Categoria: Pastorale familiare

PASTORALE DELLA SALUTE Su fine vita e «morte degna» in arrivo la riflessione della Chiesa italiana AVV 11.4.19

PASTORALE DELLA SALUTE

Su fine vita e «morte degna» in arrivo la riflessione della Chiesa italiana

ENRICO

NEGROTTI

 

Un documento sulla fase terminale della vita terrena e un convegno nazionale che dal 13 al 16 maggio riunirà a Caserta il mondo della sanità cattolica in Italia, ma anche medici e infermieri: quattro giorni fitti di incontri – scientifici e pastorali – intorno al tema «Feriti dal dolore, toccati dalla grazia. La pastorale della salute che genera il bene». Annunciato nel comunicato finale dell’ultimo Consiglio permanente della Cei «il documento – spiega don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute – nasce dalla necessità di mettere ordine sulle questioni del fine vita, con un punto di vista diverso dalla lettura attuale. I vescovi parleranno di fine della vita terrena, per recuperare l’apertura della dimensione escatologica. Si parlerà, in positivo, di difesa della vita, di difesa della libertà e della dignità della persona, di apertura alla vita dopo la vita terrena. E riaffermando le verità della fede: autodeterminazione del paziente, diritto a una morte degna e tutela della libertà di coscienza ». Su questo tema, ricorda don Angelelli, il Papa ha pronunciato parole importanti, di ritorno dal Marocco: «Oggi noi cristiani abbiamo il pericolo che alcuni governi ci tolgano la libertà di coscienza, che è il primo passo per la libertà di culto». E mentre c’è chi sostiene il «diritto a morire», «la nota affermerà che non esiste – sottolinea don Angelelli –. Se si proclama un diritto, devono esserci le condizioni per esercitarlo: e per legge ne scaturisce un dovere. Se c’è il diritto a morire, e non sono in grado di esercitarlo da solo, qualcuno deve aiutarmi: ne deriva il dovere di qualcuno a uccidermi. Si cancella l’idea stessa di società civile».

Nessun equivoco sulla “morte degna”: «Significa accompagnamento, cure palliative, un luogo degno: non significa abbreviare il tempo. Per noi tutte le vite sono degne: per una morte degna occorre favorire le cure palliative (con piena attuazione alla legge 38) e l’apertura di hospice, la risposta scientifica più adeguata». Un ambito ben noto alla sanità cattolica: «Da mesi si riunisce in Cei un tavolo per redigere una “carta identitaria” dei 21 hospice cattolici per garantire una morte degna».

Oltre al rilievo pastorale, il convegno di Caserta (iscrizioni su www.convegnosalute. it) ha un alto profilo scientifico: «Ci sono molte sessioni accreditate Ecm – chiarisce don Angelelli – che si rivolgono a tutto il mondo dei sanitari, medici e infermieri: malattie neurodegenerative, autismo, asma pediatrico. Presenti anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), Filippo Anelli, e la presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), Barbara Mangiacavalli. Proprio la Fnopi presenterà il nuovo Codice deontologico degli infermieri: un bel gesto di collaborazione che dà prestigio al nostro convegno».

Dopo il senso della vista, quest’anno si affronta il tatto: «Parleremo del tocco di Dio, dal punto di vista biblico, poi del tocco che ferisce: violenza di genere, bullismo, errore medico, violenze spirituali. Infine del tocco che guarisce». Conclude don Angelelli: «La pastorale della salute non può viaggiare in parallelo, ma deve collaborare con la sanità. E il mondo medico-scientifico riconosce ormai che la dimensione spirituale appartiene all’identità della persona: non basta la cura della malattia, occorre una presa in carico globale».

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Il manifesto del convegno Cei di Caserta

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Diritto e vita Utero in affitto, l’Europa cede AVV 11.4.19

Diritto e vita

LA SENTENZA

I giudici di Strasburgo raccomandano agli Stati di riconoscere il legame tra i bambini nati all’estero e i genitori committenti anche attraverso l’adozione Parla Jennifer Lahl, promotrice della campagna che chiede lo stop alla Gpa nel mondo. «Ecco come si mistifica la realtà»

 

Utero in affitto, l’Europa cede

La Corte dei diritti umani: nessun obbligo di trascrizione dell’atto di nascita estero, ma il legame di filiazione con i bimbi nati da ‘gravidanza per altri’ va riconosciuto. «Così si relativizza un reato»

DANIELE ZAPPALÀ Parigi

La lotta per arginare in Europa l’utero in affitto dovrà ormai pure tener conto degli effetti di un nuovo parere consultivo emesso ieri dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu). Sollecitati dalla Corte di cassazione francese sul nodo specifico della trascrizione anagrafica della ‘madre intenzionale’ non biologica, i giudici europei hanno sostenuto l’obbligo per gli Stati di un riconoscimento con soluzioni rapide di questo legame filiale, sia pure non necessariamente attraverso trascrizioni pedisseque fra registri di stato civile. Una posizione che rischia ancor più di legittimare nei fatti la surrogata anche laddove è vie- tata, come in Francia. A partire dal caso della famiglia Mennesson, che nel 2000 fece ricorso alla surrogata in California per la nascita di due gemelle, i più alti magistrati francesi hanno interrogato i colleghi della Cedu sui ‘margini’ che lo Stato ha rispetto alla ‘madre intenzionale’.

Per la Cedu, deve valere il «rispetto della vita privata del bambino», ovvero innanzitutto il suo diritto a godere di una famiglia. Tale priorità, argomentano i giudici europei, «richiede che il diritto interno offra in modo celere una possibilità di riconoscimento del legame di filiazione fra il bambino e la madre intenzionale», quando è stata già riconosciuta come ‘madre legale’ all’anagrafe dello Stato estero. Per riconoscere tale legame, secondo il foro europeo, lo Stato di riferimento della coppia non è obbligato a trascrivere interamente l’atto di nascita estero. Sono possibili «altre vie», fra le quali «l’adozione del bambino da parte della madre intenzionale».

Ma l’approccio apparentemente tecnicistico della Cedu corrisponde davvero a una posizione neutra verso la surrogata? Già ieri, in proposito, diversi osservatori evocavano, al contrario, una decisione dal sapore politico. Da parte loro, nello specifico, i Mennesson hanno considerato il pronunciamento come «una grande vittoria».

In Francia, il riconoscimento nei registri di stato civile dei bambini nati da surrogata all’estero e dei relativi legami filiali resta il simbolo della frontiera sfumata fra il divieto formale della pratica e l’accettazione indiretta sempre più estesa della stessa surrogata. La trascrizione dei bambini allo stato civile si è parzialmente diffusa nella scia di una sentenza europea della Cedu, nel 2014, proprio sul caso Mennesson. Ma per quanto riguarda le madri, i fori transalpini hanno difeso il principio della ‘realtà del parto’, ribadito nel 2017 dalla Corte di cassazione, dunque il divieto di trascrivere nei registri la ‘madre intenzionale’, al di là delle diciture negli atti di nascita stranieri.

Formalmente, la decisione di Strasburgo non impone alla Francia di stravolgere quest’ultima prassi. Ma a proposito della pratica illegale all’origine del dilemma, il pronunciamento si limita solo ad evocare vagamente i «rischi di abusi» legati alla surrogata. Una posizione asettica subito deplorata da più parti. L’associazione francese Alliance Vita è stata fra le prime a biasimare il carattere «gravemente ambiguo» della decisione della Cedu. «Se questo parere ha appena dato ragione alla Francia, riguardo al suo rifiuto di trascrivere gli atti di nascita menzogneri prodotti all’estero, esso contribuisce purtroppo a relativizzare questa frode verso la legge», ha commentato Tugdual Derville, delegato generale dell’organizzazione al servizio dei più fragili, aggiungendo: «Infatti, la Cedu intima agli Stati di stabilire un legame di filiazione, con adozione o con qualsiasi altro mezzo, fondandosi unicamente sul fatto compiuto di una surrogata all’estero. Questa posizione ambigua ostacola la realizzazione del divieto di qualsiasi surrogata».

Da parte sua, l’associazione dei Giuristi per l’Infanzia ha additato come capziosa una parte della argomentazione della Cedu, che «persiste a voler considerare che la filiazione materna del bambino non è riconosciuta in Francia per via dell’assenza di trascrizione, il che è falso: la filiazione che discende da atti esteri, anche non trascritti, produce effetti in Francia». Un’analisi, questa, tesa più in generale a relativizzare il cosiddetto argomento dei bambini ‘fantasmi della Repubblica’, spesso impiegato nello specifico dibattito transalpino.

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L’INTERVISTA

«Quei contratti capestro che umiliano le madri Aboliamo la surrogata»

GRAZIELLA MELINA

«La maternità surrogata va abolita, non regolamentata». Jennifer Lahl, fondatrice e presidente del Center for Bioethics and Culture Network, da anni impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle reali dinamiche che spingono a ricorrere all’utero in affitto, non vede altra via d’uscita: «Non credo che la regolamentazione possa proteggere madri e bambini ». Intervenuta ieri a Roma alla Lumsa al convegno «Nascere da madre surrogata », realizzato nell’ambito del progetto di ricerca WoMoGeS, la promotrice della campagna internazionale «Stop Surrogacy Now» ha raccontato cosa si nasconde dietro a quello che, mistificando la realtà, viene definito «un atto d’amore».

Cosa sta ottenendo con il suo impegno?

Ho lavorato per molti anni come infermiera pediatrica nella terapia intensiva. Ho trascorso diversi anni facendo ricerca sulla procreazione assistita e ho prodotto numerosi documentari che mostrano donne che hanno subito danni a causa della maternità surrogata. Innanzitutto informo sui rischi delle madri e dei bambini. Abbiamo portato avanti campagne internazionali, petizioni, sollecitazioni, per educare e sensibilizzare. La consapevolezza delle persone riguardo a questo tema sta cambiando. Ho notato che dopo la visione dei film in giro per il mondo molti si rendono conto di quale sia la realtà. Rimangono stupiti, ammettono di non aver saputo quello che veramente accade. È importante per questo puntare sulla conoscenza, l’informazione e l’educazione.

Cos’è che molti non sanno?

Innanzitutto ignorano i rischi per la salute. Lo scorso febbraio l’AmericanJournal of Obstetrics and Gynecologyhapubblicato uno studio condotto su 1.477.522 donne in stato di gravidanza. È emerso che le gravidanze con tecniche di fecondazione assistita con donazione di ovociti hanno le più alte percentuali di ricoveri per terapia intensiva per la madre. Un altro studio suFertility and Sterilitydi dicembre 2017 ha messo a confronto gravidanze spontanee e surrogate. È stato evidenziato che i nati da gestazione surrogata hanno una maggiore incidenza di nascita pre-termine, basso peso alla nascita, diabete, ipertensione.

Cosa spinge le donne ad ‘affittare’ il proprio utero?

La maternità surrogata è presentata come un modo per «dare il dono della vita », e i rischi sono minimizzati. È invece il denaro che determina questo processo. Per sancire questo atto vengono sottoscritti dei veri e propri contratti. In California, per esempio, uno dei principali Statisurrogacy friendlynegli Usa, esistono diversi contratti di questo tipo, tutti legali: non esistono limiti di pagamento per la madre surrogata, viene assicurato che i committenti saranno i genitori legali del bambino che nascerà e che saranno protetti dalla possibilità che la madre surrogata cambi idea e non voglia più consegnare il bambino. I contratti sono scritti per proteggere chi commissiona e non la madre o il bambino. Gli aspetti più preoccupanti sono poi i desideri espressi da chi commissiona un figlio. Sovente vengono esplicitati in dettaglio: questo fa sì che l’uso commerciale dell’intero corpo della donna per la durata della gravidanza sia chiaro. Molti contratti per esempio indicano che ci sia un controllo sulla dieta della donna, le attività fisiche permesse, i luoghi dove abitare. Ho persino visto in alcuni contratti l’obbligo per la donna di seguire una dieta vegana, oppure di non tingere i capelli. In alcuni si specifica addirittura che non è ammesso contrarre il legame materno-infantile. Come se questo fosse possibile…

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IL CASO DI BOLOGNA

E in Italia ancora si litiga: è una battaglia di destra o di sinistra?

ANTONELLA

MARIANI

 

Niente emendamento, niente voto. La delibera anti-discriminazione delle persone Lgbt in discussione alla Regione Emilia Romagna si è arenata con gran fracasso su un tema che poteva essere considerato marginale ma che ha pesato come un macigno: l’utero in affitto.

I fatti. Nella Regione guidata da Stefano Bonaccini (Centrosinistra) si prepara un testo contro l’omofobia. Nove consiglieri regionali Pd di area cattolica propongono un emendamento in cui si cita la maternità surrogata come «forma di sfruttamento della donna». Niente di strano, visto che in Italia la Gpa è vietata e persino la Corte costituzionale nel 2017 ha scritto che «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». E invece no: l’emendamento Boschini-Paruolo (i nome dei primi firmatari), che nel frattempo ha ottenuto il supporto dell’op- posizione di centro-destra, ha creato una spaccatura profonda sia nello stesso Pd, sia tra le associazioni che si occupano di diritti civili. Risultato: il testo della legge antidiscriminazione non è stato votato in Commissione e quindi non arriverà nemmeno in Assemblea.

Al di là delle scaramucce locali, quello che non si capisce è perché in quasi tutti i Paesi europei, Spagna e Francia in testa, la battaglia contro l’utero in affitto è portata avanti dalle sinistre, mentre in Italia è persino tabù parlarne. La senatrice Monica Cirinnà, che appare come lafront-womandelegata dai vertici Pd (prudentemente in silenzio) a esporsi sul tema dei diritti civili, su Facebook parla di un «emendamento devastante », subodora uno «scambio elettorale » in vista delle prossime elezioni europee e regionali e poi declama: «Il Pd si deve presentare come l’unico grande partito di sinistra, che non tratta sui diritti delle persone e non le lascia in balia di squallide trattative politiche. Il nuovo Pd di Zingaretti si qualifica sui diritti, e il Pd dei diritti sta con le associazioni». Con quali associazioni, chiediamo a Cirinnà? Con alcune sigle Lgbt e femministe, con Potere al popolo e Articolo Uno. Ma non, ad esempio, con Arcilesbica, che da tempo combatte una battaglia contro l’utero in affitto che le è costata anche la sede storica del Cassero e che ora chiede ai dem dell’Emilia Romagna di andare avanti. È arrivato il momento per il Pd, dice la presidente nazionale Cristina Gramolini, di uscire dall’ambiguità: «Noi chiediamo da anni una legge contro l’omofobia ma qualcuno vorrebbe utilizzarla per far passare l’autorizzazione a comprare figli all’estero, nonostante in Italia sia vietato dalla legge. Fare mercato degli esseri umani e presentarla come libertà». Gramolini aggiunge: «Sono contenta se il Pd esce da questa ambiguità. Lottare contro l’utero in affitto è di sinistra». Del tutto d’accordo Francesca Izzo, ex parlamentare Pd e fondatrice del movimento femminista Se non ora quando-libere: «Considero di sinistra tutte le battaglie a salvaguardia dei diritti e del valore delle persone », dice, spiegando che difendere la pratica della surrogazione della maternità è «sposare per intero le leggi di mercato che trasformano in merce il corpo delle donne e i bambini». Il fatto che il centrodestra sia contro l’utero in affitto non dovrebbe essere una pregiudiziale negativa, «perché tante leggi sono state elaborate in modo trasversale, guardando al merito e non agli schieramenti», conclude Izzo. «È una battaglia di coscienza, non di destra o di sinistra, né femminile o maschile», interviene Maria Grazia Colombo, vicepresidente nazionale del Forum delle associazioni familiari. «Il dibattito sulla Gpa farà saltare schemi partitici e politici, si creeranno alleanze e spaccature. Ma se ne dovrà parlare». A Bologna se ne è avuto un assaggio.

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In Emilia Romagna emendamento Pd alla legge regionale anti-omofobia viene bocciato perché critico sulla maternità a pagamento

 

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Suor Smerilli: mi sento chiamata ad aiutare la Chiesa, come religiosa e donna AVV 10.4.19

PARLA LA NEO CONSIGLIERE DI STATO PER LA CITTÀ DEL VATICANO

Suor Smerilli: mi sento chiamata ad aiutare la Chiesa, come religiosa e donna

ENRICO LENZI

 

«Sono sorpresa, ma anche tranquilla. Soprattutto sono consapevole della responsabilità a cui sono chiamata». Suor Alessandra Smerilli, religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice e docente ordinario di Economia politica presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium”, all’indomani della sua nomina a consigliere dello Stato della Città del Vaticano, non ha perso la sua serenità.

In cosa consisterà sostanzialmente il suo nuovo incarico?

Essere consigliere della Città del Vaticano significa partecipare al lavoro di un organismo – la Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano – che è chiamato a prestare assi- stenza nell’elaborazione a livello legislativo per lo Stato vaticano. Ecco perché parlo di responsabilità, ma nello stesso tempo penso anche che sia una bella esperienza se si può aiutare la Chiesa nel suo cammino.

Quando ha saputo della sua nomina?

Qualche giorno fa, ma a dire il vero è stata una sorpresa per me, perché in precedenza mi avevano chiesto un curriculum vitae senza specificare troppo le motivazioni. Poi la scelta come consigliere dello Stato, con preventivo via libera della mia Madre generale. Quando ho avuto conferma di tutto, ho pregato e ho chiesto preghiere a quelle persone con cui mi sono confidata prima dell’ufficializzazione della scelta fatta da papa Francesco sulla mia persona.

La nomina di una donna, secondo lei, è un ulteriore segnale di quella necessità di maggior presenza femminile che papa Francesco da tempo auspica?

Penso di sì, anche se credo che nel caso della mia nomina più che l’essere donna abbia influito la preparazione e le competenze economiche, visto che tra i tanti ambiti in cui lo Stato della Città del Vaticano legifera vi è anche quello economico. Probabilmente a parità di competenza, la scelta può essere caduta su un candidato donna, ma non come motivo prioritario.

Non si può negare, comunque, che l’attenzione del Papa per una maggior responsabilità delle donne nella Chiesa, ci sia e molti gesti lo dimostrano: ad esempio, la scelta di una donna, suor Eugenia Bonetti per le meditazioni della Via Crucis di quest’anno.

Certo sono segnali forti e chiari. E mi auguro che possano diventare patrimonio condiviso di tutta la Chiesa, anche al di fuori delle Mura Leonine (i confini della Città del Vaticano,ndr).

Del resto anche dal recente Sinodo dei vescovi sui giovani si è alzata forte la richiesta di dare maggior spazio a tutte le componenti. Uno spazio non inteso come gestione di potere, bensì come servizio alla Chiesa. Penso che il processo di maggior coinvolgimento delle donne nella comunità ecclesiale sia partito. E, a mio parere, è inarrestabile.

Lei ha parlato del Sinodo sui giovani, al quale ha partecipato. Cosa porterà in eredità da quell’esperienza nel suo nuovo ruolo?

È stata una grande esperienza di Chiesa. L’assemblea generale, le fasi del discernimento dei temi. Davvero una grande scuola che mi lascia una enorme eredità. È stata una esperienza che ha accresciuto il mio amore per la Chiesa. E la nomina annunciata l’altro giorno mi permette di continuare a camminare nel servizio alla Chiesa.

Questo suo nuovo incarico comporterà cambiamenti nei suoi impegni accademici?

Continuerò a svolgere il mio impegno di docente ordinario in Economia politica alla Facoltà «Auxilium» di Roma. E dovrò ovviamente dedicare prioritariamente attenzione al mio ruolo di consigliere di Stato per i prossimi cinque anni, rinunciando ad alcuni degli impegni che ho assunto nel tempo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA«La scelta penso sia stata fatta però in base alla mia competenza in campo politico economico».

Per la suora salesiana il maggior coinvolgimento femminile «è un processo avviato e inarrestabile»

 

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Storia di una gravidanza surrogata calcolata in tutto, o quasi AUGURI, PICCOLA UMA LOUISE MA C’È POCO DA INCORNICIARE Avv 9.4.19

Storia di una gravidanza surrogata calcolata in tutto, o quasi

AUGURI, PICCOLA UMA LOUISE MA C’È POCO DA INCORNICIARE

 

La mamma legale di Uma Louise, Cecile Eledge, è anche sua nonna. Il padre genetico, Matthew Eledge, è anche suo fratello. Colui che la alleverà, il padre acquisito, Elliot Dougherty, è anche suo zio. La madre biologica, Lea Dougherty, è anche sua zia. Un autentico pasticcio genetico e anagrafico che ha per protagonista una piccola venuta alla luce il 25 marzo scorso in una clinica del Nebraska, negli Stati Uniti. Per fare ordine: una donna di 61 anni ha partorito una bimba per ‘donarla’ al figlio Matthew e al suo compagno Elliot. Il patrimonio genetico della bambina è un accurato incrocio tra le due famiglie: il seme dello stesso Matthew e l’ovulo della sorella di Elliot.

L’abnorme puzzle che è stato costruito sulla vita di Uma si rispecchia nel suo certificato di nascita, a dir poco inquietante: per la legge del Nebraska padre è colui che ha fornito il seme e madre è colei che l’ha partorita. Quindi non solo la madre e il padre di Uma sono rispettivamente sua nonna e suo fratello, ma anche madre e figlio tra di loro. «È un po’ imbarazzante – ha ammesso Matthew parlando con il sito BuzzFeed.News –. Diciamo che non inquadreremo l’atto di nascita per appenderlo in casa ». E sarà complicato persino spiegarglielo, a Uma, l’algoritmo che l’ha fatta affacciare al mondo. Se non fosse un delizioso fagottino urlante di vita come tutti i neonati – a cui diamo il benvenuto tra noi e auguriamo ogni felicità – si potrebbe definire un prodotto di laboratorio, creato con la migliore materia prima a disposizione a costo zero, sapientemente e rigidamente selezionata: da 24 ovociti prelevati alla mamma-zia, 11 sono stati fecondati, 7 si sono sviluppati come embrioni e sono stati sottoposti a screening genetico. Solo 3 hanno passato l’esame (e gli altri 4? Scartati, ovviamente), uno è stato impiantato alla mamma-nonna e due congelati, in caso Matthew e Elliot volessero in futuro ‘allargare la famiglia’, come se non fosse già abbastanza ampia. A BuzzFeed.News la coppia ha spiegato di non aver voluto spingersi fino a scegliere il sesso del bambino e di aver lasciato mano libera ai medici nel momento del trasferimento dell’embrione. Dichiarazione che suona paradossale, visto che il sesso è l’unico elemento in questa storia che non è stato studiato a tavolino.

Eppure, nonostante il sapore pirandelliano, la vicenda è stata perlopiù descritta come un commovente atto altruistico, un gesto di amore: la mamma-nonna che mette a disposizione il suo grembo per consentire all’adorato figlio una paternità altrimenti impossibile, la mamma-zia che cede due dozzine di suoi gameti perché anche il fratello ottenga lo stesso scopo. Una maternità surrogata ‘pulita’, senza scambio di denaro né contratti capestro, senza donne sfruttate né vendita di neonati. Una storia edificante, insomma. Che però lascia l’amaro in bocca e anche un po’increduli. Davvero si può parlare di ‘dono’ quando si fa nascere un neonato per l’esclusiva volontà di soddisfare un desiderio che naturalmente non potrebbe realizzarsi? Comprendiamo l’umana aspirazione di Matthew e Elliot alla paternità, ma non si può condividere che questo desiderio salga sul trono e diventi tiranno, né tanto meno il metodo perseguito per realizzarlo. Una bambina è stata progettata con un Dna ‘autoctono’, familiare insomma, non prelevato da estranei, per corrispondere un po’ a tutti (e per risparmiare sul conto) e poi ‘donata’ da chi l’ha partorita al suo stesso figlio. Ma il neonato è lui stesso il dono, e casomai si accoglie, non si cede. Un bambino non può essere regalato come un oggetto, né scelto, né acquistato, né è un diritto per nessuno, coppia etero o omosessuale o singolo che sia. Un figlio è una persona per sé stessa, ha una sua individualità. Un figlio non può essere solo il realizzarsi a ogni costo di un desiderio, per quanto tenace. No, non è una favoletta edificante, quella che ha portato alla nascita di Uma Louise. Piuttosto, un gigantesco inganno panificato anche alle sue spalle. Anche per questo c’è da augurarle tutto il possibile bene.

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ANTONELLA

MARIANI

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Potenziato ‘Erasmus+’ fucina di eurocittadini AVV 9.4.19

Euro frammenti

Potenziato ‘Erasmus+’ fucina di eurocittadini

 

Con buona pace degli euroscettici e dei nuovi nazionalismi, il bel veliero di ‘Erasmo’, che in 32 anni di vita ha traghettato da un Paese all’altro oltre 10 milioni di individui del Vecchio Continente, non finirà nelle secche. Al contrario, è destinato ancora a salpare e a prendere il largo con più vigore. Qualunque risultato politico uscirà dalle urne del 23-26 maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento europeo, c’è infatti la ragionevole certezza che i fondi e le iniziative legati al progetto che ha preso il nome dall’umanista e teologo olandese di Rotterdam aumenteranno in misura davvero consistente. Lo si deduce dall’esito del voto con il quale, a fine marzo, l’aula di Strasburgo ha approvato la risoluzione legislativa che lancia il programma per il periodo 2021-2027: i favorevoli sono stati 527, a fronte di appena 30 contrari e 48 astenuti.

Sono i numeri dunque a corroborare la fiducia che almeno questo frutto della seminagione avviata con i Trattati di Roma del 1957 non vada in malora. Perché tra i ‘sì’ al documento figurano anche diversi esponenti dei gruppi più critici con il processo di unificazione. E se anche fra due mesi il loro numero dovesse dilatarsi, non è pensabile che cambino radicalmente idea. Potrà forse diminuire la cifra globale richiesta dagli eurodeputati uscenti: 45 miliardi di euro, il triplo dello stanziamento per il settennio che si concluderà l’anno prossimo (contro i 30 proposti in origine dalla Commissione). Ma non potrà comunque tradursi in blocchi improvvisi o tagli proditori.

Anche i ciechi, insomma, di fronte alle evidenze riacquistano la vista. Arrivano a percepire che certe iniziative rappresentano un antidoto culturale agli antagonismi e alla disgregazione. Che la conoscenza reciproca e lo scambio di tradizioni e di costumi impliciti nel contatto con altri popoli facilitano la comprensione, abbattono i pregiudizi e pongono le basi per una collaborazione leale, anche di fronte al sopraggiungere di crisi ‘esterne’. C’è in altre parole un di più di valore che si autoalimenta e che dà ragione alla nuova denominazione adottata a Bruxelles già dal 2013: non più semplicemente Erasmus, ma ‘Erasmus+’ (o plus).

Per il prossimo ciclo sono state inserite novità di rilievo, ad esempio sul piano dell’inclusione di fasce più ampie di giovani, finora escluse per ragioni economiche o di salute fisica. Tra l’altro si avvia l’adozione di una ‘e-card’ europea degli studenti, che consentirà l’accesso a reti di ostelli, musei, teatri e biblioteche convenzionate, per andare incontro ai meno abbienti. Aumenta poi la possibilità di dar vita a partenariati fra atenei e di coinvolgere un maggior numero di docenti di ogni ordine e grado. L’accesso a Erasmus verrà inoltre esteso anche a chi frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori o è impegnato in master di secondo grado e dottorati di ricerca.

Aspetti importanti di questa nuova edizione sono infine l’ampliamento dell’orizzonte formativo, attraverso gli scambi nell’apprendistato professionale, in particolare nelle zone frontaliere, e la sinergia con altri programmi dell’Unione in campo sociale e lavorativo, che permetterà anche forme di cofinanziamento in grado di mobilitare risorse finanziarie più consistenti.

Puntare su Erasmus «significa investire sul futuro della Ue», ha dichiarato il relatore del testo, il popolare sloveno Milan Zver. «Questa è l’Europa che si costruisce dal basso, impedendo che nascano nuovi muri», ha commentato l’ italiana Silvia Costa. A nascere, in effetti, sono semmai più cittadini europei, visto che in questi tre decenni si stima in almeno un milione i bambini venuti al mondo grazie a genitori conosciutisi durante l’Erasmus di mamma o di papà!

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GIANFRANCO

MARCELLI

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«Mamma e papà sono fondamentali» Tre anni per assolvere lo psicologo  AVV 22.3.19

IL FATTO

Ecco perché era finito sotto accusa 

I fatti risalgono al gennaio 2016. Ricci partecipa a una trasmissione su Rete4 con il leader storico dell’Arcigay, Franco Grillini e Vladimir Luxuria. Siamo alla vigilia dell’approvazione della legge sulle unioni civili, il clima è surriscaldato. Ricci contesta le dichiarazioni degli interlocutori. Ma per le sue osservazioni finisce sotto accusa. I tre punti contestati riguardano le cosiddette teorie del gender, l’omosessualità e l’importanza di mamma e papà. A proposito del gender Ricci spiega che si tratta di un’ideologia composta «da vari assemblaggi relativi a una certa concezione della sessualità per la quale tutto è permesso, tutto è possibile». A proposito dell’omosessualità rifiuta l’equiparazione con l’eterosessualità e, ribadisce, che «in termini psichici non è affatto così». E poi la battuta sul ruolo di mamma e papà. Secondo l’accusa «discriminatoria non solo delle coppie omosessuali e delle famiglie arcobaleno ma anche nei confronti di quelle famiglie che, per le più diverse ragioni, si ritrovano senza un padre o senza una madre».

IL CASO L’Ordine degli psicologi della Lombardia ha archiviato il procedimento a carico dello psicoterapeuta Giancarlo Ricci che aveva parlato della funzione irrinunciabile della coppia genitoriale

«Mamma e papà sono fondamentali» Tre anni per assolvere lo psicologo 

LUCIANO MOIA

Tre anni fa l’Ordine degli psicologi della Lombardia l’aveva messo sotto accusa per aver difeso «la funzione essenziale e costitutiva di mamma e papà», per la crescita dei figli. Ieri, al termine di un procedimento complesso, Giancarlo Ricci, psicoterapeuta milanese con 40 anni di esperienza sulle spalle, è stato prosciolto. Il consiglio dell’Ordine degli psicologi ha deciso di «archiviare il procedimento disciplinare ». Ma se il caso è chiuso dal punto di vista formale, rimangono «irrinunciabili perplessità in ordine a orientamenti dottrinali e scenari metodologici a cui le affermazioni di Ricci potrebbero voler fare riferimento». Mamma e papà – potremmo sintetizzare – si possono ancora nominare, ma dipende come, in che contesto, con quale finalità. Insomma, il caso Ricci è archiviato, ma quanto da lui detto non trova comunque d’accordo l’Ordine degli psicologi. Tanto che in sede di votazione il consiglio si è diviso: 7 a favore e 7 contro. E sulla parità vince il favor rei. Archiviazione per un cavillo formale. Ricci, come spieghiamo nel box a parte, è finito sotto accusa, oltre che per aver ribadito il ruolo di madre e padre, per aver detto che l’ideologia gender è composta da «vari assemblaggi » e per aver osservato che dal punto di vista psichico eterosessualità e omosessualità, a suo parere, non si possono equiparare. Concetti complessi che lo psicologo è stato costretto a sintetizzare in pochi secondi, nell’intreccio caotico di una trasmissione televisiva con interlocutori ‘invadenti’. Nella notifica resa nota ieri si fa notare che il procedimento disciplinare non è scattato tanto per ‘cosa’ Ricci ha detto, ma per ‘come’ l’ha detto. Ma se in una trasmissione di 40 minuti, lo psicologo ha avuto a disposizione 200 secondi – come la sentenza riconosce – cos’altro avrebbe potuto fare? Sembra una barzelletta della serie ‘questo non potrà mai succedere’. Invece è capitato davvero. L’aspetto forse più paradossale della vicenda ha riguardato la lunghezza dell’iter. Come mai sono stati necessari tre anni per ‘accertare’ quello che non poteva che apparire palese fin dal primo momento? Comunque la si legga la disavventura dello psicanalista milanese ha dell’incredibile. Proprio per l’assurdità delle accuse. «Tre anni sono un tempo comunque irragionevole quando – commenta Giancarlo Ricci – tutto si sarebbe potuto risolvere in pochi mesi. Nei miei confronti c’è stata un’intimidazione prolungata. Da questa vicenda assurda ho comunque riportato dei danni. Sono stato messo all’angolo. Alcuni colleghi non hanno smesso di guardarmi con sospetto. Questa accusa imbarazzava e dava fastidio». Occorre ricordare che un ‘processo’ deontologico intentato dall’Ordinedegli psicologi nei confronti di un iscritto può anche arrivare, come ultima istanza, alla sospensione dell’attività. Comprensibile quindi l’attesa logorante di chi, come Ricci, ha subìto un procedimento che, proprio perché fondato su accuse così ideologiche, avrebbe potuto anche risolversi con esiti molto negativi. «Non ho avuto ripercussioni sulla mia attività professionale ma – riprende lo specialista – ho sopportato non pochi effetti negativi da parte della comunità psicanalitica. Ora è finita, certo. Ma non so se in questa decisione hanno pesato più criteri di giustizia o scelte di convenienza. Andiamo verso la rielezione del consiglio dell’ordine. Forse temevano, con una scelta diversa, di finire sommersi dalle polemiche». Così ha avuto buon gioco la difesa di Ricci, con l’avvocato Davide Fortunato, che ha ricordato i principi costituzionali, ha puntato sulla pluralità di opinione e sulla necessità, per un ordine professionale come quello degli psicologi, di aprirsi alla libertà della ricerca.«Questa vicenda ha mostrato risvolti che applicati su larga scala – osserva ancora Ricci – sarebbero devastanti per tutta la società, tra accuse ‘politiche’, pensiero unico, obbligo all’egualitarismo e ideologia gender, secondo cui qualsiasi differenza diventa discriminazione. Ecco perché parlare di crisi dei valori potrebbe apparire addirittura un eufemismo ».Davvero insostenibile. Si potrebbe concludere che il volto peggiore dell’ideologia gender è stato sconfitto da un soprassalto di ragionevolezza. Ma non è così Per il solo fatto che un’accusa del genere sia stata formulata, accolta e tenuta in stand by per tre anni e due mesi non consente ipotesi troppo rassicuranti.

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IN UN LIBRO L’AUTODIFESA DI GIANCARLO RICCI

È la postlibertà, si può parlare solo in prospettiva ideologica 

 Negli atti d’accusa dell’Ordine lombardo degli psicologi, Giancarlo Ricci diventa drammaticamente ‘l’incolpato’. Un clima kafkiano in cui non si sa bene chi formuli l’accusa ma neppure qual è realmente l’addebito. Il procedimento riguarda in definitiva «la pretesa di controllare la libertà di parola: la libertà di parola c’è, ma fino a un certo punto. Occorre verificare se tale libertà si allinei o meno con la giusta prospettiva ideologica…». Lo scrive lo stesso Giancarlo Ricci in ‘Il tempo della postlibertà’ (Sugarco, pagg.190, euro 16,50), un saggio uscito in questi giorni in cui lo psicanalista intreccia la sua vicenda processuale alla situazione culturale dell’Occidente. Ricci narra nel dettaglio la nascita del caso, la formulazione delle accuse, lo sviluppo di una vicenda che sarebbe paradossale se non fosse drammatica. Ma a rendere accattivante la lettura sono le numerose digressioni in cui lo specialista allarga la riflessione dalla sua storia alla situazione socio- politica in cui siamo immersi. Sottolinea con rammarico per esempio l’esigenza di aggiungere sempre un aggettivo alla parola famiglia per distinguere la normalità dall’eccezione. Madre, padre, figli? Allora si tratta di ‘famiglia tradizionale’ o ‘naturale’, detto sempre però con un pizzico di fastidio, implicito o esplicito. Che scompare quando il discorso cade sulle ‘nuove famiglie’ o sulle ‘famiglie arcobaleno’, decisamente più simpatiche. «La creazione intenzionale di questa contrapposizione ideologica – scrive Ricci – ha contribuito a impedire che si potesse svolgere un effettivo dibattito che entrasse seriamente in merito alle diverse tematiche implicate». Altro tema spinoso che lo psicanalista intreccia abilmente nel racconto del suo processo, quello dell’omosessualità e delle cosiddette terapie riparative. Occorre ricordare che Ricci, accusato di praticare queste ‘terapie’, è già finito per due volte sotto accusa, nel 2009 e nel 2012. In entrambi i casi tutto è finito in un’archiviazione. «Da parte mia la terapia riparativa, che non pratico in quanto i riferimenti teorici e clinici sono differenti… ha aperto uno scenario in merito alla comprensione clinica e metapsicologica dell’omosessualità ». È un problema che Ricci ha sempre indagato con libertà. Troppa forse, secondo gli apparati culturali dominanti, se gli atti d’accusa sono stati così numerosi. Ma Ricci non ha mai parlato di ‘guarigione’ dall’omosessualità intesa come ritorno all’eterosessualità, quanto «di un lavoro psichico che consenta, attraverso il ripercorrimento della vicenda edipica e, in particolare, la rielaborazione della figura del padre, l’approdo a una soluzione soggettiva». Ipotesi, certo. Ma è giusto puntare l’indice su uno studioso solo perché la sua riflessione si allontana dal politicamente corretto? ( L.Mo).

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secondo noi 

OPINIONI DA DIBATTERE NON CERTO DA PROCESSARE

LUCIANO MOIA

In quest’ultimo decennio abbiamo documentato passo dopo passo le evoluzioni della cosiddetta cultura gender. Siamo stati i primi, su queste pagine e su quelle del nostro mensile ‘Noi’, ad approfondire radici, stravaganze e pericoli di queste stratificazioni culturali su sessualità, generazione e filiazione. Il cosiddetto gender, come ha giustamente fatto notare Giancarlo Ricci, è un complesso assemblaggio di spunti in cui ci sono contributi culturalmente seri o comunque degni di rispetto come i

gender studies, che hanno offerto analisi importanti alla riflessione sulla parità di genere, ma anche interpretazioni criticabili che hanno portato, per esempio, a sciogliere nello stesso crogiuolo sofferenze psichiche e fluidità di genere. Una lettura ideologica di cui sembrano vittime anche i componenti del consiglio dell’Ordine degli psicologi della Lombardia. Pur ‘assolvendo’ Ricci, non hanno voluto ammettere che le sue tesi rientrano in quell’ambito di libertà espressiva che va sempre riconosciuto quando ci si mantiene in un profilo di ragionevolezza e di rispetto. E quanto detto dallo psicologo milanese, anche al di là dell’evidenza assolutamente logica e incontestabile a proposito delle ‘funzioni’ di madre e padre, non può essere considerato, come si legge nel dispositivo della sentenza, «un dato obiettivamente critico». Se il riferimento, come appare evidente, è alle considerazioni di Ricci sull’omosessualità, nessuno più degli psicologi dovrebbe sapere che il dibattito scientifico sulle radici dell’orientamento sessuale è aperto e ogni contributo rispettoso della dignità delle persone e culturalmente fondato ha diritto di essere dibattuto. Ma non certo nella gabbia di un procedimento disciplinare.

 

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IL MONITO SUL CASO DEL DJ FABO La «tutela» di chi vuol morire passa per una strada tortuosa  Avv 22.3.19

IL MONITO SUL CASO DEL DJ FABO

La «tutela» di chi vuol morire passa per una strada tortuosa 

MARCELLO

PALMIERI

 

Ieri, il presidente della Corte l’ha detto a chiare lettere: sul ‘caso Cappato’, o provvede il Parlamento, o ci pensiamo noi. Il tema è il reato di aiuto al suicidio, attualmente punito – sempre e comunque, senza eccezione alcuna – dall’articolo 580 del codice penale. La vicenda al vaglio dei giudici costituzionali prende le mosse nel febbraio del 2017: Marco Cappato, il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, accompagna in una clinica svizzera che eroga il suicidio assistito Dj Fabo, cieco e tetraplegico a seguito di un incidente stradale. A decesso avvenuto, l’esponente radicale rientra a Milano, e si autodenuncia ai Carabinieri. Il processo arriva in Corte costituzionale, ed è qui che avviene un inedito precedente giurisprudenziale: la Consulta, lo scorso 24 ottobre, emette non una sentenza (definitiva), ma un’ordinanza (interlocutoria). E sul presupposto che l’articolo 580 del codice penale opera oggi anche in situazioni «inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta», non si limita a rivolgere al Parlamento il consueto monito perché provveda ad adeguare la norma: dà alle Camere un termine massimo, il 24 settembre, annunciando che la propria pronuncia definitiva avverrà sulla legge vigente a quella data. E se fino all’altro giorno non vi era certezza su cosa sarebbe concretamente successo in caso d’iner- zia del Parlamento, l’organo cui la Costituzione stessa affida il potere legislativo, da ieri lo si sa: a trovare una via medica e giuridica con cui assicurare a un malato grave la possibilità di morire a richiesta provvederà la Corte stessa. Ma la posta in gioco è molto alta. Lo stesso Lattanzi, ieri, ha precisato come non si tratti di dire semplicemente sì o no a suicidio assistito ed eutanasia, quanto piuttosto di tutelare le esigenze di chi si trovi in circostanze molto particolari, come per esempio quella di Dj Fabo. Ma se finora ‘tutelare’ aveva sempre significato far vivere, oggi – secondo la Corte – questo verbo costituzionale potrebbe concretizzarsi con l’accondiscendenza a morire. E a riprova di quanto sia complessa questa nuova via indicata dalla Consulta, vi è pure la discussione su quale sia il migliore strumento giuridico con cui accordare questo nuovo diritto.

Il procedimento, infatti, sotto il profilo tecnico verte sulla liceità dell’articolo 580 del codice penale. Ma i giudici costituzionali, nel loro «monito a tempo» rivolto alle Camere, hanno suggerito di non intervenire su questa norma, quanto piuttosto di modificare la recente legge 219/2017 in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento. Che prevede ‘solo’ la morte per rifiuto delle cure o distacco di idratazione e nutrizione assistite. Non con farmaci direttamente somministrati per provocarla.

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L’appello di 18 luminari su ‘Nature’ GENE EDITING, ORA UNA MORATORIA Avv 22.3.19

L’appello di 18 luminari su ‘Nature’

GENE EDITING, ORA UNA MORATORIA

 

Non un trattato, ma un impegno volontario dei singoli Stati per una moratoria mondiale di cinque anni sul trasferimento in utero di embrioni geneticamente modificati con la ormai celeberrima tecnica dell’editing genetico. Non un bando permanente, ma un lungo e concordato periodo di riflessione internazionale, comprendente anche il tempo necessario per ulteriori riflessioni pubbliche internazionali prima che ogni Stato, liberamente, decida se e come procedere per consentire gravidanze con embrioni geneticamente modificati. Lo hanno chiesto 18 studiosi in un lungo, articolato ed interessante appello pubblicato dalla rivista scientifica ‘Nature’.

Sottoscritto anche da Luigi Naldini, unica firma italiana, direttore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica, il testo ripropone una parola che sembrava dimenticata: moratoria. Era stata usata per la prima volta, sempre in riferimento al gene editing, nel marzo 2015, quando in due diverse lettere pubblicate a distanza di una settimana, su ‘Nature’ prima e su ‘Science’ poi, esperti di settore la chiedevano per la stessa applicazione: la modifica genetica di embrioni umani per avviare una gravidanza (includendo anche i gameti destinati alla fecondazione in vitro). Nei tre anni successivi, però, di moratoria non si è parlato più: i molti documenti elaborati in proposito da centri di ricerca e tavoli di esperti in varie parti del mondo sono stati orientati piuttosto nel formulare criteri che dicessero non ‘se’ ma ‘quando’ trasferire embrioni editati in utero. O meglio dovremmo dire auspici, più che criteri: le proposte hanno sempre presentato un certo grado di ambiguità, e soprattutto non sono mai state in grado di specificare nel concreto la soglia di rischio accettabile per poter dare il via libera alla prima ‘gravidanza editata’.

Decisivo per promuovere questo appello, e soprattutto per riesumare la vecchia idea di moratoria, anche se temporanea, è stato lo choc provocato dalla nascita delle gemelline cinesi geneticamente modificate, in Cina, che hanno infranto il tabù e hanno mostrato quanto fosse stato facile farlo: He Jiankui, il responsabile cinese dell’esperimento, non aveva fatto mistero dei suoi tentativi, di cui aveva tenuto informati persino noti studiosi statunitensi, alcuni dei quali sono attualmente oggetto di indagini interne dei rispettivi atenei di appartenenza per la loro silenziosa complicità.

Questa sospensione sul gene editing, specificano i 18 esperti, non coinvolge la manipolazione in vitro degli embrioni umani, ma riguarda solo il loro trasferimento in utero, che allo stato attuale delle conoscenze presenta ancora rischi inaccettabili per gli eventuali nascituri. L’appello è interessante per molti aspetti. Non solo per la frenata – tardiva, ma almeno concreta, stavolta –– a esperimenti inaccettabili, ma per il fatto di mettere al centro della discussione il problema della governance delle biotecnologie più promettenti: si parla di decisioni che debbono assumere i governi nazionali, e la vecchia idea della capacità di autogoverno della comunità scientifica è definitivamente in soffitta. Più volte si ripete la necessità di un ampio consenso delle comunità prima di procedere con gli esperimenti più controversi, e si specifica che il consenso «non significa unanimità o semplice maggioranza», ma chiede il giudizio dei governi, che si debbono confrontare con le opinioni dei cittadini: il gene editing di gameti ed embrioni a scopo riproduttivo, insomma, dovrebbe essere trattato al pari di altre tematiche sociali complesse. Consentire la nascita di bambini geneticamente modificati fa parte delle grandi questioni di interesse collettivo, che non possono essere confinate nelle ristrette cerchie degli addetti ai lavori, ma che debbono necessariamente far parte della discussione nella società, allo stesso modo di altre importanti questioni di cui tradizionalmente si occupano governi e parlamenti. Una prospettiva interessante, nella quale vanno anche ripensate nuove forme di dibattito pubblico, considerando anche potenzialità e criticità della rete.

Potremmo sintetizzare dicendo che con questo appello la questione antropologica è diventata questione sociale: sono proprio gli addetti ai lavori a dirci che i cambiamenti radicali dell’umano non possono più riguardare solo loro, ma coinvolgono necessariamente tutti noi.

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ASSUNTINA

MORRESI

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ANALISI Le manifestazioni in difesa dell’ambiente e le critiche di alcuni adulti Contro l’impegno dei giovani si usa una «vecchia» strategia AVV 22.3.19

ANALISI

Le manifestazioni in difesa dell’ambiente e le critiche di alcuni adulti

Contro l’impegno dei giovani si usa una «vecchia» strategia

Così la protesta per il clima è stata attaccata usando note tecniche di delegittimazione per continuare a star bene agendo male Ma i ragazzi vanno educati nella fiducia

Lo sciopero globale per il clima indetto da ragazzi e ragazze di tutto il mondo ha avuto una grande risonanza. Un movimento quasi sconosciuto ai più prima del 15 marzo, si è reso evidente con un’azione globale senza precedenti, per intensità ed estensione. In realtà che le tematiche ambientali e di sostenibilità siano di interesse per i più giovani è un dato che sta emergendo da tempo, e che ha raggiunto solo ora una massa critica. Lo sciopero di protesta per l’inerzia verso il riscaldamento globale ha visto i giovani decisi, coraggiosi, creativi e simpatici nelle loro espressioni. Le manifestazioni si sono svolte in più di 2.000 città e in oltre 120 Paesi di tutti i continenti. In Italia 235 le città coinvolte. Ragazzi spesso considerati assenti, apatici, disinteressati alla politica e alle questioni sociali sono emersi, e hanno fatto sentire le loro priorità e le loro preoccupazioni: non abbiamo un pianeta B, dobbiamo agire in fretta, i politici si muovano.

I minorenni non hanno diritto di voto e devono subire scelte politiche di cui essi stessi avranno le conseguenze sulle loro spalle, e non di certo chi quelle scelte le ha fatte. Per questo protestano, per questo fanno sentire la loro voce. Sono efficaci perché genuini. Non hanno paura di dire ad alta voce che una piccola minoranza di persone, per difendere i propri interessi economici sta sacrificando il pianeta. Al World Economic Forum di Davos, tenutosi a gennaio, si rivolgono ai politici presenti come responsabili dei cambiamenti climatici in atto. Hanno capito che i problemi dipendono non tanto, e non solo, dai comportamenti dei singoli, ma dalle strutture sociali e politiche. I ragazzi italiani hanno inventato l’hastag #CariPolitici, e hanno pubblicato una lettera il 5 Marzo dove, tra l’altro, scrivono: «Ci avete deluso in passato e temiamo continuerete a deluderci anche in futuro; abbiamo cominciato a muoverci e non ci fermeremo più». In molti hanno definito il movimento che è sceso in piazza come un nuovo sessantotto. Noto una differenza fondamentale: questi giovani non vogliono emanciparsi rispetto a chi li ha preceduti, ma vogliono farsi voce di istanze sulle quali chiedono collaborazione e azioni comuni da parte di tutti. I media internazionali hanno dato rilievo al fenomeno, applaudendo all’iniziativa e cogliendo l’invito ad una riflessione più seria su questi temi. In Italia le reazioni sono state ambivalenti, a tratti ciniche e violente: adulti che come bambini reagiscono davanti a ciò che sembra spaventarli verso ragazzi che protestano come gli adulti. Si an- dava dall’inneggiare al complotto di presunte organizzazioni che stanno manipolando i giovani, al puntare il dito sull’incoerenza dei comportamenti dei ragazzi – che protestavano, ma non avrebbero mai rinunciato al cellulare – al ribadire che i cambiamenti climatici sono pura illusione. Eppure il 99 per cento dei climatologi si trova in accordo sulle diagnosi, e anche sulle cure necessarie. C i è mai capitato di usare un bicchiere di plastica e, di fronte a chi ci faceva notare che non è rispettoso per l’ambiente, rispondere: non è il mio gesto a cambiare il mondo, lo fanno tutti? Questa, secondo Albert Bandura, lo psicologo sociale che si è occupato di studiare i meccanismi che permettono la violazione dei propri principi senza la perdita di una buona considerazione di sé, è una giustificazione che ci permette di continuare a star bene con noi stessi pur sapendo che il nostro gesto è dannoso per l’ambiente. Il libro di Bandura dedicato a questi temi è «Disimpegno morale: come facciamo del male continuando a stare bene». Una parte di questo libro è dedicata ai temi della sostenibilità e dell’ambiente. In generale i processi di disimpegno morale appartengono a tre grandi gruppi: processi di disimpegno che operano sulla definizione della condotta, meccanismi che determinano una distorsione nella relazione causa-effetto, processi che provocano una svalutazione della vittima, che può essere persona umana o vittima in senso figurato, come ad esempio l’ambiente. Tra i meccanismi ve ne sono un paio molto interessanti: l’etichettamento eufemistico e la colpevolizzazione e deumanizzazione delle vittime. Il primo consiste nell’utilizzare un linguaggio edulcorato, confuso o innocuo riferendoci ad alcune azioni dannose per l’ambiente, in modo da ridurre l’autosanzione morale che deriva da quei comportamenti. Il secondo consiste nel dimostrare a noi stessi che chi stiamo attaccando ha delle colpe, in modo da non farci scalfire dalle sue parole o dai suoi comportamenti.

I n occasione del 15 marzo questi meccanismi sono stati utilizzati quasi tutti. I comportamenti dei ragazzi sono stati etichettati in modo da sminuirli: ecco l’’etichettamento eufemistico’; la leader del movimento globale, la quindicenne Greta Thunberg ha ricevuto insulti non ripetibili, quasi come se non ci si stesse rivolgendo a una persona: è la ‘deumanizzazione’; i giovani sono stati colpevolizzati, definiti ipocriti e incoerenti: ‘colpevolizzazione’. Il tutto per sentirsi a posto, per continuare tranquillamente a vivere come se niente fosse. Non sarà presente anche un po’ di invidia in queste reazioni? Quella di adulti che, non riuscendo a cambiare lo stato attuale delle cose, si sono accomodati? Non vorremmo arrivare a pensare che dietro la campagna mediatica denigratoria ci siano interessi economici di chi non vuole che lo stato attuale delle cose cambi. Che chi denuncia la strumentalizzazione mediatica a fine di marketing del movimento dei ragazzi e delle ragazze, stia in realtà cercando di strumentalizzare a sua volta l’opinione pubblica.

U na parte di critica è rivolta anche al fatto che gruppi diversi cerchino di tirare dalla propria parte i ragazzi a seconda degli interessi che si perseguono. Ma anche su questo i ragazzi ci stanno insegnando qualcosa: la loro protesta è diventata massiccia e globale proprio perché si sono uniti intorno ad un minimo comune denominatore, senza enfatizzare troppo le differenze, senza sottilizzare sui fini specifici. Hanno saputo fare rete. Ora, sarà pur vero che tra la protesta mondiale e i comportamenti rispettosi dell’ambiente e della Terra possiamo osservare tutta una serie di incoerenze dei ragazzi. Ma un adulto che desidera educare, un adulto generativo, un adulto veramente adulto, non solo non può fermarsi a queste evidenze, e non va a sminuire i tentativi di apertura, di protagonismo, di presa di coscienza e di responsabilità dei giovani. Un vero adulto sa guardare oltre, sa partire dal positivo e sa incoraggiarlo, sa farsi accanto, felice che i ragazzi dimostrino più coraggio della sua generazione. Sono figlia di un fondatore, Don Bosco, che di educazione se ne intendeva, e ci ha dimostrato come uno sguardo positivo, la fiducia, la vicinanza, insieme ad una correzione benevola, sono le chiavi per far crescere persone responsabili.

P er facilitare l’assunzione di comportamenti e stili di vita rispettosi del pianeta siamo chiamati a prendere sul serio questi ragazzi, a stimarli. Mi piacerebbe che fossero chiamati a dire la loro, al pari degli adulti, in parlamento, nei luoghi dove si prendono decisioni. Desideriamo davvero un mondo migliore per i nostri figli, per i nostri nipoti? Siamo disposti ad accompagnarli, a far loro spazio, ad aiutarli nel far diventare realtà i sogni? Possiamo provare con un maggiore rispetto nei loro confronti. In fondo questi giovani che iniziano a far sentire la loro voce sono figli e nipoti di generazioni precedenti che li hanno fatti crescere, e che dunque in qualche modo hanno contribuito alla loro presa di coscienza, alla maturazione della consapevolezza e ora dell’azione. Abbiamo educato (tratto fuori) giovani così: il loro entusiasmo sia forza per noi, la nostra benevolenza terreno fertile per loro, lavorare insieme per una causa comune segno di alleanza.

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Un vero adulto sa partire dal positivo e incoraggiarlo, farsi accanto, felice che i ragazzi dimostrino più coraggio della sua generazione

 

 

ALESSANDRA

SMERILLI

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La vita di Caterina per suo figlio.È durata sette anni la lotta di Caterina Morelli contro il male che le ha tolto la vita. AVV 13.2.19

IL FATTO

Testimone di solida fede nel dolore 

È durata sette anni la lotta di Caterina Morelli contro il male che le ha tolto la vita.

Dopo un primo intervento nel 2013 e un periodo di relativa tranquillità, nel 2015 scopre nuove metastasi ormai inoperabili, che la costringono a pesantissimi cicli di chemioterapia. Ciò non le impedisce di promuovere pellegrinaggi a Lourdes e a Medjugore, dove dà testimonianza di solida fede e perseveranza pur nella malattia.

 

LA STORIA

La donna, medico all’ospedale Meyer, era conosciuta in tutta la città. Per la figlia maggiore aveva chiesto di anticipare la prima Comunione per poter partecipare: ci è riuscita. Al funerale tanti bimbi attorno alla sua bara

La vita di Caterina per suo figlio

L’addio di Firenze alla mamma malata di cancro che ha rinunciato alla chemio per non abortire Le ultime frasi, la casa aperta a chi volesse incontrarla. L’arcivescovo Betori: «Era puro Vangelo»

ANDREA

FAGIOLI

Firenze

Erano in tanti, sabato scorso, nella basilica fiorentina della Santissima Annunziata a “far festa” con Caterina Morelli. Era un funerale, è vero, ma il marito Jonata, con i piccoli Gaia e Giacomo, i parenti e gli amici tutti, ha voluto così per rispettare la volontà della moglie. Fuori dalla chiesa, su uno striscione, si leggeva che “Cate” è volata nel cielo di Firenze per renderla più luminosa e bella. Poco dopo un altro striscione veniva esposto in Curva Fiesole allo Stadio Artemio Franchi, in occasione di Fiorentina- Napoli: ‘Ciao Cate. Jonny siamo con te’. Caterina è morta a soli 37 anni, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio. Faceva il medico, al Meyer, l’ospedale dei bambini conosciuto in tutta Italia. Dai bambini era amata e lei amava i bambini al punto che per la vita del suo secondogenito ha rinunciato alla propria. Caterina, nel 2012, in felice attesa, scoprì di essere affetta da un tumore aggressivo ed esteso. Decise di portare avanti la gravidanza rinunciando alla chemioterapia a favore di cure meno invasive. Dopo il parto ha lottato sette anni contro la malattia «senza smettere un minuto di vivere e di voler vivere con passione, con intensità, con gusto, tanto da stupire chi la conosceva e conosceva le sue condizioni. Fino alla fine ha voluto occuparsi della casa, dei suoi amati figli, ha vissuto tutto quello che pote- va permettersi di vivere, e alla grande». A raccontarlo è don Filippo Belli, di cui domani uscirà una testimonianza sulle pagine diocesane fiorentine diToscana Oggi.Lui è docente alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, ma soprattutto è l’amministratore apostolico di San Pietro a Careggi, nei pressi del grande ospedale del capoluogo toscano. Conosceva Caterina e nella sua chiesa la salma della giovane ha anche sostato in attesa di essere tumulata.

«Non si è mai rassegnata – ribadisce don Filippo –, chiedeva continuamente e faceva chiedere a Dio la guarigione, ma soprattutto non ha smes- so un istante di chiedere la santità per sé e per la sua famiglia». L’estate scorsa ebbe a dire che per lei la santità era diventata «un problema quotidiano, ma non per poter essere più pia e perfetta agli occhi del mondo, ma per poter essere felice». «È capitato a tanti, anche al sottoscritto – racconta ancora il sacerdote fiorentino – di avvicinarsi a Caterina pensando di doverla in qualche modo confortare e aiutare, per poi ritrovarsi invece travolti da una serenità, un amore, una dedizione e un’attenzione alla persona che lasciavano sconvolti. In lei viveva e traspariva un grande mistero, una luce particolare, ma che lei sapeva bene individuare e segnalare: la presenza amorosa di Gesù nella sua vita».

La sua casa era diventata in questi ultimi tempi una sorta di santuario. Tantissime persone andavano a salutarla, a parlare con lei, a pregare, ad aiutare lei e la sua famiglia. «Ma si capiva bene che volevano vederla perché in lei, nel suo volto, nelle sue poche parole, stando con lei, ravvisavano la presenza di Gesù». «La volontà di Dio rende tutto perfetto», diceva Caterina. «Del resto – commenta don Filippo – lo avevamo tutti capito: Caterina era pronta, era serena, si era completamente consegnata, consegnando a Dio anche il suo più grande e ultimo cruccio, ovvero la vita e il futuro senza di lei di suo marito e dei suoi figli». Per la figlia maggiore aveva chiesto di anticipare la Prima comunione per poterci essere. Ci è riuscita. È successo pochi giorni prima di entrare in coma.

Quella di Caterina è stata «una vita di puro Vangelo – dice adAvvenireil cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che l’aveva conosciuta e incontrata –: perdere la propria vita per dare vita ad altri, come Gesù. Un gesto che può essere generato solo dalla fede e solo nella fede si può comprendere fino in fondo. Una critica alla radice della cultura egemone, schiava dell’utile e del profitto. Un severo esame di coscienza per la nostra Chiesa fiorentina perché sia all’altezza di una così alta testimonianza, ma anche la gioia di scoprire tra noi una vena inesausta di amore degna della tradizione di questa Chiesa e città».

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Caterina il giorno delle nozze

Un momento commovente dei funerali di Caterina Morelli / Biliotti

 

Editoriale  L’«azione globale» di ragazze e ragazzi ECCO IL PENSIERO CHE FA FUTURO  Avv 19.3.19

Editoriale 

L’«azione globale» di ragazze e ragazzi

ECCO IL PENSIERO CHE FA FUTURO 

Il 15 marzo 2019 sarà ricordato come la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Una data fondamentale per la nostra epoca.

Lo capiremo sempre meglio in futuro. È una novità che dovrebbe farci fermare tutti a riflettere in profondità sui molti dei suoi significati.

L’infanzia e l’adolescenza sono un patrimonio dell’umanità e della Terra, il primo bene comune globale, quello che ha più valore perché in sé contiene la possibilità stessa della continuazione della vita umana. Nel primo “Venerdì per il futuro” globale abbiamo visto che le ragazze e i ragazzi hanno anche un loro proprio punto di vista sul mondo.

Fanno molte cose, come e più degli adulti, e con le loro azioni cambiano e migliorano il mondo ogni giorno. I ragazzi e le ragazze, però, non sanno solo fare: sanno anche pensare, pensano diversamente dagli adulti e hanno molte idee, perché non occorre diventare adulti per iniziare a pensare veramente. La nostra civiltà rispetta, almeno sulla carta delle dichiarazioni comuni, i bambini e i ragazzi, ma non conosce, e quindi non apprezza, il loropensiero sul mondo.

Nei convegni, qualche volta, invitiamo i bambini e i ragazzi a cantare una canzoncina, a fare una scenetta, e poi li confiniamo in sale apposite, nei loro programmi paralleli. Non riusciamo a invitarli e a trattenerli nelle sale di tutti, dove sarebbero invece preziosissimi.

Perché il loro punto di vista è essenziale. Hanno idee anche sull’economia, sulla politica e, ancora di più, sull’ambiente.

Le pensano e le dicono con linguaggi loro, ma le dicono dopo averle pensate. Vivono e guardano lo stesso mondo dei genitori, ma lo guardano e lo vivono diversamente, e quindi lo pensano diversamente.

Il pensiero dei ragazzi è troppo assente dal nostro tempo presente, come del resto era assente nei tempi passati. Il Novecento è stato il secolo che ha introdotto nella sfera pubblica il pensiero femminile, che ha cominciato a cambiare il mondo. Il XXI secolo potrà essere il secolo che conoscerà il protagonismo del pensiero dei ragazzi e delle ragazze.

I bambini e i ragazzi hanno sempre pensato, ma il mondo da loro pensato non era considerato dagli adulti qualcosa di interessante né, tantomeno, di utile per la vita sociale, economica, politica. E così questo grande patrimonio è rimasto in massima parte trascurato, dimenticato, non valorizzato. Avremmo avuto una società, una economia e una politica migliori se avessimo preso sul serio anche questo diverso pensiero. Sarebbero state più giuste, più sostenibili, più belle.

Il modo con cui i ragazzi e le ragazze guardano all’economia e la pensano, ad esempio, non è il modo adulto. Loro, molto più di noi, vedono i beni economici all’interno delle relazioni. Sono più sensibili alla diseguaglianza, alla povertà e all’ambiente, danno poco peso al denaro, sono generosi. Il loro è un pensiero concreto e quindi vivo: non c’è, ad esempio, la fame nel mondo, ma ci sono bambini, ragazzi e persone concrete che hanno fame. Il loro pensiero è concreto, è vivo, si tocca. Il 15 marzo 2019 abbiamo visto che i ragazzi e le ragazze dovrebbero e dovranno partecipare al dibattito pubblico su tutti i temi. Interagire con i politici e gli economisti, raccontare le loro esperienze e esprimere il loro pensiero, che dovrà essere conosciuto dai principali politici ed economisti, perché ne hanno bisogno. Il pensiero dei ragazzi è un dono per la società intera. Finora lo abbiamo dimenticato, Greta, le sue compagne e i suoi compagni ce lo hanno ricordato. Il Bene comune sarà più vicino quando sarà accolto e ascoltato anche il pensiero dei ragazzi. Il pensiero-ragazzo è stato ed è il grande assente nel dibattito pubblico fino a questo 15 marzo. Ora è arrivato, e non ne deve più uscire.

Luigino Bruni

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Riscoprire la figura del padre, baluardo nel caos esistenziale  AVV 22.3.19

Riscoprire la figura del padre, baluardo nel caos esistenziale 

 

Lo psichiatra Colombo e l’arcivescovo Castellucci, approfondiscono un tema centrale nell’educazione che le famiglie trasmettono ai figli. «Il papà aiuta a staccarsi dalla fanciullezza e a prendersi responsabilità»

Il 19 marzo è stata una giornata importante per ogni famiglia: si è “celebrato” il papà. Ne abbiamo parlato con uno psichiatra e un arcivescovo. A parere del dottor Maurizio Colombo, psichiatra ed educatore del Csi, la figura tradizionale del padre ha subito negli anni una profonda e peggiorativa ridefinizione. Nel periodo infantile rappresenta l’unico baluardo volto a fronteggiare il caos inquietante dell’esistenza. Un fondamentale equilibratore, senza il quale specialmente i maschi tendono a sviluppare atteggiamenti aggressivi, violenti ed antisociali derivanti dall’insicurezza causata dall’assenza di questa figura rassicurante. Per le bimbe, invece, consente di individuare con precisione le differenze fra i due sessi. A riprova di ciò è sufficiente osservare come frequentemente i bambini, allevati dalle sole madri, denuncino con allarmante frequenza, problemi psicologici e difficoltà di inserimento nel contesto sociale. Il bambino ricerca continuamente il limite ed è il padre che deve porre un freno, puntualizzando fin dove è possibile spingersi, agendo con un certo distacco non affettivo ma educativo. Non deve essere l’amico, ma un leader saggio, capace di essere esplicativo e non solamente punitivo, disponibile a spiegare i perché di un divieto, ridefinire le regole e dichiararne i contenuti. Questa autorevolezza può derivare solamente da una condotta di vita coerente ed inattaccabile. Tutto ciò con l’ausilio della madre che deve consentire al padre di insinuarsi gradualmente nel rapporto simbiotico madre- figlio dei primi anni di vita. Compito fondamentale, quindi, è quello che si realizza attraverso l’incarnazione del pensiero logico razionale di rappresentare il principio di autorità e di farlo accettare come necessario. Tramite questo assunto si favorisce l’emancipazione, si facilitare la socialità e il rapporto esterno per garantire un passaggio non traumatico dalla protezione della realtà familiare all’autonomia e l’indipendenza.

Per l’arcivescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, «il padre è fondamentale per trasmettere il senso del limite e quello del dovere. Dall’esperienza che ho avuto, come figlio, la sua presenza è stata un apporto complementare a quello della mamma. La mamma rappresenta la tenerezza e l’abbraccio il papà ci aiuta a prendere le responsabilità a staccarci dalla fanciullezza per avere delle mete; è la sponda del dovere del prendere ed accogliere la vita come compito».

E la famiglia, dove sta andando? «Tralasciando le polemiche di questi giorni –risponde l’arcivescovo – basta leggereAmoris laetitia. Il Papa, soprattutto nella prima parte, fa un quadro attuale indicando i problemi odierni e le opportunità. In occidente è sempre più difficile mantenere una stabilità affettiva ed educativa: ecco perché la famiglia – come si usa dire – è in crisi. Mancanza di mezzi economici, difficoltà nella scelta scolastica ed educativa dei figli. C’è però un segno positivo: i giovani hanno desiderio di “fare famiglia” e questo fa ben sperare».

Ufficio stampa Agesc