Categoria: Pastorale familiare

WELFARE «Un tavolo per l’assegno unico» AVV 12.5.19

IL FATTO 

L’idea di 150 euro mensili a bambino. De Palo: «Ora entri nella manovra. Uniti per la natalità»

 

Tavolo di famiglia 

Sulla proposta del Forum di un assegno unico per i figli, Di Maio rilancia: discutiamone con tutti i partiti, opposizioni comprese, è la vera emergenza

Hanno risposto tutti all’invito del Forum delle associazioni familiari, che ha illustrato il suo nuovo progetto: un assegno «semplice e comprensibile» per tutti, slegato da ogni reddito, familiare o Isee, come avviene nel resto d’Europa. L’impegno del vicepremier M5s: via a una discussione aperta, prima riunione forse già mercoledì 15. Il presidente De Palo: «Bene, ma attendiamo fatti concreti».

Intanto Di Maio sferza l’’alleato’ Salvini: limite dei due mandati per tutti i partiti e subito il via alla legge sul conflitto d’interessi (con norme anti-ricconi, ‘incompatibili’ con le cariche con patrimoni di oltre 10 milioni). E lo avverte: chiuda i rapporti con Berlusconi. Buffagni: «Un governo 5s-Pd? Una soluzione stupida».

 

WELFARE

«Un tavolo per l’assegno unico» 

L’annuncio del vicepremier Di Maio (M5s) all’incontro del Forum famiglie con tutti i partiti politici È la nuova proposta: 150 euro mensili a figlio. De Palo: «Entri nella manovra. Uniti per la natalità»

EUGENIO

FATIGANTE

 

Gigi De Palo, il presidente del Forum delle associazioni familiari, è il primo a mettere le mani avanti: «Attendiamo i fatti concreti. Su questo tema staremo attaccati alla giugulare dei partiti. L’auspicio è che passi, finalmente, il messaggio culturale che sui figli non possono esistere divisioni fra centro, destra e sinistra. È e deve diventare una battaglia di tut- ti. Lo stile del Forum è fare squadra, dar vita a una sorta di Nazionale della famiglia». Fatta la tara, comunque, la notizia è di quelle che le famiglie italiane attendono da tempo. All’assemblea con i rappresentanti politici organizzata ieri dal Forum Luigi Di Maio, vicepremier e capo politico di M5s, ha annunciato l’istituzione di un tavolo aperto alle famiglie e a tutti i partiti sull’assegno unico (e la prima riunione potrebbe tenersi – il condizionale è d’obbligo – già mercoledì prossimo, quando si festeggia la Giornata internazionale della famiglia). Già una buona partenza per la nuova proposta del Forum, l’’assegnoXfiglio’ da 150 euro al mese per tutti, che passa in primo piano rispetto al precedente Fattore.

Per farsi illustrare il progetto sono giunti tutti i partiti. «E questo è un aspetto interessante – ha commentato De Palo –. Però la volontà politica rimane nell’analisi, non entra nella sintesi che va fatta». Lo si è visto di recente, quando in Parlamento è fallito il tentativo di dar vita a una mozione unitaria sulla famiglia. Ma il Forum, giustamente ostinato, prosegue nella sua ‘missione’: «Auspichiamo che la misura entri nella legge di Bilancio – aggiunge De Palo –. Perché i figli non sono un interesse privato, ma un bene comune. E non devono più partire per l’estero, dove andranno a pagare il debito di un Paese concorrente».Toni che hanno trovato il plauso dei politici intervenuti. Di Maio ha ricordato che non è nemmeno, in fondo, un problema di soldi: per gli incentivi alle imprese negli ultimi anni sono stati stanziati «80 miliardi, ma solo 60 sono stati impiegati, alcuni le imprese non sanno nemmeno usarli». Per il ministro dello Sviluppo, comunque, il sostegno «non passa solo per i figli». Ci sono la precarietà da debellare e la maternità da tutelare, per questo ecco l’idea di «portare in dote dopo la maternità uno sgravio per il datore di lavoro, costerebbe solo 200 milioni l’anno». Pur nella esibita comune volontà di affrontare questa «emergenza», anche il resto dell’arco costituzionale ha sciorinato le sue proposte. Per la Lega (assenti Matteo Salvini impegnato a Milano, che però era stato all’assemblea del Forum, e il ministro Fontana) Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, ha colto in positivo l’insistenza del Forum sul «bisogno d’interventi per il ceto medio, oggi il più penalizzato». Mara Carfagna, vicepresidente della Camera di Forza Italia (c’era anche l’altro vicepresidente Fabio Rampelli, di Fdi), si è appellata alla «sensibilità» di Di Maio affinché il miliardo che dovrebbe avanzare dal reddito di cittadinanza sia speso «per il milione e 200mila minori che, spesso in nuclei monoparentali, vivono in povertà assoluta». E ha scelto la chiave del paradosso per invitare i partiti a «litigare ogni giorno sul tema demografia, non sugli sbarchi o su altro ». Un spunto ripreso da Paola De Micheli, vicesegretario del Pd, che ha chiesto «una moratoria» sul tema e, oltre all’assegno unico già elaborato da Stefano Lepri, ha illustrato la proposta dem che incrocia figli e scuola: «Accesso a costo zero assoluto fino al diploma per ogni primo figlio sotto un reddito Isee di 30mila euro e senza limiti per ogni figlio successivo al primo».

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Hanno risposto tutti ‘presente’ all’invito dell’organismo. Possibile prima riunione mercoledì 15. «Attendiamo fatti concreti» Carfagna (Fi): il miliardo avanzato dal Reddito di cittadinanza vada ai bambini poveri

 

I DETTAGLI DELLA MISURA (COSTO: 16 MILIARDI)

Uno strumento semplice: un aiuto universale slegato dal reddito 

La nuova proposta ha una caratteristica che poi è alla base, come metodo, della ‘rivoluzione’ adottata dal Forum: è «semplice e immediatamente comprensibile per tutti». E dunque: per ogni figlio 150 euro al mese (1.800 l’anno), importo crescente al salire del numero dei figli e, soprattutto, indipendente da ogni tipologia di reddito, familiare o Isee, e dalla condizione lavorativa dei genitori. «Esattamente come nel resto d’Europa», si sottolinea al Forum. Un assegno estendibile oltre i 18 anni d’età e fino ai 26 anni (se studenti in regola con il corso di studi), incrementato se il figlio è disabile e passibile di un ulteriore aumento in caso di assorbimento delle attuali detrazioni Irpef. Esteso anche a incapienti, disoccupati, lavoratori precari e atipici, categorie ora escluse dagli assegni familiari. Contestualmente, si andrebbe a ritoccare all’insù l’importo degli assegni familiari, sempre ad almeno 150 euro a figlio.

Il costo dell’operazione? Presumibilmente sui 16 miliardi di euro. Per questo il Forum suggerisce anche un’eventuale introduzione graduale, partendo dalle famiglie numerose (da 3 figli in su). Sarebbe una formulazione che, rispetto a oggi, avvantaggerebbe soprattutto le classi medie, finora le più penalizzate. L’importo degli assegni al nucleo italiani, infatti, «è in linea con quello degli altri Paesi europei solo per le fasce di reddito molto basse (sotto i 15 mila euro lordi a famiglia) – si legge in uno studio del Forum –; per il ceto medio (dai 50mila euro in su) cala paurosamente, mentre negli altri Paesi resta invariato ». Il motivo? Perché in questi Paesi non dipende dal reddito, ma dal numero di figli. L’essenziale è partire, perché in Italia il declino demografico fa sì che ogni anno sparisca l’equivalente di una città di 180mila abitanti.

 

 

I numeri che misurano la distanza con l’Europa

106 euro 

L’importo dell’assegno in Italia, oggi, per una coppia con 3 figli e 60mila euro di reddito familiare lordo.

588  euro

L’importo mensile per una famiglia tedesca, sempre con 3 figli, nelle medesime condizioni di reddito.

 

«Diamo un’anima all’economia»  Papa Francesco invita i giovani economisti e imprenditori di tutto il mondo ad Assisi a marzo 2020 per scrivere assieme un patto sulla salvaguardia dell’ambiente e la lotta alla povertà e all’ingiustizia AVV 12.5.19

AD ASSISI NEL 2020

Nuova economia Il Papa invita i giovani studiosi 

A marzo 2020 economisti e imprenditori riuniti per ‘Economy of Francesco’: si ragionerà su come costruire una «nuova società» basata sulla «fraternità e sull’equità» contro la «cultura dello scarto».

 

L’EVENTO

«Diamo un’anima all’economia» 

Papa Francesco invita i giovani economisti e imprenditori di tutto il mondo ad Assisi a marzo 2020 per scrivere assieme un patto sulla salvaguardia dell’ambiente e la lotta alla povertà e all’ingiustizia

CINZIA

ARENA

 

Un appello ai giovani economisti e imprenditori di tutto il mondo: venite ad Assisi, scriviamo insieme un patto per «ri-animare» l’economia, nel senso letterale di darle «un’anima» e assumersi la «responsabilità» di «costruire una nuova società» basata sulla «fraternità e sull’equità », dove non ci sia spazio per la «cultura dello scarto». Papa Francesco ha scritto ieri un messaggio per lanciare una proposta che aveva a cuore da tempo: un evento, intitolato «Economy of Francesco», che si terrà dal 26 al 28 marzo 2020 ad Assisi, la città «da secoli simbolo e messaggio di umanesimo della fraternità». «Vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato – ha esordito il Pontefice – : un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda».

Papa Francesco, facendo riferimento alla Laudato si’, ha messo l’accento sulla necessità di un cambiamento globale che affronti due facce dello stesso problema, quello delle diseguaglianze: «la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta», da un lato e «la giustizia verso i poveri e la soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale» dall’altra. «Occorre correggere – è l’auspicio del Pontefice – i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future».

La « sora nostra Madre Terra » è come «una casa da riparare». Un impegno che ci riguarda tutti, nessuno escluso. E di fronte al quale bisogna essere uniti. «Riguarda la Chiesa, la società, il cuore di ciascuno di noi – ha scritto Francesco – . Di fronte a questa urgenza, tutti siamo chiamati a rivedere i nostri schemi mentali e morali, perché siano più conformi ai comandamenti di Dio e alle esigenze del bene comune». Ma il Papa – che inviterà ad Assisi anche economisti e imprenditori di fama mondiale – ha deciso rivolgersi in modo particolare ai giovani perché sono «già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente ». «Le vostre università, le vostre imprese, le vostre organizzazioni sono cantieri di speranza – ha sottolineato papa Francesco – per combattere la cultura dello scarto, per dare voce a chi non ne ha, per proporre nuovi stili di vita». «Carissimi giovani – ha continuato il Papa – so che voi siete capaci di ascoltare col cuore le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e di responsabi-lità, cioé di qualcuno che risponda e non si volga dall’altra parte». Ricordando il messaggio di Panama, in occasione della Gmg, e l’Esortazione apostolica postsinodale Christus vivitFrancesco ha invitato i giovani ad essere costruttori di un mondo migliore: «Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro». Da qui l’invito ad incontrarsi ad Assisi per promuove un patto comune, un processo di cambiamento che deve riguardare «non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità».

Non è casuale ovviamente la scelta di Assisi, luogo di pace e di fraternità. «Se San Giovanni Paolo II la scelse come icona di una cultura di pace, a me appare anche luogo ispirante di una nuova economia. Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima» ha sottolineato il Pontefice. San Francesco è da sempre un faro ispiratore degli ideali di fraternità, attenzione ai poveri e agli esclusi. Un esempio per tutti. «Visse in totale coerenza anche sul piano economico e sociale – ha concluso il Papa –. Egli ci offre un ideale e in qualche modo un programma. Per me, che ho preso il suo nome, è continua fonte di ispirazione».

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Il Pontefice invita ad essere protagonisti del cambiamento e ad assumersi la responsabilità di dare voce a chi non ne ha «Finché ci sarà una sola persona scartata, non ci sarà fraternità»

 

 

L’ORGANIZZAZIONE

Nuovo umanesimo costruito dal basso 

 

Sarà una tappa storica, l’inizio di un nuovo umanesimo. L’evento annunciato ieri da Papa Francesco per un costruire dal basso un’economia più giusta, inclusiva e sostenibile è organizzato da un Comitato composto dalla Diocesi di Assisi, dal Comune di Assisi, dall’Istituto Serafico di Assisi e da Economia di Comunione. La macchina organizzativa si è già messa in movimento con gli inviti agli esperti mentre a giugno si apriranno le candidature per partecipare. Dai vescovi umbri arrivano messaggi di gratitudine per la scelta del Pontefice. Per il vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino se Giovanni Paolo II scelse la cittadina «come icona di pace inaugurando lo spirito di Assisi, l’odierna iniziativa, di così grande respiro, la propone anche come icona di una nuova economia ». Il mondo è segnato dal contrasto tra i pochi che possiedono troppo e i molti che sono privi persino del necessario, sottolinea Sorrentino. «Lo stesso pianeta, è depredato, invece di essere custodito. Da dove ripartire? Il Papa fa leva sui giovani, nel solco del recente sinodo loro dedicato».

Monsignor Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Conferenza episcopale umbra sottolinea come il Pontefice abbia scelto l’Umbria «per farne la culla di un momento importante di riflessione e progettualità finalizzato a ri-animare l’economia, rivolgendosi ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici, riproponendo con forza la figura e il messaggio del Poverello, esempio per eccellenza della cura per i deboli e di una ecologia integrale».

Nell’evento si uniscono due grandi temi e passioni del Papa: la sua priorità per i giovani e la sua sollecitudine per un’altra economia come spiega l’economista Luigino Bruni, direttore scientifico del Comitato organizzatore. «Stiamo invitando, a suo nome, alcuni degli economisti e imprenditori più sensibili allo spirito dell’Oikonomia di Francesco (Francesco di Assisi e Papa Francesco), per poter dare ai giovani il meglio delle riflessioni e prassi economiche di oggi nel mondo – annuncia Bruni –. La parola Oikonomia evoca insieme tante realtà: la radice greca richiama le regole della casa ma rimanda anche alla cura della casa comune, all’Oikos. E ci riferiamo anche all’Oikonomia intesa dai Padri della Chiesa come categoria teologica di salvezza universale». Tre sono i pilastri di questa Oikonomia: i giovani, l’ambiente e i poveri.

In festa la comunità francescana che si è messa a disposizione per organizzare l’evento, un «incontro destinato a dare il via ad una nuova economia » secondo padre Mauro Gambetti, il custode del Sacro Convento di Assisi, «profezia» di un’economia attenta alla persona e all’ambiente. «I quattro verbi che il successore di Pietro ci consegna: Ri-animare, Rivedere, Rispondere e Riparare tracciano la strada che percorreremo insieme a tutti coloro che coltiveranno il sogno di un nuovo umanesimo – aggiunge Gambetti –. Il Papa ci chiama contribuire al cambiamento globale per far sì che l’economia includa e non escluda, che dia vita e non uccida l’uomo».

Cinzia Arena

 

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Rimbocchiamoci le maniche Alcuni cantieri di rinnovamento aperti dal Sinodo Note Pastorale Giovanile 2.4.19

Rimbocchiamoci le maniche

Alcuni cantieri di rinnovamento aperti dal Sinodo

Rossano Sala

(NPG 2019-04-2) 

Nel suo discorso di apertura all’Assemblea sinodale, il 3 ottobre 2018, papa Francesco ci esortava a risvegliare i nostri cuori. Coloro che erano presenti hanno sentito il calore e la soavità delle sue parole. Proviamo almeno ad immaginarci il clima di entusiasmo e di attesa all’inizio di un momento così bello di Chiesa. Ecco il passaggio preciso:

Fratelli e sorelle, che il Sinodo risvegli i nostri cuori! Il presente, anche quello della Chiesa, appare carico di fatiche, di problemi, di pesi. Ma la fede ci dice che esso è anche il kairos in cui il Signore ci viene incontro per amarci e chiamarci alla pienezza della vita. Il futuro non è una minaccia da temere, ma è il tempo che il Signore ci promette perché possiamo fare esperienza della comunione con Lui, con i fratelli e con tutta la creazione. Abbiamo bisogno di ritrovare le ragioni della nostra speranza e soprattutto di trasmetterle ai giovani, che di speranza sono assetati; come ben affermava il Concilio Vaticano II: “Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza” (Gaudium et spes, 31).

Non c’è nessun momento nella storia in sé troppo negativo da non poter essere affrontato con la forza e la tenerezza della fede. Nemmeno quello che stiamo vivendo, seppur carico di novità, complessità e grande cambiamento. Mi sono chiesto in questi ultimi mesi se nell’insieme ecclesiale siamo in grado di trasmettere ai giovani ragioni di vita e di speranza. La vita, d’altra parte, è destata solo dalla vita, e la speranza è un qualcosa che si trasmette solo per contagio.
Se abbiamo vita e speranza lo possiamo però vedere attraverso dei segni. È quello più importante, a mio parere, è la laboriosità. Avere vita e speranza non ci fa stare con le mani in mano, ma ci mette decisamente in movimento. La regola che ci ha trasmesso san Paolo – «Chi non vuol lavorare neppure mangi» (2Ts 3,10) – vale anche per noi oggi! Vale per coloro che camminano quotidianamente con i giovani. C’è una buona laboriosità da risvegliare: spirituale, culturale, educativa e pastorale. Senza questa tensione pratica il Sinodo non decollerà nei nostri ambienti.

Rimbocchiamoci le maniche! Non basta pensare per i giovani, non basta nemmeno pregare per e con loro. Bisogna mettersi in movimento, aprire cantieri per loro e con loro. Di don Bosco si racconta che alla domanda di come avrebbero dovuto vestirsi i suoi figli spirituali, la risposta fu chiara: “In maniche di camicia”! Gente che lavora per i giovani, non semplicemente che parla dei giovani! I giovani ci chiedono questo: prossimità, creatività e concretezza! Se il nostro cuore si è risvegliato, di certo la nostra intelligenza si è rimessa in moto e quindi anche le nostre mani devono agire con decisione.

Vorrei a questo proposito nominare alcuni cantieri di rinnovamento cha a mio parere si sono aperti dal Sinodo e che meriterebbero quindi di essere presi sul serio. Li chiamo “nuclei tematici generativi” e li raccolgo in alcune “costellazioni di senso”. Sono gli argomenti e le questioni che al Sinodo hanno dato corpo al dialogo, al confronto, alle proposte.
Certamente c’è dell’altro, ma mi pare che in questi quindici punti distinti in cinque costellazioni ci sono le cose che maggiormente ci possono aiutare ad avere uno sguardo d’insieme abbastanza completo. Tutto si richiama vicendevolmente ed è legato in varia maniera. Ognuno di questi punti meriterebbe di essere ampiamente sviluppato. Questi sono solo accenni puntuali con dei riferimenti per poter entrare nei cardini sinodali con una certa attenzione alle sfide che sono emerse. Le indicazioni offerte partono dall’Instrumentum laboris (IL) e dal Documento finale (DF), che rimangono testi sinodali per noi fondamentali.

  1. La costellazione dell’“apertura all’ascolto”

La prima costellazione gira intorno all’ascolto. Ovvero ha a che fare con la nostra capacità di aprirci interiormente e spiritualmente per comprendere la situazione dell’altro, che nel caso del Sinodo era l’altro giovane. Di mettersi davvero dalla parte dell’altro, di entrare nel suo modo di vedere il mondo e vivere in esso.

L’ascolto empatico dei giovani

Il dibattito sinodale, fin dall’inizio, ha preso coscienza che il percorso di preparazione ha denunciato una Chiesa “in debito di ascolto”. Lo affermava papa Francesco già nel suo discorso iniziale al Sinodo:

Il cammino di preparazione a questo momento ha evidenziato una Chiesa “in debito di ascolto” anche nei confronti dei giovani, che spesso dalla Chiesa si sentono non compresi nella loro originalità e quindi non accolti per quello che sono veramente, e talvolta persino respinti.

La questione dell’ascolto è più radicale di quanto si possa pensare: viene da lontano, cioè da un’incapacità di dare ascolto a Dio e al suo Spirito che continuamente parlano e agiscono nella storia. È frutto di quella “superficialità spirituale” e di quella “voragine spirituale” di una Chiesa che parla troppo: abbastanza arrogante per poter imparare qualcosa da qualcuno; assai superba nel pensarsi unica depositaria della verità.
Molti passaggi dell’IL e del DF finale fanno riferimento all’ascolto: basta dare un occhio al quinto capitolo della prima parte dell’IL (64-72) e al primo capitolo della prima parte del DF (6-9) per rendersene conto.

L’ascolto «è la forma in cui Dio stesso si rapporta al suo popolo» (DF 6) e ha quindi una valenza teologica, prima che pedagogica e pastorale! Molti interventi hanno ribadito che siamo chiamati a riguadagnare, attraverso l’ascolto, quella capacità empatica in grado di abbandonare il proprio punto di vista per entrare letteralmente nel punto di vista dell’altro, vedendo e sentendo le cose a partire dal cuore dell’altro.

Prendere coscienza delle sfide antropologiche e culturali

Insuperato resta il quarto capitolo dell’IL (51-63) nel descrivere le sei sfide antropologiche e culturali che siamo chiamati ad affrontare nel nostro tempo: corpo, affettività e sessualità; nuovi paradigmi conoscitivi e ricerca della verità; gli effetti antropologici del mondo digitale; la delusione istituzionale e le nuove forme di partecipazione; la paralisi decisionale nella sovrabbondanza delle proposte; oltre la secolarizzazione.

Nel DF tutte queste sfide vengono riprese e affrontate in diversi momenti in maniera non sistematica, ma abbastanza sparsa e spalmata. Si ritrovano tutte le sei sfide, con diverse sottolineature e approfondimenti. Emergono in maniera particolare i numeri dedicati alla “rivoluzione digitale” in atto, che segna davvero un momento di cambio epocale (cfr. DF 21-23.145-146) e quelli legati alla sessualità (cfr. DF 37-39.149-150): due ambiti davvero strategici e di grande attualità. Tutti e sei ci inseriscono nel “cambio d’epoca” che viviamo.

Per noi è chiaro che si tratta delle condizioni reali di esercizio della missione ecclesiale oggi: queste sfide vanno approfondite in ogni nostro contesto. Chi si occupa dei giovani è chiamato a tematizzarle e ad averle ben chiare. Ci vogliono convegni, studio, approfondimento per non restare fuori dal tempo e dalla storia!

L’attenzione privilegiata ai giovani poveri e abbandonati

Sia in fase di ascolto (cfr. IL 41-50: Nella cultura dello scarto; IL 166-171: Vicinanza e sostegno nel disagio e nell’emarginazione) che nella fase dell’Assemblea sinodale è stata messa in primo piano l’esigenza di dare di più a chi ha avuto di meno. È una sottolineatura molto nostra, che ci ha fatto molto piacere.
Basta andare a vedere alcuni numeri del DF per rendersene conto: i migranti (25-28 e 147), gli abusi (29-31), le varie forme di vulnerabilità (40-44), i giovani feriti (67).

In che modo questa attenzione trova spazio nelle proposte e nelle iniziative pastorali delle nostre realtà? In che modo possiamo meglio concentrarci su questi “destinatari naturali” di una Chiesa che davvero si prende cura delle povertà del nostro tempo? In che modo oggi siamo “segni e portatori dell’amore di Dio” a questi giovani più poveri? Pensiamo solo ai giovani migranti, o ai minori non accompagnati.

  1. La costellazione della “comunità in discernimento”

Una seconda costellazione di senso fa perno sulla comunità cristiana e sulle sue dinamiche. Soprattutto nel nostro contesto sembra quasi che, a livello di immaginario ecclesiale, la comunità e il vivere insieme sia passato in second’ordine. I giovani ci hanno detto al Sinodo che la comunione e la fraternità rimangono la radice ultima e il primo frutto dell’evangelizzazione.

Riappropriarsi di un rinnovato dinamismo giovanile

Il primo capitolo della seconda parte sia dell’IL (74-84) che del DF (63-76) affrontano la questione della singolarità della giovinezza come età della vita: in particolare l’IL da punto di vista biblico – molto ripreso in fase di discussione sinodale – e il DF dal punto di vista cristologico, antropologico e pedagogico. Questi due capitoli, letti insieme, ci aiutano a scoprire che il Sinodo è davvero un appello rivolto alla Chiesa perché riscopra al suo interno e nella sua azione un rinnovato dinamismo giovanile e la sua stessa giovinezza!

Anche questo è davvero un “nucleo tematico generativo” di grande interesse, soprattutto in Europa dove ultimamente siamo assai depressi dal punto di vista sociale, ecclesiale e pastorale! Tanto umiliati ma poco umili!

Non dimentichiamoci che i santi che hanno lavorato con i giovani hanno modellato il proprio stile proprio partendo da qui. Per esempio don Bosco in tante occasioni afferma che il suo modo di agire in mezzo ai giovani era caratterizzato da un vero e proprio “dinamismo giovanile”. Cioè don Bosco ha imparato dai dinamismi della giovinezza lo stile per accompagnare i giovani!

Il rapporto tra il livello comunitario e quello personale

Accompagnamento e discernimento sono gli approfondimenti del terzo e del quarto capitolo della seconda parte del DF (91-113), che trovano nuova luce rispetto all’IL (106-136), perché al centro è stata posta la Chiesa come casa dell’accompagnamento e ambiente del discernimento. È infatti interessante notare il doppio spostamento nell’ordine esterno e interno di questi due capitoli rispetto all’IL: in quest’ultimo si parlava prima di discernimento e poi di accompagnamento, mentre nel DF diviene chiaro che si accompagna per discernere, e che quindi l’obiettivo dell’accompagnamento è il discernimento; poi ancora nell’IL era proposta una lettura prima personale e poi comunitaria sia dell’accompagnamento che del discernimento, mentre l’Assemblea sinodale ha rovesciato la prospettiva, inserendo il personale nell’ambito comunitario

.L’esito del confronto sinodale ha proposto con chiarezza tre cerchi concentrici uno dentro l’altro: prima l’accompagnamento di ambiente, poi di gruppo e infine personale. È importante recuperare questo ordine nei nostri ambienti, mantenendo la presenza di questi tre livelli di animazione.

Creare ambienti adeguati al discernimento

Il cammino sinodale è partito dall’idea che bisogna accompagnare i giovani nel loro cammino di discernimento vocazionale ed è arrivato pian piano a prendere coscienza che la Chiesa stessa ha bisogno di entrare nel ritmo del discernimento vocazionale per comprendere nell’oggi la sua missione nella storia.

Questo significa che la Chiesa stessa è chiamata ad assumere l’habitus del discernimento nel suo modo di pensare, progettare e realizzare la sua missione. Si possono vedere a questo proposito i nn. 1-2,4,73,137-139 dell’IL.

Come pure i nn. 62,104-105,110-113 del DF. Mi permetto di citare per intero il DF 124, che è molto specifico su questo, perché tocca l’esercizio dell’autorità come servizio al discernimento comunitario:

L’esperienza di “camminare insieme” come Popolo di Dio aiuta a comprendere sempre meglio il senso dell’autorità in ottica di servizio. Ai pastori è richiesta la capacità di far crescere la collaborazione nella testimonianza e nella missione, e di accompagnare processi di discernimento comunitario per interpretare i segni dei tempi alla luce della fede e sotto la guida dello Spirito, con il contributo di tutti i membri della comunità, a partire da chi si trova ai margini. Responsabili ecclesiali con queste capacità hanno bisogno di una formazione specifica alla sinodalità. Pare promettente da questo punto di vista strutturare percorsi formativi comuni tra giovani laici, giovani religiosi e seminaristi, in particolare per quanto riguarda tematiche come l’esercizio dell’autorità o il lavoro in équipe.

  1. La costellazione delle “pratiche pastorali”

Durante l’Assemblea sinodale ci si è chiesti in varie occasioni: “che cosa fare?”. E anche tante cose si sono dette circa la creatività da avere per rinnovare stili, metodi e pratiche. Certamente oggi, in un vero cambiamento d’epoca, non è possibile pensare che la pastorale della “ripetizione” sia ancora in grado di intercettare le giovani generazioni. Accenno qui a tre punti che mi paiono centrali.

La qualificazione vocazionale della pastorale giovanile

Il Sinodo nel suo insieme ha avuto questo come fuoco specifico e quindi come emergenza da affrontare: passare da una pastorale giovanile dell’intrattenimento ad una pastorale giovanile in chiave vocazionale. È una prospettiva che ci inserisce in un cambio epocale! Ci vorrà tempo, pazienza, e coraggio per entrarci!

I riferimenti sono molteplici: al centro ci sta il secondo capitolo della seconda parte sia dell’IL (85-105) che del DF (77-90). Ci sono troppi riferimenti e non è possibile fare un lavoro di sintesi in breve, perché l’argomento è strategico e fondamentale, sia dal punto di vista teorico che pratico: pensare la vocazione come l’espressione personalizzante della vita di fede di ogni battezzato mette in moto tutta una serie di conseguenze di lungo termine che ci porterebbero molto avanti. Basterebbe questo tema per una settimana di studio!

In maniera specifica si potrebbe partire dal n. 139 (L’animazione vocazionale della pastorale) e dal 140 (Una pastorale vocazionale per i giovani) del DF, per poi raccogliere i tanti elementi che escono da entrambi i testi.

Questo, propriamente, mi sembra essere il “nucleo tematico generativo” fondamentale messo in moto da tutto il movimento sinodale di questi ultimi tre anni.

Riabilitare con convinzione la liturgia

Il cammino sinodale è partito da una mancata tematizzazione del tema ad una sua forte riabilitazione. D’altra parte la liturgia è la prima forma di espressione ecclesiale! Non solo interna alla Chiesa, ma anche come modo di “presentazione” visibile per tutti.

La questione non era presente in fase “istruttoria” (cioè nel Documento preparatorio). Nella fase di ascolto i giovani è ritornato spesso il tema della liturgia (cfr. IL 69). Oltre ad altri numeri dell’IL in cui si accenna alla liturgia (72, 178, 184, 192), emergono i numeri dedicati appositamente al tema (187-189). Qui sono dette cose importanti.

Il n. 51 del DF – intitolato Il desiderio di una liturgia viva – è dedicato interamente al tema liturgico. Anche nel DF, così come nell’IL, vi sono poi tre numeri consacrati direttamente e appositamente alla liturgia (134-136).

Non dimentichiamoci quindi che «l’esperienza liturgica è la risorsa principale per l’identità cristiana» (DF 51) e che la liturgia per la pastorale giovanile è una risorsa insostituibile. Perché ci fa assaporare il valore del silenzio, della contemplazione, della gratuità e della preghiera. Dice il primato della grazia nella nostra vita. Non è poco!

Rinnovare l’idea e la pratica dell’oratorio a partire dal “criterio oratoriano”

L’oratorio e il criterio oratoriano sono davvero una dinamica importante, perché l’oratorio e il centro giovanile sono il segno della sollecitudine della comunità cristiana per i giovani. È evidente che per noi dire oratorio significa trasformare la Chiesa in una casa per i giovani, secondo la bella affermazione del DF 138:

Solo una pastorale capace di rinnovarsi a partire dalla cura delle relazioni e dalla qualità della comunità cristiana sarà significativa e attraente per i giovani. La Chiesa potrà così presentarsi a loro come una casa che accoglie, caratterizzata da un clima di famiglia fatto di fiducia e confidenza. L’anelito alla fraternità, tante volte emerso dall’ascolto sinodale dei giovani, chiede alla Chiesa di essere «madre per tutti e casa per molti» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 287): la pastorale ha il compito di realizzare nella storia la maternità universale della Chiesa attraverso gesti concreti e profetici di accoglienza gioiosa e quotidiana che ne fanno una casa per i giovani.

In questo senso, dopo aver chiarito quello che noi in gergo salesiano chiamiamo il “criterio oratoriano” (caratterizzato da quattro pilastri: casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi tra amici) si parla anche dell’oratorio e del centro giovanile come luogo pastorale specifico. Lo si era fatto di sfuggita nell’IL al n. 180 e lo si fa al n. 143 del DF, chiedendo di “dinamizzare” i centri giovanili facendoli diventare strumenti privilegiati per una Chiesa in uscita. Come fare? Come pensiamo la fisionomia dell’oratorio del III millennio?

  1. La costellazione dell’“organizzazione pastorale”

Se davvero siamo comunità che vive la profezia di fraternità, questo non può che visibilizzarsi nella missione e nel modo di organizzarla e realizzarla. È una sua intrinseca conseguenza. La “sinodalità” (ovvero il nostro camminare insieme) non può che essere “missionaria”, ovvero in uscita: nel modo di essere e nel modo di fare.

La profezia di fraternità nell’organizzazione pastorale

La grande chiave di lettura offerta per il rinnovamento ecclesiale è stata quella della “sinodalità missionaria” (cfr. DF 115-127). Tale prospettiva è stata la risposta alla domanda sulla forma della Chiesa espressa nel primo capitolo della terza parte dell’IL (138-143). I giovani, con la loro presenza e la loro parola, hanno riaperto il Dossier della sinodalità nella Chiesa del terzo millennio: il n. 118 del DF è il centro prospettico per leggere tutto il Documento nel suo insieme e per comprendere il cammino che ci aspetta nel III millennio.

Concretamente questo ci interpella nel modo in cui lavoriamo insieme nell’animazione della pastorale giovanile: il n. 209 dell’IL ci invitava ad andare Verso una pastorale integrata e il n. 141 del DF ci chiede di passare Dalla frammentazione all’integrazione. Nelle Diocesi, e perfino in alcune Conferenze Episcopali, queste questioni sono di una attualità drammatica. Perché la specializzazione e l’atomizzazione delle pastorali rischia di distruggere l’unità pastorale della Chiesa. Il passaggio deciso da un lavoro “per uffici” a un lavoro “per progetti” è stata auspicata da molti al Sinodo. Sappiamo che tendenzialmente l’ufficio separa e il progetto crea invece unità.
Sono le grandi sfide da raccogliere per una vera e propria “conversione istituzionale” (cfr. IL 198).

Una progettazione corresponsabile e virtuosa

Il tema della progettazione pastorale non è uscito in maniera molto forte nell’Assemblea sinodale. Era molto più presente nella fase dell’ascolto delle diverse Conferenze Episcopali.

L’IL ai numeri 206-208 poneva la doppia questione, fortemente sottolineata, dell’improvvisazione e dell’incompetenza pastorale da una parte, e dall’altra del rapporto non sempre facile tra eventi straordinari e vita quotidiana. Le questioni erano poste in forma molto chiara e precisa.

Nel DF è stato solo affrontato il secondo tema al n. 142. Sta di fatto che il primo, a livello di Chiesa, rimane drammatico: l’incompetenza progettuale, segno dell’incapacità di fare squadra, è alla base di tanti fallimenti nella pastorale giovanile. Non siamo sempre in grado di creare un clima collaborativo e corresponsabile, e lo sostituiamo volentieri con un verticismo oramai inaccettabile dalle giovani generazioni (cfr. il “clericalismo” di cui si parla nell’IL 199, numero dedicato al “protagonismo giovanile”), che crea un clima di allontanamento e di scoraggiamento. Che i giovani in un sistema verticistico e piramidale di Chiesa non ci stiano più è emerso con grande chiarezza al Sinodo!

La necessità di lavorare in rete

La questione della “sinodalità missionaria” è centrale e crea due movimenti ben precisi: uno centripeto – cioè verso l’interno, negli ambienti ecclesiali e nella collaborazione tra noi – e uno centrifugo – che va invece verso l’esterno, capace di coinvolgere e creare collaborazione con tutti coloro che hanno a cuore i giovani. Due movimenti entrambi necessari e mai riducibili all’altro.

Molte volte ci accorgiamo – con grande tristezza e vergogna – che è più facile lavorare con soggetti terzi (civili e sociali) che tra di noi (vari livelli di Chiesa, diversi uffici e vari incaricati). Effettivamente la necessità di lavorare in rete ha bisogno di virtù relazionali forti e di capacità di coinvolgimento ampia e articolata. I numeri 204-205 dell’IL ponevano con lucidità la questione.

Il Sinodo ha preso coscienza poi che la Chiesa vive in un territorio con cui deve entrare in dialogo per un vero e proprio scambio di doni (DF 132) e che la preparazione di nuovi formatori deve prevedere una specifica competenza nel lavorare in rete (DF 159) e in équipe in tutti i campi (DF 103.124.163).

  1. La costellazione della “formazione per la missione”

Un’ultima costellazione, decisamente importante anch’essa, riguarda la questione della formazione, che io lego direttamente a quella della missione e anche alla necessità della conversione. Penso infatti che il legame intrinseco tra conversione, formazione e missione sia da recuperare in tutta la sua forza e pienezza.

Il legame strategico tra servizio generoso e discernimento vocazionale

In tutto il cammino sinodale è cresciuta sempre di più la consapevolezza del legame davvero strategico tra esperienze di servizio generoso e il discernimento vocazionale, cioè tra missione e vocazione. Questo è emerso fin dall’inizio ed è un pensiero che si è via via sempre più rafforzato.

L’IL 194-195 raccoglie in sintesi molte esperienze presentate da tante Conferenze Episcopali. Se pensiamo solo alle tante esperienze di servizio e volontariato che offriamo, forse dobbiamo domandarci se siano poi riprese in sede di discernimento vocazionale. Forse qui sta uno dei nostri difetti legati all’attivismo pastorale: facciamo fare tante esperienze ma siamo frettolosi nell’accompagnarle e riprenderle in ottica vocazionale, ovvero di conversione e formazione. In questo modo non facciamo altro che alimentare in tanti giovani il “collezionismo di esperienze” tipico del nostro tempo. I giovani ci hanno chiesto invece di accompagnarli non solo nell’esperienza, ma anche e soprattutto nel discernimento, che ha bisogno di tempi adeguati, spazi adatti e clima favorevole per riprendere l’esperienza fatta dal punto di vista spirituale e vocazionale.
Il tema della diakonia (DF 137) è davvero generativo per la Chiesa e per i giovani, ma va meglio articolato e come “nucleo tematico” da approfondire nelle sue radici e nelle sue conseguenze per la pastorale.

Il riscatto degli adulti e la qualificazione degli accompagnatori

Nell’ambito formativo emerge tutto il tema della qualità degli adulti, della formazione degli accompagnatori, che ha trovato nel cammino sinodale una molteplicità di denunce, espressioni e proposte. Che gli adulti siano troppe volte adultescenti e adulterati è sotto gli occhi di tutti. Che il nostro mondo canonizzi l’adolescenza e la giovinezza, dimenticando fatalmente che bisogna tendere alla maturità e alla pienezza della vita adulta, anche. Eppure i giovani ci hanno detto in molti modi di essere davvero una “generazione Telemaco”, ovvero disponibili e desiderosi di poter entrare in positiva alleanza con un mondo di autentici adulti, di cui sentono molto la mancanza da tutti i punti di vista.

I riferimenti anche qui sono molti. Bastino alcuni accenni al profilo e alla formazione degli accompagnatori emersi in fase di ascolto (IL 130-132: Le qualità di coloro che accompagnano) e sostanzialmente confermati nel DF 101-103 (Accompagnatori di qualità). Tutto poi rimanda al capitolo conclusivo della terza parte (DF 157-164: Formazione integrale).

Formare i giovani formandosi con loro

Per la pastorale giovanile forse le provocazioni più grosse del Sinodo riguardano l’accompagnamento dei giovani verso una Chiesa caratterizzata da una “sinodalità missionaria” in cui tutti sono chiamati ad essere soggetti e responsabili della missione. Missione sempre affidata alla Chiesa nel suo insieme e mai ad alcuni dei suoi membri in forma esclusiva ed escludente. Tutto questo è originato dalla potente intuizione dell’introduzione e del primo capitolo della terza parte (DF 115-127). Tali premesse esigono poi una formazione specifica alla missione e alla vita adulta.

In questo senso per noi è importante prendere spunto dai numeri 160 e 161 del DF per discernere che cosa siamo chiamati a proporre in vista della formazione dei giovani alla missione. Il n. 160 invita ad istituire «centri di formazione per l’evangelizzazione destinati ai giovani» e il n. 161 chiede una vera e propria mobilitazione ecclesiale capace di offrire ai giovani che lo desiderano un tempo destinato alla maturazione della vita cristiana adulta, chedovrebbe prevedere un distacco prolungato dagli ambienti e dalle relazioni abituali, ed essere costruita intorno ad almeno tre cardini indispensabili: un’esperienza di vita fraterna condivisa con educatori adulti che sia essenziale, sobria e rispettosa della casa comune; una proposta apostolica forte e significativa da vivere insieme; un’offerta di spiritualità radicata nella preghiera e nella vita sacramentale. In questo modo vi sono tutti gli ingredienti necessari perché la Chiesa possa offrire ai giovani che lo vorranno una profonda esperienza di discernimento vocazionale.

Qui vengono messe in gioco le nostre comunità educativo-pastorali nella loro capacità di recuperare una prossimità reale con le giovani generazioni. Qui siamo chiamati ad essere creativi e innovativi, coinvolgendo adulti, comunità, laici e giovani in un progetto di formazione comune. Si tratta di un’utopia o di una profezia? In che modo possiamo far partire qualche “esperienza pilota”? O sostenere e rafforzare quelle esperienze che vanno già in questa direzione?

* * *

Da come si può vedere c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il cantiere nel suo insieme è enorme. Le cinque costellazioni sono tutte molto intriganti e coinvolgenti.

Il Dossier che segue, sul tema della realtà e dei camini di rinnovamento dell’esperienza oratoriana, è lo sviluppo di uno solo dei quindici “nuclei tematici generativi” sollevati in questo editoriale. Ognuno di essi meriterebbe un approfondimento specifico.

Rimbocchiamoci davvero le maniche: chiediamo al Signore il dono dell’intelligenza pedagogica e della passione pastorale; la forza di lavorare insieme e la bellezza di riscoprire con i giovani di essere parte viva della Chiesa.

 

Cella Mocellin, la maternità come dono estremo di sé AVV 11.5.19

LA STORIA

Cella Mocellin, la maternità come dono estremo di sé

GEROLAMO FAZZINI

 

Tra le figure che meglio esprimono la santità giovanile di cui parla papa Francesco nellaChristus vivitva senz’altro annoverata quella di Maria Cristina Cella Mocellin, morta nel 1995 all’età di soli 26 anni. La sua storia, commovente, parla di una giovane sposa e madre di tre bimbi molto piccoli, alla quale viene diagnosticato un sarcoma alla gamba durante la gravidanza del terzo figlio Riccardo. Per preservare il nascituro, Maria Cristina e il marito Carlo Mocellin decidono di procrastinare le cure invasive al periodo successivo al parto. Purtroppo, però, il tumore, particolarmente aggressivo, colpirà la giovane donna ai polmoni, conducendola in breve alla morte.

La devozione per questa giovane coraggiosa sposa e madre, capace di accettare il suo calvario con grande fede, è tuttora molto viva. Prova ne sia il fatto che l’Associazione Amici di Cristina Onlus propone oggi a Rho (Milano), presso la sede dei Padri Oblati, un intenso convegno, di un’intera giornata, dal titolo «Compagni di cammino», incentrato sulla figura della serva di Dio e la sua spiritualità per l’oggi.

Folta e qualificata la lista dei relatori, a partire dal postulatore padre Carlo Calloni, che presenterà lo stato della causa di beatificazione, al curatore dellapositio,nonché amico e biografo di Maria Cristina, Alberto Zaniboni. Seguirà poi la testimonianza del marito Carlo Mocellin. Nel pomeriggio interverrà don Vincent Nagle, cappellano della Fondazione Maddalena Grassi che offrirà una meditazione sul tema della sofferenza (aspetto centrale nella vita della giovane mamma). Seguirà una testimonianza-concerto del gruppo rock The Sun.

Tutti gli interventi della giornata saranno preceduti da brevi testi tratti dagli scritti della serva di Dio, letti dall’attrice Anna Branciforti. La giornata si concluderà con la Messa alle 19, presieduta dal vicario episcopale della zona IV Luca Raimondi. Nella sede del Convegno sarà visitabile la mostra itinerante «Santi della porta accanto», promossa dall’Associazione Don Zilli e dal Centro culturale San Paolo, nella quale un pannello è dedicato proprio alla Mocellin.

© RIPRODUZIONE RISERVATAOggi a Rho un convegno sulla sposa e madre serva di Dio che durante la sua terza gravidanza, con un sarcoma a una gamba, per salvare la vita del nascituro decise di procrastinare le cure.

Morì nel 1995 a 26 anni. Cresce la devozione per la sua figura

 

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Tra legalità e senso civico giovani in cerca di risposte. Dai dati del nuovo «Rapporto Giovani» dell’Istituto Toniolo AVV 11.5.19

ANALISI

Chi cresce in una società che trasmette insicurezza invoca misure efficaci ma ha idee confuse su diritti e doveri

Tra legalità e senso civico giovani in cerca di risposte

Dai dati del nuovo «Rapporto Giovani» dell’Istituto Toniolo il ritratto di una generazione incerta sulle fonti delle norme ma ancora molto radicata nella famiglia

Nel lungo periodo, secondo i sociologi della tarda modernità, si è assistito a un progressivo allentamento della normatività esterna agli individui in favore di un’accresciuta centralità degli ideali di autorealizzazione. Questo spostamento della normatività dai valori riferiti al Noi a quelli riferiti al Sé, se da un lato ha comportato una crescita della libertà nella responsabilità degli individui, dall’altro li ha esposti maggiormente ai rischi di isolamento, fallimento e disgregazione dei legami sociali. L’indebolimento delle fonti tradizionali di legittimazione dei valori e delle norme – in primis la religione e le ideologie politiche – e la crescente esposizione a sistemi di valori eterogenei propri delle società multiculturali, ha portato sempre di più gli individui a elaborare le proprie condotte cercando riflessivamente una mediazione tra premure personali e opportunità contingenti piuttosto che applicando schemi prefissati riferiti a valori condivisi. Questomodus operandiaumenta l’incoerenza tra valori dichiarati e comportamenti agiti e conseguentemente anche la difficoltà di interpretazione delle condotte sociali. Negli ultimi decenni il crescente senso di insicurezza dovuto alla percezione dei rischi globali (cambiamenti climatici indotti dall’uomo, terrorismo, incertezza economica, migrazioni incontrollate) ha portato i soggetti a cedere parti crescenti della propria autonomia e indipendenza a nuovi sistemi di sorveglianza generalizzata, sistemi che per il loro carattere opaco e impersonale non sembrano ridurre l’incertezza e contribuiscono semmai ad alimentare la domanda di norme più restrittive e severe.

Sullo sfondo si rileva una crescente sfiducia delle nuove generazioni nei confronti delle istituzioni – in particolar modo quelle politiche – e un crescente investimento nei confronti di quell’area della ‘socialità ristretta’ costituita dai rapporti familiari e dalle reti amicali. Quest’ultimo trend trova conferma anche nelle precedenti edizioni del Rapporto Giovani. Per altro verso anche recenti indagini sulla cultura della legalità tra gli adolescenti italiani pongono in luce la debolezza degli attuali agenti mediatori, uno scarso senso civico e il rischio di slittamento per una minoranza consistente di essi verso modelli culturali e comportamentali illegali.

Se è vero che i valori dei giovani sono più improntati all’apertura al cambiamento che alla conservazione, si tratta di capire verso quale direzione tali cambiamenti siano oggi orientati, in una fase storica connotata da una forte tensione tra e nelle istituzioni democratiche, caratterizzata da intense contrapposizioni tra modelli e pratiche di convivenza e di cittadinanza, dove istanze libertarie coesistono con richieste securitarie e nuove spinte autoritarie. Se volgiamo l’attenzione alle fonti normative di legittimazione dellacivility,ossia del senso di rispetto per gli altri e per l’ambiente, ci sono pochi dubbi sul fatto che la fonte principale tra i giovani sia considerata la famiglia (indicata dal 49,8%). Tra gli altri ambiti di socializzazione alla convivenza seguono a notevole distanza la scuola (19,1%), il luogo di lavoro (17,7%) e in ultimo le amicizie (13,4%). I dati di ricerca confermano la centralità della famiglia sia come valore in sé e soggetto di diritto, sia come luogo privilegiato di formazione del senso civico. È pur vero che questa ampia investitura da parte dei giovani avviene in un contesto di debolezza, scarsa legittimazione e sfiducia nei confronti dei soggetti tradizionalmente deputati alla formazione del senso civico: partiti, media generalisti, istituzioni politiche, forme di cittadinanza attiva, e in parte anche la scuola. Appare legittimo, pertanto, chiedersi se l’ancoraggio convinto ai valori familiari possa effettivamente alimentare un atteggiamento di apertura democratica, solidarietà sociale e rispetto delle regole di convivenza civile o se non sottenda piuttosto l’assunzione di interessi particolaristici e logiche opportunistiche, alimentando la spirale di denormativizzazione della società. Combinando due diversi item – uno riferito all’importanza attribuita al valore del diritto di famiglia, l’altro agli ambiti sociali di maggiore stimolo per la formazione del senso civico – è stata creata una tipologia degli orientamenti valoriali familiari composta da quattro modalità o tipi:1)la famiglia come «valore marginale» rispetto alla cultura civica e alla legalità, che comprende coloro che considerano per niente, poco o abbastanza importante il valore del diritto di famiglia e che non indicano la famiglia come ambito principale di promozione del senso civico (21,6% del campione); 2) la famiglia come «valore per la società», che comprende coloro che considerano per niente, poco o abbastanza importante il valore del diritto di famiglia e che indicano la famiglia come ambito principale di promozione del senso civico (16,5%); 3) la famiglia come «valore in sé» o soggetto di diritto, che comprende coloro che considerano molto importante il valore del diritto di famiglia e che non indicano la famiglia come fonte principale dicivicness(28,6%); 4) la famiglia come «valore integrale», che comprende coloro che considerano molto importante il valore del diritto di famiglia e al tempo stesso ritengono che essa sia anche la fonte principale dicivicness(33,3%). In ultima analisi nei giovani intervistati l’assunzione di una visione più positiva delle leggi sembra essere maggiormente associata a un orientamento valoriale che vede la famiglia come un soggetto di diritto e un valore in sé. L’adozione di un quadro di riferimento di comportamenti pratici maggiormente conforme alle leggi è favorita da una visione integrale che combina il valore della famiglia con il riconoscimento del suo primato nella formazione del senso civico, anziché dall’approccio opposto, che contrappone interessi e premure propri della sfera familiare ai valori e agli orientamenti più generali della società civile.

Gli intervistati esprimono una convinta adesione ai valori propri della democrazia e dello stato di diritto, secondo una scansione oramai consolidata che vede anteporre i valori della sfera individuale a quelli più propriamente riferiti all’ambito della polis(democrazia e rispetto delle leggi), ai valori solidaristici e di impegno sociale, percepiti maggiormente come «accessori» rispetto ai precedenti. In senso astratto la maggioranza dei giovani condivide una visione alta delle leggi come strumenti di regolazione sociale, che garantiscono la tutela delle libertà individuali, in cui anche la punizione assume una valenza perlopiù positiva.

Tuttavia, circa un terzo del campione esprime una visione critica delle leggi, le considera uno strumento di oppressione della libertà individuale e di tutela delle élite e non riconosce alle leggi un’autorità superiore a quella della propria soggettività. Più concretamente si conferma una certa labilità delle conoscenze e dunque della percezione dei confini tra ciò che è legale e non lo è, spesso confuso con ciò che è moralmente lecito per la collettività o per i giovani stessi.

Preoccupante è la percezione che i giovani hanno dell’alto grado di illegalità diffusa nella società italiana. Questa percezione, sebbene enfatizzata nei toni, affonda le radici in un problema culturale e sociale reale del nostro Paese che disincentiva lo sviluppo di una cultura civica fondata sul rispetto condiviso delle regole, sottrae forza di persuasione alle norme, legittima l’assunzione di condotte non-convenzionali e devianti.

Nonostante 1 giovane su 3 provi un senso di impotenza di fronte alla perdurante cultura dell’illegalità, la grande maggioranza (quasi 9 su 10) non perde completamente la speranza e pensa che si debba fare di più per cambiare le cose. Il senso di urgenza traspare anche dal modo in cui i giovani accolgono massicciamente e con pochi distinguo tutte le proposte di contrasto dell’illegalità: dall’investimento nell’educazione, alla certezza della pena, dall’aumento della vigilanza, all’inasprimento delle pene, alla rieducazione nelle carceri.

docente di Sociologia della famiglia e dell’infanzia, membro del Laboratorio ricerca e intervento sociale Università Cattolica, sede di Brescia

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Si antepongono sempre più i valori della sfera individuale a quelli della «polis», percepiti come accessori

DIEGO

MESA

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Appello dei missionari in Italia in vista delle elezioni europee AVV 9.5.19

Appello dei missionari in Italia in vista delle elezioni europee

INCLUSIVA, LUNGIMIRANTE, SOSTENIBILE ECCO L’EUROPA CHE VOGLIAMO

 

Caro direttore, in occasione delle elezioni del 26 maggio per il rinnovo del Parlamento dell’Unione Europea, noi missionari cattolici di diverse famiglie e provenienze che facciamo parte della Cimi (Conferenza Istituti Missionari Italiani) e che siamo presenti nel Sud e nel Nord del mondo vogliamo condividere il nostro sogno e le nostre preoccupazioni sull’Europa, a fianco delle vittime dell’umanità ferita a causa dell’attuale sistema economico-finanziario che uccide creature e creato.

Auspichiamo innanzitutto che l’Europa riconosca il contributo ailla comunità degli immigrati sul piano economico, sociale, culturale e religioso. Gli immigrati sono portatori di diversità che non è una minaccia all’unità, ma un arricchimento per la società e una opportunità di crescita per tutti sulla base dei valori condivisi nel rispetto dei diritti umani, delle regole democratiche, nello spirito di fratellanza e solidarietà. L’immigrazione di giovani uomini e donne, sebbene costituisca un impoverimento per i loro Paesi di origine, è per noi una risorsa necessaria per rinnovare il continente europeo in fase di decrescita demografica con tassi di natalità sempre più bassi e con un aumento della popolazione anziana. Per mantenere costante la popolazione attiva, l’Europa ha bisogno di 7 milioni di lavoratori stranieri nei prossimi venti anni. L’Italia, per lo stesso periodo, dovrebbe accoglierne 325mila in età di lavoro.

Siamo fortemente preoccupati per la deriva sovranista che si sta diffondendo un po’ ovunque in Europa e che, nella sua retorica populista, guarda agli immigrati soltanto come un pericolo per la sicurezza e una minaccia ai privilegi acquisiti, alimentando sentimenti xenofobi e di ostilità verso gli stranieri, soprattutto quelli di origine africana.

Siamo altresì preoccupati per l’assenza di empatia e l’indifferenza che percepiamo in Europa, anche tra non pochi cristiani, verso le sofferenze e le situazioni di gravi difficoltà in cui vivono molti fratelli e sorelle in tanti Paesi del Sud del mondo.

Riteniamo perciò inaccettabile la politica dei ‘porti chiusi’ adottata dal governo italiano che impedisce a profughi in fuga da guerre, fame e persecuzioni e a migranti in cerca di opportunità di lavoro di trovare rifugio nel nostro Paese. Siamo preoccupati ancora di più per la sorte di decine di migliaia di immigrati rinchiusi nei famigerati centri di raccolta in Libia dove le loro condizioni di vita sono ulteriormente peggiorate a seguito della guerra civile scoppiata recentemente. L’Italia e l’Unione Europea si mobilitino per realizzare ‘corridori umanitari’ che garantiscano il loro trasferimento in Paesi dove ci sia pace e condizioni di vita migliore.

Riteniamo iniquo, immorale e contrario alle convenzioni internazionali l’ostruzionismo applicato dal governo italiano nei confronti di organizzazioni non governative che con le loro navi cercano di prestare soccorso in mare ai naufraghi. A causa di questo boicottaggio tanti nostri fratelli e sorelle profughi sono morti annegati e continueranno a morire per omissione di soccorso. La guardia costiera libica, sostenuta dal governo italiano, spesso non interviene per salvare in mare quanti sono in pericolo e, quando interviene, riporta indietro i profughi nei lager libici dove uomini, donne e bambini sono sottoposti a torture, violenze e privazioni di ogni tipo.

Inoltre, disapproviamo il decreto Sicurezza e immigrazione del governo che equipara la questione immigrazione a un problema di sicurezza, abolisce di fatto la protezione umanitaria per la concessione del diritto di asilo, smantella gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e di conseguenza lascia per strada migliaia di migranti trasformati in clandestini.

Chiediamo che l’Italia aderisca al Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (Global Compact), firmato da 164 Paesi in sede Nazioni Unite a Marrakech (Marocco) il 10 dicembre 2018. È un testo quadro non vincolante volto a regolare le migrazioni internazionali a vantaggio sia dei Paesi di arrivo sia dei Paesi di partenza, nonché degli stessi migranti. L’Europa che si appresta a votare il nuovo Parlamento affronti con urgenza e lungimiranza l’emergenza clima e la gravissima crisi socioambientale a livello planetario. È necessaria e urgente una conversione ecologica. Lo dobbiamo alle giovani generazioni e a quelle future che rischiano di trovare un pianeta devastato perché noi, generazione adulta, non lo abbiamo saputo custodire. Il pianeta si va surriscaldando sempre di più ed è imperativo che l’Europa difenda il trattato Cop 21 di Parigi nel 2015 per contenere le emissioni dei gas serra e l’incremento della temperatura, e si impegni sempre più a fondo nella riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento.

I nuovi eletti al Parlamento di Strasburgo ascoltino le proteste silenziose e pacifiche dei giovani che, sollecitati dall’esempio di Greta Thumberg, stanno dicendo a governi e istituzioni internazionali che il tempo delle chiacchiere è finito ed è ora di passare ai fatti per evitare la catastrofe.

La conversione ecologica è dovuta anche ai Paesi più poveri del mondo che, sebbene contribuiscano in maniera minima al surriscaldamento del pianeta, pagano il prezzo più alto dei cambiamenti climatici. Le popolazioni di questi Paesi si trovano più sprovviste di mezzi e competenze nell’affrontare i danni di prolungati periodi di siccità e devastanti alluvioni e cicloni. Il nuovo Parlamento europeo che uscirà dalle prossime elezioni si impegni con determinazione nel perseguire la transizione dalla produzione energetica basata sulla combustione di fossili alla produzione di energie pulite e rinnovabili.

L’Europa che ha fatto alcuni passi significativi per la riduzione di emissioni di gas a effetto serra metta in atto politiche che premiano esempi virtuosi che utilizzano energia pulita e sanzionino pratiche che continuano a inquinare e accrescono il tasso di emissioni nocive nell’atmosfera.

Coordinatore Cimi Responsabile della Commissione Giustizia, pace e integrità del creato della Cimi

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  1. MICHELANGELO

PIROVANO

E FR. ANTONIO

SOFFIENTINI

 

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Lʼalfabeto degli affetti. Il canale più efficace per trasmettere il Bene AVV 9.5.19

Lʼalfabeto degli affetti

Il canale più efficace per trasmettere il Bene

 

La desolante notizia di cronaca è nota: l’ennesimo stupro, le riprese video con il cellulare, il padre di uno dei ragazzi che, senza altri commenti, invita il figlio a far sparire il video. Sul Corriere della Sera di venerdì 3 maggio, in un articolo dai toni molto duri, Pierluigi Battista si scaglia contro “il vuoto morale prodotto da famiglie inesistenti”. Il giornalista parla di “… padri complici di ogni efferatezza, responsabili della ferocia che ha anestetizzato, svuotandola, la mente di figli che probabilmente non sanno cosa sia il Male, perché nessuno ha insegnato loro cosa fosse, il Male”.

Questa parola, Male, che viene scritta proprio con la lettera maiuscola da una testata laica, ci invita a riflettere. Già: cos’è il Male? E cos’è il Bene? Come si può insegnare a distinguerli? E ancora: che cosa trasforma un “male” in un “Male”? Perché una cosa è certa, anche se forse è più comodo dimenticarla: il Male grande, quello che ci fa inorridire, non arriva all’improvviso e per caso; piuttosto, proprio come il Bene, si tratta dell’ultimo atto di un processo che viene da lontano, gesto dopo gesto, pensiero dopo pensiero.

Il cucciolo d’uomo cresce nella relazione: tutto ciò che impara di sé e del mondo ha le radici nello sguardo che l’adulto ha su di lui (che fonda il senso del suo valore) e nello sguardo che l’adulto ha sul mondo (che fonda il senso del valore delle cose). Il bambino guarda all’adulto e al suo modo di guardare il mondo: a cosa l’adulto riconosce valore? Cosa ritiene prezioso e dunque sempre degno di rispetto? È infatti il valore che riconosciamo a qualcosa o a qualcuno ciò che sta alla base della nostra capacità di rispettarlo; ed è solo il rispetto che può orientare in modo stabile il comportamento, ben al di là dell’insegnamento di norme formali, destinate troppo spesso a venire travolte dalle pressioni talvolta imprevedibili della vita. La vera “buona educazione”, tanto sbeffeggiata, altro non è che la conseguenza pratica della capacità di cogliere il valore delle persone e delle cose e dunque di rispettarle; il bambino la apprende se e quando può modulare il suo comportamento su quello di adulti che ci credono davvero.

I piccoli atti, i piccoli pensieri che ci orientano passo dopo passo al Bene non si improvvisano, ma si costruiscono un giorno dopo l’altro grazie all’amore attento e concreto di genitori che educano avendo il Bene a cuore. Il diritto a venire educati è, insieme a quello di essere amati, uno dei diritti fondamentali del bambino: un diritto oggi sempre più dimenticato. L’amore che educa al Bene è un amore paziente, che passa attraverso le piccole cose concrete di ogni giorno: un amore che insegna ad avere cura delle persone e delle cose, a perdonare, a riparare, ad aspettare. Lo fa con fiducia e lo fa ogni giorno da capo.

Far alzare un bambino sul tram perché si siedano un anziano o una donna incinta, gli insegna il rispetto molto più di tanti discorsi; così come insegnargli ad aspettare, a lasciare spazio alle esigenze degli altri o a domandare le cose per favore, invece di pretenderle. Se un adulto chiede queste cose, lo fa perché sa guardare lontano e prepara nel bambino di oggi l’uomo e la donna di domani; lo fa perché pensa che sia importante insegnargli che non è lui il centro del mondo e che ogni persona ha, come lui, un valore inestimabile che merita rispetto, senza condizioni.

Il dubbio è che il vero problema stia in un mondo adulto che non crede più nel valore della persona, e ha smarrito perciò il cuore e il senso del processo educativo. Questo è dunque ciò che dobbiamo ritrovare, l’unica cosa che può fare la differenza. Da qui dobbiamo, anche come famiglie, ripartire: la famiglia che insegna concreti e quotidiani atteggiamenti di rispetto, al proprio interno e nelle relazioni con il mondo, è una famiglia capace di fare cultura e che può tornare ad essere in modo sempre più consapevole il canale più efficace per la trasmissione del Bene.

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MARIOLINA

CERIOTTI MIGLIARESE

 

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Il direttore risponde. Lettera di Souad Sbai, presidente del Centro studi Averroé. La buona laicità rispetta ogni fede che ha doveri e diritti nello spazio pubblico AVV 9.5.19

Il direttore risponde

Lettera di Souad Sbai, presidente del Centro studi Averroé, sull’editoriale del professor Ambrosini alla vigilia del Ramadan. Convergenze ma anche obiezioni alle quali rispondo alla luce di una concezione cristiana che si specchia nei grandi principi della cultura e dell’ordinamento italiano

 

La buona laicità rispetta ogni fede che ha doveri e diritti nello spazio pubblico

 

Gentile direttore, pone certamente dei temi interessanti Maurizio Ambrosini nel suo editoriale il cui titolo «Giusto spazio alla fede (anche musulmana)» è preceduto dall’occhiello «Inizia il Ramadan, e la cosa riguarda anche noi» (“Avvenire”, 4 maggio 2019). È particolarmente importante evidenziare, come l’autore fa in alcuni passaggi, una necessità ormai improrogabile: all’islam in Italia servono regole certe, accordi trasparenti fra lo Stato e le comunità religiose; serve un censimento limpido delle strutture di culto e dei centri culturali, per evitare, come spiega il professor Ambrosini, «che gran parte dei momenti di preghiera si tengano in luoghi inidonei, semi-clandestini, provvisori, e quindi anche più difficili da monitorare». È giusto fra l’altro aggiungere che spesso sono state proprio alcune comunità islamiche italiane ad aver mancato di correttezza e trasparenza in questo senso, come dimostrano i dati e le cifre dirompenti riportate nel recentissimo lavoro sui “Qatar papers” realizzato dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot.

Rimango, invece, meno convinta dal tono generale che lo stimato sociologo sceglie di usare parlando del Ramadan, il mese del digiuno islamico, di cui, scrive Ambrosini le istituzioni dovrebbero in qualche modo farsi carico, al fine di «regolare le modalità di espressione di un’esigenza umana incomprimibile come quella di praticare insieme e pubblicamente la propria fede religiosa ». Ho paura che così si possa alimentare una visione del mondo arabo sbagliata e ormai da tempo superata nei fatti. Ci sono oggi, in Italia e in Europa, tantissime persone di cultura e di tradizione islamica che, conservando appieno tutti i tratti del proprio retaggio, non basano la propria esistenza quotidiana sulle prescrizioni religiose e che, per questo, nei prossimi giorni por- teranno avanti con grande serenità le proprie abitudini alimentari, vivendo il periodo del Ramadan nella misura in cui gli sembra consono e opportuno. Non si tratta, io credo, di una puntualizzazione priva di effetti. Parti del mondo musulmano si interrogano ormai profondamente sul senso della laicità dello Stato: ne sia prova l’ampio dibattito che, sui giornali e in pubblico, si svolge in Marocco, dove formalmente il codice penale ancora sentenzia con la reclusione fino a sei mesi chiunque mangi in pubblico durante il mese del digiuno. Negli ultimi anni abbiamo notizie di tavolate pubbliche, sempre più accettate e tollerate, di cittadini che mandano un messaggio netto: la fede e il rapporto con Dio è un affare privato. Proprio in questo senso mi appare allora malposto ciò che è stato scritto su “Avvenire”, perché la religione musulmana non ha bisogno di essere legittimata in piazza e i cittadini di discendenza islamica non devono essere ridotti a membri di una religione. Sono invece decisamente più convinta di quanto afferma ancora Ambrosini quando parla delle carceri italiane, luoghi dove «avvengono anche processi di radicalizzazione religiosa»: fra l’altro è importante aggiungere che proprio il mese di Ramadan è uno dei più sensibili. Servirebbe allora, dice correttamente il sociologo, molta più attenzione alle persone che si interfacciano con i detenuti di religione islamica, molta più trasparenza e legalità nella scelta di chi può avere accesso alle strutture detentive, un deciso impegno per evitare che esse diventino luoghi di reclutamento per le frange più radicali dell’islam combattente: si tratta di un tema cruciale, su cui credo che sarà sempre più importante concentrarsi. Con immutata stima.

Souad Sbai

Presidente Centro studi Averroé

 

Tra di noi, cara presidente Sbai, c’è una lunga e cordiale stima reciproca. Apprezzo l’intelligenza con cui lei ha coniugato la serena consapevolezza della sua cultura d’origine marocchina con l’adesione alla cittadinanza italiana, condivido e ammiro le sue battaglie per la libertà e la dignità della donna nei contesti culturali a dominante islamica, ho seguito con interesse il suo impegno da parlamentare eletta nelle fila del centrodestra nella XVI legislatura e i successivi sviluppi che l’hanno portata ad aderire alla Lega. Accolgo ancora una volta con attenzione e rispetto le sue considerazioni e anche, diciamo così, le sue obiezioni a una parte del bell’editoriale del professor Ambrosini che abbiamo pubblicato alla vigilia del Ramadan. Visto che lei e io siamo ovviamente d’accordo con Ambrosini (e con un’infinità di persone pensanti) sulla necessità di organizzare e regolare in modo civile e responsabile luoghi di culto e di aggregazione di cittadini italiani e di stranieri residenti di fede musulmana (o di qualsiasi altra fede) e sull’opportunità di “illuminare” questo stesso segmento di popolazione credente nello speciale mondo del carcere, mi concentro sulle obiezioni. Non senza fare, però, una precisazione non solo lessicale: lei in un passaggio della sua lettera usa – forse inavvertitamente –l’aggettivo “arabo” come sinonimo di musulmano. Non è così. Arabi sono anche tanti cristiani e non pochi… liberi pensatori!

Ma veniamo ai punti caldi. Lei, gentile presidente, interpreta la posizione di “Avvenire” che io stesso ho sintetizzato nel titolo «Giusto spazio alla fede (anche musulmana) » come una richiesta allo Stato laico di «in qualche modo farsi carico» e con ciò stesso di rendere «pubblico» ciò che a suo avviso è e deve essere esclusivamente «privato», ovvero la pratica della fede religiosa. No, non si tratta affatto di rendere pubblico, come gentile concessione, qualcosa che tale non dovrebbe essere. La fede è questione profondamente personale, «ma non è mai mero fatto privato». Papa Francesco, fedele a una lunga e feconda tradizione cattolica, lo ricorda con pazienza e chiarezza a noi e a tutti. Così come il suo predecessore, Benedetto XVI, non si è mai stancato di spiegarci che la fede «è veramente personale solo se è comunitaria», se dall’«io» si muove al «noi». Non pretendo ovviamente di applicare questa concezione cristiana a chi cristiano non è, ma ci sono realtà e libertà nella pratica della fede che ci riguardano tutti, e che possono e devono essere interpretate efficacemente in termini laici. Questa è anche la migliore tradizione civile europea e italiana, formatasi non senza fatica e spesso dolorosamente, ma formatasi.

E all’interno della tradizione della buona laicità brilla almeno a livello teorico il “modo italiano” – lo dico con qualche orgoglio e molta preoccupazione, sapendo che deve resistere ad attacchi, a deragliamenti e deve superare inefficienze e ideologismi laicisti o sciovinisti. Un modo che non è quello di unalaicità esclusiva(purtroppo ancora praticata in Francia dove, si organizza il decoro dei luoghi di culto, ma in determinate situazioni pubbliche si pretende addirittura di oscurare l’identità religiosa della persona), bensì quello di unalaicità inclusiva,che cioè considera con rispetto il fatto religioso, assume l’importanza della fede nella vita dei cittadini, garantisce la naturale libertà di credere, si preoccupa giustamente di assicurare (attraverso il Concordato con la Chiesa cattolica e tramite le Intese strette con altre Chiese e religioni) l’adesione delle diverse confessioni religiose al grande progetto civile condensato nei princìpi e valori posti alla base della Costituzione repubblicana (princìpi e valori – lo sottolineo per laico amore alla cultura e alla storia del mio Paese, non certo per rivendicazione settaria – cogenerati da un umanesimo personalista di chiara e potente radice cristiana). Vede, cara presidente Sbai, non si tratta affatto, come lei scrive, di «legittimare in piazza» una data fede, qui si tratta semplicemente e letteralmente ditogliere dalla strada,quanti – risiedendo in Italia – intendono praticare la propria fede. Tutti hanno il diritto a luoghi di culto degni, tutti hanno il dovere di organizzarli alla luce del sole. La parola chiave èrispetto:dello Stato per le fedi e le religioni, dei credenti tra di loro, di tutti e tra tutti – credenti e non credenti – in quanto concittadini e verso la legge e la cultura del Paese in cui vivono. Senza rispetto non c’è vera libertà. E rispetto è una parola che su queste pagine viene usata da mezzo secolo, ma soprattutto che hanno usato con saggezza e profondità i grandi Papi che in questo stesso mezzo secolo hanno guidato la comunità cattolica specchiandosi – grazie a Dio – anche nelle parole e nei gesti di importanti personalità di altre fedi. Papa Francesco questa parola, rispetto, l’ha fatta risuonare con forza durante la visita che ha appena concluso in due nazioni plurireligiose come la Bulgaria e la Nord Macedonia. Rispetto, per spingerci ben oltre la pur necessaria tolleranza, sulla strada dell’indispensabile fratellanza. Non ci sono solo i tagliagole sulla scena del mondo, non ci sono solo i sopraffattori, non ci sono solo gli intransigenti guardiani di regole violente. Ci sono, parlano e agiscono uomini di Dio che amano la pace e la giustizia. È accaduto con sempre più nettezza e coraggio, deve continuare ad accadere. Ad occhi aperti, a cuore aperto, a mente aperta. Perché solo così il rispetto diventa regola e modo di vivere e di convivere. Perché solo così si traccia la strada verso quella che noi cristiani chiamiamo la «civiltà dell’amore», che non è un sogno per anime belle, ma la fatica di uomini e donne di buona fede e buona volontà. Solo così si batte la pratica e la propaganda odiosa degli estremisti religiosi, islamici e non solo islamici. Rispetto, dunque, e piena e responsabile concittadinanza. Ciò che chiediamo e difendiamo per noi stessi – rifiutando di concepire un cattolicesimo confinato nelle sagrestie e nelle coscienze –, ciò che offriamo alla società di cui siamo parte, lo chiediamo e lo difendiamo per tutti. Per tutti coloro che s’impegnano con la stessa schiettezza e la stessa trasparenza a onorare il patto solenne, le giuste regole e la cultura condivisa su cui si fondano il nostro Paese e la nostra democrazia.

So che più di qualcuno vorrebbe per i musulmani che vivono in Italia, come per i fedeli di altre religioni non legate alla tradizione cristiana ed ebraica – ovvero induisti, sikh, buddisti… – una condizione per così dire “catacombale”. So che qualcuno vorrebbe che non si fosse accoglienti e rispettosi neppure con i fratelli cristiani di altre confessioni e con i nostri «padri della fede » ebrei. Credo che tutto questo sia profondamente sbagliato e molto rischioso. E tutti possono rendersi conto di quali e quanti frutti amari produce un simile atteggiamento nelle parti di mondo dove rispetto e concittadinanza mancano. La saluto con amicizia.

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MARCO

TARQUINIO

 

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Una bellezza che ci appartiene. In principio, la benedizione  AVV 9.5.19

Una bellezza che ci appartiene

José Tolentino Mendonça

In principio, la benedizione 

 

Credo che ognuno di noi dipenda da ciò che una benedizione è in grado di mettere in moto. Poiché la vita è dono, e conferma reiterata di tale dono, possiamo dire che ‘in principio era la benedizione’. Il tempo si sfatalizza quando lo sottraiamo all’ombra della maledizione e lo ricollochiamo nell’orbita della benedizione. Evocare la benedizione che riposa su di noi ci connette con quella verità più profonda che è il puro vincolo dell’ordine dell’essere, che perfora e relativizza le contingenze, le opacità, le contraddizioni, le deviazioni. Senza questo ancoraggio fiducioso alla radice dell’essere, all’architettura primaria di tutta la vita,non perveniamo a comprendere davvero lo sconvolgente mistero dell’esistenza stessa.

Possiamo benedire perché anche noi siamo una benedizione, siamo cioè protagonisti di una storia intessuta dall’amore e dal dono. Sappiamo benedire perché c’è un bene originario che alberga dentro di noi come nostra radice e nostro futuro. E questo patrimonio di benedizione tanto più si amplifica e rafforza quanto più lo spendiamo generosamente, benedicendo tutti attorno a noi. Ricordo l’antica benedizione irlandese che così recita: «Possa il cammino venirti incontro, possa il vento soffiare sempre alle tue spalle, possa il sole brillare caldo sul tuo volto, cada dolcemente la pioggia sui tuoi campi e, fino al nostro prossimo incontro, Dio ti conservi sul palmo delle sue mani».

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Maternità in affitto l’argine della Corte. Per le coppie omo ed eterosessuali che ricorrono alla surrogata possibile solo l’adozione AVV 9.5.19

IL FATTO 

Per le coppie omo ed eterosessuali che ricorrono alla surrogata possibile solo l’adozione

 Maternità in affitto l’argine della Corte 

La Cassazione: no alla trascrizione dei figli all’anagrafe. Sconfessati i sindaci aperturisti

Sancito con chiarezza il divieto di trascrizione degli atti di nascita dei bambini nati all’estero grazie all’impiego dellasurrogata: «Il legame genitoriale deve essere riconosciuto unicamente alla persona che con il piccolo ha un rapportobiologico e genetico». Le perplessità dei giuristi e del mondo cattolico:

«Riconoscimento fondamentale, ma si lascia aperta la strada della stepchild adoption ». Il plauso della Rete femminista: «Una vittoria contro lo sfruttamento delle donne».

  

La famiglia e la legge

LA SENTENZA

Dopo mesi di attesa, i giudici hanno confermato che la maternità surrogata è incompatibile con il nostro ordinamento I sindaci che avevano precorso i tempi rischiano di dover pagare i danni I giudici chiamati a decidere su un caso esaminato dal tribunale di Trento, dove due uomini chiedevano il riconoscimento dei figli avuti in Canada

«Mai più bambini con due papà» 

La Cassazione: non può essere trascritto l’atto di nascita se il piccolo è nato all’estero con l’utero in affitto Nella sentenza però viene indicata la possibilità dell’adozione attraverso l’articolo 44 della legge 184

MARCELLO PALMIERI

Dopo anni di caos, una decisione chiara: chi compra un bimbo all’estero, “assemblandolo” con la maternità surrogata, non può essere riconosciuto genitore dall’Italia, anche se rimane aperta la strada dell’adozione ‘in casi particolari’ prevista dall’articolo 44 della legge 184 del 1983. Con la sentenza 12193/2019 la Cassazione a sezioni unite ha sancito l’impossibilità di trascrivere gli atti di nascita (e provvedimenti simili) prodotti all’estero, quando il bimbo cui si riferiscono è nato con la pratica dell’utero in affitto, ma ha confermato l’applicazione estensiva dell’articolo 44 della norma sulle adozioni, ribadendo che può essere riferito anche alle coppie omogenitoriali. Prassi che finora alcuni tribunali, a cominciare da quello di Milano, consideravano illegittima. Il legame genitoriale, ha spiegato la Cassazione, deve essere riconosciuto unicamente alla persona che con il piccolo ha un rapporto biologico o genetico, mentre l’altra come detto può vedersi riconosciuta l’adottabilità ‘in casi particolari’. La pronuncia di ieri nasce in relazione a un caso esaminato dal tribunale di Trento, dove due uomini – sposati secondo la legge canadese – chiedono al proprio Comune di trascrivere (dunque di riconoscere anche in Italia, a ogni effetto di legge) un provvedimento dello stesso Stato estero che li indica come genitori di due minori nati nel 2010. Una nascita frutto di un intreccio complesso. Uno dei due uomini ha fornito il seme, ma gli ovociti sono quelli di una donna ‘donatrice’, e la gravidanza – una volta ottenuto in vitro l’embrione – è stata condotta da un’altra ancora, la madre surrogata. Naturalmente dietro compenso. Di fronte a questa situazione, il sindaco di Trento – quale ufficiale di stato civile – si rifiuta di accogliere la richiesta dei due uomini. Da qui parte l’iniziativa giudiziale, che dopo varie battaglie con esiti alterni approda alla Cassazione. Che – per l’importanza della materia e i contrasti giurisprudenziali sviluppatisi in materia negli ultimi anni – decide di assegnarla alle Sezioni unite.

La sentenza è complessa e molto articolata.

Punto di partenza è il Dpr 396/2000 che, pur disponendo nella sostanza l’obbligo dell’Italia al riconoscimento di tutti gli atti di stato civile rilasciati da un Paese estero, al suo articolo 18 vieta la trascrizione degli stessi «se sono contrari all’ordine pubblico». Vale a dire se contrastano con la tutela dei diritti fondamentali. È questo il caso della maternità surrogata? Secondo i giudici della Cassazione la risposta è positiva e scaturisce dall’analisi delle più importanti pronunce giurisdizionali sul tema, mostrando quel filo rosso che porta a ritenere l’utero in affitto (e le sue conseguenze) assolutamente inammissibile per l’ordinamento italiano. Il punto di partenza è sempre la legge 40 del 2004, che vieta la maternità surrogata, con sanzione penale. E proprio l’esistenza di questa sanzione – così come stabilito da una precedente pronuncia della Cassazione, la 24001/2014 –, ricorda la Suprema Corte, già di per sé suggerisce che la norma in questione tutela valori protetti dall’ordine pubblico: per esempio «la dignità umana della gestante e l’istituto dell’adozione, con il quale la surrogazione di maternità si pone oggettivamente in conflitto». Citando poi la sentenza 162/2014 della Corte costituzionale – quella del via libera alla fecondazione eterologa – i giudici sottolineano come la stessa abbia comunque ribadito il no più assoluto alla surrogazione di maternità. Non solo: esaminando un’altra pronuncia della Consulta, la 272/2017, si dimostra come vi sono casi nei quali è la legge stessa a stabilire, nell’esclusivo interesse del minore, la prevalenza del criterio di verità su quello al mantenimento dello status iniziale. A proposito dei sindaci che hanno già arbitrariamente trascritto certificati di bimbi ottenuti da coppie maschili attraverso l’utero in affitto la sentenza ventila addirittura l’ipotesi di una «responsabilità per i danni dagli stessi cagionati».

In conclusione la sentenza richiama l’orientamento già consolidato per riconoscere «i legami sviluppatisi con altri soggetti che se ne prendono cura» e individua nell’articolo 44 lettera ‘d’ della legge 184 «lo strumento idoneo a salvaguardare la continuità affettiva ed educativa». Una via d’uscita per le coppie omogenitoriali che lascia aperte – anzi rafforza – questioni non irrilevanti.

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Da sapere 

Cosa dice l’articolo 44

I minori possono essere adottati anche quando non vi sia un evidente stato d’abbandono. Alla lettera ‘d’: «Quando vi sia la constata impossibilità di un affidamento preadottivo», perché non può tornare nella famiglia naturale, ma ha rapporti importanti con quella affidataria.

IL PRECEDENTE

Così la Corte dei diritti umani indicò la strada dell’adozione 

La sentenza della Cassazione ricorda per diversi aspetti quella emanata dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) il 10 aprile scorso. Pronunciandosi sul caso di una coppia francese, eterosessuale e coniugata, i Mennesson, la Corte aveva stabilito che gli Stati non hanno l’obbligo di trascrivere pedissequamente nel registro dello stato civile il certificato dello Stato estero in cui è nato il bambino attraverso la maternità surrogata. Il«genitore intenzionale», a differenza del genitore naturale (biologico), non può far valere tout court il riconoscimento legale acquisito all’estero, se nel suo Paese esistono norme che non lo prevedono. Però gli Stati hanno il dovere, questo sì, di riconoscere attraverso altre vie e in modo rapido il legame filiale del bambino con il «genitore intenzionale». La Cedu aveva espressamente indicato, nel caso specifico francese – ma creando un punto di riferimento giurisprudenziale – «l’adozione del bambino da parte della madre intenzionale». Una indicazione che ora sembra essere stata in qualche modo «recepita» dalla Cassazione italiana.(A.Ma.)

Domande e risposte 

Adozione legittimante e non legittimante Quali differenze? 

L’adozione legittimante o ‘adozione piena’ – anche se ormai si tende ad abbandonare questo lessico – è quella in cui l’adottato diventa figlio legittimo della coppia, ne assume il cognome e interrompe ogni legame giuridico con la famiglia d’origine. Nell’adozione non legittimante – prevista per esempio dall’articolo44 della legge 184 – il cognome viene solo posposto a quello originale, l’adottato diventa erede dei genitori ma non stabilisce rapporti di parentela con gli altri membri della famiglia e conserva alcuni obblighi verso la famiglia naturale.

A chi è consentita l’adozione in “casi particolari”? 

L’articolo 44 della legge 184 prevede che possono accedervi i coniugi non separati, i single e, in senso estensivo, anche i conviventi more uxorio. Prima della sentenza della Cassazione di ieri, c’erano tribunali che applicavano l’articolo 44 anche alle coppie omogenitoriali e tribunali che consideravano sbagliata questa lettura.

Ci sono state altre applicazioni “estensive”? 

Sì, per esempio il 22 giugno 2016, la stessa Cassazione (prima sezione civile) aveva stabilito che sussiste un diritto fondamentale dei minori cresciuti in coppie omogenitoriali a mantenere una relazione familiare che sia legalmente riconosciuta con il ‘genitore sociale’, relazione familiare che prescinde dalle caratteristiche di genere della coppia genitoriale.

La famiglia e la legge

L’INTERVISTA

Il ricorso all’adozione “in casi speciali” era già giurisprudenza consolidata, più volte ribadito dalla Suprema Corte La sentenza di ieri non ha fatto altro che confermare questo indirizzo

«Valutare l’interesse del minore? Il tribunale è meglio dell’anagrafe» 

LUCIANO MOIA

Una scelta di prudenza e di buon senso per mettere al primo posto l’interesse del minore ferma restando l’impossibilità di trascrizione all’anagrafe dell’atto di figliazione del bambino nato con la maternità surrogata. Così Cristina Maggia, presidente del Tribunale dei minorenni di Brescia, legge il no della Cassazione alla maternità surrogata ma la confermata legittimazione del ricorso all’articolo 44 della legge 183 del 1984. In particolare del comma ‘d’ della norma, dove si parla di adozione in casi speciali. Come se le sezioni unite della Cassazione, nel ribadire il divieto all’utero in affitto, pratica non contemplata dalla nostra legislazione, indicassero una strada per la tutela di un bambino comunque esistente, comunque legato da rapporti affettivi non solo con il genitore biologico ma, probabilmente, anche con quello che nella sentenza pubblicata ieri si definisce ‘intenzionale’. «E per garantire questa tutela il giudice ha senza dubbio a sua disposizione strumenti più efficaci rispetto all’ufficiale dell’anagrafe», osserva il magistrato.

Quali sono le possibilità previste da questa ormai famigerata lettera ‘d’ articolo 44 della legge 184 che, secondo la Cassazione, apre la strada all’adozione per le coppie omosessuali?

La legge dice all’articolo 44, lettera ‘d’ che l’adozione in casi speciali è possibile «quando vi sia la constata impossibilità di un affidamento preadottivo». Il caso tipico è questo: un bambi- no in affido familiare per un tempo molto prolungato che ha consolidato rapporti molto stretti con la famiglia affidataria, anche se non esistono i requisiti necessari per l’adozione legittimante, può comunque essere adottato.

Questo vale anche per i single?

Sì, nel caso in cui ci sia un legame affettivo forte, costruito negli anni e che quindi non sarebbe giusto spezzare.

E nel caso delle coppie omogenitoriali?

Prima che alcuni Comuni iniziassero a trascrivere gli atti registrati all’estero, ritenendo legittima questo tipo di genitorialità, il genitore ‘sociale’ poteva chiedere l’adozione del figlio del partner, genitore biologico, ai sensi dell’articolo 44. La Cassazione non ha fatto altro che ribadire questo orientamento, peraltro già presente nei pronunciamenti della stessa Corte. Nel 2016 per esempio aveva fatto ricorso al concetto di ‘paradigma di non discriminazione’ in riferimento ai genitori omosessuali per spiegare la questione dell’applicabilità dell’articolo 44, lettera ‘d’. Anche se gli orientamenti dei vari tribunali rimangono diversi.

Per applicare questo articolo occorrono comunque verifiche da parte del giudice?

Certo, per questo la Cassazione spiega che non possono essere i Comuni a registrare ‘in automatico’ gli atti di nascita prodotti da uno Stato estero. Sia perché la questione della maternità surrogata è insuperabile per la nostra legislazione, sia perché l’Ufficiale dell’anagrafe non ha gli strumenti per verificare la bontà di queste relazioni, Come fa il Comune ad accertare che tipo di legame è stato costruito con quel bambino, se i genitori sono persone adeguate, se le rispettive famiglie sono a posto? Impossibile.

Quindi la Cassazione legittima in qualche modo il ricorso all’articolo 44 anche per le coppie omosessuali?

Non dobbiamo dimenticare che al primo posto c’è sempre l’interesse del minore. E non si tratta di una figura ipotetica, ma di un bambino esistente, in carne e ossa, che ha stretto rapporti significativi con due genitori. Quindi la Corte dice, in sostanza: la maternità surrogata è vietata ma noi dobbiamo apprezzare caso per caso se quel legame che si è costruito è positivo per quel bambino e se è giusto considerarlo figlio di tutti e due, proprio per tutelarlo al meglio. Per questo possiamo applicare l’articolo 44, lettera ‘d’ nell’ambito di una valutazione giurisdizionale.

Non si poteva fare diversamente?

Non lo so, certo si tratta di una scelta prudente e condivisibile. Tocca al giudice valutare se nell’interesse di quel bambino l’articolo della legge può essere applicato. Altrimenti tutto è consentito. Anche andare all’estero con le motivazioni più consumistiche, anche alimentare le ‘fabbriche dei bambini’.

L’articolo 44 non finirà per essere una via più breve per adottareun bambino?

No, il giudice dovrà comunque incaricare i servizi sociali di fare tutte le verifiche del caso. Si dovrà capire se quei legami sono davvero solidi, si dovranno verificare i rapporti con le famiglie d’origine. C’è davvero una capacità genitoriale? Ci sono motivazioni serie? Nel migliore dei casi è necessario un anno, un anno e mezzo. Forse di più.

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La presidente del tribunale dei minorenni di Brescia, Cristina Maggia: ha prevalso la linea della prudenza. È giusto imporre una verifica caso per caso, verificandone le peculiarità

 

LE REAZIONI

«Divieto positivo, ma è eludibile» 

Scienza & Vita: non si apra ad altri illeciti. Il Centro Livatino: scelta pilatesca

«Un importante e ulteriore riconoscimento del divieto di maternità surrogata nel nostro ordinamento a tutela, in primis, della dignità della donna. Con cautela, invece, va considerato il riferimento all’adozione in casi particolari ex art. 44». È un commento in chiaroscuro quello del giurista Alberto Gambino, presidente di Scienza & Vita e Prorettore dell’Università Europea di Roma, sulla sentenza della Cassazione in tema di surrogazione di maternità. Se la Corte ha infatti riaffermato il valore del divieto della surrogazione di maternità contenuto nella Legge 40 del 2004 «in quanto principio di ordine pubblico posto a tutela della dignità della gestante – continua Gambino – e la decisione è di grande importanza perché stabilisce la prevalenza dei principi dell’ordinamento italiano in tema di filiazione e dignità della persona su quelli di altri ordinamenti che contrastino con essi», «con cautela» invece va preso il riferimento all’adozione in casi particolari «che non può essere utilizzata per consentire l’ingresso “dalla finestra” a pratiche considerate comunque illegittime e contrarie alla dignità umana – continua Gambino –. La diretta conseguenza sarebbe, nella sostanza, una elusione del divieto che oggi le stesse Sezioni Unite riconoscono come pienamente valido e costituzionale».

Un punto, quest’ultimo, su cui invece sono molto critici i giuristi del Centro studi Livatino, secondo cui la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione sulla maternità surrogata «è pilatesca». «Il messaggio che viene dato, ridotto alla sostanza, è che – ferma restando la preclusione in Italia dell’utero in affitto – la coppia che lo desideri può recarsi all’estero per ottenere un bambino da maternità surrogata e poi renderlo proprio giuridicamente attivando la procedura adottiva: un messaggio pilatesco appunto, visto che conduce comunque a un esito di legittimazione, se pure per altra via, della maternità surrogata». Andrebbe poi spiegato alle coppie che attendono da anni un bambino avendo attivato una procedura di adozione, secondo gli esperti di diritto, «perché una condotta vietata dalla legge la rende in concreto possibile, mentre per via ordinaria l’adozione resta complicatissima ed eventuale. Il Parlamento ha bisogno di altro per intervenire con una legge che scongiuri in modo chiaro la pratica dell’utero in affitto?».

«La sentenza è apprezzabile nella parte in cui ribadisce la illiceità della maternità surrogata» ribadisce la presidente del Movimento per la vita Marina Bandini Casini. «Tuttavia essa è gravemente criticabile la parte in cui indaga sui principi fondamentali dell’ordinamento – aggiunge –. Il matrimonio è fondato sulla diversità sessuale e il bambino ha come principale interesse avere un padre e una madre. La dimenticanza di questi principi rende debole tutto l’ordinamento guridico in matera di matrimonio e di filiazione». Anche il riferimento all’adozione in questo senso è improprio: «L’adozione ha lo scopo di perseguire l’interesse del minore ad avere un padre e una madre e quella in casi particolari non può diventare l’escamotage per far far passare stepchild adoption».

Decisiva, invece, la pronuncia della Cassazione secondo Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente del Congresso Mondiale delle Famiglie e di Pro Vita e Famiglia: «Le donne non sono incubatrici e i bambini non sono merce. Finalmente i giudici hanno detto un “no” chiaro e netto alla vergognosa trascrizione all’anagrafe degli atti di filiazione di bambini comprati all’estero tramite utero in affitto».

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LE ALTRE VOCI

Il plauso della Rete femminista: «Questa è una vittoria per tutte le donne» 

Una sentenza «storica, a tutela della dignità delle donne e del diritto dei bambini alla verità sulle proprie origini». Viene considerata come una vittoria contro lo sfruttamento del corpo delle donne, dalla Rete femminista contro l’utero in affitto, la sentenza della Corte di Cassazione sulla trascrizione dei certificati di nascita esteri di bambini nati da surrogata. «Esprimiamo grande soddisfazione e ci rimettiamo subito al lavoro, interpellando le candidate e i candidati alle prossime elezioni europee perché – è l’appello delle femministe – dichiarino esplicitamente il loro impegno a fermare l’utero in affitto in Europa». «D’ora in poi sarà il Tribunale dei minori a valutare caso per caso se il compagno del genitore non biologico ha o meno i requisiti per adottare, nel rispetto soltanto dell’interesse dei bambini» plaude Mara Carfagna di Forza Italia, mentre per il leghista Simone Pillon, vicepresidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, la sentenza segna «un colpo al turismo riproduttivo» e «finalmente non si parlerà più di genitore 1 e 2». Sull’altro fronte è invece preoccupata la senatrice del Pd Monica Cirinnà, che è scesa in campo subito proprio sul fronte dellastepchild adoption: «Adesso è molto importante che la Corte chiarisca che l’adozione del figlio del partner, dolorosamente stralciata dalla legge sulle unioni civili, possa pacificamente essere applicata in coppia omosessuale». Stessa posizione da parte di Gay Center: «La sentenza fa emergere l’urgenza di una legge che riconosca la genitorialità e la adozione per le coppie lesbiche e gay, che tuteli i minori sin dalla nascita».

Torino 23 aprile 2018 

Tre coppie (due composte da donne, una da uomini) vengono registrate dal Comune di Torino come genitori dei figli concepiti attraverso fecondazione eterologa e utero in affitto. Per la sindaca Chiara Appendino, prima in Italia a forzare la legge senza la disposizione di un tribunale, «la città sta scrivendo un pezzo di storia».

Roma 28 aprile 2018

Anche la sindaca Viriginia Raggi si allinea: il Comune effettua «una trascrizione completa e spontanea, cioè senza l’intervento di un giudice», di una bimba nata in Canada da due uomini. Stessa mossa a Gabicce Mare, col sindaco Domenico Parruzzi e i gemellini di due padri nati in Canada, e pochi giorni dopo a Crema, con la sindaca Stefania Bonaldi.

Napoli 12 luglio 2018

Anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris procede alle registrazioni, stavolta in grande: 9 le coppie a cui viene riconosciuta la bigenitorialità, due composte da uomini. «Noi oggi attuiamo la Costituzione nel rispetto delle norme, dei diritti e dei doveri», il commento del primo cittadino.

 

IL SENSO PIENO DELLA DIGNITÀ 

Editoriale 

Valore della norma (e di una battaglia)

GIUSEPPE ANZANI

Natura e artificio, verità e finzione. Quante volte la vita fabbricata in provetta ci ha messo di fronte a spinosi grovigli, umani e giuridici; specie nelle varianti di progetto più azzardate, come la maternità surrogata. Sappiamo che c’è una giustizia delle regole, che rifiuta le aberrazioni, e va messa in salvo.

E se fallisce resta un desolato bisogno di rimedio residuo alle trasgressioni avvenute, quasi una specie di “giustizia del giorno dopo” china sui cocci. Quanti pensieri dunque riemergono ora, di fronte alla sentenza della Cassazione italiana a Sezioni Unite, che dice “no” alla trascrizione nei registri dello stato civile italiano dei “figli” ottenuti da maternità surrogata all’estero, in uno Stato che ammette quella pratica che da noi è penalmente vietata. Quel divieto è principio di civiltà, perché ha una «funzione essenziale di tutela di interessi costituzionalmente rilevanti».

Finalmente. Quanti balbettii, quante diatribe ossessive, quanti paralogismi nei provvedimenti finora registrati nei vari tribunali, nella discorde dimostrazione del teorema di conformità o contrarietà all’ordine pubblico. Ora sia chiaro per tutti: non solo l’atto di nascita estero, maneppure la sentenza di un giudice straniero, là dove l’utero in affitto viene praticato, può scavalcare la norma che da noi (e nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo) rappresenta – sono le parole della Corte «un principio di ordine pubblico posto a tutela della dignità della gestante e dell’istitutodell’adozione». Dignità è parola grande e positiva, che fa schermo per antitesi al disvalore indegno della surrogazione, già definita dalla Corte costituzionale n. 272 del 2017 «una pratica che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo lerelazioni umane». È appena il caso di rammentare che nella coscienza collettiva l’aspetto di sfruttamento e di deprivazione che lo contrassegna produce dolore e riprovazione pressoché generalizzata, con proposte di mettere al bando nel mondo questa forma che studiosi e commentatori definiscono «schiavitù».

Oggi la lettura delle norme fatta dalla nostra Corte Suprema rafforza e presidia questa frontiera.

Nell’ultima parte la sentenza esplora, un po’ succintamente, il problema della sorte del “figlio” che non è figlio e si chiede se il suo interesse non sia sacrificato dall’esclusione di quel pur falso rapporto genitoriale che la maternità surrogata ha procurato. E quasi a dar spiraglio a una “giustizia del giorno dopo”, dice che un possibile rimedio non è escluso, ad esempio mediante il pertugio della «adozione in casi particolari» a favore del genitore “intenzionale”. In queste riflessioni c’è una parte positiva e una parte ambigua.

La parte positiva è l’attenzione perdurante all’interesse del bambino, anche quando l’acqua è sporca. Ma allora questo interesse bisogna risvegliarlo prima, e intendere dapprincipio che la «dignità violata » si riferisce, certo, alla donna ridotta – per contratto – a “fattrice”, ma anche al bambino. Perché troppi dimenticano di guardare sin dall’inizio pure alla dignità del bambino, ridotto a sua volta a strumento del “desiderio” dei committenti, che viene al mondo e perde all’istante la rela- zione fondamentale della sua vita, quella con la madre che l’ha portato in grembo, e la sua nascita è un abbandono, cioè un morire?

Il rimedio migliore non pare quello di suggerire adozioni speciali e spicce, o sananti come si usa nella patria dei condoni e degli sconti. Il rimedio è dare serietà dissuasiva e non aggirabile alla norma, così esaltata dalla Consulta e oggi ancora dalla Cassazione in modo definitivo. Sì, dare serietà dissuasiva, una buona volta, anche se la norma è violata e fa vittime fuori confine: giusto per non fare più vittime, mai più.

Giuseppe Anzani

 

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Restare soli è come morire Una rete per aiutare gli anziani AVV 19.4.19

ANALISI     La solitudine come malattia del mondo sviluppato/3

Restare soli è come morire Una rete per aiutare gli anziani

L’isolamento oggi è sempre più associato alla riduzione della durata della vita Salute in pericolo e rischi di demenza Serve un nuovo impegno morale e civile

«Farsi prossimo significa impedire che l’altro rimanga in ostaggio dell’inferno della solitudine. Purtroppo la cronaca ci parla spesso di persone che si tolgono la vita spinte dalla disperazione, maturata proprio nella solitudine». Queste parole di papa Francesco nella loro durezza descrivono le conseguenze del sentirsi soli: un inferno che può portare al suicidio. Su questa linea, una diffusa affermazione, largamente riprodotta in molte pubblicazioni scientifiche, sostiene che «la solitudine è associata con una riduzione della durata della vita simile a quella provocata dal fumare 15 sigarette al giorno e superiore a quella associata con l’obesità». Un importante lavoro recente insiste: «Isolamento sociale e salute: l’effetto tossico della solitudine». Queste drastiche indicazioni indicano lo sviluppo avvenuto in questi anni degli studi sulla solitudine e l’effetto che questi (in ambito epidemiologico, biologico e clinico) avrebbero dovuto avere sulla coscienza diffusa di molte persone. Ma l’affermazione soprariportata evidentemente non è stata sufficiente, se recentemente altri autori hanno dovuto ripetere: «La solitudine uccide». N ell’insieme davvero la solitudine fa vivere la persona in un inferno che ha conseguenze sulla salute, spesso drammatiche, molto più gravi di quanto si ritiene se le si attribuisce solo un peso sul piano psicologico, come è stato fatto fino al recente passato. Le persone sole si curano poco di se stesse, perché sostengono sia inutile qualsiasi tentativo di migliorare la propria condizione; questo atteggiamento può essere la conseguenza di uno stato depressivo conclamato, ma anche legato ad uno stile di vita scostante, chiuso, polarizzato su se stesso, senza desideri e speranze di cambiamento. Nessuno si occuperà di indurre chi è solo a sottomettersi a controlli clinici e dei parametri biologici e il singolo non sentirà alcuna spinta in tal senso. I sintomi che possono comparire vengono inglobati in una visone negativa della vita, per cui i soli non attivano l’attenzione degli altri, né si impegnano ad esaminare gli eventuali segnali negativi con gli strumenti della medicina.

L a solitudine è tra le cause più frequenti e incisive di perdita della salute, svolgendo la sua azione in maniera differenziata nelle diverse età e circostanze della vita. È importante conoscere le tappe di questo percorso patologico, per meglio impostare azioni preventive sul singolo e sulla collettività o di riduzione del danno, dedicando attenzione a come mettere in atto meccanismi protettivi. Bisogna peraltro essere con- sci che si tratta sempre di interventi complessi e delicati, perché possano avere efficacia; infatti la profondità dell’azione negativa richiede spesso risposte di lungo termine e di grande difficoltà umana. Il punto centrale consiste nel ricostruire la connessione tra corpo e mente, perché l’azione della solitudine si sviluppa sul confine delicato tra le percezioni somatiche indotte dall’essere soli e gli effetti che queste hanno sul cervello, che, a loro volta, portano a reazioni che si riflettono a livello somatico. U n ruolo importante rispetto a una presa di coscienza sui danni della solitudine rivestono i dati secondo i quali questa è associata con i meccanismi che portano alla demenza. In particolare è stato dimostrato un legame con un elevato carico di beta-amiloide nel cervello, la sostanza che è il marker più noto di malattia di Alzheimer. Il dato è di estremo interesse, anche se ancora non si conoscono le possibili tappe della correlazione tra solitudine e deposito di beta-amiloide; vi è infatti la possibilità che la solitudine non sia solo una fattore di rischio, ma anche un marker precoce della demenza. In ambedue i casi, però, resta l’importanza di alleviarla, per motivi ovvi, se è un fattore di rischio per la comparsa di demenza, ma per motivi altrettanto seri se invece fosse un segnale precoce, perché il lenimento della solitudine (laddove possibile) eviterebbe l’isolamento dell’ammalato e quindi il rischio di una diminuita attenzione verso di lui da parte del sistema sanitario e della famiglia. D’altra parte, i vissuti di solitudine possono segnalare uno stato prodromico di demenza, quando la persona percepisce la propria inadeguatezza nei rapporti sociali e con la famiglia e tende a chiudersi e ad allontanarsi dagli altri. In questi casi si sottolinea l’importanza che la famiglia e le reti sociali non lascino sola la persona sofferente, ma mettano in atto delicati interventi perché il fenomeno non si aggravi con ulteriori conseguenze sulla salute.

P otrebbe sembrare eccessivo collegare la solitudine con la mortalità; infatti fino alla pubblicazione dei dati più recenti, frutto di studi longitudinali, non era chia- ro quanto fosse pervasiva la relazione, anche dopo la correzione per fattori quali l’età, il sesso, il livello di povertà, ecc. Oggi il fenomeno nel suo complesso non è più messo in discussione, ma si studiano in modo analitico le varie condizioni che mediano l’influenza della solitudine sulla durata stessa della vita. Una recente metaanalisi ha concluso che l’effetto della solitudine, dell’isolamento sociale e del vivere da soli induce un aumento della mortalità rispettivamente del 29%, 26% e 32%. I dati rimangono consistenti se corretti per sesso, lunghezza dello studio e regione del mondo. Secondo altri studi, gli anziani con più alti livelli di solitudine sono quasi due volte più esposti alla possibilità di morire prematuramente rispetto a quelli con i livelli più bassi. Il processo si accompagna nel tempo a una riduzione della qualità della vita e dell’autonomia personale, fino alla comparsa di gravi malattie.

A l contrario sono stati presentati studi condotti su molte migliaia di cittadini secondo i quali una forte connessione sociale protegge dalla morte prematura. Ancora una volta si evince che le persone sole non sono necessariamente isolate e che le persone isolate non sono necessariamente sole. Il problema è la percezione della solitudine, che rappresenta il vero fattore di rischio. Altre ricerche hanno dimostrato che la solitudine è legata a un aumento del 29% e del 32% del rischio di sviluppare una malattia coronarica o un ictus, rispettivamente, eventi che incidono sulla durata, oltre che sulla qualità della vita. I dati sul rapporto solitudine-mortalità sono indiscutibili e dovrebbero convincere ogni persona sull’importanza di intervenire all’interno delle famiglie e delle comunità perché cresca un impegno corale al fine di evitare l’isolamento dei componenti del gruppo. A nulla però servono i dati clinici se non vi è nella coscienza collettiva un sentire condiviso, per cui l’impegno per l’altro è indotto dal sentimento di comune appartenenza a questo universo; i dati biologici e clinici possono rappresentare rinforzi per le scelte di fondo, ma senza un impegno morale e civile non potranno mai cambiare il nostro stile di vita.

Associazione italiana di Psicogeriatria (3 – continua)

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È importante conoscere le tappe di questo percorso patologico, per meglio impostare azioni preventive

Studi recenti mostrano come l’emarginazione sociale delle persone in età avanzata abbia un effetto tossico sulla qualità del vivere: è quasi come fumare 15 sigarette al giorno o soffrire di obesità

MARCO

TRABUCCHI

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Le regole di Adams e lo strapotere digitale AVV 19.4.19

Vite digitali

Le regole di Adams e lo strapotere digitale

 

In un mondo dove tante cose sono dominate dal tifo, a volte, nemmeno il nostro approccio alla tecnologie digitali si salva da questa «moda». Se ci fate caso, molti di quelli che vi circondano affrontano il digitale o con un entusiasmo spesso eccessivo o con un pessimismo a volte esagerato. Douglas Adams, scrittore e grande appassionato di tecnologia (sua è la radio commedia diventata poi romanzo «Guida galattica per autostoppisti») ha sintetizzato il rapporto che ognuno di noi ha con la tecnologia in tre regole: 1) Tutto quello che è al mondo quando nasci è normale e banale ed è semplicemente parte del modo in cui il mondo funziona; 2) Tutto quello che viene inventato dai tuoi 15 ai tuoi 35 anni è nuovo, eccitante e rivoluzionario, e con un po’ di fortuna potresti fare carriera usandolo; 3) Tutto quello che viene inventato dopo i tuoi 35 anni è contro l’ordine naturale delle cose (e per alcuni anche l’inizio della fine della civiltà come la conosciamo).

Non sono verità assolute, ma nemmeno provocazioni fini a se stesse. Perché è vero che il nostro entusiasmo o il nostro pessimismo verso la tecnologia digitale spesso è anche legato alla nostra età (non solo anagrafica). Crescendo infatti siamo meno inclini ad accettare le novità che rivoluzionano le nostre vite, ma è altrettanto vero che ciò accade anche perché maturando ne cogliamo anche gli aspetti meno positivi. Da bambini e da ragazzi accettiamo senza farci troppe domande (a volte, nemmeno una) tutto quello che troviamo attorno a noi, e da adolescenti e giovani pensiamo alle novità come ad occasioni «per fare un po’ di carriera» o almeno per guadagnare un po’.

Esiste poi un terzo approccio, minoritario. È quello di chi considera la tecnologia, anche quella più complessa, alla pari di un elettrodomestico. Cioè, la avvicina ma ne studia «il libretto di istruzioni» (cosa che gli italiani in generale non fanno quasi mai, preferendo ‘giocare’ con ogni nuovo apparecchio tecnologico, convinti che impareranno a usarlo al meglio schiacciandone i tasti quasi a caso). E al tempo stesso la usa solo per quello che gli serve, senza farla diventare una sorta di divinità in grado di prendere il controllo di larghe fette della sua vita.

So benissimo che non sono discorsi nuovi, ma dobbiamo farceli ciclicamente perché quel mondo digitale che alcuni ritengono ancora «irreale», fa invece ormai parte completamente del nostro mondo «reale». E non solo non se ne andrà fra qualche tempo come fosse una malattia passeggera, ma entrerà sempre di più nelle nostre vite. Oggi ci spaventa (spesso giustamente) l’invadenza dei cellulari. Ma siamo già circondati dal cosiddetto mondo della IOT, cioè dell’«internet delle cose». Che siano assistenti vocali come Alexa, Siri e Google Home (anche Facebook presto lancerà il suo), orologi in grado di farci anche l’elettrocardiogramma (come fa l’ultimo modello dell’iWatch) oppure frigoriferi capaci di fare da soli la spesa, ordinando online per noi i cibi che preferiamo o gli ingredienti per il pranzo di domenica prossima, o ancora i vestiti di nuova generazione che avranno sensori in grado di misurare le prestazioni di ogni nostro organo corporeo, tutte queste cose non solo sono e saranno sempre più collegate tra loro ma riversano e riverseranno sempre più una marea di nostri dati sensibili in gigantesche banche computerizzate. Siamo e saremo sempre più «monitorati» 24 ore su 24. Le telecamere archivieranno ogni nostra azione mentre gli oggetti che ci circondano racconteranno tutto di noi, svelando anche particolari molto privati e sensibili.

Per questo servono regole. E subito. E per questo serve che a crearle siano persone che pensino alla tecnologia come ad «un elettrodomestico al servizio dell’uomo». E non lasciando l’uomo al servizio di un sistema sempre più potente di dati che li usa per fare soldi o per spingerci in direzioni che magari non vorremmo nemmeno prendere.

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GIGIO

RANCILIO

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