. Ma nel segreto della cabina elettorale le persone non dimenticano e chi si accanisce contro la famiglia e tutto il bene che porta alla società non sarà premiato.

Gabriele Soliani

Gentile direttore, stringi stringi, il motivo per cui il cardinal Parolin, la diocesi di Verona, l’establishment cattolico e ‘Avvenire’ prendono le distanze dal Convegno di Verona sulla famiglia è che ad esso non partecipano esponenti della sinistra. Ma se questi non ci vanno la ragione più semplice è che essi non ne condividono la sostanza, che invece Parolin approva. Affari loro! Non mi piace questa Chiesa paralizzata e incerta per la paura di apparire ‘divisiva’. In questo caso, e in tutta la panoramica attuale, ci si dovrebbe ricordare delle parole di Gesù: « Non sono venuto a portare la pace (= buonismo che si barcamena), ma la spada». È molto improbabile che lei pubblichi questa mia lettera…

don Marino Tozzi

Gentile direttore, sono molto interessata da tutto ciò che riguarda la vita e la sua difesa, le questioni di etica e bioetica. So da tempo del Congresso della famiglie della Marcia conclusiva per la Famiglia del 31 marzo, cui non parteciperò perché non ne condivido l’impostazione. A mio avviso è ingenua e addirittura dannosa, nel contesto socio-politico attuale, perché non riesce a collocare le questioni della Vita e della Famiglia insieme a molte altre che solo apparentemente ne sono distinte: immigrazione, armamenti, povertà, legittima difesa, ecc. Ero presente al Family Day 2016… e quando sentii gridare « Renzi, ci ricorderemo» rimasi allucinata, non perché tenessi a Renzi, ma perché da sempre sono stata educata a considerare gli avvenimenti nel loro complesso, e in quel momento mi resi conto che la piega presa da quell’incontro non avrebbe portato nulla di buono. Così è stato, infatti. Le scrivo perché ho letto che Salvini ed altri vogliono presentarsi a Verona: vorrei sperare anzitutto che nessuno del Comitato promotore li abbia invitati; e poi che, di fronte a questo annuncio il Comitato li inviti cordialmente ad astenersi. Chi sta fomentando un clima di odio, chi insulta, chi disprezza con supponenza e inganna con disinvoltura non può salire su un palco che vuole difendere la vita, tutta e di tutti. Grazie!

Maria Lucia Talami

Caro direttore, ho ancora nelle orecchie le dichiarazioni penose del vicepremier Di Maio che paragona il prossimo Congresso mondiale delle Famiglie a un ritorno al Medioevo. Affermazioni così banali e conformiste fanno proprio cadere le braccia… Inviterei il capo politico del M5s a procedere con maggiore razionalità, con metodo illuminista, evitando pre-giudizi e costruendo post-giudizi dopo aver almeno ascoltato le idee altrui, che possono anche essere contestate ma a ragion veduta. Lo inviterei anche ad essere più rispettoso nei confronti delle persone che da mesi lavorano sodo alla preparazione dell’evento. Se poi del Medioevo si vogliono considerare solo gli aspetti negativi, allora consideriamo anche il Medioevo dei nostri giorni, questa epoca triste e decadente dove gli esseri umani vengono considerati merce e la vita vale sempre di meno. A cominciare da quella delle persone verso le quali il nostro governo commette omissione di soccorso e tenta oltretutto di impedire che altri svolgano azioni di soccorso, così che centinaia di donne e bambini riposano ora sul fondo del mare, avendo avuto come unica colpa quella di voler fuggire dalla guerra e dalla fame senza avere i documenti in regola. Che brutte cose! Ma siamo sicuri che nel Medioevo ci fosse così tanta cattiveria? Infine, vorrei porgere un saluto rispettoso alle donne che parteciperanno al Convegno. Anche loro sono donne vere, mica sono residui fossili del Medioevo…

Carlo Vallenzasca

Caro direttore, il furoreggiare di polemiche italiane in vista dell’evento veronese di una organizzazione internazionale pro- famiglia induce a riflessioni non nuove. Non so quanto sia opinabile l’intuizione che la sconfitta del Pd del marzo 2018 sarebbe anche dovuta agli anticorpi della nostra società per quella sfilata di regole ‘regalate’ al Paese: divorzio breve, unioni civili (similfamiliari) e Dat (anticamera dell’eutanasia). Resta un fatto che fu la Sinistra a organizzarla. Così come resta la tardiva constatazione che l’alternativa non è poi tanto felice… C’è tanto da fare, magari ricordando certi princìpi non negoziabili e tenendo presente che lo Stato italiano oggi paga l’uccisione di nuove vite e non l’accoglienza di vite migranti. Su questo, oltre le chiacchiere, centrodestra-sovranisti ed anti-europeisti che cosa fanno?

Silvio Ghielmi

 

Il direttore risponde   MARCO TARQUINIO

Ringrazio gli amici lettori per la fiducia e la schiettezza con cui si sono rivolti a me nella lunga e polemica vigilia dell’evento dedicato alla famiglia che si terrà negli ultimissimi giorni di marzo a Verona. Le loro lettere sono importanti per la varietà dei toni, le riflessioni che propongono, i chiarimenti che propiziano. Mi concentro su questi, anche perché penso che aiuteranno le valutazioni a cominciare da quella che faccio subito, a scanso di equivoci: un Congresso mondiale delle famiglie non può che avere al centro tutte le famiglie del mondo, che sono parte della stessa famiglia umana, e lo stesso amore per la vita umana, qualunque condizione essa sperimenti: nascente, morente, povera, migrante… Detto questo, a Verona a fine mese non ci sarà un raduno mondiale cattolico (quello – come si sa – c’è appena stato, nell’agosto 2018, in Irlanda insieme e attorno a papa Francesco, e si riunirà di nuovo a Roma nel 2021).

A Verona c’è un congresso promosso dalla International organization for the family (Iof) che tesse da qualche anno una rete composta soprattutto da sigle e persone che dichiarano di appartenere a diverse denominazioni cristiane. Il Forum delle associazioni familiari (italiano ed europeo), evocato da uno dei lettori, non c’entra nulla e non parteciperà in quanto tale. “Avvenire” ha informato con precisione e continuità su questa iniziativa e sulle reazioni che sta suscitando, a partire (nell’ottobre 2018) da un’intervista con il presidente della Iof, Brian Brown. Un’intervista tutta in positivo, pro-famiglia, a differenza delle posizioni soprattutto “contro” da lui assunte e/o a lui attribuite in altre occasioni. A qualche supporter italiano della Iof l’intervista non piacque proprio per questo, e ce lo fece sapere con veemenza…

Nulla di sorprendente: ci sono persone – lo dico con sommesso rispetto per chi ne sa più di me – che interpretano la «spada» della parola di Cristo, che nelle coscienze guida a distinguere il bene e il male, come una mazza ferrata da sbattere in testa all’interlocutore. Io credo invece che l’approccio scelto nell’intervista con noi dal «non cattolico» Brown sia una buona modalità, certo migliore di altre (e frequenti) che hanno motivato scontri al calor bianco e anche l’autorevolissima perplessità espressa nei giorni scorsi dal cardinale Pietro Parolin. Mi auguro che a Verona i lavori, nella chiarezza della visione di persona e famiglia (senza cedimenti alla “fluidità” delle cosiddette teorie gender, senza rifiuti insultanti delle diversità di origine e di condizione personale), siano sotto un segno propositivo e dialogico, e che così si sciolgano al sole le polemiche che sono state ripescate e/o alimentate. Ho sentito personalmente il presidente del Congresso Toni Brandi e il vicepresidente Jacopo Coghe assicurare che sarà così.

Lo spero davvero, ma non ne sono certo. Un po’ per le caratteristiche di alcuni relatori e “moderatori”, e parecchio per il fatto che nella città scaligera, salvo benvenute sorprese, arriveranno ospiti politicamente (quasi) “monocolori” e pioveranno contestazioni e, forse, provocazioni. Colpa di chi si è sottratto pregiudizialmente all’incontro, ma anche di chi ha lasciato (o lavorato) perché lo spazio utile fosse impraticabile per alcuni e sbranabile da opposte propagande.

La famiglia con figli ha bisogno di tante risposte politiche, e in Italia quasi di tutte, non di nuovi furiosi e inutili comizi. Qualcuno, pochi o tanti non so, di volta in volta si ricorderà anche di votare “contro” qualcun altro, ma è un fatto che lorsignori si dimenticano regolarmente di “fare”. La famiglia è un bene grande, e pretende visioni e azioni grandi perché capaci di futuro. Personalmente, ma so di non essere il solo, mi sento di dire che di chiacchiere altisonanti, ideologiche, vendicative, ostili e inesorabilmente vuote non ne posso più.

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I CASI DI FAENZA E BRISIGHELLA No vax minacciano le maestre La preside: «Bulli coi bimbi»  AVV 24.3.19

I CASI DI FAENZA E BRISIGHELLA

No vax minacciano le maestre La preside: «Bulli coi bimbi» 

PAOLO

FERRARIO

 

«Non discuto la scelta di questi genitori di non vaccinare i loro figli. Chiedo loro, però, di andare fino in fondo e tenere a casa i bambini, assumendosi così, in pieno, tutte le conseguenze delle loro decisioni. Come fece Cassius Clay, che nel 1967 fu privato del titolo mondiale per essersi rifiutato di combattere in Vietnam». Alla fine, però, sul ring ci sono finite le sue maestre e questo ha mandato su tutte le furie Paola Fiorentini, dirigente scolastica degli istituti comprensivi di Faenza e Brisighella, in provincia di Ravenna, da giorni nel mirino di un piccolo ma agguerrito (e anche violento) gruppo di genitori no vax. Che pretendono di mandare alla scuola materna i loro figli non vaccinati, in barba alla legge Lorenzin che ha dato tempo fino al 10 marzo per mettersi in regola, vietando, da quella data in poi, l’ingresso negli asili agli alunni inadempienti.

«Per imporre alla scuola la presenza dei loro bambini – racconta la preside – questi genitori hanno lasciato i figli all’interno del plesso, in modo tale che le docenti fossero obbligate a riceverli per evitare il reato di abbandono di minore». Di fronte alle rimostranze delle insegnanti, i genitori hanno alzato i toni, ricorrendo anche alle offese e insultando le docenti. «Donne e maestre stupende, che certo non si meritano di essere trattate così», sbotta Fiorentini, nella scuola da 42 anni, di cui gli ultimi 15 da dirigente che, a pochi mesi dalla pensione, si è trovata a gestire anche la grana dei vaccini e soprattutto «una situazione che, in tanti anni di servizio, non mi era mai capitata». «Gestisco scuole con 1.200 alunni, tredici sezioni di materna con 320 bambini a Faenza e una settantina a Brisighella e ho tutto bloccato per colpa di nove famiglie, sei a Faenza e tre a Brisighella, che si sentono al di sopra della legge che, invece, io devo rispettare», sottolinea la dirigente. Che per tre volte è stata costretta a chiamare i carabinieri per riportare la calma a scuola. Per evitare il ripetersi di tensioni con i genitori, ieri ha anche firmato una circolare per «vietare ad estranei di accedere alle sezioni o alle classi, se non dopo autorizzazione del dirigente scolastico o dei suoi collaboratori». E ha scritto una durissima nota: «Mi chiedo se ha senso proporre ai ragazzi lezioni contro il bullismo quando la scuola è vittima di questi gravi episodi, senza rispetto dei lavoratori, degli altri genitori e soprattutto dei bambini che vivono in una atmosfera minacciosa, per non parlare della totale mancanza di rispetto per coloro che per vari motivi sono immuno-depressi e quindi si trovano esposti a pericoli per il totale egoismo di pochi facinorosi».

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Editoriale  Adozione come alternativa all’aborto UNA VIA GIUSTA NON CI SI DIVIDA  Avv 27.3.19

Editoriale

Adozione come alternativa all’aborto

UNA VIA GIUSTA NON CI SI DIVIDA 

ANTONELLA

MARIANI

 

La legge 194 sull’interruzione di gravidanza è un totem. Chi la tocca ne rimane scottato. Ma anche soltanto a ‘guardarla’ da lontano, scalda parecchio. Così non si può discutere di nulla che abbia a che vedere con la vita nascente che subito si sollevano gli scudi di contrapposte ‘fazioserie’, con toni francamente paradossali. È successo anche ieri, quando una proposta di legge targata Lega e finalizzata a introdurre in Italia l’istituto dell’adozione prima della nascita, è diventata ipso facto una «manovra oscurantista» e una «mossa subdola» per «minare la libertà e l’autodeterminazione della donna». Non solo: riconoscendo la «capacità giuridica del concepito», cosa peraltro inesistente in questi termine nella proposta di legge, si vorrebbe «ostacolare l’applicazione della 194» e, manco a dirlo, «tornare al Medioevo». Il totem sembra non ammettere una discussione non inquinata dall’ideologia, e la prossimità del Congresso mondiale delle famiglie di Verona, con il suo strascico polemico per le presenze sovraniste, non aiuta le parti a giudicare con lucidità.

Allora partiamo da un dato che dovrebbe essere condiviso: l’interruzione di gravidanza secondo la legge italiana non è un ‘diritto’ per nessuno, ma una possibilità garantita dall’ordinamento a determinate condizioni. Le stesse femministe storiche – che nella elaborazione del pensiero sull’aborto non hanno mai preso in considerazione il figlio concepito, ma soltanto la libertà di scelta della donna – sono arrivate a questa conclusione. La legge 194 è però anche «per la tutela della maternità», e prevede che lo Stato metta in atto misure per evitare la scelta abortiva. Quali sono le alternative che, a tutt’oggi, lo Stato offre? Nessuna. Nessun vero supporto morale e nessun aiuto economico per superare situazioni di difficoltà e consentire a una donna di rinunciare all’aborto. Di questo si occupano, con eroico impegno e risorse limitate, i Centri di aiuto alla vita. Allora, è così scandaloso pensare di rimettere al centro il tema del diritto alla vita di tutti i bambini? O affermare che per ogni gravidanza indesiderata, l’aborto è un insuccesso e la nascita una vittoria? Al contrario, la preferenza per la vita dovrebbe essere una priorità per ogni Paese civile.

Il progetto della Lega non è perfetto ed è suscettibile, come tutte le proposte di legge, di miglioramenti anche sostanziali.

Alcuni dati citati nella premessa non sono i più recenti e non sono sempre usati in maniera corretta. Né i deputati proponenti, primo firmatario il padovano Alberto Stefani, anni 28, prevedono un rafforzamento dei sostegni alle donne perché possano abbracciare un progetto di famiglia. È bene essere chiari: l’adozione del concepito non è un aiuto ad accogliere un figlio, così come l’articolo 2 della legge 194 chiede (vanamente) allo Stato di mettere in campo, bensì una importante e decisiva chance di vita per un figlio non desiderato, uno strumento auspicabile per evitare l’aborto. E infine, in ultima battuta, una valorizzazione dell’adozione e della generosa disponibilità di migliaia di aspiranti genitori.

Le imperfezioni e le incertezze della proposta di legge non giustificano che la si liquidi tra le invettive e senza un minimo di riflessione. Certo, perché se ne possa discutere con serenità occorrerebbe sgomberare il campo anche da altre strumentalizzazioni. L’affermazione della dignità e soggettività del concepito è una grande battaglia di civiltà, ma agitare in maniera strumentale, in questo contesto, la bandiera del ‘riconoscimento giuridico’, oggi, può sortire il risultato di alzare muri e di scoraggiare l’avvio di un dialogo su un percorso auspicabile e percorribile. Così come occorre dire con fermezza che non si tratta di ‘aprire all’utero in affitto’, perché l’iter di adozione del nascituro avverrebbe su continua sorveglianza del Tribunale dei minorenni e non ci sarebbero contatti, a quanto si legge nell’articolato, tra gestante e coppia di aspiranti genitori. Quanto al fatto che esiste già il ‘parto in anonimato’, è senz’altro vero, ma si tratta di una possibilità in più, un et et e non un aut aut. Insomma, non buttiamola in ‘caciara’. Parliamone, si apra un confronto onesto, non ideologico, pragmatico. Perché meno si litiga sulla vita, e soprattutto sulla vita dei piccoli e dei deboli, meglio è. È urgente difenderla, è importante promuoverla, è necessario accoglierla.

 

Antonella Mariani

 

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Lʼalfabeto degli affetti Quella giusta distanza tra i genitori e i figli AVV 28.3.19

Lʼalfabeto degli affetti

Quella giusta distanza tra i genitori e i figli

 

Uno dei temi più importanti e delicati nel mondo delle relazioni è quello della ‘giusta distanza’. Mi riferisco a quella particolare capacità che ci permette di essere vicini e intrattenere rapporti di intimità, senza però mai perdere il senso preciso e sano del nostro confine e della nostra inalienabile identità. La ‘giusta distanza’ tra persone che si vogliono bene non è mai semplice da definire; trovarla e mantenerla significa poter stare ben centrati sul proprio sé e rispettare l’altro, senza scivolare nell’invadenza, ma anche senza che l’altro si senta abbandonato o non compreso. Nel rapporto genitori-figli, l’aggiustamento progressivo della distanza è un tema davvero cruciale: si parte infatti dalla più prossima delle relazioni (il bambino nel ventre della madre) per arrivare nel tempo alla distanza che permette lo scambio rispettoso ma paritario del rapporto tra adulti. In mezzo c’è lo snodo cruciale dell’adolescenza, con una ridefinizione dei confini che porta l’adolescente a diventare un adulto con identità e progetti, mentre l’adulto accetta di lasciargli il posto e di invecchiare.

Pensavo a questo ieri, mentre leggevo su un periodico l’intervista a tre delle ragazzine che hanno partecipato il 15 marzo alla manifestazione in difesa dell’ambiente, organizzata dal movimento spontaneoFridays For Future:un movimento di ragazzi nel quale si avverte come il sollevarsi di una potente energia vitale e auto-affermativa, rivolta al futuro. Lo pensavo, perché tutte tre le intervistate esprimono con forza la preoccupazione che gli adulti possano appropriarsi del loro movimento: i ragazzi temono che gli adulti, i quali hanno marciato con loro e li hanno sostenuti e accompagnati con entusiasmo in questa avventura, possano insediarsi nello spazio nuovo e ancora tutto da esplorare nel quale sognano di avventurarsi.

Questa preoccupazione mi sembra un elemento insieme nuovo e positivo, perché esprime, in modo inconsapevole e non conflittuale ma deciso, proprio la necessità di ristabilire chiari confini simbolici tra il mondo adolescente e il mondo adulto, confini che sono andati perduti.

Le ultime generazioni di adolescenti sono diverse da quelle dei decenni precedenti: la loro conflittualità con i genitori è in generale molto bassa, e non sembrano avvertire un forte desiderio di separarsi psicologicamente da loro.

Sul piano delle cose, sono molto più indipendenti che nel passato: fin da bambini vanno all’estero e imparano le lingue, dicono la loro in ogni decisione che li riguarda, gestiscono precocemente e liberamente la loro sessualità con il nostro consenso. In questi percorsi, il genitore appare più come un accompagnatore che come una guida e ciò che più teme è da un lato che il ragazzo perda delle occasioni, dall’altro che lo escluda dalla sua intimità. Per questo motivo lo asseconda, scegliendo di essergli amico: sfugge così alla necessità strutturante di prendere posizione, cosa che richiederebbe di conoscere e dichiarare i propri valori, quelli che fanno da guida alle sua vita.

Nella carenza di valori-guida che diano senso e speranza, il mondo degli adulti rincorre la vitalità dei ragazzi e si inserisce in tutti i loro spazi, nei social come nella realtà. Anche l’idea di conoscere il loro mondo per proteggerli nasconde spesso un senso di sfiducia e un bisogno di controllo: non siamo certi di saper trasmettere loro le coordinate per imparare ad affrontare la vita da soli, e dunque scendiamo in campo invece di lasciarli liberi di giocare la loro partita.

Ma il segnale che ci mandano oggi questi ragazzi va ascoltato: il futuro appartiene a loro e alla loro capacità di progettarlo, attraverso prove ed errori. A noi il compito di fare da sponda con un ascolto attento, di incoraggiarli e se serve guidarli. Perché il passare degli anni, se ben vissuto, non è venire relegati nell’insignificanza, ma mettere a disposizione un’eredità fatta di pensieri e di esperienza. I nostri figli ce ne saranno grati.

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MARIOLINA

CERIOTTI MIGLIARESE

Perché sulla famiglia si discute Il sociologo Donati: «L’evento di Verona? Idee condivisibili, ma si deve valutare anche il momento storico È prioritario il sostegno alle coppie generative, considerando altri diritti» AVV 28.3.19

IL CASO

Alla vigilia del Congresso organizzato da Iol (International organization for the family) e da altre sigle, l’esperto ribadisce: urgenti politiche specifiche per genitori e figli ma senza discriminare nessuno Più che polemiche e strumentalizzazioni «occorre avanzare proposte costruttive Non si può mettere sotto accusa il mondo contemporaneo senza tenere conto di alcune inevitabili modalità evolutive. Qui vedo visioni riduttive e posizioni estremistiche che non condivido»

 

Perché sulla famiglia si discute

Il sociologo Donati: «L’evento di Verona? Idee condivisibili, ma si deve valutare anche il momento storico È prioritario il sostegno alle coppie generative, considerando altri diritti». Blangiardo (Istat) non andrà

Spiccano i rappresentanti dei Paesi dell’Est, le teste coronate e i politici del centrodestra. Nell’intenso programma del Congresso di Verona organizzato dall’International organization of the family e da altre sigle, finalmente diffuso a tre giorni dall’evento, ci sono nomi altisonanti e altri meno noti. Il settore nobiliare vedrà la presenza della principessa Gloria Thurn und Taxis e del principe Luigi di Borbone, duca d’Angiò. Dall’Est Europa arriveranno il russo Victor Zubarev, deputato della Duma coordinatore del partito di Putin; l’ungherese Katalin Novak, ministero per la famiglia; il serbo Rados Pejovic, presidente del consiglio per lamfamiglia e gli affari sociali; l’ucraino Pavel Unguryan, direttore del Forum ucraino per la famiglia; la croata Zeljka Markic, leader dell’associazione familiare ‘Nel nome della famiglia’. Tra i politici italiani sono annunciati Elisabetta Gardini, Giorgia Meloni, Marco Bussetti, Lorenzo Fontana e, naturalmente, Matteo Salvini che ieri ha ribadito in diretta Facebook: «Sabato sarò a Verona, ma senza voler togliere i diritti acquisiti come il divorzio, l’aborto, la parità fra i sessi e la libertà di scelta delle donne, la libertà di far l’amore con chi si vuole e quando si vuole…». L’esperto più noto presente nel programma era sicuramente il demografo Giancarlo Blangiardo, presidente dell’Istat, a cui però lavoratori e lavoratrici dell’Istituto nazionale di statistica avevano rivolto un appello: ci pensi, nel ruolo che ora riveste non è giusto partecipare a manifestazioni che non hanno nulla di accademico o di scientifico. E in serata Blangiardo ha accolto la richiesta. Non andra a Verona per evitare che «una decisione del tutto personale possa essere interpretata come una decisione del presidente dell’Istat».

LUCIANO

MOIA

In questi giorni, a proposito e sproposito, si parla tanto di famiglia. Ma i problemi reali rischiano di passare in secondo piano o di essere strumentalizzati da un dibattito che, alla vigilia del Congresso mondiale di Verona, appare molto ideologizzato. Ne parliamo con Pierpaolo Donati, docente di sociologia a Bologna, già direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, tra i massimi esperti mondiali di politiche familiari, autore di centinaia di studi e direttore di progetti di ricerca internazionali. Donati a Verona non ci sarà.

Professore, possiamo tentare di dire una parola equilibrata nel dibattito scatenato in vista del Congresso mondiale di Verona?

Sarebbe un discorso lungo, mi limito a dire che concordo con la posizione del Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin: d’accordo nella sostanza, non nelle modalità. Ho sentito parlare in questi giorni alcuni relatori del Congresso di Verona, tra cui Massimo Gandolfini, e devo dire che le tesi sono in gran parte condivisibili.

Il problema sono le modalità?

Appunto, come la partecipazione delle delegazioni di alcuni Paesi dell’Est di chiaro orientamento politico. E questo andrebbe evitato per fare un discorso più positivo sulle questioni che riguardano la famiglia. Occorrerebbe cioè avanzare proposte costruttive guardando al futuro e non limitarsi semplicemente a impostare una difesa di posizioni che possono rischiare di apparire non adeguate al momento storico che stiamo vivendo.

Cioè il rischio è quello di trascurare i mutamenti che la famiglia sta vivendo?

Un discorso equilibrato non può trascurare l’evoluzione dei modelli familiari. Quattro anni fa, quando ero direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, ho presentato un Piano di politiche familiari che, nonostante l’approvazione del governo, è rimasto lettera morta. Dovremmo riprendere a ragionare sui dati, sulla situazione della famiglia in Italia, su come affrontare questa emergenza. E questo mi sembra che non venga fatto.

Dove invece si può concordare?

Sul fatto che la famiglia abbia una struttura ben definita, che sia urgente sostenere in modo particolare le famiglie che hanno una capacità generativa, che occorra favorire la nascita dei figli. Certo, questo non deve significare negare o cancellare altri diritti. Mi sembra invece emergano posizioni e- stremiste che sul piano personale non condivido.

Si tratta insomma di combinare il sostegno alla famiglia generativa con altri diritti che non possono essere negati perché frutto di un’evoluzione che potrà non piacere ma che esiste?

Questo è il problema. La famiglia in Italia si sta disgregando. Quindi il sostegno alle coppie che intendono concretamente ‘far famiglia’ è urgente e doveroso. Ma in Italia per questi obiettivi non si fa nulla. Non si tratta di negare altri diritti, ma di riconoscere che da trent’anni a questa parte le politiche familiari sono risultate largamente inadeguate. L’abbiamo detto e ridetto. Ma tutto sembra inutile.

Famiglia ‘naturale’, famiglia ‘tradizionale’. Come far chiarezza in questo dibattito evitando le strumentalizzazioni?

Bisogna fare attenzione. Se ‘naturale’ vuol dire che i bambini nascono dal rapporto da un uomo e una donna, mi pare evidente. Certo, ci sono anche le tecniche di riproduzione assistita. A mio parere è giusto sostenere quelle omologhe, mentre quelle eterologhe rappresentano un grave problema soprattutto per i bambini stessi. Perché dalle ricerche cliniche sappiamo che un figlio che non conosce la paternità o addirittura la maternità nel caso di donazioni di ovuli, si trova in gravi difficoltà. Sono trasformazioni che vanno comunque studiate in modo scientifico.

Non basta insomma proclamare qualche slogan per risolvere i problemi.

Certamente no, occorre da una parte non trascurare i dati della ricerca e dall’altra sostenere politiche adeguate. E questo, ripeto, non è mai stato fatto. Promuovere una politica per la famiglia non vuol dire, ribadisco, negare i diritti ad altre forme di convivenza che nascono dalla libera scelta delle persone. Quando ci sono aspetti di vicinanza, di mutuo aiuto, di amicizia solidale, queste convivenze vanno rispettate. Perché anche in queste relazioni le persone possono realizzarsi. Ma sempre tenendo distinte realtà che sono diverse. La famiglia ha un suo genoma insostituibile. Altre forme, come le unioni civili, sono ‘altro’. Ed è giusto distinguere. Che non vuol dire discriminare. Ma una famiglia con figli ha funzioni sociali che altri tipi di unione non possono avere. E queste funzioni vanno riconosciute.

Un altro aspetto che rischia di essere equivocato è il grande tema dei rapporti di genere. Questioni che non possono essere regolate con l’accetta…

Qui si mette sotto accusa il mondo contemporaneo, e quindi si rischia di ignorare quello che io definisco la morfogenesi della famiglia. E si tratta di una visione un po’ riduttiva che non tiene conto di alcune modalità evolutive che sono inevitabili e che hanno lati positivi ma anche rischi. Si tratta di gestire il cambiamento per andare incontro al futuro e non rivolgere la testa al passato, inseguendo modelli che sono ormai difficilmente riproponibili, soprattutto quando si pretende di ridurre il ruolo della donna a quello della maternità. Occorre comprendere il cambiamento complessivo della società che è culturale, sociale, tecnologico. E quindi promuovere una forma di famiglia che, senza rinunciare ai fondamenti di sempre, riesca ad essere interprete di questa evoluzione.

Manca insomma un’attenzione a quella complessità in cui la famiglia è obbligata ad inserirsi. Discernere i segni dei tempi dovrebbe essere un atteggiamento profondamente cristiano. A Verona questo sforzo non sembra presente?

Da questo governo non vengono altro che slogan che non incidono nel problema perché ignorano le necessità reali delle famiglia in quanto famiglie e non in quanto persone che hanno problemi economici. Occorre guardare la famiglia come struttura relazionale. Perché, per esempio, non favorire la conciliazione famiglia-lavoro con le nuove, varie, modalità che ben conosciamo? Di queste misure non si parla. Come sociologo devo dire che mancano le iniziative concrete per migliorare le relazioni familiari. Si continua a parlare di individui e non di relazioni. Tutti i modelli di welfare sono in crisi e manca una riflessione culturale adeguata. Di questo si dovrebbe dibattere. E invece…

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DA SAPERE 

 

L’iniziativa 

Le proposte dei cattolici di centrosinistra

Importante appuntamento oggi organizzato dagli ex popolari del Pd e da altre associazioni cattoliche.

L’obiettivo è quello disottolineare l’urgenza di politiche familiari adeguate. Tra coloro che hanno annunciato la propriapartecipazione ci sonoBeppe Fioroni, RenatoBalduzzi, Lorenzo Dellai,Lucio D’Ubaldo, GiancarloInfante, Beatrice Lorenzin,Dante Monda, Liliana Ocmin. Ad introdurre i lavori

Assuntina Morresi.

La protesta 

Per dire “no” arrivano 114mila firme

Saranno consegnate stamattina in Provincia a Verona (Palazzo Capuleti) le 114mila firme raccolte da All Out (che raccoglie 29 associazioni italiane e straniere) con Arci e Arcigay, per richiedere il ritiro di tutti i patrocini istituzionali al Congresso mondiale delle famiglie.

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Bimbi «modificati», l’ora di fermarsi  AVV 28.3.19

Bimbi «modificati», l’ora di fermarsi 

Luigi Naldini, luminare della terapia genica: da scienziati chiediamo una moratoria, sul «gene editing» un dibattito che coinvolga la società

ENRICO

NEGROTTI

 

«Si tratta di un’assunzione di responsabilità da parte degli scienziati, che capiscono di non poter decidere da soli su temi che riguardano l’intera società. E nello stesso tempo si vuole stigmatizzare un atteggiamento “eticamente disinvolto” che può creare nell’opinione pubblica sconcerto e diffidenza nei confronti della scienza». Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget) di Milano, è tra i 18 scienziati firmatari dell’appello – pubblicato su Nature – per una moratoria sull’uso clinico dell’editing genetico per far nascere bambini modificati nel loro genoma. Naldini è l’unico italiano a far parte di un gruppo di lavoro internazionale che ha stilato le prime linee guida sull’uso del gene editing con la potente tecnologia del Crispr/ Cas9. A suscitare la richiesta di moratoria è stato soprattutto il caso delle gemelline fatte nascere con il Dna modificato in laboratorio per migliorare la resistenza all’infezione da Hiv: un “esperimento” condotto dal biologo cinese He Jiankui a Shenzen, che ha trovato il biasimo unanime della comunità scientifica internazionale, e della sua stessa università.

Chi sono e perché hanno ritenuto di dover intervenire gli scienziati che hanno chiesto la moratoria?

È un gruppo di scienziati che ha preso l’iniziativa autonomamente, senza “investiture”, ma che rappresenta il fulcro dell’avanzamento tecnologico, che gravita principalmente intorno a Boston (Stati Uniti). Sono tutti ricercatori “in prima linea”, molti autori o sviluppatori di queste tecniche biotecnologiche, come Emmanuelle Charpentier, che ha contribuito a scoprire il Crispr/Cas9, o Feng Zhang; o Eric Lander, il direttore del Broad Institute. Altri sono bioeticisti, oppure ricercatori (come il sottoscritto) attivi nel

gene editing sul fronte clinico o della ricerca, ma tutti nel campo somatico, cioè per correggere malattie di individui già nati: un ambito di applicazione che nessuno vuole fermare. Hanno deciso di intervenire per rispondere a quanto successo in Cina con la nascita delle gemelline nel novembre scorso. Questo ricercatore si è mosso in modo spregiudicato: ora è stato “condannato” ma il caso ha evidenziato che la rete di control- lo ha maglie troppo larghe, perché la comunità degli scienziati aveva già invitato alla prudenza e a non applicare ilgene editing per far nascere bambini, sia per motivi scientifici, relativi alla sicurezza, sia per motivi etici, non ancora affrontati dalla società.

Scienza ed etica: quali sono i benefici attesi e quali le incognite di questa tecnica sull’uomo? E perché un ricercatore pensa di lavorare per un miglioramentogenetico o un potenziamento delle facoltà umane?

La tecnica di per sé ha una grande promessa, perché ci permette di intervenire in modo preciso e mirato sul genoma per correggere alcune mutazioni: nella maggior parte dei laboratori che operano sulle cellule somatiche si lavora con cautela alla sperimentazione sull’uomo per curare una malattia, inattivando un gene o correggendo una mutazione genetica. È una forma di terapia genica avanzata complessa, un ambito non controverso, non toccato dalla moratoria. Le cose cambiano se pensiamo di applicare la tecnica alla linea germinale (ovociti e spermatozoi) o agli embrioni, perché non interveniamo su una malattia ma su quello che sarà il corredo genetico di un nascituro e decidiamo noi di modificarne alcune componenti: nella migliore delle ipotesi per prevenire la trasmissione di un gene-malattia, ma in Cina sono arrivati a inattivare un gene perché potrebbe dare un vantaggio rispetto all’infezione di un virus. È un intervento non supportato dalla scienza, esce da una logica di prudenza. Se quel gene c’è nel genoma probabilmente serve anche per altre cose, che non conosciamo. E se uno scienziato vuole modificare il genoma umano mi sembra un dottor Stranamore che opera con presunzione ( hybris, avrebbero detto i greci), che vuole ignorare i limiti delle conoscenze scientifiche. Sul potenziamento, bisogna distinguere: nelle terapie si cerca di rendere più forte una cellula, per esempio del sistema immunitario contro il tumore, come con la terapia Car-T, cellule prelevate dal paziente e reinfuse dopo averle modificate in laboratorio. Lo stesso non si può fare per potenziare l’intero sistema immunitario, che risulterebbe senza freni. E così, correggere un difetto genetico che impedisce a un bambino di crescere può avere un significato, ma potenziare il genoma della linea ereditaria mi sembra oggi fuori da una logica scientifica.

Perché nell’appello prospettate il coinvolgimento degli Stati? E quello dell’opinione pubblica? La gente ne sa poco o nulla: come può costruirsi un giudizio fondato e non solo emotivo, o condizionato dal business?

Il potere decisionale e normativo appartiene agli Stati. Non sono i comitati scientifici a poter decidere se certe operazioni sono lecite o meno. Ci sono legislazioni (come quella italiana, ma non è l’unica) che vietano la ricerca sugli embrioni, anche se è importante continuare a seguire il dibattito. La chiamata di apertura alla società è un’assunzione di responsabilità, ma anche di umiltà, da parte della comunità scientifica, che accetta che su questi temi non possa decidere la tecnica («si fa perché si può fare») ma neanche gli scienziati da soli, che hanno i loro conflitti di interesse. Sono d’accordo sulle difficoltà di interpretare la pubblica opinione: si tratta di coinvolgere gruppi e rappresentanti di interessi diversi nella società, per costruire un meccanismo di consenso più allargato, che non riguardi solo gli scienziati. Una posizione che forse non tutti i ricercatori condividono.

Nella ricerca sono presenti interessi commerciali ingenti, e il vostro appello ammette passati fallimenti, come sul bando alla clonazione: la moratoria funzionerà, questa volta?

Proprio nell’area di Boston su queste tecnologie c’è un grosso investimento industriale, ma finalizzato al gene editingin campo terapeutico, con le cellule somatiche. Quel mondo tecnologico è il primo a sconsigliare di toccare la linea germinale, perché teme di suscitare reazioni negative nella società – dal punto di vista etico – che portino a legislazioni capaci di bloccare ogni esperimento, come è accaduto in alcuni Stati con gli Ogm in agricoltura. Il mondo industriale tecnologico è necessario perché servono risorse e capacità. Quanto alla clonazione, è vero che non si è arrivati a un divieto formale, ma quel dibattito ha creato una forte stigmatizzazione di ogni tentativo di realizzarla. Non è più stata nell’agenda di nessuno la clonazione terapeutica di un essere umano. Nel nostro caso, non siamo tutelati al 100 per cento, ma i Paesi hanno tutti una posizione fortemente contraria a un uso del gene editing per far nascere esseri umani modificati geneticamente. E il dibattito degli scienziati, delle agenzie internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità, e degli Stati contribuisce a tenere alta l’attenzione per evitare simili derive.

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Festa di San Giuseppe CARI PAPÀ GUARDATE A LUI  Avv 19.3.19 

Lʼanalisi

LELLO PONTICELLI

 

CARI PAPÀ GUARDATE A LUI  

Cari papà, permettetemi qualche parolina per voi, scritta con passione e con rispetto. Da un po’ di tempo il 19 marzo è una giornata dedicata a voi, ma sono convinto che non vi offendete se vi ricordo che è innanzitutto la festa di san Giuseppe, il padre di Gesù: per questo vi voglio subito promettere una preghiera speciale dal Santuario di San Giuseppe in Procida, mia terra di origine, affinché san Giuseppe vi aiuti nel vostro delicato compito. Con il carissimo amico e confratello don Giuseppe Costagliola, di recente abbiamo scritto un piccolo libro su san Giuseppe proprio perché la sua figura ci sembra assai attuale («Un santo per amico», Napoli, 2019). Il libro ha una struttura molto semplice: offre meditazioni accompagnate da alcune domande per favorire la riflessione personale, sempre con una preghiera conclusiva, tratta dalla liturgia o composta dai Papi più recenti, da qualche scrittore, o da noi stessi. Abbiamo infatti sperimentato che in un’epoca in cui qualche autorevole pensatore si è chiesto «cosa resta del padre» (Massimo Recalcati) uno dei motivi di grande attualità della persona e della missione di san Giuseppe riguarda il tema del padre e della paternità.

Non sfugge che negli ultimi anni siamo passati dalla società del “padre-padrone”, che giustamente doveva tramontare, alla società senza padri: il padrone è stato ucciso, e con lui anche il padre. Per lunghi anni, cioè, anche se volevate essere presenti nella vita dei vostri figli più di qualcuno vi ha letteralmente cacciati, estromessi, creando un pregiudizio sfavorevole nei vostri riguardi. E voi stessi ve ne siete convinti, facendovi da parte. Da tanti pulpiti culturali – psicologi, filosofi, anche predicatori – c’è stato una spinta in questa direzione, e stiamo ancora aspettando un’autocritica.

Intendiamoci: sapete bene che anche oggi vostro figlio vi può ‘cacciare’ – soprattutto durante l’adolescenza -, ma questo resta sempre un buon segno: è un altro modo con cui vi dice «sto crescendo, fatti da parte» ma anche «però non te ne andare, prova a starci, e insegnami a lottare». Se insieme a voi papà anche le mamme, anche i padri e le madri spirituali, gli adulti in genere, fossimo tutti attenti a quanto si muove in giro ci accorgeremmo di una cosa interessante, contemporaneamente carica di promessa e di minaccia: da un lato sembra esserci una riscoperta del bisogno di paternità; dall’altro, però, molti padri sono in fuga, come impauriti dinanzi alle responsabilità da assumere. Vedo la tentazione anche in me, sacerdote e padre spirituale: forse anche voi siete talvolta impauriti dall’essere cercati per un corpo a corpo tutt’altro che facile. Perciò vi vorrei suggerire di guardare a san Giuseppe come vostro modello ma anche di sceglierlo come amico. Giuseppe insegna anzitutto a “esserci” per la vita dei vostri figli. Lui c’è stato per Gesù, non è scappato dinanzi al compito difficile e misterioso che lo attendeva, e si è assunto appieno le sue responsabilità. Non ci vuole molto a essere genitori, ma non basta una vita per essere padre. Come dice papa Francesco, per favore, non lasciate i vostri figli orfani di genitori vivi.

 

padre spirituale e psicologo

 

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Giovani, difendiamoli dagli adulti inaciditi AVV 17.3.19

Parolacce e paroline

Giovani, difendiamoli dagli adulti inaciditi

UMBERTO

FOLENA

 

Giovani. Bella parola, parolina, parolissima. Ma anche parolaccia, quando rigurgita acida dalla bocca di certi adulti dallo sguardo torvo. Per costoro, i giovani sono sempre inaffidabili, fannulloni, soprattutto privi dei grandi e nobili valori di una volta. Quale ‘volta’? Ma è ovvio, quando giovani erano loro, gonfi di valori, valori incarnati, tutti d’un pezzo. Un’epoca mitica mai esistita, ma quando la memoria si fa colonizzare e cancellare dal risentimento, il passato diventa terra di latte e miele.

Panzane. Guai all’adulto che si dimentica del giovane che fu. Per loro, i giovani sbagliano sempre. Manifestano per la salvezza della Terra contro un’economia rapace, chiedendo agli adulti di agire, subito, adesso? Sono incoerenti, rivoluzionari in pantofole che tornati a casa inquinano con i motorini, non si staccano dal cellulare e si godono la giornata senza scuola; furbastri manipolati da massoni, comunisti, rettiliani e giù di lì.

Rimangono a casa? Eccoli i giovani che assistono senza reagire al degrado del pianeta, privi di idee e – ancora – valori, affogati nel consumismo, mantenuti, mammoni, incapaci di pensiero critico.

Partono per il Paesi meno sviluppati come volontari? Deficienti con la testa piena di scemenze ficcate loro in capo da missionari comunisti, e massoni naturalmente, manipolati e gettati allo sbaraglio, quando ci sarebbero tanti poveri da aiutare qui in Italia: il prossimo, ragazzi, ricordatevi che il prossimo è chi è più vicino a voi, vicino fisicamente, non vicino all’anima, perché la prossimità è un dato esclusivamente geografico (sigh). Vanno alla Giornata mondiale della gioventù? Ma guardali, tutti lì dal Papa a cantare, pregare, perfino confessarsi, a fare i santarellini; ma poi, quando tornano a casa, chi li vede più?

Tutti in discoteca a intossicarsi, inebetiti da pessime canzonacce.

La mancanza di profondità di certo pensiero, il piattume culturale, la grossolanità del giudizio, l’assenza abissale di passione educativa sono un buco nero che attira gli adulti pigri e rancorosi. Vale purtroppo anche per certi ambienti ecclesiali, quelle comunità grigie chiuse nel proprio tran tran, nelle liturgie ‘lisergiche’, nel ‘si è sempre fatto così’ che strangola in culla ogni idea originale.

Per costoro i giovani non ci sono più perché senza valori, incapaci di generosità, irriconoscenti. E se non ci sono, la colpa è sempre di qualcun altro. Ma perché mai dei giovani veri, pensanti, dovrebbero frequentare comunità del genere?

Chi cova pensieri tristi e bui non tollera che qualcuno possa accarezzare pensieri brillanti, anche imperfetti, anche solo per poco. A costoro è bello ricordare una splendida canzone di Roberto Vecchioni, genitore e professore certo imperfetto, però appassionato, Comici, spaventati guerrieri: «I ragazzi nascondono lacrime sospese / come gatte gelose dei figli / hanno un bagaglio di speranze deluse / come onde che s’infrangono sugli scogli. / Hanno un mondo che avete storpiato ingannato tradito massacrato / hanno un piccolo fiore dentro / che c’è da chiedersi com’è nato. / Non azzardatevi a toccarli mai / non azzardatevi a giudicarli / tirate via le vostre sporche mani / non confondetevi coi loro sogni. / E vorrebbero amare / domani come ieri / questi miei piccoli comici spaventati guerrieri / e vorrebbero amare / come uomini veri / questi miei piccoli comici spaventati guerrieri».

I giovani, tutti i giovani di ogni epoca, si meritano adulti che siano padri, maestri, compagni di viaggio sorridenti e accoglienti, nella luce e nel buio. Adulti intelligenti. Che anche se avessero visto fallire i propri sogni, non godano nel far fallire i sogni altrui.

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LE RASSICURAZIONI DEGLI ORGANIZZATORI IERI A VERONA Oltre ideologie e strumentalizzazioni, la sfida del Congresso delle famiglie  AVV 16.3.19

LE RASSICURAZIONI DEGLI ORGANIZZATORI IERI A VERONA

Oltre ideologie e strumentalizzazioni, la sfida del Congresso delle famiglie 

LUCIANO

MOIA

 

Famiglia oltre le polemiche, oltre le ideologie, oltre le strumentalizzazioni. È la speranza degli organizzatori del Congresso mondiale delle famiglie, che si svolgerà a Verona dal 29 al 31 marzo. Ieri le associazioni promotrici hanno presentato l’iniziativa. Tre giorni di dibattiti, anche se con un programma ancora da definire nel dettaglio, e poi una marcia conclusiva per le vie di Verona, che cercheranno di ribadire l’obiettivo autentico dell’evento. Nessun utilizzo strumentale dei temi da sempre legati all’associazionismo familiare, ma una riflessione serena, aperta, non univoca, sulle tante declinazione legate al far famiglia. «Non sarà un incontro ‘contro’ – ha assicurato Toni Brandi, presidente del Congresso mondiale delle famiglie – ma ‘per’ i diritti, la salute, la dignità delle persone coinvolte nell’impegno familiare, madri, padri, bambini». Insieme, naturalmente, alla volontà di ribadire la centralità della famiglia nel quadro politico e culturale di un Occidente che sembra aver smarrito la bussola dei valori familiari. Che sono poi condensati negli approfondimenti tematici previsti nella tre giorni veronese. Si parlerà di salute e dignità della donna, bellezza del matrimonio, diritti dei bambini, sviluppo umano integrale, difesa della vita, demografia, politiche familiari, donne nella storia e tanto altro ancora.

Il congresso mondiale – siamo alla 13esima edizione – nasce su iniziativa dell’International organization of family, la realtà capofila di questa kermesse, non molto conosciuta in Italia, presieduta da Brian Brown, che opera dagli Stati Uniti. Ma le organizzazioni più attive sembrano radicate soprattutto nell’Est europeo. Le ultime tre edizioni si sono tenute in Georgia (2016) Ungheria (2017) e Moldavia (2018). A Verona saranno presenti, tra gli altri, il presidente della Moldavia, Igor Dodon, l’ambasciatore dell’Ungheria presso la Santa Sede, Eduard Hasdsburg-Lothringen, il ministro della Famiglia dell’Ungheria, Katalin Novak, l’ambasciatore polacco in Italia, Konrad Glebocki. Una presenza sovranista che spiega, almeno in parte, l’adesione compatta della Lega all’iniziativa di Verona. Ci saranno Matteo Salvini, il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, quello dell’Istruzione Marco Bussetti e naturalmente il governatore del Veneto Luca Zaia. Uno schieramento impegnativo che potrebbe rischiare di trasformare il Congresso veronese in una passerella del Carroccio. Ma Massimo Gandolfini, neurochirurgo, leader del Family Day, assicura che gli orizzonti di riferimento del Congresso mondiale sono da una parte la dottrina sociale della Chiesa – ieri ha fatto una lunga citazione di un intervento sulla famiglia di papa Francesco – dall’altra la Carta costituzionale. La presenza massiccia di leader sovranisti dell’Est europeo? Nessun problema. Come non si vorrebbe dare troppo rilievo alle polemiche scatenate i questi giorni dal M5s con dichiarazioni, battute e tentativi di ridimensionare il profilo culturale dell’evento. Che, invece, assicurano gli organizzatori, è di primo piano e tutt’altro che unilaterale dal punto di vista dell’orientamento. È davvero così? Vedremo quando sarà completato il quadro dei relatori, anche se i tanti esperti che hanno già assicurato la loro presenza lasciano ben sperare.

 

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Clima, la piazza globale dei ragazzi  Messaggio unanime ai Grandi del Pianeta AVV 16.3.19

FRIDAYSFORFUTURE Dalle manifestazioni la richiesta agli adulti e la consapevolezza che non c’è un’alternativa L’onda verde fa nascere un nuovo impegno. I giovani di tutto il mondo hanno invaso oltre 1.700 piazze per chiedere un cambio di marcia sulle politiche ambientali. Una protesta che ha coinvolto 100 nazioni, dall’Australia al Sud America, dal Giappone al Canada. Un milione di giovanissimi anche in Italia.

Global Strike Com’è nato, cosa chiede 

È lo sciopero globale per il futuro, la protesta partita da Greta Thunberg, la 16enne svedese diventata icona del movimento dei giovani per il clima da quando ha lanciato il suo sciopero settimanale dalla scuola:, i ‘Fridays for future’ (i venerdì per il futuro, ndr). Per mesi, tutti i venerdì ha portato davanti al Parlamento di Stoccolma un cartello con la scritta ‘Sciopero della scuola per il clima’; a poco a poco la protesta si è estesa.

Slogan e cartelloni, la fantasia in corteo 

Da «Siamo tutti Greta» a «Ci siamo rotti i polmoni»; le piazze di tutto il mondo si sono riempite di fantasia e di colori. Impossibile fare una classifica dei cartelloni più originali, ma tra gli slogan che hanno colpito di più c’è anche un «Non vogliamo il mare a Milano», presagio di una apocalisse climatica nella pianura padana.

Qualche esortazione («Ricordati che devi morire, ma il pianeta no»), diverse frasi poetiche («Our planet needs love!!»; «Voglio respirare il mio futuro»; «Lotto per l’ambiente, lotto per la vita»; «Respect your mother») e qualche rampogna, diretta presumibilmente agli adulti: «Il mondo non è un cestino»; «Nessuna specie intelligente distrugge il proprio ambiente».

A Berlino andava per la maggiore «Ci stanno rubando il futuro», mentre a Varsavia si è letto: «Prima la natura, poi la maturità». A.Ma.

 

Emergenza ambiente

LA PROTESTA Surriscaldamento del pianeta, eventi estremi come alluvioni e uragani, qualità dell’aria e dell’acqua: ecco le principali battaglie che hanno mobilitato le nuove generazioni

Clima, la piazza globale dei ragazzi 

Messaggio unanime ai Grandi del Pianeta: non c’è più tempo da perdere, bisogna agire immediatamente Un milione di giovanissimi solo in Italia. Anche il governo batte un colpo: pronti a raccogliere la sfida

DANIELA FASSINI

C’è un’immensa prateria che vive e respira col pianeta. Una prateria che ieri ha attraversato il mondo, che ha toccato tutti i continenti, coinvolto 100 nazioni e animato milioni di persone, colori e slogan: 1.700 città con cortei, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina.

Senza simboli politici. Che chiede ai Grandi del pianeta di ascoltare gli scienziati, di rispettare gli accordi, di cambiare. Perché non c’è più tempo da perdere. Abbiamo solo 11 anni per invertire il surriscaldamento del pianeta. Solo undici anni per mettere in salvo il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Di quelle intere generazioni che ieri hanno urlato a gran voce che non ‘esiste un pianeta B’. I giovani del ‘Global strike for future’ protestano contro gli aerei presi come taxi, contro la plastica ‘usa e getta’ che forma mostruose isole galleggianti negli oceani. Contro lo smog e tutto ciò che rovina l’ambiente e quindi la vita umana. Contro le estrazioni. Chiedono energie rinnovabili. Non è una protesta ideologica ma una protesta per la sopravvivenza. «Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa e invece gli state rubando il futuro» ha detto Greta Thunberg alla Cop 24 di Katowice, in Polonia. La sedicenne svedese diventata icona mondiale. Tutto è partito da qui. Da Stoccolma, dai ‘ Fridaysforfuture’di Greta che venerdì dopo venerdì hanno contagiato i giovani di tutto il mondo. Un milione quelli solo in Italia. Tanti sono infatti scesi in piazza, ieri, in 182 città, da Milano a Palermo.

Chiedono ai governi di ascoltare gli scienziati, di leggere l’allarme del rapporto Ipcc (Intergovernmental panel on Climate Change) secondo cui è urgente limitare entro 1,5°C il surriscaldamento del pianeta rispetto alla temperatura media globale dell’era preindustriale. Chiedono di rispettare l’Accordo di Parigi 2015 che prevede un piano di azione per limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 3°C che sarà raggiunto, se nulla viene fatto, nel 2050. Anno in cui tutti i giovani che hanno sfilato ieri in corteo avranno poco più di 40 anni. Avranno dei figli e vivranno sulla loro pelle gli effetti devastanti del surriscaldamento globale: eventi meteo estremi, come uragani, inondazioni, frane e tempeste. «Tanti giovani ricordano a tutti e chiedono a tutti e soprattutto alle istituzioni, di agire per difendere il clima» ha ricordato il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. La questione ambientale, ricorda il premier Giuseppe Conte, è «una sfida cruciale, non ci sottrarremo». Mentre mercoledì 20 marzo, hanno confermato ieri i ministri dello sviluppo e del lavoro Luigi Di Maio e dell’ambiente Sergio Costa, il Piano nazionale Integrato per l’Energiae il Clima 2030.

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LA STORIA Capelli rossi e grinta da vendere. La testimonial altoatesina dell’onda verde dei giovani, che ha già all’attivo oltre 150 piantumazioni in città, racconta i suoi progetti per il futuro La ragazza è diventata rappresentante del movimento internazionale ‘Plant for the Planet’ ed è stata premiata appena qualche giorno fa da Mattarella

«La prima sfida? Piantare alberi» 

Ariane, 18 anni, ha sfilato a Bolzano con migliaia di studenti: non basta più parlare, adesso servono fatti I messaggi hanno più forza quando passano da giovane a giovane, perché ci si identifica nei coetanei

DIEGO ANDREATTA Bolzano

Per lei non è stato certo il primo “venerdì per il futuro”. Ieri mattina era in piazza con altri 2mila studenti altoatesini, ma Ariane Benedikter, maturanda del Liceo linguistico Von der Vogelweide di Bolzano, da cinque anni almeno dedica ogni giornata a sensibilizzare chi le sta attorno sul cambiamento climatico: ha incontrato già decine di classi medie ed elementari in Alto Adige ma anche fuori regione, è diventata rappresentante italiana e vicepresidente dell’organizzazioneinternazionale

‘Plant for the Planet’, collocando personalmente a dimora oltre 150 alberi nei dintorni di Bolzano, dove studia e a San Lorenzo di Sebato, in val Pusteria, dove abita. Un gesto simbolico, come lo sciopero di ieri. «Certo, il valore di queste iniziative è simbolico – risponde Ariane, ancora elettrizzata dalla folta partecipazione al corteo partito dalla storica piazza Vittoria – ma qui in Alto Adige, come in tante altre città italiane, i giovani così hanno dimostrato che non è vero che sono interessati solo al cellulare e ai social media.

Sanno impegnarsi e sono pronti ad agire perché non ci venga rubato il futuro, come abbiamo urlato». Ricorda un altro slogan fra i molti risuonati nelle vie di Bolzano, che per lei è particolarmente significativo? «Quello della nostra organizzazione che si è diffusa in tutto il mondo attorno a quest’azione diretta per combattere la deforestazione e per combattere l’inquinamento: lo slogan dice più o meno: ‘Non basta parlare, dobbiamo cominciare a piantare alberi’. Per dire che è sempre importante l’impegno personale e concreto, tanto che le persone più disponibili vengono nominate ambasciatori della giustizia climatica ».

Ieri mattina tra gli studenti manifestanti a Bolzano (significativa anchela presenza degli scout altoatesini) c’erano alcuni studenti più giovani che hanno riconosciuto la diciottenne Benedikter per le lezioni sui rischi dell’effetto serra che lei ha tenuto nelle loro classi: «Noto che i messaggi hanno più forza quando passano da giovane a giovane, perché ci si identifica nei propri coetanei – conferma nel suo spedito italiano – e questo è il segreto della manifestazione di oggi: sono gli studenti a parlare agli studenti. Anch’io sento questo compito».

Una responsabilità in più per Ariane, da quando pochi giorni fa il presidente Mattarella l’ha premiata per il suo impegno nella tutela ambientale consegnandole il diploma di alfiere della Repubblica mercoledì 13 marzo nella solenne cerimonia al Quirinale. «Mi ha concesso unselfie insieme ed ero molto emozionata – commenta qualche giorno dopo il ritorno in treno («è il mezzo meno inquinante ed anche in queste scelte dobbiamo essere il più coerenti possibile») – ma so bene che quel riconoscimento conferitomi dal presidente Mattarella non è certo solo per me. Vale per tutti i giovani, e sono più di quel che si pensi, che fin da ragazzi sentono di dover fare ogni giorno qualcosa per il pianeta che è di tutti e sarà dei nostri figli».

Ariane dai capelli rossi l’ha compreso già a 9 anni, dopo aver sentito proprio a scuola una stimolante lezione di edu- cazione ambientale nel suo splendido Alto Adige, una terra dove la salvaguardia del Creato può contare su un’alleanza trasversale. La ragazza nell’adolescenza ha voluto ritrasmetterla ad altri, rappresentando l’Italia nel progetto italiano ‘Plant for the Planet’ (anche per questo è stata definita la “Greta italiana”) e ottenendo due premi europei a Francoforte per le sue poesie di respiro ecologico. Progetti per il futuro? «Intanto c’è l’esame di maturità e poi la scelta tra Scienze politiche e Filosofia. Ma in ogni caso continuerò a piantare alberi, perché è importante l’azione concreta contro i cambiamenti climatici».

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IL MOVIMENTO Sulle 2.212 manifestazioni censite in 128 Paesi, la grande maggioranza si è svolta nel Vecchio continente: Italia in testa con ben 252 eventi E oggi a Parigi i cattolici replicano con una «marcia del secolo»

L’Europa guida la marea verde Da Londra a Malta tutti “eco” 

DANIELE ZAPPALÀ Parigi

E’ stata per secoli il cuore degli ideali umanistici. Adesso, all’inizio di un millennio saturo d’incertezze, diventa la locomotiva mondiale della speranza in un domani senza catastrofi climatiche. Con milioni di ragazzi scesi in piazza marinando la scuola, da Stoccolma fino a Nicosia, l’Europa si è dimostrata ieri la prua della mobilitazione intercontinentale contro il surriscaldamento planetario.

Ad evidenziarlo sono già le cifre del movimento ‘Fridays for future’, nato nella Svezia colpita l’estate scorsa da temperature record e incendi che non hanno lasciato indifferente Greta Thunberg, l’ispiratrice sedicenne di una battaglia generazionale. Sulle 2212 manifestazioni recensite in 128 Paesi, ben 1109 eventi, ovvero più della metà, riguardavano i 6 Paesi europei maggiormente investiti dall’ondata d’impegno: Italia (252), Francia (216), Germania (205), Svezia (181), Regno Unito (164), Spagna (91).

Ma fra i Paesi Ue hanno superato la soglia delle 30 manifestazioni pure Portogallo, Belgio, Irlanda, Finlandia e Polonia, nel quadro di uno ‘tsunami’ per una volta ammirevole che ha investito in pieno persino la piccola Malta, teatro di 11 eventi. Allargando il perimetro ai Paesi membri del Consiglio d’Europa, si sono distinte anche la Norvegia (52) e la Svizzera (26). In confronto, la gioventù nipponica ha organizzato solo 3 eventi e nell’insieme degli Stati Uniti ne sono stati contati 213. Nel raffronto fra i giganti continentali asiatici, invece, l’India (42) ha ampiamente distanziato la Cina (6). All’ascolto degli slogan scanditi, cantati e gridati nei cortei studenteschi, il Vecchio Continente dell’inverno demografico si è sentito per una volta più giovane e dinamico di quanto si credesse finora. A Parigi, città simbolo dell’Accordo sul clima raggiunto nel 2015, l’impressionante corteo partito dal cuore del Quartiere latino era lungo circa un chilometro e mezzo, con stime comprese fra i 29mila manifestanti contati dalla polizia e i 40mila rivendicati dagli organizzatori.

In mezzo allo sfavillio di cartelli, alcuni erano imbevuti da una dose di humour, come ‘Salvate un albero, mangiate un lobbista’. Particolarmente severo verso la politica, invece, il tono di certi altri: ‘Se il clima fosse una banca, l’avremmo già salvato’. A proposito di banche, più di un centinaio di liceali e studenti universitari hanno protestato pure presso la sede della Société Générale, gruppo da anni nell’occhio del ciclone per le voragini finanziarie legate ai giochi spericolati dei trader sui mercati speculativi.

Accanto alla costellazione di cortei che ha coperto tutto il territorio esagonale, l’altro exploit dei giovani manifestanti transalpini riguarda il potente effetto di traino esercitato sulle ong di varia sensibilità. Oggi, prendendo la scia proprio dei cortei visti ieri, una ‘Marcia del secolo’ per il clima sarà organizzata a Parigi da 140 organizzazioni, fra cui non pochi movimenti d’ispirazione cristiana come Caritas, Pax Christi, Ccfd. In prima linea pure Nicolas Hulot, l’ex superministro dell’Ambiente che si è dimesso la scorsa d’estate in aperta polemica con l’orientamento ambientale troppo timido del presidente Macron. In proposito, l’esecutivo francese è appena finito nel mirino della ‘Questione del secolo’, una petizione sottoscritta da circa 2 milioni di cittadini per far ‘condannare’ in tribunale il governo a rispettare gli impegni presi. A Londra circa 10 mila giovani si sono riuniti sotto il Big Ben per ricordare che ‘non abbiamo un pianeta B’. Non pochi hanno protestato pure di fronte a Buckingham Palace, spiazzando la polizia. Slancio analogo pure in Germania, dove gli organizzatori hanno avanzato una stima complessiva di 300mila studenti in piazza, nonostante la pioggia in molte città. A Dusseldorf ha sfilato pure un carro allegorico con una Greta Thunberg di cartapesta che tira le orecchie a un paio di adulti, redarguendoli: ‘Fate finalmente qualcosa contro la catastrofe climatica’.

La vera Greta, invece, ha protestato a Stoccolma, indossando un impermeabile giallo e pantaloni fucsia ben visibili in testa a un lungo corteo di studenti.

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IL DOCUMENTO

Laudato si’, seme del cambiamento 

Nell’enciclica di Francesco tanti spunti per nuovi stili di vita rispettosi dell’ambiente

PAOLO FERRARIO

Il cambiamento che può salvare la Terra passa anche dai tanti piccoli gesti quotidiani, che ormai compiamo senza nemmeno pensarci e che, invece, se ci pensassimo, farebbero la differenza. Lo ricorda anche papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ del 2015, in cui il Pontefice indica anche dei comportamenti virtuosi, «piccoli gesti ordinari», per nuovi stili di vita ecosostenibili. «L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente », scrive il Papa, che proprio all’inizio dell’enciclica ricorda l’insegnamento di San Francesco d’Assisi e il suo Cantico delle creature. «San Francesco sarebbe in piazza con i giovani che chiedono agli adulti e ai governanti di agire», ha sottolineato ieri padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro convento di Assisi. E che «molte cose devono riorientare la propria rotta», lo ricordava, appunto quattro anni fa, papa Francesco, sollecitando tutti a «evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili e così via».

Utilizzare meno plastica, limitando per esempio gli imballaggi, consentirebbe di risparmiare il petrolio utilizzato per produrla. È stato calcolato che dal 1950 ad oggi, la produzione mondiale di questo materiale è passata da un milione e mezzo a 245 milioni di tonnellate annue. Il problema è che, mentre la vita “attiva” di tanti imballaggi di plastica (si pensi, per esempio, alla busta dell’insalata già lavata che si trova nei supermercati), dura pochi giorni, se non addirittura poche ore, la vita “passiva” è lunghissima. Da qui il problema del corretto smaltimento di questo materiale che, negli oceani, arriva a formare vere e proprie isole galleggianti, coprendo un’area più estesa della superficie degli Stati Uniti.

Anche l’impiego eccessivo di carta comporta problemi sia di utilizzo intensivo di risorse naturali che di inquinamento ambientale. Ricordiamo, infatti, che per ottenere una tonnellata di carta nuova serve il legno di quindici alberi, 440mila litri di acqua e 7.600 chilovattora di energia elettrica. Privilegiare l’utilizzo di carta riciclata significa, allora, non soltanto risparmiare il taglio di migliaia di alberi, ma anche il 60% di energia e l’80% di acqua, generando il 95% in meno di inquinamento. Inoltre, si può decidere, come da anni faAvvenire, di utilizzare carta certificata che viene prodotta garantendo la gestione responsabile delle foreste, secondo standard ambienta-li,sociali ed economici. Soprattutto al termine di inverni siccitosi come questo, abbiamo la consapevolezza di quanto l’acqua sia un bene prezioso e non infinito. Un utilizzo più responsabile, soprattutto neiPaesi occidentali, permetterebbe a più persone di avere acqua potabile, che solo per il 10% viene impiegata per uso domestico. Il 70% se ne va per soddisfare le esigenze della produzione agricola e il 20% per l’industria. Nei Paesi industrializzati, ogni cittadino ne utilizza 162 litri al giorno, quando diversi studi concordano sul fatto che, per soddisfare tutti i bisogni alimentari e di igiene personale, ne basterebbero cinquanta a testa.

Infine, il Papa invita tutti a non sprecare cibo, cucinando soltanto ciò che si pensa di poter consumare. Invece, secondo stime della Fao, ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti, un terzo di tutto il cibo prodotto, va perduto o sprecato. Mentre ogni minuto, nel mondo, cinque bambini muoiono di fame.

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Dalla plastica alla carta, dall’acqua al cibo: sono tanti i beni che, se utilizzati meglio, potrebbero avere un impatto meno devastante sul delicato equilibro che regge il nostro pianeta

Scelte da fare 

1 La differenziata, un nuovo valore

Separare accuratamente le tipologie di rifiuto è il primo passo per non inquinare. Secondo l’Istat, nel 2017 si stima che l’85% delle famiglie abbia effettuato con regolarità la raccolta differenziata della plastica (39,7% nel 1998), il 74,6% dell’alluminio (27,8%), l’84,8% della carta (46,9%) e l’84,1% del vetro (52,6%).

2 Mezzi pubblici meglio dellʼauto

Utilizzare i mezzi pubblici e senz’altro meglio che spostarsi con l’auto privata, soprattutto in città. E se proprio non si può farne a meno, almeno lo si faccia in maniera più ecosostenibile, privilegiando, per esempio, il car pooling, condividendo il viaggio con altre persone.

3 Piantare alberi costruisce futuro

L’anidride carbonica è tra i principali fattori che provocano l’effetto serra e si combatte piantando alberi, che “mangiano” la Co2 presente in atmosfera.

Si stima che un albero possa assorbire tra i10 e i 50 chili di anidride carbonica all’anno.

4 Luci più basse per risparmiare

La Laudato sì parla diffusamente anche di risparmio energetico.

Non si tratta solo di spegnere le luci quando si esce da una stanza, ma anche di utilizzare lampadine a basso consumo. Per esempio, le lampadine a Led abbattono di circa il 90% il consumo di energia.

 

Cambiamo clima  Giovani in piazza in 1.693 città nel mondo AVV 15.3.19

IL FATTO

Greta Thunberg, che ha promosso le marce, è stata proposta per il premio Nobel per la Pace

Cambiamo clima 

Giovani in piazza in 1.693 città nel mondo per chiedere la svolta ambientale Gruppi e scuole: cattolici in cammino sulla via tracciata dalla «Laudato si’»

 

Tra i ragazzi che oggi saranno nelle 182 piazze d’Italia (1.693 nel mondo) per le manifestazioni « Fridays for Future », a chiedere impegni concreti contro i cambiamenti climatici molti fanno riferimento alle più diverse realtà ecclesiali, frequentano parrocchie o scuole cattoliche. Il frutto di un lungo lavoro educativo che ha trovato un perno nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. «L’amore per la natura è nel nostro Dna» dice un capo scout. Monsignor Paolo Giulietti, nominato arcivescovo di Lucca, già responsabile nazionale della Pastorale giovanile, chiede che «questa sensibilità ecologica ora diventi anche azione» con gesti quotidiani.

 

Emergenza Terra

LA BATTAGLIA Anche i giovani d’America scendono in piazza con ‘Youth climate strike’, il movimento fondato da Haven, Alexandria e Isra, tre ragazze di 12, 13 e 16 anni

Il debutto della «Generazione Z» 

I giovani condividono il valore della difesa dell’ambiente a prescindere dal loro orientamento politico Negli Usa cause legali per convincere il Congresso. «Un New Deal verde per un’economia rinnovabile»

ELENA MOLINARI New York

Si firmano, senza timore, ‘i giovani d’America’. Nel loro manifesto, pubblicato online, spiegano perché oggi sciopereranno e perché hanno invitato migliaia di loro coetanei a saltare la scuola e a scendere in piazza con loro. Sono l’equivalente americano di Greta Thunberg, e il loro movimento ha radici profonde.

Mentre gli adolescenti di oltre 90 Paesi al mondo si mobilitavano per creare gruppi e comitati che potessero esigere dai loro governi azioni radicali e urgenti in difesa dell’ambiente, infatti, negli Stati Uniti gli organizzatori della giornata di sciopero studentesco di oggi si innestavano su azioni e idee lanciate già da anni da parte di diversi gruppi giovanili nati per la difesa del clima. In comune con i loro colleghi d’Oltreoceano, oltre alla passione di salvare il mondo non per ideologia ma per la loro stessa sopravvivenza, hanno l’età. La loro adolescenza li piazza nel bel mezzo della Generazione Z, un gruppo demografico che negli Stati Uniti ha già dato prova di unostraordinario attivismo sociale e della capacità di unire associazioni con diverse identità politiche ed etniche per raggiungere obiettivi comuni. I fondatori del ‘ Youth climate strike’, il movimento che ha organizzato lo sciopero di oggi, il cui fulcro sarà nella capitale Washington, sono infatti tre ragazze di 12, 13 e 16 anni, Haven Coleman, Alexandria Villaseñor e Isra Hirsi. Una è bianca, una di origine latino- americana e la terza è afroamericana e musulmana.

Il direttore creativo dell’associazione, il 17enne Feliquan Charlemagne, è di origine caraibica. I ragazzi non parlano mai delle loro opinioni politiche, anche se la madre di Isra è Ilhan Omar, una deputata democratica. Ma i sondaggi mostrano che i loro principi accomunano destra e sinistra. Stando a una ricerca del Pew Center, infatti, il 54% dei ragazzi della Generazione Z, che siano democratici o repubblicani, sostiene che i cambiamenti climatici sono dovuti all’attività umana, e che (e questa è la differenza principale rispetto alle generazioni precedenti, come i Millennials) che i governi dovrebbero fare di più per risolvere i problemi legali al clima. È in questa intersezione di idealismo, pragmatismo, rifiuto di categorie politiche prestabilite e abilità tecnologica che si colloca negli Usa lo sciopero per il clima che animerà oggi almeno un centinaio di città americane. Al suo interno sono infatti già confluiti altri gruppi, come i giovanissimi che hanno fatto causa al governo americano perché sta mettendo a rischio le loro probabilità di godere di un pianeta vivibile – un’opportunità che, sostengono in una causa che ha già superato enormi ostacoli, è un loro diritto umano, sancito dalla costituzione americana.

«Il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, che la costituzione garantisce, non ha senso su una Terra che non può sostenere la vita. Ne consegue che proteggere l’ambiente per il popolo americano è un diritto essenziale », ha spiegato infatti Kelsey Juliana, la ragazza che ha dato il nome al caso: ‘Juliana vs Usa’. Nella causa, i 21 querelanti sostengono anche di essere vittime di discriminazione perché decisioni politiche passate e attuali incidono in modo sproporzionato sui giovani, che nei prossimi 60 o 70 anni subiranno le conseguenze concrete dei cambiamenti climatici. In attesa di trascinare in tribunale l’Amministrazione Trump, che è finora riuscita a far rimandare più volte la data di un processo, e dopo aver marciato più volte davanti alla Casa Bianca, i querelanti hanno unito i loro sforzi a quelli dei colleghi del ‘Youth Climate Strike’, sottoscrivendo il loro manifesto. La speranza comune è di spingere il Congresso Usa a intraprendere «un’azione legislativa radicale per combattere il cambiamento climatico e i suoi innumerevoli effetti dannosi sul popolo americano ».

Insieme, chiedono un New Deal verde, vale a dire un massiccio intervento pubblico che «porti a una transizione equa e giusta verso un’economia rinnovabile al 100% e che metta fine alla creazione di ulteriori infrastrutture per i combustibili fossili». Il primo passo, precisano, dovrà essere quello di dichiarare la crisi climatica un’emergenza nazionale, in modo da liberare fonti e risorse per la sua soluzione perché, fanno notare, «siamo a corto di tempo». «Decenni di inattività ci hanno lasciato solo 11 anni per cambiare la traiettoria ed evitare i peggiori effetti dei cambiamenti climatici, secondo il rapporto Onu dell’ottobre 2018», continuano le tre ragazze nella loro dichiarazione d’intenti, esigendo che gli Stati Uniti abbraccino l’obiettivo di produrre energia solo da fonti rinnovabili entro il 2030. Può sembrare utopistico, ma molti adulti hanno già dato loro ragione. Oltre 100 climatologi statunitensi hanno sottoscritto una lettera aperta a sostegno dello sciopero, affermando che le richieste degli studenti sono coerenti con le ultime scoperte scientifiche. «Questi giovani hanno bisogno del nostro sostegno, ma più ancora, hanno bisogno di tutti noi per agire – si legge nella lettera –. Il loro futuro dipende da esso, e anche il nostro».

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LA FILOSOFA DELLA SORBONA

«Si diffonde un’etica ambientale L’impegno è per un interesse che è di tutti e a lungo termine» 

DANIELE ZAPPALÀ Parigi

«Occorre rallegrarsi per queste marce studentesche per il clima. Questi giovani s’impegnano per problemi d’interesse comune e a lungo termine». A dirlo è Catherine Larrère, fra le rare pensatrici europee ad aver coniugato un’importante riflessione filosofica sulla sfida del cambiamento climatico, come docente alla Sorbona, e l’impegno ecologista, nelle vesti di ex presidente della Fondazionedell’ecologia politica.

A differenza di altri, questo movimento sembra molto al femminile. È sorpresa?

No, perché ciò conferma una tendenza storica di lunga data sulla forte presenza delle donne nelle lotte ecologiche. In proposito, c’è chi ha parlato a ragione di ‘ecofemminismo’. Ciò riguarda uno sguardo alternativo portato sulla società, così come sulle relazione fra l’ambiente e la società. A partire dagli anni Ottanta, in tutti i grandi movimenti ecologisti, la presenza delle donne è massiccia. Tanto l’Ottocento si era focalizzato sul lavoro, sulla fabbrica, sugli operai, tanto il secolo in cui viviamo si concentra sul contesto di vita. Diventa centrale il legame fra natura e società. Non ci si batte più per la natura, ma c’è il riconoscimento che facciamo parte della natura. Su questo fronte, le donne hanno un’estrema importanza.

Gli studenti si definiscono proprio come ‘la natura che si difende’

Non c’è da sorprendersi. Anche in certe battaglie civili contro dei progetti di grandi infrastrutture, ad esempio in Francia contro il nuovo aeroporto di Nantes, si erano già visti slogan simili. Si tratta inoltre di un approccio caro proprio ai movimenti d’ispirazione ecofemminista.

Ma difendersi rispetto a chi, o a cosa?

Dopo l’arrivo al potere di Donald Trump negli Stati Uniti e di Jair Bolsonaro in Brasile, i termini del confronto sono diventati più chiari. C’è una violenza capitalistica reazionaria in marcia contro l’impegno per il clima. Non a caso, Bolsonaro è pure contro gli indios e non esita a far distruggere la foresta.

Stanno pure riaffiorando preoccupazioni

d’ordine morale?

Si diffonde un’etica ambientale, molto presente nella filosofia anglosassone, che non limita la morale alle relazioni umane. Si può agir bene e agir male anche nei nostri rapporti con la natura e gli animali. Per le nuove generazioni, il perimetro della morale si è notevolmente allargato.

Questi studenti potrebbero avere una marcia in più per cambiare le cose?

Sono felice nel constatare la loro generosità. Ma occorre pure riconoscere che questi ragazzi hanno scelto una forma abbastanza tradizionale di lotta. Cercano, come altri, di far pressione sui governi, invitandoli a rispettare i loro impegni. Il problema è che non basterà per provocare un cambiamento profondo negli stili di vita. La crisi ecologica non potrà essere risolta solo con misure economiche e tecniche. Occorrerebbe imparare in fretta a produrre e consumare diversamente.

Questa mobilitazione studentesca può divenire comunque un modo nuovo per divulgare le questioni ecologiche, forse meglio che in passato?

Sì, questi ragazzi possono superare certi vecchi steccati culturali che finora hanno impedito di raggiungere il grande pubblico. In proposito, osserviamo già l’inizio di una certa ‘svolta popolare’ nella coscienza ecologica, come si vede a proposito del calo del consumo di carne e della crescente repulsione verso il cibo spazzatura.

Persino migliaia di scienziati firmano petizioni per sostenere gli studenti

Fin dall’appello di Milano del 1971, gli scienziati sono stati dei precursori nel lanciare l’allarme. Ma il problema è che gli scienziati si sono mostrati spesso ingenui rispetto al funzionamento della politica. Quest’appoggio dato oggi agli studenti traduce probabilmente pure una presa di coscienza sulla necessità di superare un certo allarmismo catastrofistico tipico della mobilitazione scientifica, finora incapace di toccare il cuore della gente. A differenza di molti scienziati, questi ragazzi non si presentano come dei detentori della verità. Sono dei semplici cittadini come gli altri.

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Catherine Larrère: questi ragazzi possono, a differenza degli scienziati e con la loro “svolta popolare” raggiungere il grande pubblico

 

 

Emergenza Terra

IN CAMPO  Il capo scout: «L’amore per la natura è nel nostro Dna». L’assistente di Azione cattolica: «Qui si prova la nostra capacità di essere lievito pure in iniziative organizzate da altri». Attività anche per chi resta a scuola Nelle classi il rapporto con il Creato approfondito dagli insegnanti di religione E nelle piazze la voglia di «non farsi rubare il futuro». La riflessione sulla «casa comune» diffusa ovunque

Clima, tanti cattolici in marcia 

Ragazzi cresciuti in associazioni ecclesiali, oratori e scuole paritarie tra i protagonisti annunciati di oggi Il messaggio della «Laudato si’» sta lasciando il segno: «Mai contro qualcuno, ma per la terra di tutti»

STEFANIA CAREDDU

Poco importa se in modo organizzato oppure con il proprio gruppo di amici o compagni di classe, senza etichette né divise. Quel che è certo è che tra i ragazzi che oggi saranno nelle piazze per le manifestazioni « Fridays for Future », a chiedere impegni concreti contro i cambiamenti climatici, molti fanno riferimento alle più diverse realtà ecclesiali, frequentano parrocchie o scuole cattoliche. Il frutto di un lungo lavoro educativo che ha trovato un perno nell’enciclicaLaudato si’ di papa Francesco. «Ci credono e hanno voglia di farsi sentire: nei loro occhi c’è il desiderio di custodire il creato, di prendere in mano la situazione e garantire il futuro» sottolinea Alessandro Giardina, responsabile dell’Agesci del Friuli-Venezia Giulia che con il Comitato regionale ha scritto una lettera aperta a coccinelle, lupetti, guide, esploratori, scolte e rover sostenendo la loro partecipazione all’evento mondiale. «Questo non è uno sciopero ‘contro la scuola’ ma un’iniziativa per l’ambiente », aggiunge Alessandro, che ricorda come questa giusta causa sia nel Dna degli scout. «L’articolo 6 della nostra Legge recita che la guida e lo scout amano la natura. E amare vuol dire prendersi cura, lavorare per qualcosa, migliorare. Gli occhi e i cuori di questi giovani dicono chi siamo stati, chi siamo e cosa abbiamo sognato».

«C’è un senso di rabbia, di frustrazione e il desiderio di cambiare nei confronti del mondo degli adulti che gli sta rubando il futuro, come dice papa Francesco », gli fa eco Luca Paolini, insegnante di religione alla scuola media Giosuè Borsi di Livorno, che testimonia un’attenzione anche da parte di ragazzi di una fascia di età che non è mai coinvolta in manifestazioni di piazza. «È la prima volta che sento dire ad alunni delle medie che vogliono esserci, che hanno chiesto ai genitori il permesso per partecipare. Questo significa che è qualcosa che loro sentono», osserva Paolini, animatore di Religione 2.0, frequentatissimo blog per insegnanti di religione. «La questione ecologica – rileva – oggi fa breccia, e quando si parla di ambiente, argomento trasversale alle diverse discipline, si ha la sensazione di sfondare una porta aperta ». «Crediamo che le nuove generazioni possano dare un contributo reale al cambiamento: sta agli adulti e agli educatori accompagnarli e aiutarli dire la loro, a trovare soluzioni, ad attivare percorsi, a diffondere le buone pratiche » afferma Virginia Kaladich, presidente della Fidae, la federazione degli istituti paritari. «Da parte nostra – precisa – non c’è un’adesione come sigla, ma la cura della casa comune è una tematica che i nostri giovani e i nostri educatori hanno a cuore, come conferma l’impegno messo in atto con il progetto ‘Io posso’ che raccoglie la sfida degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030». Secondo Kaladich, infatti, «i ragazzi vanno aiutati a leggere la realtà e a prendere consapevolezza dell’apporto che possono dare perché, se sono incentivati, hanno grandi possibilità». Fin da piccoli.

«Per la prima volta, in occasione dell’evento di oggi, c’è stata una forte mobilitazione di tutti i plessi che hanno lavorato sul tema, facendo numerosi cartelloni e promuovendo incontri con la stampa», dice Sandra Fornai, dirigente dell’Istituto comprensivo «Iqbal Masih » di Bientina (Pisa). «La Laudato si’ non è passata sotto silenzio: c’è un’attenzione diffusa tra i ragazzi, soprattutto in alcune aree del nostro Paese, per una sfida che ci riguarda tutti da vicino », assicura don Tony Drazza, assistente ecclesiastico dell’Azione Cattolica per il settore giovani, ricordando la «grande capacità dell’Ac di coinvolgersi, anche in attività promosse da altri, e di contagiare». Di essere cioè «lievito». «Già da tempo abbiamo la stessa passione che ha dimostrato Greta, per questo ci siamo ritrovati nel suo appello», confida Adelaide Iacobelli, segretaria nazionale del Msac, il Movimento studenti di Azione cattolica, che ha chiesto però di vivere questa «giornata di sensibilizzazione» tra i banchi di scuola: «Abbiamo inviato ai referenti dei nostri circoli materiali sull’enciclica e reso disponibili sul sito altri contenuti tematici che possono essere utilizzati in classe per approfondire l’argomento», racconta Iacobelli evidenziando tuttavia «che alcuni gruppi locali scenderanno in piazza e che nulla vieta, una volta usciti da scuola, di andare per le strade delle città a continuare la campagna di sensibilizzazione».

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LA GIORNATA

Cortei e sit-in in 182 piazze L’onda verde attraversa l’Italia Solo slogan, senza simboli 

DANIELA FASSINI

Migliaia di studenti, genitori, insegnanti. Associazioni laiche e religiose, ambientalisti. È l’onda verde mondiale che oggi scende in piazza per il Global strike sul clima. In 182 città, da Nord a Sud, in contemporanea con le 1.693 città nel mondo, lo sciopero degli studenti italiani ‘per il futuro’ attraverserà la penisola con iniziative, cortei e marce nelle piazze davanti ai palazzi del ‘potere’ politico. Dai piccoli ai grandi comuni da dove partono le decisioni per il futuro di quei giovani che oggi lo reclamano ‘pulito’ a gran voce. Poco più che adolescenti e studenti universitari, ma anche bambini, chiedono tutti di fermare il riscaldamento del clima, con politiche ‘vere’ da mettere in campo subito, perché non c’è più tempo. Un cambio di marcia per salvare il pianeta dal surriscaldamento globale e dai cambiamenti climatici che ogni anno provocano migliaia di morti e devastazioni in tutto il mondo. Vogliono un mare libero dalla plastica e città senza smog. Lo reclamano perché è il loro futuro. Perché nel 2050, quando secondo gli scienziati, la temperatura media del pianeta sarà drammaticamente e in modo irreversibile aumentata di circa 3°C rispetto all’era preindustriale, tutti questi ragazzi oggi in piazza saranno poco più che cinquantenni e vivranno sulla loro pelle gli effetti devastanti del surriscaldamento.

Roma, Milano, Bologna, Firenze, Napoli, Palermo. Nella Capitale la giornata, organizzata da Fridays For Future- Roma, si aprirà alle 10.30 con il ritrovo davanti alla fermata Colosseo della metro B, da dove partirà una passeggiata fino a piazza Madonna di Loreto. Proprio qui, alle 11 partirà il programma della mattinata con musica dal vivo e gli interventi del geologo Mario Tozzi e di studenti di ogni età, dalle elementari all’università.

A Milano i giovanissimi attivisti attraverseranno la città con una marcia per il clima che partirà alle 9.30 da largo Cairoli e arriverà a piazza della Scala, dove, dalle 11 alle 13, è prevista la manifestazione. A Bologna studenti, professori, famiglie, sono invitati all’incontro di piazza Maggiore dalle 9, mentre a Firenze, alla stessa ora, ci sarà il raduno in piazza Santa Croce, da dove partirà una manifestazione.

Scendendo al Sud, Fridays for future- Napoli chiama a raccolta la Campania in piazza Garibaldi per le 9. No all’esposizione di loghi di partiti politici e organizzazioni, sottolineano, «per evitare strumentalizzazioni», sì a cartelli e striscioni. A Palermo previsto il concentramento per le 9 in piazza Verdi, da dove partirà un corteo che si dirigerà al Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, per «portare il nostro messaggio non solo alla Regione e alle amministrazioni, ma al nostro Governo nazionale».

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A Milano, Roma, Bologna, Firenze e Napoli le maggiori concentrazioni. A Palermo appuntamento davanti a Palazzo dei Normanni per «portare il messaggio alla Regione e al Governo nazionale»

 

INTERVISTA

Giulietti: ma questa sensibilità ecologica ora diventi azione 

GIACOMO GAMBASSI

«Ben vengano manifestazioni come quella di oggi. Ma non possono bastare. Soprattutto per i giovani». Paolo Giulietti è un vescovo dall’alto tasso “ambientale” e con una passione smisurata per i ragazzi. Marciatore, organizzatore di pellegrinaggi a piedi, autore di guide per chi sceglie di mettersi in cammino, è accanto ai giovani fin da prima di essere dal 2001 al 2007 responsabile del Servizio nazionale Cei per la pastorale giovanile e di diventare ausiliare di Perugia-Città della Pieve. Sensibilità che porterà a Lucca, di cui è arcivescovo eletto, dove farà il suo ingresso il 12 maggio. Dal cuore dell’Umbria Giulietti guarda allo sciopero “giovane” per contrastare i cambiamenti climatici. «I ragazzi hanno una particolare sensibilità ecologica – afferma –. Ma, sulla base della mia esperienza, non declinano questo anelito in comportamenti quotidiani coerenti. Ecco perché c’è bisogno di percorsi educativi che consentano di tradurre i sogni in azioni praticabili».

Eccellenza, come valuta l’appuntamento globale di oggi?

È perfettamente in linea con quanto scrive papa Francesco nel primo capitolo dell’enciclica Laudato si’. I mutamenti climatici sono un fenomeno che preoccupa e che va preso in seria considerazione se vogliamo custodire la casa comune.

I giovani sono protagonisti. Scendono in piazza per salvare il pianeta.

Ed è logico. Sono intimoriti da una situazione che mina il futuro, a cominciare dal loro. Perciò si mobilitano e richiamano l’umanità a un maggiore impegno ecologico. Tuttavia non è sufficiente.

Perché?

Papa Francesco, sempre nella Laudato si’, spiega che una rinnovata cultura ambientale passa dai piccoli gesti ordinari. I giovani hanno questa attenzione al particolare? A mio parere, no. La loro voce “verde” non porta nella maggior parte dei casi ad avere comportamenti adeguati o a compiere sacrifici personali che sono indispensabili per preservare la casa comune. L’ho sperimentato anche accompagnando la scorsa estate i ragazzi in pellegrinaggio a Roma con l’iniziativa “Per mille strade” che ha avuto il suo epilogo nell’incontro con il Papa. La cura dell’ambiente implica non solo una radicale revisione delle prassi che dipendono dai grandi poteri o dalle strutture produttive, ma anche da noi stessi, da che cosa facciamo dentro e fuori casa.

Va fatto crescere un approccio nuovo?

Non limitiamoci a gridare verso i potenti dal momento che le decisioni politiche sono collegate spesso a scelte, anche di carattere economico, che ciascuno compie optando, ad esempio, per un oggetto sostenibile oppure no.

Le nuove generazioni hanno perso il contatto con la natura?

Il Papa ricorda che noi cristiani viviamo un rapporto con il creato che è fatto anche di contemplazione e di lode. Perché esso è dono di Dio. E tutto ciò ci fa chiamare la terra “sorella”. Questo deve avere ripercussioni sul nostro agire. Ecco che cos’è la spiritualità ecologica cristiana.

Anche nel messaggio per la Quaresima Bergoglio esorta ad avere a cuore la natura.

E ci dice che la conversione personale contempla anche una conversione ecologica.

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L’ex responsabile nazionale della Pastorale giovanile, nominato dal Papa arcivescovo di Lucca, organizzatore di pellegrinaggi a piedi, insiste su «percorsi educativi» che aiutino a mettere i giovani al centro del cambiamento che invocano

 

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