Categoria: Pastorale familiare

Il sogno, l’amarezza e l’invettiva di un poeta che gira per classi NON SI CHIUDE SOLO UN ANNO C’È UNA SCUOLA CHE È ALLA FINE Avv 11.6.19

Il sogno, l’amarezza e l’invettiva di un poeta che gira per classi

NON SI CHIUDE SOLO UN ANNO C’È UNA SCUOLA CHE È ALLA FINE

 

Sta finendo la scuola. Nel senso che finisce l’anno. Ma anche che questa scuola sta finendo. Sta terminando il suo ciclo, sta franando – in questo cambio d’epoca che riguarda tante cose – sotto la sua impotenza. Sì questa scuola, inchiavardata a una idea di cultura come enciclopedia, come passaggio di competenze da parte di funzionari di Stato a cittadini, garantita nella sua esistenza da processi burocratici sempre più surreali e pesanti, sta trascinando via, insieme alle buone intenzioni di tanta brava gente che vi lavora, la testa e l’anima dei nostri ragazzi.

Giratele, le scuole italiane, come faccio io, ovunque. E accanto allo splendore di persone (insegnanti, dirigenti, ragazzi) impegnate ben oltre il dovuto, creative, resistenti, simpatiche, troverete i segni fatali di una rovina, magari ammantata di sigle burocratiche. Rovina di una idea, che diventa rovina di processi, rovina di luoghi – spesso algidi o di carceraria, ospedaliera bruttezza – e rovina di anime che non son più educate, ma istruite, e perciò male istruite. La scuola di Stato ce l’ha fatta: ha eliminato dai nostri ragazzi quasi ogni elemento di educazione estetica e spirituale. Con l’assunzione del modello enciclopedico per pensare e trasmettere cultura, come fosse l’unico modello possibile, le scuole hanno rifilato piccole e sbilenche enciclopedie di nozioni ai nostri giovani, hanno di fatto abdicato al compito educativo, e hanno lasciato incolto il terreno della crescita estetica e spirituale. Lo hanno fatto senza violenze, con una specie di delicatezza, ammantando questa amputazione delle anime con parole suasive di metodologie e buone intenzioni: ad esempio riducendo arte e letteratura a ‘storia’ delle medesime, ed escludendo una gran parte di ragazzi dall’incontro con l’arte. Lo hanno fatto con la delicatezza, diciamo così, di prevedere surreali presenze dell’ora di ‘religione’ ai limiti di ogni orario quotidiano, come se fosse un’ora di ginnastica invece che una dimensione dello sguardo verso tutta la realtà. Lo hanno fatto creando progetti dai nomi fascinosi, e vezzeggiando i docenti con nomi paraccademici tipo ‘dipartimento’ mentre vengono trattati da piccoli burocrati. Questa scuola sta finendo, sta avvitandosi, sta esplodendo e non per colpa della società o delle famiglie come dicono irresponsabilmente coloro che tengono i nostri ragazzi in aula sei-sette ore al giorno per circa 200 giorni all’anno. Sta finendo la scuola perché il suo modello di fondo è sbagliato, e questo cambio d’epoca lo sta dimostrando in molti modi. Nessuna cura dei talenti individuali, come invece insegna il Vangelo, in quella eversiva parabola dei talenti che nessuno racconta tra i banchi e che i creatori dei ‘talent’ hanno pervertito a loro tornaconto con show che i ragazzi guardano con la fame di chi vorrebbe che qualcuno del loro talento si curasse adeguatamente, senza scorciatoie e banalizzazioni. E invece: formazione media e spesso inutile a tutti, ossessione del lavoro invece che cura della personalità per trovare le proprie strade, ‘scuolizzazione’ di troppi argomenti invece che favorire l’incontro tra ragazzi e maestri o battistrada adulti nella società. E conseguente crescita di nevrosi e insofferenze. Occorre passare dalla scuola delle enciclopedie alla scuola della educazione e del talento. Ci sono molti che lo chiedono e lo vorrebbero, molti che ci provano, nelle maglie strette e totalitarie del Sistema. Ci sono molti ragazzi che si perdono. Ci sono molti insegnanti che non ne possono più. Sta finendo, finiamola. Cominciamone un’altra.

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DAVIDE

RONDONI

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«L’eutanasia? Un atto medico» Il Belgio normalizza la morte ANALISI Uno studio internazionale mostra la trasformazione della pratica in trattamento clinico contro la sofferenza Avv 11.6.19

ANALISI

Uno studio internazionale mostra la trasformazione della pratica in trattamento clinico contro la sofferenza

«L’eutanasia? Un atto medico» Il Belgio normalizza la morte

Dall’autorizzazione solo per casi estremi alla fine anticipata concessa per i motivi più disparati: è l’effetto della legge del 2002, gemella di quella olandese

In 15 anni sono aumentate di dieci volte le morti per eutanasia in Belgio: erano 235 i fascicoli ricevuti nel 2003 dalla Commissione federale (Federal Control and Evaluation Commission on Euthanasia, Fcece), sono stati 2.357 nel 2018, al culmine di un trend di costante aumento. Ma diversi studi pubblicati su riviste scientifiche ritengono che i numeri siano sottostimati del 50%, tanto che Wim Distelmans, presidente della Fcece, ha dichiarato che «il numero delle eutanasie eseguite ma non dichiarate resta nell’ombra, il che ci impedisce di avere una visione reale dell’estensione del fenomeno». Basterebbero questi fatti a dare l’idea del principale risultato dell’applicazione della legge belga sulla morte medicalmente assistita, datata 2002, coetanea e gemella di quella olandese della quale si è tornato a parlare nei giorni scorsi dopo la tragica fine di Noa Pothoven, la 17enne di Arnhem che si è lasciata morire di fame e di sete nell’indifferenza generale. In Belgio si è assistito alla progressiva ‘normalizzazione’ all’interno della società della morte per legge, analogamente a quanto accade nell’intero Benelux, il territorio europeo formato da Belgio, Olanda e Lussemburgo, dove vigono leggi eutanasiche che costituiscono l’avamposto occidentale di un drammatico esperimento sociale. È importante capirne il perché, soprattutto dopo il drammatico esito della vicenda di Noa e mentre in Italia la Corte costituzionale manifesta l’intenzione di depenalizzare l’aiuto al suicidio in qualche forma se il Parlamento non agirà entro il 24 settembre, come ha chiarito nell’ordinanza 207 del 23 ottobre 2018.

A tale scopo è di estremo interesse uno studio interdisciplinare pubblicato dall’Università di Cambridge, Euthanasia and Assisted Suicide. Lessons from Belgium («Eutanasia e suicidio assistito, lezioni dal Belgio»), che ben descrive le conseguenze sociali e antropologiche della morte assistita. I contributi sono di studiosi di diverse discipline e orientamenti culturali e disegnano un quadro complessivo articolato e coerente, con un punto centrale comune: l’eutanasia in Belgio è diventata un atto medico, una delle possibili opzioni del fine vita nell’ambito delle cure palliative e accanto al rifiuto o interruzione dei trattamenti anche di sostegno vitale, tutti messi sullo stesso piano. Dal punto di vista legale non si parla mai di suicidio assistito ma solo di eutanasia, definita «l’atto che intenzionalmente termina la vita di una persona dietro sua richiesta, e che è compiuto da un individuo diverso dalla persona in questione». La Fcece ha stabilito, autonomamente, che i suicidi assistiti comunicati rientrino nella normativa.

Dai diversi scritti emerge la stessa storia. Introdotta come eccezione in casi estremi, la morte procurata sviluppa subito una dinamica propria all’interno delle pratiche mediche, trasformandosi velocemente in un atto terapeutico e appropriandosi di conseguenza di tutte le caratteristiche di una cura: se dare la morte è un gesto benefico, una forma estrema di palliazione, in piena continuità con il corredo di trattamenti già possibili, perché limitarne l’uso? Se è il rimedio a sofferenze estreme, perché escluderne minori e malati psichici? Se è considerato l’antidolorifico più efficace, perché somministrarlo solo a chi è capace di chiederlo, e non metterlo a disposizione in generale, come per gli altri analgesici?

Non deve sorprendere, quindi, che nel biennio 2016-17 in Belgio sia stata eseguita l’eutanasia anche su tre minori – 9, 11 e 17 anni – fra cui uno con fibrosi cistica, cioè una patologia con un’aspettativa di vita superiore ai 40 anni; né che aumentino i richiedenti con ‘poli-patologie’, cioè molteplici disturbi fra i quali si includono ad esempio l’incontinenza, l’insorgere di una demenza, il marcato deperimento fisico, la sordità, ovvero le condizioni tipiche dell’età avanzata. Non sorprende che per «motivazioni psichiche» si intendano non le patologie psichiatriche – conteggiate a parte – ma «perdita di autonomia, solitudine, disperazione, perdita di dignità », né meraviglia che fra gli eutanasizzati con meno di 40 anni ce ne siano stati alcuni con sindrome autistica. In altre parole: i malati terminali, maggiorenni e consapevoli sono solo una parte di coloro che possono ottenere la morte assistita.

In quest’ottica uno dei contributi più efficaci nel volume è quello di Benoit Beuselink, oncologo, che racconta cos’è cambiato nella sua vita professionale quotidiana con la legge sull’eutanasia. Le cifre ufficiali confermano la percezione di chi è in prima linea a curare: le richieste eutanasiche aumentano e ci si trova a discuterne all’inizio, con la diagnosi appena comunicata e il malato che non vuole neppure prendere in considerazione opzioni terapeutiche, tanta è la paura di soffrire. Ma se è il paziente a ritenere che non valga più la pena di vivere la propria vita il medico non deve più preoccuparsi di curare ed è obbligato a diventare «il giudice di questioni di autonomia e di sofferenza mentale/esistenziale mentre cerca di risolvere questi problemi amministrando la morte». L’eutanasia finisce quindi per esulare dalle competenze mediche, tanto che alcuni sostenitori suggeriscono che se ne occupino gli assistenti sociali, perché non tutti coloro che chiedono di morire possono considerarsi ‘pazienti’.L’oncologo elenca le sue preoccupazioni: le cure palliative perdono la loro specificità, visto che la morte procurata è considerata una palliazione. I malati sono in pericolo perché la somministrazione dell’eutanasia varia a seconda degli orientamenti di medici e comitati etici e non delle condizioni cliniche dei richiedenti. Chi è depresso rischia di più, perché la domanda di morte non viene più considerata un sintomo della depressione ma l’espressione di una volontà. Ma, soprattutto, il ‘rispetto’ per una autodeterminazione assoluta spazza via l’umana solidarietà: se la morte su richiesta è espressione di libertà e non più un disvalore, perché dissuadere e aiutare a vivere?

L a normalizzazione emerge anche da alcuni aspetti solo apparentemente secondari, ma significativi: come in Olanda, ogni procedura eutanasica viene verificata a posteriori dalla Fcece, che monitora il rispetto della legge. La Commissione si riunisce mensilmente, il lavoro è soprattutto su base volontaria, mediamente ogni esperto esamina circa 200 fascicoli al mese, quasi 7 a giorno: il materiale viene spedito a casa, e nell’incontro mensile si discutono i casi problematici. La Commissione può chiedere ulteriore materiale e altre audizioni, se lo ritiene opportuno. Per la segnalazione di una sospetta illegalità al procuratore serve la maggioranza di due terzi, ma dall’entrata in vigore della legge è avvenuto solo per una persona, dopo la diffusione di un documentario dedicato al suo suicidio assistito. Nell’ultimo rapporto biennale non si è raggiunta la maggioranza in un caso, comunque descritto: si tratta di un paziente in dolorosa agonia da 24 ore, con attesa di vita di 2-3 giorni, che non aveva fatto alcuna richiesta di eutanasia, neppure con apposito biotestamento, ma per il quale «il comportamento e la comunicazione non verbale sono stati interpretati dai medici, dal personale curante e dai membri della famiglia come una richiesta di eutanasia». Chissà come doveva essere il suo «linguaggio non verbale» per chiedere una sedazione palliativa profonda, anziché di essere ucciso.

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Dal rapporto dell’Università di Cambridge il rapido passaggio nel Paese all’accettazione di scelte letali come espressioni da rispettare di libera volontà, considerate forme di soppressione della sofferenza La tragica fine di Noa riapre la domanda sul funzionamento di norme che hanno ormai modificato la mentalità sul morire

La “Casa di Mario” è casa di tutti AVV 9.6.19

L’ESPERIENZA

Un edificio alle porte di Milano diventa punto di riferimento per genitori che pensano al “Dopo di noi” dei propri figli fragili. Che non è fatto soltanto di assistenza, ma di amicizia e affetto

La “Casa di Mario” è casa di tutti

Voluta da un disabile 38enne, la struttura è destinata ad accogliere adulti con handicap e famiglie «È molto grande, perché tenerla soltanto per me? L’unione fa la forza e io voglio riempirla di gioia»

LUCIA BELLASPIGA Cantalupo di Cerro Maggiore ( Milano)

Mario non li può vedere, ma li sente tutti e trecento, stringe le mani, accoglie gli abbracci. I suoi occhi sono bianchi, ciechi dalla nascita, ma oggi ridono perché è festa grande nella “Casa di Mario”, splendida villa con ampia piscina (dotata di sollevatore per disabili), nel giorno dell’inaugurazione ufficiale. «Ora si chiama così, “Casa di Mario”, ma se ci verranno ad abitare altri disabilicambierà nome:il mio obiettivo è trovare altre persone che hanno bisogno, sarò felice di ospitarle a vivere insieme a me, la mia casa è per tutti». Quel giorno “Casa Mario” cambierà anche nome, dunque… È questo il dettaglio che meglio racconta l’umanità di Mario Rampini, 38 anni, inchiodato a una carrozzina dalla nascita ma anche deciso a prendere in mano la propria vita e organizzare il futuro, il suo e quello di altre persone, non necessariamente disabili ma certamente bisognose di una famiglia. «È una casa grande e molto bella, può fare felici tante persone, perché tenerla solo per me? L’unione fa la forza e io voglio riempirla di gioia. Certo, è ancora tutto da organizzare, dovrà funzionare a dovere». Il tema in fondo è quello del “Dopo di noi”, l’angoscia che accompagna il passare degli anni di tutti i genitori con figli fragili, consci che prima o poi li dovranno lasciare. Ma questa volta la prospettiva rovesciata è un “dopo di loro”, visto dalla parte del figlio: «L’idea della “Casa” mi è venuta un anno fa pensando soprattutto al mio futuro», racconta nella frescura del salone, mentre fuori il via vai degli invitati aumenta (un sasso tra strada e giardino tiene aperto il portone, non occorre neanche suonare), «questa casa era in vendita da tempo, i proprietari erano venuti diverse volte a chiedere se volevamo comprarla, visto che i miei genitori e la famiglia di mia sorella vivono accanto, ma era enorme, cosa ce ne facevamo? Poi due anni fa siamo partiti con amici per Santiago de Compostela, abbiamo fatto il Cammino con un pullmino attrezzato per la carrozzina…».

Che c’entra il Cammino? «Siamo tornati “illuminati”», intervengono Maria Pia, 67 anni, ex docente di Lettere, e Roberto, 74, direttore di banca in pen- sione, «e il proprietario è tornato alla carica quando ormai avevamo il giusto scopo per comprare la casa: ci sono tanti disabili dell’età di nostro figlio che nel giro di pochi anni dovranno trovare una nuova famiglia altrimenti finiranno in un istituto, qui nascerà una casa- famiglia per cinque o sei di loro. Non è affatto facile, anche a livello normativo e organizzativo, per questo oggi inauguriamo l’associazioneL’Incontro». Lo spiegano poco dopo anche alla folla di amici venuti da Cantalupo, da Cerro Maggiore, da Milano e anche da Varese, seduti sotto il palco allestito in giardino (in prima fila anche la sindaca Nuccia Berra): «È vero, nostro figlio ha bisogno di essere alzato la mattina, vestito, accompagnato al lavoro… ma il suo vero bisogno è un altro: ci sarà qualcuno chegli vorrà bene,dopo di noi, come gliene abbiamo voluto noi? Se ci sarà, se gli vorrà bene, verrà anche il resto».

Insomma, a differenza degli altri disabili Mario non cerca sostegni e assistenza, per lui questo non sarà un problema e già adesso vive nella “Casa” con un collaboratore ecuadoriano sempre a sua disposizione. «Io cerco persone che mi diano l’affetto di cui tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno per vivere, una vera famiglia per il mio futuro, penso a due giovani sposi con figli, magari anche con un figlio disabile, che presto vengano ad abitare qui con me, in modo da iniziare a volerci bene fin da adesso. Durante il giorno madre o padre potrebbero uscire a lavorare, come faccio io, oppure invece il lavoro potrebbe già essere il gestire noi disabili ». È la merce più rara, l’affetto sincero e disinteressato, e forse per questo tra i chiamati a testimoniare ci sono anche Maria Teresa e Roberto Cristiani di Crema, due genitori dell’associazionePapa Giovanni XXIIIdi don Benzi, l’inventore della casa-famiglia: «Noi abbiamo tre figli naturali più cinque accolti», raccontano dal palco, «sono persone di ogni età proprio come avviene nelle vere famiglie, dove convivono genitori, figli sani e disabili, anziani nonni». Oggi si sono portati solo Roberto, cerebroleso dalla nascita, figlio loro da 18 anni, quando i suoi genitori sono morti: «Da fuori si vede un gran da fare nelle nostre famiglie, ma non siamo né pazzi né eroi, ogni persona che accogliamo è Gesù che entra nella nostra casa». Fu don Benzi stesso a dire loro «non siete voi che portate Roberto, è lui che porta voi a Gesù», «così ogni volta che rischiamo di perderlo preghiamo: Signore, lascialo qui ancora un po’, perché se me lo porti via faccio fatica a trovarti. Quando una persona si sente scelta, è lì che nasce la relazione: ti ho scelto come un figlio anche se non ti ho generato, questa è la dimensione della casa-famiglia».

Mario annuisce, è proprio ciò che intende. Tra le persone che vorrebbe accogliere nella futura famiglia c’è anche una “zia”, un’anziana del paese rimasta sola, «è lucida e brillante, perché dovrebbe finire i suoi giorni in un ospizio? C’è posto anche per lei». Ma c’è molto di più per un’associazione che si chiama “Incontri”: «SuAvvenireduemesi fa ho letto la storia di Tiziana Bernardi, dirigente Unicredit che ha lasciato la carriera per dedicarsi al monastero benedettino di Mvimwa, in Tanzania – annuncia Mario –, ci siamo incontrati e abbiamo deciso che dalla “Casa di Mario” partirà un progetto per fondare a Mvimwa un centro per i 22 disabili che vi sono ospitati. Abbiamo coinvolto la cittadinanza e, vista l’adesione di questa sera, la risposta è forte». C’è anche Tiziana alla festa, insieme ai docenti del Politecnico di Milano e ai loro studenti di ingegneria biomedica pronti a partire con lei per la Tanzania… Fa una videochiamata dal cellulare e anche i monaci di Mvimwa sono “collegati”, ora ci sono proprio tutti. È quasi sera quando il parroco don Roberto Verga celebra la Messa, ed è Mario a leggere le letture passando le dita sul foglio bianco scritto inbraille(l’essenziale è invisibile agli occhi…). Poi il giardino si trasforma in teatro e la chitarra di Walter Muto accende la festa. Mario è felice, ha capovolto il mondo e i suoicliché,è lui che apre la casa agli altri, è lui – il disabile – che dà accoglienza, spiegando semplicemente che «dividere il peso su molte spalle fa pesare meno la croce». Ed è lui che assicura: «Tra due anni sarò in Tanzania con Tiziana, taglierò il nastro al Centro per disabili».

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L’Anffas: diritti negati Mobilitazione permanente  

«Non c’è più tempo e non siamo più disponibili ad attendere i tempi biblici della politica, anche perché non ce lo possiamo permettere!». È durissima la Mozione approvata all’unanimità dall’assemblea generale dell’Anffas, che ha proclamato lo stato di mobilitazione permanente, inviando una lettera al ministro della Famiglia, con delega alla disabilità, Lorenzo Fontana. «I nostri diritti vengono ancor oggi e sempre più negati e la vita dei nostri congiunti con disabilità, unitamente a quella di noi genitori e familiari, è oggetto di discriminazioni, emarginazione e mancanza di pari opportunità», si legge nel documento. Un testo molto articolato che pone in risalto il fatto che Anffas, negli oltre 60 anni di vita, ha contribuito a far emanare tante leggi che avrebbero dovuto contribuire a migliorare considerevolmente le condizioni di vita materiale delle persone con disabilità e dei loro familiari.

Purtroppo, rileva l’associazione, ancora oggi molte di tali leggi non sono concretamente attuate in modo puntuale, omogeneo e capillare sull’intero territorio nazionale.

«L’accesso ai pochi servizi è reso sempre più difficoltoso ed oneroso – prosegue la Mozione – e l’enorme carico della disabilità, anche dal punto di vista economico, pesa principalmente sulle spalle dei familiari».

 

Una pezzo d’Italia che chiede risorse e più attenzione

5 milioni 

Sono le persone con disabilità che vivono in Italia, secondo l’ultima rilevazione effettuata dall’Istat

56,1 milioni 

Dotazione finanziaria, per il 2018, del fondo per il “Dopo di noi”, prevista dalla legge di bilancio 2019

4

Le Regioni (Lombardia, Marche, Molise, Toscana), che hanno attuato il progetto individuale per il “Dopo di noi”

 

 

L’ASSOCIAZIONE

Così “L’Incontro” è nata per farsi carico dei bisogni degli altri 

 

L’associazione “L’Incontro”, nome ispirato agli scritti di don Luigi Giussani, è stata inaugurata domenica 2 giugno, ma già da mesi organizza nella “Casa di Mario” eventi culturali e di solidarietà, gruppi di incontro tra giovani, accoglienza per disabili nel giardino con piscina attrezzata. Presidente è Maria Pia Testa, mamma di Mario, vicepresidente è Francesco Pigni, che spiega: «L’associazione nasce per avviare concretamente la “Casa di Mario” nel segno della convivenza tra amici, che è anche la cifra e lo stile di questo progetto collettivo. L’obiettivo è far sì che il “dopo di noi” abbia ancora la carezza di una famiglia, non solo la competenza tecnica di bravi operatori ». Il progetto, nato per Mario, ha trovato la sua vera anima quando si è allargato ad altre persone meno fortunate di lui: «Con gioia siamo passati dalla preoccupazione nostra personale al desiderio di farci carico del bisogno di altri, offrendo il luogo in cui creare un vero ambiente familiare per il futuro. Non si può vivere senza amore dalle persone che ci circondano, in fondo la vita è questo. Perché a un disabile dovrebbe essere negato? Perché relegarlo in istituto? Ha qualche colpa da scontare, per non avere i diritti di tutti gli altri?», affermano Mario e i suoi genitori. Il progetto di cohousing sociale è normato a livello di Regione Lombardia e dalla legge 112 sul “dopo di noi”. Per associarsi o informarsi scrivere a lincontroaps@gmail.com (L.B.)

 

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IL FATTOCosì le nostre Noa restano senza cure  Migliaia di casi, insufficienti le strutture e le terapie di neuropsichiatria infantile AVV 9.6.19

IL FATTO 

Anoressia e depressione: attese di 6 mesi per le comunità. Le eccellenze dei progetti pilota

 

Così le nostre Noa restano senza cure 

Migliaia di casi, insufficienti le strutture e le terapie di neuropsichiatria infantile

LUCIANO MOIA

 

E se un caso come quello di Noa Pothoven capitasse in Italia? Che strumenti  avremmo per convincere una figlia a non lasciarsi morire, distrutta dalla depressione e dall’anoressia? La risposta è: dipende. Dall’efficienza dei servizi,

dalla regione di residenza, dall’esistenza o meno di strutture adeguate. In due terzi dei casi, infatti, i pazienti minorenni non trovano cure all’altezza delle loro reali necessità. I disturbi cresciuti del 45% in 5 anni.

 

L’ALLARME

Che risposte avrebbero potuto dare le nostre strutture sanitarie a un caso complesso come quello della ragazza olandese? Tanti i fattori da valutare ma previsioni tutt’altro che confortanti

 

Cure soltanto a un terzo dei ragazzi Tutte le Noa (dimenticate) d’Italia 

LUCIANO MOIA

 

E se un caso come quello di Noa Pothoven capitasse in Italia? Che strumenti avremmo per convincere una figlia, una sorella, un’amica a desistere, a non lasciarsi morire di inedia come invece ha scelto di fare la ragazza olandese, distrutta dalla depressione e dall’anoressia dopo gli stupri e le molestie sessuali di cui era rimasta vittima tra gli 11 e i 14 anni e che dai farmaci antidepressivi – secondo quanto si è appreso dalle testimonianze di chi l’ha conosciuta – non sembrava ottenere più alcun beneficio?

La risposta, certo insoddisfacente, può essere una soltanto: dipende. Dalla famiglia, dall’efficienza dei servizi, dalla regione di residenza, dall’esistenza o meno di strutture adeguate, da tanti altri fattori che nessuno può misurare. Dipende. Non è una battuta, è l’atroce constatazione – dati alla mano – della precarietà in cui versa anche da noi la neuropsichiatria infantile. I disturbi neuropsichiatrici di bambini e adolescenti sono aumentati del 45% negli ultimi cinque anni ma solo un terzo dei ragazzi che in Italia manifesta questo tipo di problemi riesce ad essere curato. Inoltre se si deve inserire un adolescente con ‘acuzie psichiatrica’ – il termine tecnico per definire i casi più gravi – in una comunità terapeutica, i tempi di attesa vanno da due a sei mesi. Decisamente troppo. In Italia esistono circa 700 comunità terapeutiche attrezzate per questi problemi, ma l’80 per cento è concentrato tra Lombardia e Piemonte. In alcune regioni – Campania, Calabria, Sardegna – non ne esistono proprio.

L’unico progetto specificatamente pensato per prevenire il rischio suicidario degli adolescenti è quella attivo da tre anni all’Unità di neuropsichiatria del Policlinico di Milano. Si chiama ‘Progetto Percival’ e dispone di tutte le dotazioni e competenze necessarie per prendere in carico le situazioni più gravi, quelle in cui la cosiddetta ‘ideazione suicidaria’ si è già trasformata in ‘pianificazione’ e quindi il ragazzo va messo in sicurezza. Qui gli adolescenti vengono seguiti per mesi, anche un anno e oltre se necessario.

Ma anche la pur efficientissima neuropsichiatria lombarda ha dei limiti. E pesantissimi. Con il ‘Progetto Percival’ si riescono a seguire solo 30 casi l’anno. Troppo pochi se si pensa che nel 2016 c’erano a carico della neuropsichiatria della regione 114mila casi, con un incremento del 21% rispetto alla rilevazione di quattro anni prima. E, in tutta Milano, esiste un solo reparto di neuropsichiatria infantile – all’ospedale San Paolo – che ha disposizione 8 letti. In caso di bisogno si ricorre alla pediatria o alla psichiatria degli adulti. Ma non è la stessa cosa.

Ora che è drammaticamente evidente quanto sia grave le carenze delle strutture e profonde le differenze tra Nord e Sud, torna la questione iniziale. Un caso Noa da noi potrebbe capitare?

Antonella Costantino, presidente della Sinpia (Società italiana di neuropsichiatria) e responsabile dell’Unità di neuropsichiatria del Policlinico di Milano, parte con una premessa: «Oggi la psichiatria ha tan- te frecce al suo arco, molte in più rispetto al passato, ma può sempre succedere che le cure non abbiano successo e che, dopo tentativi su tentativi, siamo costretti a rassegnarci».

Può essere capitato così a Noa? Una concentrazione di fattori di rischio come quelli toccati alla ragazzina olandese appare davvero devastante. «Quando si subisce uno stupro in età così giovane è difficile trovare il modo per raccontarlo. Non si comprende, non si dispone delle parole adeguate e – osserva ancora la specialista – si tace anche davanti ai familiari. Del tutto comprensibile quindi il comportamento di Noa che non è riuscita neppure a sporgere denuncia. Di fronte agli estranei quegli episodi proprio non riescono ad uscire».

Da qui la depressione, il senso di colpa invincibile, il timore di non farcela che si trasforma in dolore sordo, incomprensibile, annichilente. La malattia mentale diventa una spirale da cui sembra impossibile uscire. E può anche uccidere. «Oggi possiamo tentare molti interventi psicologici, abbiamo di supporto la farmacologia. Ma le medicine in psichiatria non sono mai risolutive. Non abbiamo l’antibiotico della mente». Quindi non si può escludere che, di fronte a un caso simile a quello di Noa, anche in Italia potremmo essere costretti ad arrenderci? Nei reparti di neuropsichiatria più attrezzati, per prevenire i rischio di suicidio in caso di patologie psichiatriche gravi, si mettono a punto ‘piani di crisi’, interventi terapeutici ed educativi. Si accompagnano anche i ragazzi con sedute di psicoterapia. Ma, come visto, i reparti nel nostro Paese sono del tutto insufficienti e, soprattutto, sono distribuiti in modo difforme. Inoltre il Servizio sanitario nazionale non copre la psicoterapia degli adolescenti. Quindi in quel ‘dipende’ dovremmo inserire anche fattori economici. Chi ha possibilità economiche ha qualche speranza in più di guarire. Ma quante speranze? «Di fronte a casi davvero complessi e già in stato avanzato (come Noa, appunto, ndr) dopo aver tentato tutte le cure possibili, aver bloccato in reparto il ragazzo, averlo alimentato e idratato forzatamente, possiamo solo sperare che quello che definiamo ‘aggancio’ finisca per funzionare». Anche perché è impensabile tenere in reparto all’infinito un adolescente e anche lasciarlo attaccato al sondino per tempi troppo lunghi. Le è già capitato di dover alzare bandiera bianca? «In tanti anni ho vissuto due casi limite, davvero pesantissimi. Ho temuto di non farcela. Poi alla fine quei ragazzi hanno trovato il modo di reagire». Ma se non fosse successo? Anche in questa ipotesi la specialista trattiene il giudizio. Non punta il dito contro la legge, contro la società, contro i genitori, contro la cattiva educazione. «Dobbiamo renderci conto che la malattia mentale è una patologia come le altre, può colpire chiunque, ma la stigmatizzazione di cui è ancora circondata può solo peggiorare le cose. Per curare in modo davvero efficace tutti coloro che ne avrebbero bisogno, servono tutte quelle risorse che ancora ci vengono negate». Insomma, senza reparti adeguati, senza specialisti preparati, senza posti letto sufficienti, senza prevenzione – e questa è più o meno la situazione italiana – casi come quello di Noa sono purtroppo possibili. E forse nel silenzio cupo di qualche reparto sono già capitati.

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Per un ricovero in comunità terapeutica in Lombardia, regione d’eccellenza per la neuropsichiatria, si attende da 2 a 6 mesi. Casi in crescita del 45% Allarmi inascoltati La presidente Sinpia, Antonella Costantino: a Milano abbiamo un progetto all’avanguardia per la prevenzione dei suicidi giovanili, ma possiamo accogliere appena 30 ragazzi

 

 

I dati su patologie difficili da trattare

90

Il tasso – su 100mila giovani dagli 11 ai 18 anni – dei tentativi di suicidio in Italia, tra i più bassi del mondo

1.400 

I ricoveri per problemi psichiatrici giovanili a Milano nel 2015 (+21% rispetto ai 4 anni precedenti)

50% 

I ragazzi di origine non italiana con problemi mentali che si presentano al pronto soccorso

 

 

LA STORIA

Marco che si è salvato: «Ho incontrato chi ha saputo aiutarmi»

LUCIA BELLASPIGA

Este ( Padova)

«Avevo 6 anni e mia mamma mi guardava senza riconoscermi, non sapeva chi fossi». Era iniziata tutta in salita la vita di Marco Viadana, oggi studente di 16 anni: ne aveva 4 quando la madre subiva un’operazione sfociata in uno stato vegetativo, da cui si sarebbe svegliata due anni dopo priva di memoria e semiparalizzata. Ne aveva 10 quando a morire in tragiche circostanze fu il padre. «Per forza di cose sono stato un bambino che cercava giocattoli e beni materiali perché dentro sentiva sempre il vuoto – racconta –. In più ero oggetto di bullismo, per i compagni ero ‘il figlio della disabile’, e questo mi rendeva sempre più chiuso e permaloso. Ma non ero un tipo violento, al contrario, piangevo. Siccome poi ero il più alto, e all’epoca pure grasso, era divertente far piangere il più grande, li rendeva ‘potenti’. E io, per paura della mia forza, non reagivo».

Quando dolore può contenere un ragazzino? Fino a che punto può immagazzinarlo nella sua giovane anima? Quale medicina lo può curare? «Arrivata a zero l’autostima, sono incappato in momenti di autolesionismo », proprio come Noa. C’era un solo modo per non sentire il dolore dell’anima ed era quello di infliggersi il dolore fisico, «mi tagliavo le braccia, mi piaceva vedere quelle cicatrici, erano i miei stemmi. Ho anche desiderato morire». A salvarlo – dice Marco – sono stati prima gli amori, «mi ero innamorato di una ragazza… io sono sempre stato innamorato », ma anche questo in lui assume una tinta intensa perché nulla in Marco è banale: «Mi innamoravo per distrarmi dal dolore. Non parlo di infatuazioni, dico proprio amore, è diverso, l’amore ti fa amare anche i difetti, l’infatuazione no. A 16 anni aver amato quattro volte è tanto… e quattro volte sono stato respinto», ride. Ma soprattutto lo ha salvato un incontro, quello con Gianpietro Ghidini, il papà di Emanuele, scomparso nell’inverno del 2013 a 16 anni gettandosi nei gorghi di un fiume dopo aver assunto una pasticca di Lsd. ‘Gettando via te hai salvato me e salverai tanti giovani, te lo assicuro’, scrisse quel padre al figlio morto e fondò l’associazione Pesciolino Rosso, oltre 1.000 incontri nelle scuole di tutta Italia.

«Venne anche da noi quando ero in terza media e per me è stata la rinascita, oggi altrimenti non sarei qui», continua Marco. Un dolore può salvarne un altro e la catena può non finire mai, perché solo chi ha provato a soffrire sa davvero ascoltare gli altri. «È diventato mio padre. Lui aveva perso in modo drammatico un figlio, io mio papà. Mia mamma all’inizio era prudente, poi lo ha conosciuto bene e ora ne è felice». Una madre che ancora combatte con la vita, la memoria non le ha più restituito gli anni immediatamente successivi al risveglio, quando Marco le cresceva accanto come uno sconosciuto e frequentava le medie «senza nessuna voglia di studiare», ma oggi a 54 anni «è dolce e aperta, per me è madre e padre insieme, siamo una bella squadra». Non ha mai pensato molto a studiare, ammette Marco, e si capisce, gli è sempre interessato di più «pensare a chi sono io, chi sono gli altri. L’anno scorso sono stato bocciato, ma oggi, ultimo giorno di scuola, so che sarò promosso».

Ma la sua vera vita sono le poesie che scrive, aforismi che posta su Instagram e che vorrebbe diventassero il suo futuro: «Voglio scrivere i miei pensieri e avere successo – spiega –, non per lucro ma per continuare ad aiutare gli altri. Voglio crearmi un’immagine che vale, come ha fatto Gianpietro, e attraverso il dolore sorreggere chi soffre». Lo fa già, quando Gianpietro lo porta con sé a testimoniare, «allora cerco sempre di esserci per tutti. Ogni volta ascolto, do la mia parte, e poi mi sento tanto tanto bene… Ciò che oggi manca a noi giovani è l’empatia, chi soffre viene giudicato anziché aiutato, c’è troppa superficialità ». Lui sa cos’è mancato a Noa, una ragazza come lui, stessa età ma un altro destino: «Se fosse riuscita a trovare un minimo digratificazionenella sua storia, bisognava puntare su questo e ampliarla. Non so nulla di lei, so solo che non ha incontrato la persona che sapesse aiutarla». La madre paralizzata, il padre morto in circostanze tragiche, la sofferenza e la solitudine: «Mi facevo del male, volevo solo morire».

Poi la svolta

Marco con Gianpietro

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Editoriale  I cattolici italiani e le loro scelte elettoraliGLI INTERESSI PIÙ DEI VALORI?  Ave 9.6.19

GLI INTERESSI PIÙ DEI VALORI? 

Editoriale

I cattolici italiani e le loro scelte elettorali

GIORGIO CAMPANINI

 

Fra le questioni che l’elezione europea del maggio 2019 ha lasciato aperte vi è quella che fa riferimento al rapporto tra voto politico e atteggiamento religioso. In alcuni momenti della storia d’Italia è apparso assai stretto il nesso che collegava fra loro l’atteggiamento verso la religione (e, in generale, la pratica religiosa) e le scelte di voto dei cittadini. Per circa mezzo secolo la Democrazia Cristiana ha direttamente o indirettamente beneficiato di questo collegamento, dal quale sono derivate dapprima le sue fortune e poi le sue sfortune. Dopo la fine della Dc, con la progressiva frantumazione di quell’eredità politica e morale, e in assenza di formazioni politiche facenti esplicito e dichiarato riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa e, in generale, ai valori evangelici, questo nesso si è quasi del tutto spezzato e il voto dei cattolici, anche di quelli dichiaratamente praticanti, si è decisamente spostato dal punto dei valori (tutti, non solo alcuni) a quello degli interessi. Un fenomeno che riguarda l’intero corpo elettorale – anche il direttore di questo giornale insiste da tempo su tale processo – ma che nel caso dei cittadini-elettori cattolici più impegnati sta diventando particolarmente stridente e impressiona persino di più.

Si tratta di una scelta di per sé anche legittima – apparendo comprensibile che i singoli cittadini abbiano a cuore i propri interessi, reali o presunti –, ma che di per sé fa intravedere alcune ombre: è infatti legittimo, per i singoli credenti, votare per una forza politica che tuteli i propri interessi prescindendo del tutto dall’attenzione ad alcuni fondamentali valori? Tentare di dare una risposta a questo interrogativo in modo organico e articolato supererebbe inevitabilmente il breve spazio di un articolo di giornale.

Ciò per altro esime dal prospettare alcune considerazioni che dovrebbero, quanto meno, indurre a una seria riflessione (e, se necessario, a una sincera autocritica).

Rispondere a questo interrogativo impone necessariamente anche una riflessione sul senso e il valore della politica, di qualunque politica. Essa ha come unico e principale compito quello di promuovere e tutelare gli interessi (sia pure legittimi) o deve anche farsi carico – in una prospettiva più ampia e più completa – di quello che tradizionalmente, nel linguaggio del tradizionale insegnamento della Chiesa, è stato da sempre definito il Bene comune?

In quest’ultima prospettiva dovrebbe essere ritenuto doveroso compiere una scelta di campo a favore di coloro che meglio garantiscono, o sembrano garantire, il perseguimento più completo possibile dei valori piuttosto che la tutela dei propri interessi. Ma sembra che difficilmente ciò avvenga, anche nell’ambito di coloro che si considerano credenti e che forse, al momento del voto – quasi prigionieri, appunto, dei propri interessi – si lasciano da questi, e da questi soltanto, condizionare.

La constatazione di tale divario – che da alcuni decenni a questa parte sembra diventato sempre più accentuato – dovrebbe preoccupare non poco la comunità cristiana. Certo – lo scriveva circa 1.800 anni fa la ‘Lettera a Diogneto’ –, i cristiani sono come gli altri e vivono nella stessa città degli altri con gli stessi doveri; ma non devono in tutto e per tutto lasciarsi assimilare, consegnarsi a quello che una volta si era soliti chiamare lo ‘spirito del tempo’ (oggi lo ‘spirito delle mode’ o forse addirittura lo ‘spirito della guida’ di turno…). A parere di chi scrive, si impone dunque, per la comunità cristiana, a tutti i livelli, a partire dagli inizi del cammino catechistico per arrivare alle omelie domenicali e, augurabilmente, a vere e proprie scuole di ‘educazione alla cittadinanza’, un arduo ma necessario compito di formazione dei fedeli.

Un compito fondato sull’educazione alla socialità, ‘grande assente’, assai spesso, della normale pastorale e della prevalente omi-letica: per evitare che l’appello ai valori del grande e concreto umanesimo al quale il cristianesimo ha dato anima sia semplicemente una «voce che grida nel deserto» o, peggio ancora, diventi sempre più una malaccorta copertura di inconfessati, e anche inconfessabili, interessi.

 

Giorgio Campanini

 

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«Rilanciare l’Europa» La piattaforma delle sigle cattoliche AVV 23.5.19

«Rilanciare l’Europa» La piattaforma delle sigle cattoliche

ANGELO  PICARIELLO

Roma

L’Europa come valore in sé, da incrementare con la partecipazione al voto e il rilancio del progetto unitario. L’Europa come sinonimo di pace e fratellanza fra i popoli, ma anche primo test per rispondere all’appello del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, all’appello ai cattolici a dar vita a una «grande rete per l’Italia e per un futuro solidale ed europeo». Tanti i candidati cattolici nelle liste, ce ne sono anche alcune ispirate alla Dottrina sociale cristiana, ma prevale la frammentazione. Lo strumento delle preferenze che il voto europeo prevede (fino a tre, con alternanza di genere) consente però a candidati ed elettori una chance in più: la possibilità di stringere un impegno a futura memoria, a mettere al centro i valori più cari alla Dottrina sociale, aggirando lo ‘spezzettamento’ che i diversi partiti oggi mettono in campo, privilegiando solo alcuni aspetti e non un progetto di ‘umanesimo integrale’, che vada dalla promozione della vita, della natalità, e della famiglia senza tralasciare l’amicizia fra i popoli (su cui il progetto europeo si basa) e la solidarietà fra gli esseri umani di ogni nazione, a partire dagli immigrati.

LE FAMIGLIE EUROPEE

Un testo sottoscritto da 24 associazioni europee, che ha raggiunto candidati di tutti i partiti e ottenuto adesioni bipartisan (stante il divieto dentro M5s di sottoscrivere piattaforme ‘esterne’), alcune anche fra gli ambientalisti e nella sinistra. È quello predisposto dalla Federazione delle associazioni familiari cattoliche europee (Fafce) a cui aderisce il nostro Forum delle associazioni familiari. «Sulla famiglia – dice Vincenzo Bassi, responsabile giuridico del Forum e vicepresidente della Fafce – si è trovato un comune denominatore. Di modo che la famiglia sia motivo di unità». Nel testo figura un patto europeo per la natalità, ilmainstreamingfamiliare,ossia l’introduzione di un concetto di impatto familiare su ogni provvedimento. Nel decalogo anche un punto più impegnativo per la promozione della «dignità umana della vita dall’inizio alla fine naturale».

CARTELLI E APPELLI PRO-LIFE

Un altro documento fa capo ad un cartello di 15 sigle di area cattolica. Fra queste l’associazione Famiglie numerose, il Centro studi Rosario Livatino, il comitato ‘Difendiamo i nostri figli’, il Movimento per la vita, l’Ucid e l’osservatorio parlamentare ‘Vera lex?’. Un decalogo che ha visto la collaborazione trasversale di molti esponenti cattolici (Luisa Santolini, Paola Binetti, Gianluigi Gigli, Massimo Gandolfini, Maurizio Sacconi, Eugenia Roccella, Giorgio Merlo, Alfredo Mantovano, Antonio Palmieri, Marina Casini, Giancarlo Cesana, Massimo Polledri), particolarmente stringente sul tema della tutela della vita fin dal concepimento (richiamamdosi alla campagna ‘Uno di noi’ condotta dal MpV) che fa riferimento anche al divieto di commercializzare il corpo umano, alla famiglia fondata sul matrimonio, al no alla cultura del ‘gender’, alla libertà di educazione. Impegni anche sul versante della sicurezza europea e sull’immigrazione «per assicurare la legalità degli ingressi», e un’accoglienza «articolata sull’educazione alla civiltà europea ». «È l’inizio di un percorso nel segno dell’unità con ben 15 associazioni differenti per vocazione e carisma, che hanno condiviso gli obiettivi che abbiamo più a cuore nell’orizzonte europeo», spiega Domenico Menorello di ‘Vera lex?’. Le firme si raccolgono sul sito

www.euchevogliamo.it,

hanno aderito candidati di tutto il centrodestra e dei Popolari per l’Italia (compresi i leader Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Mario Mauro). Una raccolta firme sul testo è stata curata e messa in rete anche dal comitatoDifendiamo i nostri figli. Fa riferimento all’area di centrodestra anche un altro documento dell’associazioneProvita.

LE RETI ECCLESIALI E SOCIALI

Ma, al di là dei documenti approvati da singole associazioni e movimenti, sono tanti gli appelli delle reti associative. LaFocsiv,cartello di 86 realtà di volontariato internazionale di ispirazione cristiana, ha approvato un documento per una Europa «solidale , giusta, sostenibile». Si sottolinea la missione originaria, da rilanciare, di promotrice della pace nel mondo, con più at- tenzione da dedicare allo «sviluppo sostenibile universale». Un documento è stato redatto anche daRetinopera,che raggruppa 20 sigle dell’associazionismo e del privato sociale fra cui Azione cattolica, Acli, Agesci, CdO, Csi, Confcooperative, Coldiretti, RnS, Focolari, Sant’Egidio, Mcl, Cvx e Fondazione Toniolo. Chiede «un’Europa democratica e partecipativa», ma anche «solidale e accogliente verso i soggetti più deboli che fuggono dalla morte e dalla disperazione cercando nei nostri paesi rifugio e dignità». Un decalogo anche dal Cif,Centro italiano femminile,che punta a rafforzare la base democratica delle istituzioni comunitarie, e auspica l’adozione di un sistema ‘a maggioranza’ e di un modello di difesa comune. Anche il Cif parla di «solidarietà, uguaglianza e accoglienza», come valori da promuovere.

Un altro documento è stato redatto dalla rete ‘Politica insieme’.Registra il «prevalere di posizioni liberiste e anti popolari» in Europa e «una politica monetaria che non rientra nel controllo democratico dei Parlamenti, ma nelle valutazioni tecniche di una burocrazia europea» e auspica un deciso cambiamento di rotta nelle politiche comunitarie.

Un altro appello viene daCiviltà dell’amoredi Giuseppe Rotunno, che mette al primo posto l’obiettivo di «liberare i migranti prigionieri in Libia». Infine laRete Biancache fa capo a Giorgio Merlo e Beppe Sangiorgi – insieme a Lucio D’Ubaldo del ‘Domani d’Italia’, Giuseppe De Mita di ‘Italia popolare’ e Dante Monda di ‘Liberi e Forti’ – si richiama all’Europa di De Gasperi e Spinelli, indicando «integrazione e solidarietà » come «architrave del progresso dei popoli del Continente».

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Sfumature e accenti diversi su alcuni temi sensibili e su questioni sentite come la sicurezza Vie e proposte diverse per superare la frammentazione dei candidati nelle varie liste

Verso il voto europeo

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La rassegna aggiornata dei candidati di ispirazione cristiana e le adesioni ai documenti possono essere consultate sul nostro sito alla sezione «Europa»

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L’invito del Papa alla Chiesa italiana in questo tempo ecclesiale e civile UN CAMMINO PER RIDARE «BASE» E PASSIONE AL POPOLO CRISTIANO Avv 23.5.19

L’invito del Papa alla Chiesa italiana in questo tempo ecclesiale e civile

UN CAMMINO PER RIDARE «BASE» E PASSIONE AL POPOLO CRISTIANO

 

Papa Francesco, parlando ai vescovi italiani, sembra aver dato un’altra dimensione all’idea del Sinodo, circolata negli ultimi mesi: una delle non molte idee nel panorama di dibattiti, un po’ impoverito, del cattolicesimo italiano. Che ci fosse questa povertà, lo si era visto a gennaio scorso nelle varie rievocazioni per il centenario dell’appello ai ‘liberi e forti’, ispirato da Sturzo, che fondò il Partito Popolare nel 1919 (senza passare attraverso l’episcopato italiano e con un blando assenso vaticano). Queste rievocazioni sinora non hanno aggiunto granché alla conoscenza storica né avanzato proposte per il presente, ma hanno espresso sinceramente la nostalgia per un tempo, in cui i cattolici erano capaci d’iniziativa incisiva.

Francesco è intervenuto ora sull’idea di sinodo, in modo diverso da com’era stato proposto in precedenza. Questa diversità non è stata in genere colta dai commentatori. Il Papa propone, oltre che «dall’alto in basso», «una sinodalità dal basso in alto» che inizi dalle diocesi: «Non si può fare un sinodo senza andare alla base… e la valutazione del ruolo dei laici». Questo processo s’incrocia con la ripresa del suo discorso al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel 2015, un testo – ha sottolineato – che «rimane ancora vigente». L’espressione ‘vigente’ riferita a un discorso appare un originale rafforzativo. A Firenze il Papa ha chiesto di approfondire l’Evangeliigaudiumin ogni comunità, diocesi, parrocchia, «in modo sinodale». Era il 2015. Nella Chiesa e in Italia (qui al governo del Paese era saldamente Matteo Renzi, ora tutto è cambiato).

Viene da chiedersi perché la proposta di Firenze in più di tre anni sia stata ripresa solo in parte. Non ci sono dietro forze oscure, quanto pigrizie, il sopravanzare dei calendari e delle logiche istituzionali. Assieme alla volontà è mancata la fantasia. Papa Francesco voleva proporre la sua ‘rivoluzione’, che non c’è stata. Utopia? Forse. Ma bisognerebbe spiegare perché non è avvenuta la recezione del discorso in diverse diocesi. Quantomeno sarebbe da spiegare perché non si è ritenuto di avviare un processo che avrebbe ‘squilibrato’ l’organica vita diocesana, in cui non si poteva incasellare tranquillamente il messaggio dell’Evangeliigaudiumche ambiva trasformare a fondo la Chiesa locale con la «scelta missionaria».

Recentemente, parlando alla diocesi di Roma, il Papa ha fatto l’elogio dello squilibrio («il Vangelo… è una dottrina ‘squilibrata’ ») contro l’organizzazione, dopo aver lamentato che la proposta di Firenze non sia stata discussa nelle diocesi. E ora la ripropone. Ma – lo ripeto – bisogna spiegare perché non è stata ripresa, o se il Papa si sbaglia. Il vero problema è che si è venuta a creare una qualche ‘sordità’ ai messaggi, forse per il profluvio di parole del nostro tempo o per uno scarso ascolto. C’è anche tra non pochi credenti un’abitudine alla fruizione tutta autoreferenziale dei messaggi religiosi, con relativa disattenzione alle parole, anche autorevoli, giudicate non utili a sé. L’ascolto sembra così non radicarsi in una comunità o in una storia, ma in una prospettiva autoreferenziale. E poi la macchina della gestione va avanti.

Il cambiamento nelle Chiese locali, cui il Papa invita, è una trasformazione sinodale dal basso, comunionale con la valorizzazione dei laici. Spinge ad allontanarsi da un’organizzazione ereditata dal passato, un po’ trasformata, ma poco attrattiva anche se funzionale, e per natura clericale. Il Papa ha detto a Firenze: «La Chiesa sia fermento di dialogo, d’incontro, di unità…. Il modo migliore di dialogare non è… parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme…». In questi anni, le Chiese si sono aperte ancor più ai poveri e ai rifugiati. Resta, però, il compito decentrarsi da una dimensione istituzionale verso una realtà di comunità di popolo: tale dimensione popolare sarà anche un antidoto ai richiami della paura e della rabbia, forti su cristiani fuori da una rete di dialogo e comunione.

Infatti, anche se non in modo clamoroso, parti del mondo dei cattolici vengono ‘occupate’ da posizioni vicine ai sovranisti e ai tradizionalisti. Le espressioni gridate contro Francesco in un comizio politico a Milano sono segnali e incoraggiamenti ad ambienti e organizzazioni ostili al Papa. Mondi da non sottovalutare, che vivono una compatibilità tra fede e posizioni antiimmigrati e ostili all’azione di carità del Papa e della Chiesa… Mondi da non demonizzare, ma da reinserire in un tessuto di comunicazione ecclesiale, di messaggi, di chiavi di lettura e di sentimenti.

Tra cattolici, in Italia, si percepisce però un vuoto di visioni sul futuro, mentre c’è un certo blocco nella ricerca di nuove prospettive, forse per un rimpallo dell’iniziativa dall’una all’altra istituzione o istanza. E poi tutto si annoda e il tempo passa. Intanto il Paese attraversa la grave crisi, di cui siamo coscienti, mentre la Chiesa è la più ramificata realtà di popolo nella società. Si ha la sensazione che, in questa fase politica, si stia disegnando un’altra società, meno plurale, meno fatta di comunità intermedie, d’iniziative sociali (molto spesso espressione della Chiesa). Niente è per caso. L’ha detto chiaramente il cardinal Bassetti a proposito del raddoppio della tassazione sugli enti che fanno attività non commerciale: è evidente che si vuole un’altra società, non quella del legame sociale, quella che il lavoro e la presenza dei cristiani perseguono quotidianamente. Sarà più dominabile dalle emozioni.

Torna il problema del vuoto: di pensieri lunghi e di parole che scaldino i cuori di fronte al Paese, al mondo in difficoltà per la pace, a un’Europa che si scompone, a un’Africa che si allontana… Papa Bergoglio, ancora da cardinale, ha parlato della necessità di far crescere una cultura: «Giovanni Paolo II – ha scritto – diceva una cosa molto coraggiosa: una fede che non si fa cultura non è una vera fede. Sottolineava il creare cultura». Creare una cultura (che sia anche di popolo) è necessario in una società atomizzata. Una cultura con pensieri lunghi e parole che appassionino. Emmanuel Mounier ammoniva: «Il cristianesimo non è minacciato di eresia: non appassiona più abbastanza, perché ciò possa avvenire. È minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza… e dalla sua propria distrazione… ». La grande sfida oggi è appassionarsi e appassionare al cristianesimo e al Vangelo, mentre, nella paura del mondo, prevale la passione per sé o per un ‘noi’ contro gli altri.

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ANDREA

RICCARDI

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Lʼalfabeto degli affetti. Essere una carne sola quando si invecchia AVV 23.5.19

Lʼalfabeto degli affetti

Essere una carne sola quando si invecchia

 

Al supermercato, in una mattina feriale. Tra gli scaffali pieni di merce, di un ambiente a quest’ora poco affollato, incontro una tipologia di clienti che generalmente, nella confusione del sabato, non osservo: le coppie di anziani. Forse per loro questa è l’ora della spesa, probabilmente diventata un piccolo rituale quotidiano, che riempie un tempo reso più vuoto dalla sospensione del lavoro. Ma quello che vedo mi rattrista, perché molte di queste coppie sembrano prive di armonia: le donne si muovono impazienti e irritate, seguite da uomini che appaiono smarriti e si attardano indecisi su qualche prodotto forse poco essenziale, subito scartato dalla moglie. Molte donne si ‘tirano dietro’ i mariti come si fa con figli che non puoi lasciare a casa, ma che intralciano e rallentano.

Perché, tra tante, vedo sola una coppia che procede rilassata, scherzando e chiacchierando in modo disteso? Non hanno, gli anziani in pensione, il tempo necessario per fare la spesa insieme con calma, magari con il piacere di condividere le scelte, di immaginare cosa cucineranno di buono per sé, o per i figli e i nipoti che verranno a trovarli? In molti di loro non si coglie la complicità che dovrebbe nascere da una vita trascorsa insieme, ma una sensazione triste di usura e di scontento, priva della reciproca e rispettosa benevolenza che la vecchiaia pretenderebbe.

Certo, invecchiare non è facile; e invecchiare insieme richiede di capire la bellezza di quel ‘diventare una carne sola’ che la Genesi indica come progetto di Dio sulla coppia. Parlare di carne è parlare di tutto ciò di cui siamo fatti: il corpo tutto intero con il suo particolare modo di sentire, di emozionarsi, di spaventarsi, di gioire, di difendersi, di desiderare. Tutto ciò che ci riguarda, anche le vicende più spirituali, sono in noi ‘incarnate’, veicolate cioè dai nostri nervi, muscoli, cuore, cervello. La carne ci lega e ci determina, ma insieme ci manifesta. Noi siamo più della nostra carne, ma insieme non possiamo essere senza di lei. La conoscenza che gli altri hanno di noi è soprattutto conoscenza della nostra carne, intesa come ciò che di noi appare e si mette sensibilmente in contatto con l’altro, nei suoi lati gradevoli come in quelli sgradevoli. ‘Diventare una carne sola’ rappresenta perciò un arduo punto di arrivo: non riguarda tanto gli sposi che si amano nella bellezza di un corpo ancora giovane e nella novità di una relazione appena nata, ma è piuttosto un frutto che si porta a maturazione continuando a camminare insieme attraverso molte contraddizioni.

Nel rapporto di vicinanza quotidiana e di intimità con l’altro si annida infatti la stessa ambivalenza che sperimentiamo nel rapporto con noi stessi: ognuno di noi ama il proprio corpo, ma insieme ne patisce la fragilità e fatica ad accettarla, soprattutto quando il tempo passa e alla freschezza della gioventù subentrano pesantezze e disagi. Così avviene anche nel rapporto con l’altro, verso il quale sperimentiamo perciò inevitabilmente un’alternanza di amore e fatica, di attrazione e rifiuto.

Penso che, per tornare a mostrare la bellezza del matrimonio, sia necessario ripartire ciascuno da sé, considerare il proprio matrimonio e il modo che abbiamo di trattare l’altro/a che forse divide con noi la vita da molti anni. Ognuno di noi dovrebbe ricordare che è importante coltivare la cura di sé, del proprio aspetto, del proprio modo di essere e di comportarsi davanti all’altro, se vogliamo rendergli più facile il compito di continuare ad amarci nel tempo; ma dovremmo anche cercare di coltivare verso l’altro che invecchia accanto a noi uno sguardo benevolo e gentile, capace di vedere senza svelare, di proteggere le fragilità, di integrare le mancanze.

Lo stesso sguardo di amore e tenerezza che ciascuno di noi desidera sentire su di sé quando il tempo passa.

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MARIOLINA

CERIOTTI MIGLIARESE

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«Ragazzi, aggiustate il mondo»  AVV 18.5.19

«Ragazzi, aggiustate il mondo» 

L’arcivescovo Delpini, in piazza Duomo all’incontro con gli animatori degli oratori estivi: «Mettete a frutto le vostre capacità. Chiamati a diventare figli di Dio, fate della vita un dono»

LORENZO

ROSOLI

 

«Questo è il tempo opportuno per mettere a frutto le vostre capacità, per mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo. Voi avete possibilità meravigliose! Siete giovani, siete bravi, siete intraprendenti, siete uniti! Questo è il momento giusto per non sciupare tempo». E «per fare della vita un dono», per viverla come «servizio», e come «vocazione a diventare figli di Dio, vivendo come il Figlio di Dio». In quella «comunità fatta da gente di tutte le età, e fatta da tutte le genti», che è «la Chiesa». Ecco l’invito che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha rivolto alle migliaia di ragazzi che nel tardo pomeriggio di ieri hanno partecipato al grande incontro diocesano degli animatori degli oratori estivi.

«Bella storia! Io sarò con te» è il tema dell’oratorio estivo 2019 (si veda box a lato). Per entrare in sintonia con la nuova proposta diocesana, ieri pomeriggio gli animatori sono stati coinvolti in una «caccia ai talenti» svoltasi nel centro storico, culminata in piazza Duomo nell’incontro con l’arcivescovo. Prima dell’intervento del presule e del conferimento del mandato agli adolescenti che, alla chiusura delle scuole, si metteranno al servizio dei più piccoli, spazio ai canti, al ballo, all’animazione, ad una gioia che nemmeno la pioggia è riuscita a raffreddare. E spazio alle testimonianze. Come quella di Monica, giovane mamma di Comabbio, che, affiancata dal marito e dai due bambini, racconta la sua esperienza di animatrice e educatrice in oratorio, fin dall’adolescenza. «Mettersi in gioco, nella fede, al servizio di persone che non ho scelto ma mi sono state affidate da Dio»: ecco cos’è stato, cos’è ancora oggi, l’oratorio per Monica. «La logica dell’oratorio è il dono», incalza Matteo, 27 anni, fresco sposo, impegnato nell’Ufficio Educazione alla mondialità del Pime. Poi, ecco prendere la parola sei dei 15 diaconi che l’8 giugno verranno ordinati sacerdoti. Ed ecco don Stefano Guidi, direttore della Fondazione oratori milanesi, e Massimo Achini, presidente Csi Milano, rilanciare l’invito a «Oralimpics », l’Olimpiade degli oratori che si terrà dal 28 al 30 giugno nell’ex area Expo.

I talenti? Non sono le nostre particolari abilità. È la nostra stessa vita, quando è vissuta come dono di Dio e donata agli altri. Ecco il messaggio affidato all’oratorio estivo 2019. Ecco il messaggio lanciato dall’incontro di ieri. Concluso – al cospetto della Croce del Sinodo minore «Chiesa dalle genti» – dalla lettura della parabola dei talenti, dal Vangelo di Matteo. E dalla riflessione dell’arcivescovo. A ricordare ai ragazzi che Gesù ha dato loro non uno, ma cinque talenti. Quali? «Il primo si chiama ‘passato’. Ma si può chiamare anche: ‘riconoscenza’. Voi avete una storia alle spalle. Siete stati amati ed educati, in famiglia e in oratorio. Il secondo talento – prosegue Delpini – si chiama ‘presente’, ma si può chiamare anche: ‘occasione’. È questo il tempo opportuno per mettere a frutto le vostre capacità. Il terzo talento si chiama ‘futuro’, ma si può chiamare anche ‘vocazione’: quella a diventare figli di Dio e fare della vita un dono». Il quarto talento? «Sono i ragazzi dell’oratorio. Che contano su di voi per vivere giorni lieti, che aspettano da voi un esempio e un’amicizia. Sono quei ragazzini, a volte insopportabili, a volte tanto simpatici, che trarranno fuori da voi il meglio che c’è in voi. Ecco: il quarto talento si può chiamare anche ‘servizio’». Il quinto talento? «Si chiama Chiesa. Voi avete intorno ragazzi, adulti, preti, suore, gente che vi guarda con affetto, speranza, fiducia, trepidazione. Voi siete stati aiutati a conoscere Gesù nella vostra Chiesa e a diventare suoi amici. Ora avete la possibilità di essere partecipi della sua vita confidando nelle sue promesse. Vi sono stati affidati cinque talenti. Metteteli a frutto. È una ‘bella storia’».

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Migliaia di adolescenti, sfidando la pioggia, hanno vissuto l’iniziativa che ha animato il cuore della città. Alla chiusura delle scuole, in tutta la diocesi, si metteranno al servizio dei più piccoli. La riflessione del presule: «Ecco i cinque talenti che avete ricevuto»

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Il caso di Palermo, una questione cruciale per scuola e democrazia QUELLA SOSPENSIONE UNO SPROPOSITATO AVVERTIMENTO Avv 18.5.19

Il caso di Palermo, una questione cruciale per scuola e democrazia

QUELLA SOSPENSIONE UNO SPROPOSITATO AVVERTIMENTO

La sospensione della professoressa di Palermo con la motivazione di non aver vigilato sul lavoro degli studenti intorno alle leggi razziali, accostate ai decreti “anti-immigrati” di oggi, presenta molti aspetti paradossali. Uno fra questi è il rischio che migliaia di insegnanti possano in futuro ricevere le stesse sanzioni. Il provvedimento – inaudito e sproporzionato, senza la gradualità prevista – sembra infatti un avvertimento a tutta la scuola. L’accostamento tra le leggi razziali e il decreto sicurezza, che ha provocato la sospensione della docente da parte dell’Ufficio Scolastico Provinciale, è stato infatti proposto dai ragazzi stessi, che hanno liberamente espresso la loro opinione. Se il dovere degli insegnanti è quello di far pensare criticamente gli studenti, in che cosa avrebbe sbagliato la professoressa che ha dichiarato di non aver nessun intento politico? La ricerca degli studenti per il Giorno della memoria era stata preceduta dalla lettura dei libri di Lia Levi e di Liliana Segre, oltre che dei giornali dell’epoca. Riflettere sulle leggi razziali porta a capire che toccare i diritti fondamentali delle persone significa incrinare la dignità umana, la convivenza sociale e la stessa vita democratica. Non si tratta di paragonare in modo improprio eventi incomparabili, ma di discutere sulla morale che deve orientare le norme, la legge della coscienza come base del diritto positivo e delle scelte dei governi.

Il tema del respingimento di chi bussa alle frontiere si presta al dibattito, non perché la storia si possa ripetere automatica- mente, e tanto meno perché i giovani africani di oggi possano essere paragonati in blocco agli ebrei in fuga dalla persecuzione di allora, ma per riflettere sul rapporto tra “noi” e gli altri, tra lo straniero come nemico oppure come fratello in umanità e soprattutto sul nostro coinvolgimento nelle vicende degli altri: indifferenza o impegno? Accogliere o respingere? Ci sono analogie o differenze col passato? Le leggi di oggi sono veramente giuste o no? Il miglior modo di preservare la memoria, come insegna Primo Levi, è proprio individuare i meccanismi – di discriminazione, indifferenza, esclusione – che possono ripetersi e colpire singoli e gruppi togliendo loro diritti. La professoressa di Palermo ha fatto leggere, riflettere e discutere gli studenti, che hanno espresso il loro pensiero con la semplificazione dei quattordicenni. A questo serve la Storia, e a questo dovrebbe servire l’Educazione civica di cui proprio in questi giorni il Parlamento sta approvando la riforma: formare il pensiero critico che fa di noi veri cittadini di una democrazia; a meno che non si voglia, invece, formare dei sudditi che non possono criticare il sovrano. L’effetto paradossale di questa punizione “esemplare” è di aver dato l’esempio di come la scuola debba continuare a far pensare gli studenti e lasciarli liberi di andare al nocciolo della difesa dei diritti umani senza cedere alle ipocrisie della politica.

Pedagogista, Università Cattolica del S.Cuore

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PROSPETTIVE Non fate gli indifferenti. Ideali di vita per giovani AVV 17.5.19

PROSPETTIVE

Lo scrittore e insegnante Tamburini: «Non è vero che i soldi e il successo diano la felicità, però ai miei studenti i calciatori e il guadagno facile piacciono Ma cerco di farli riflettere sui veri valori»

Non fate gli indifferenti Ideali di vita per giovani

ALESSANDRO

TAMBURINI

 

Nella mia lunga esperienza di insegnamento non ho mai dato credito a certi colleghi che lamentavano un progressivo scadimento degli studenti, per capacità o disponibilità, riportando indignati qualche eclatante svarione o presunta inadeguatezza. Certo gli ostacoli non sono mancati, a cominciare dalla resistenza che spesso i miei alunni adolescenti opponevano all’impegno scolastico, dovuta a quel misto di indolenza e irrequietezza che è proprio della loro età. Ha sempre richiesto un notevole impegno mostrargli come la letteratura e la storia possano fornire preziosi strumenti per conoscere se stessi e il mondo. Convinto che chi insegna abbia il compito non di riempire un vaso, ma di accendere un fuoco, ho profuso la passione di cui ero capace per generare un’energia anche affettiva, uno spazio emozionale che reputo indispensabile per qualunque trasmissione di conoscenza, per mettere davvero in comunicazione chi parla e chi ascolta. E i miei sforzi sono sempre stati ripagati. Nella misura in cui ho dato, ho poi ricevuto, sul piano sia umano che professionale.

Tuttavia da qualche tempo devo mio malgrado riscontrare un vistoso calo dell’intesa che riesco a raggiungere coi miei studenti, che non dipende solo dalla crescente differenza di età, dal fatto che alla mia prima supplenza avevo quella di un fratello maggiore mentre ora potrei essere il loro nonno. Incontro una difficoltà inedita nell’allacciare un dialogo, un rapporto di simpatia nel senso etimologico del termine, cioè sentire insieme, condividere. Ho la sensazione che mi ascoltino, ma da una maggiore distanza e con una sorta di pregiudiziale distacco, come se fossero influenzati da qualcosa chea priorismentisce o quanto meno non avvalora ciò che dico. Quando parlo dello sgomento leopardiano di fronte all’Infinito oltre la siepe, del capitano Achab e del pirata Long John Silver, della conquistata ironia di Svevo, a volte non mi basta raddoppiare gli sforzi per riuscire a coinvolgerli, e il problema riguarda non soltanto la scelta di un certo argomento o autore, ma un generale sguardo sulla realtà presente e passata. C’è una crescente discordanza fra le nostre scale di valori, fra ciò che loro e io giudichiamo significativo, bello, necessario. Come se avessimo una diversa focalizzazione e le cose che indico non le vedessero più.

So che tutto questo può dipendere da motivi già noti e considerati, quali la disaffezione dei ragazzi per il testo scritto, il contrasto fra la lentezza e la profondità della letteratura rispetto alla simultaneità dei loro abituali contatti sui social, l’illusione di poter trovare all’istante in Rete la risposta a o- gni possibile quesito, come facile alternativa alla più onerosa costruzione di una personale cultura. Ma sento che c’è dell’altro, che si tratta di uno slittamento delle basi su cui poggiano non solo la conoscenza, ma l’esistenza stessa. Tendo l’orecchio ai discorsi che i miei studenti intrecciano a ricreazione o sui corridoi, che a volte si affacciano anche nei loro commenti in classe, e mi accorgo che sono sempre più incentrati su denaro e possesso: quanto costa un determinato prodotto, quando potrò comprarlo, quanto potrei risparmiare acquistandolo su Internet. Sembrano assuefatti a un consumismo sovrano, che non contempla remore o dubbi. Al loro occhio attento non sfugge un eventuale oggetto costoso con cui mi vedono entrare in aula, e si complimentano, ne fanno un motivo di rispetto. Se scoprono che ho pubblicato dei libri non sono curiosi di sapere se si tratta di romanzi, poesia o ricette di cucina, ma quanto hanno venduto, quanto ci ho guadagnato. Domando cosa pensano di fare dopo il diploma e suggerisco se possibile di proseguire gli studi, di trovare comunque qualcosa che li appassioni, ma emerge subito che la loro massima aspirazione è un’attività che permetta di fare soldi in fretta. Sognano una partecipazione alTalent showcapace di lanciare una giovane promessa nell’empireo del successo, di inventare il nuovo gioco elettronico che conquisti il mercato. Sono affascinati dalla figura dell’influencerche senza alcun particolare merito conquista folle difollowers.L’uomo più fortunato del mondo per loro è il calciatore che guadagna 100 milioni l’anno, ben sapendo che a un comune mortale come il loro professore per raggiungere quella cifra occorrerebbero cento vite lavorative. Sono molto compiaciuti, tanto che vengono a riferirmelo, di scoprire che qualche invidiato e ricco personaggio pubblico non è nemmeno diplomato, convinti che non per questo possa mancargli qualcosa di importante.

Parlarne di continuo sarebbe controproducente, ma quando se ne offre l’occasione cerco di indurli a ragionare, a riflettere sul fatto che il denaro è sì indispensabile, soprattutto per chi stenta a soddisfare i bisogni primari, ma che poi ciò che più conta è sentirsi apprezzati, accettati e amati da persone care. Ribadisco l’antitesi fra avere e essere, e come la propria identità debbano costruirsela, non si possa comprare. Dopo un po’ di resistenza ne convengono, ammettono che ho qualche ragione, ma sento che le mie parole non attecchiscono, non li smuovono. Per una larga parte di loro la forza di certi modelli e convincimenti è diventata soverchiante, ha messo radici profonde, in un modo che non è spiegabile solo con l’ansia generata dalle crisi economiche e da un mercato del lavoro divenuto più spietato di un tempo, ma chiama in causa anche le famiglie che hanno alle spalle e ciò che fin dall’infanzia vi hanno assorbito.

Mi viene allora da pensare che i miei studenti di vent’anni fa avevano genitori cresciuti in un’Italia ancora lambita dallo slancio della ricostruzione e più tardi attraversata dai fermenti della contestazione, in cui pur fra storture e aspri conflitti certi valori erano un patrimonio condiviso da molti, che in qualche modo agiva sulla coscienza collettiva. I genitori dei miei attuali studenti si sono formati in un ventennio che come paradigmi ha avuto arrivismo e individualismo, mero benessere materiale da raggiungere con qualunque mezzo, e certo anche questo ha influito sulla mentalità dei ragazzi di oggi, sullo sguardo che rivolgono alla realtà che li circonda.

Mi stupisco della loro impassibilità di fronte all’emergenza dei profughi e delle tragedie di cui sono spesso vittime. Quando gliene parlo mi accorgo che solo in rari casi esprimono idee razziste, mentre l’atteggiamento dominante è l’indifferenza, è l’ignavia. La sofferenza di queste persone non li riguarda, non credono sia loro dovere occuparsene, non sono portati ad alcuna assunzione di responsabilità. Allo stesso modo è caduta l’idea che per un giovane sia possibile se non doveroso migliorare il mondo, acquisire una coscienza critica, alimentare la propria crescita interiore. Non a caso, rispetto a tutto questo, a distinguersi sono spesso quelli che hanno alle spalle un vissuto più complesso e tormentato, perché nati in un altro Paese, costretti a trasferimenti più o meno forzati e poi a imparare una nuova lingua, oppure perché in seguito a qualche circostanza avversa hanno dovuto farsi strada con più fatica di altri. Nella sofferenza hanno imparato la solidarietà, e acquisito ma maggiore sensibilità anche verso la poesia di Rimbaud o di Montale.

Forse allora, per l’ultima generazione dei miei studenti, più che di mutamento bisogna parlare di una mutazione avvenuta in un lungo arco di tempo, il che fa presumere che ce ne vorrà altrettanto perché si produca un’auspicabile svolta. Ma per questo occorre che si formi anche un nuovo movimento, di coscienze e di pensiero, che abbia il coraggio di mettere in discussione i principi di fondo a cui l’individuo e la Comunità dovrebbero ispirarsi. Da tempo la voce di Papa Francesco è una delle poche, e spesso la sola, a denunciare i mali causati dalla sfrenata corsa al benessere dei Paesi ricchi a danno dei più poveri, dalla logica dell’egoismo, dalla paura che acceca chi affronta alzando muri il dramma epocale dell’immigrazione. C’è da augurarsi che se ne alzino altre parimenti chiare e forti dal mondo laico, così da riuscire a imprimere un colpo d’ala anche al discorso politico che da troppo tempo langue in una avvilente stagnazione. Solo così si potrà forse evitare ai ragazzi di domani quella sordità dell’anima che oggi affligge troppi loro coetanei.

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La scuola oltre la burocrazia: si ricominci dall’ultimo banco. Dare voti non basta

DANIELE

NOVARA

 

Nel 1967 con la legge 517 l’Italia divenne sostanzialmente il primo paese al mondo ad abolire le classi differenziali nelle scuole. Addirittura tre anni prima della ben più nota Legge Basaglia che chiuse definitivamente i cosiddetti Manicomi. L’onda del 68 pedagogico, le voci di don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Danilo Dolci e tanti altri protagonisti di quei caldi anni di rinnovamento, permisero all’Italia di collocarsi all’apice delle Nazioni civili per quanto riguardava le politiche scolastiche di inclusione, contro ogni forma di emarginazione e allontanamento. Fu vera gloria? Furono solo promesse scritte sull’acqua? L’esperienza e la testimonianza di don Sandro Lagomarsini, raccolte nel bel libro, oggi ristampato a distanza di 10 anniL’ultimo banco,denunciano con chiarezza ma senza toni altisonanti che le cose non sono andate come previsto e che i fantasmi fatti uscire dalla porta principale hanno finito col rientrare nell’Istituzione scolastica dagli ingressi secondari. L’ultimo banco è sempre lì pronto a ricevere il Pierino di turno, sempre ben caldo per chi fa fatica nella didattica tradizionale e soffre una scuola troppo intellettualistica, spesso lontana dal mondo vitale degli alunni.

Scrive l’autore «Schede e schede da riempire quaderni e libri di schede: tutto prepensato e precostruito. Ho confrontato un libro di esercizi graduati di aritmetica e geometria del 1979 con uno (per la stessa classe) del 2016. Nel più recente il frazionamento delle procedure ha raggiunto un livello forse insuperabile: ma siamo sicuri che questa è la strada per giungere alla padronanza del pensiero logico e matematico? E mi viene un dubbio: disponendo di questi strumenti, a che serve una preparazione universitaria?».

La scuola è ferma, in ostaggio delle sue carenze, delle sue incertezze e specialmente della mancanza di un progetto comune, di un riconoscimento condiviso, di un investimento che vada oltre al mettere una lavagna interattiva in ogni aula.

Viene da chiedersi se le classi differenziali non siano state semplicemente sostituite da un eccesso di neurocertificazioni scolastiche che ha letteralmente invaso le nostre scuole senza ottenere alcun risultato in termini di sviluppo delle capacità e delle competenze degli alunni. Si ‘classificano’ le difficoltà dei ragazzi e pazienza. Ma che senso ha adottare per un ragazzo un programma semplificato (con apposita sigla) e poi farlo ripetere?

Quando a distanza di 10 anni un libro di denuncia come questo di don Sandro viene ripubblicato vuol dire che i problemi sono ancora sul tappeto, che ben poco è stato fatto per ridurre le ingiustizie scolastiche e dare speranza ai tanti alunni che vedono nella scuola una possibilità di riscatto.

L’ossessione del giudizio, di una valutazione continua e opprimente riduce la Scuola a un tribunale dove gli insegnanti sono i controllori di un processo che non porta a un reale apprendimento se non a quello mnemonico ripetitivo.

Il ritorno dei voti numerici alle elementari e l’insistenza delle prove Invalsi a crocette hanno contratto ulteriormente gli spazi per una Scuola della cooperazione, del laboratorio, della ricerca, della condivisione dell’espressione infantile e adolescenziale.

Nel 1968 don Sandro ha dato vita a Cassego, un borgo appenninico nell’entroterra di La Spezia, a un doposcuola popolare che ebbe un’ampia risonanza per lo spirito di questo straordinario educatore.

Sulle orme di don Lorenzo Milani e oggi di papa Francesco, don Sandro con questo libro rilancia il suo appello contro le bocciature scolastiche intese non solo in senso burocratico, rivolgendosi direttamente agli insegnanti perché privilegino una didattica concreta, attiva, esperienziale «la pratica deve sempre precedere la grammatica» ricorda don Sandro che sottolinea come «scopo principale di queste pagine è sostenere l’impegno di chi vuole una scuola per tutti, che non trascuri e non dimentichi nessuno». Gli fa eco il grande Mario Lodi nella splendida prefazione: «Prima di sparire, l’ultimo banco ci stimola a costruire una scuola che sappia trasformare tutti gli scolari in cittadini». Si sente aria di futuro in questo libro. La buona educazione ha tempi lunghi ma non manca mai i suoi appuntamenti.

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Torna dopo dieci anni dalla prima edizione il libro di don Sandro Lagomarsini che, sulla scia di don Milani e oggi di papa Francesco, invita a pensare la buona educazione secondo la pedagogia della cooperazione e della formazione rivolta a tutti, perché il fine dell’insegnamento è creare dei buoni cittadini La «pratica deve sempre precedere la grammatica», dice il sacerdote, che aggiunge: «nessuno venga trascurato o dimenticato»

Sandro Lagomarsini

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IL CONVEGNO NAZIONALE DI PASTORALE SANITARIA DELLA CEI Fine vita e stili di cura La risposta della Chiesa  AVV 14.5.19

IL CONVEGNO NAZIONALE DI PASTORALE SANITARIA DELLA CEI

Fine vita e stili di cura La risposta della Chiesa 

FRANCESCO OGNIBENE

 

La prima notizia dal Convegno nazionale di pastorale sanitaria della Cei, da ieri a Caserta, è che quanto la Chiesa ha da dire sulle frontiere della vita umana, la malattia, la cura, la dignità del morire, interessa al di fuori del perimetro ecclesiale assai più di quel che pensiamo. Ne sono la prova i 600 partecipanti – un record – tra cappellani e religiose, ma con la decisiva aggiunta oltre ogni attesa di medici e infermiere, studenti e professionisti della salute, che hanno accolto l’invito proposto dal direttore dell’Ufficio Cei don Massimo Angelelli a un confronto aperto. E non hanno esitato davanti a un tema non facile – ‘Feriti dal dolore, toccati dalla grazia’ – perché si sentono coinvolti dai 22 forum tematici e le 4 sessioni plenarie di un programma modulato su diversi registri esistenziali, formativi e culturali. Al centro la parola della Chiesa attorno allo statuto della vita e alla sua crescente vulnerabilità in tempi nei quali si sprecano i “diritti” e si chiude un occhio sui doveri verso chi più fatica, soffre, o per i criteri prevalenti è un “difettoso”.

E il dialogo sul fine vita proposto ieri diventa così un modo affermativo per prendere posizione nel dibattito in corso sulla nuova legge allo studio in Parlamento che per normare situazioni estreme come il caso Cappato-dj Fabo chiama in causa addirittura l’eutanasia. I motivi per tacere o mediare si sprecherebbero, qui ci si muove su un terreno minato di toni perentori e tesi granitiche (il “diritto di morire”), ma la Chiesa italiana intuisce che la sua voce è attesa, e può lasciare il segno ora più di prima. E mentre si attende il documento sul fine vita che sarà esaminato durante l’imminente assemblea dei vescovi a Roma, offre una riflessione attraverso il forum allestito dal Gruppo di studio bioetico attivo presso l’Ufficio Cei. Ne esce la convinzione che la vera domanda umana “alla sera della vita” non è per togliere il disturbo ma per non smarrire senso e dignità del vivere, fino all’ultimo. E se riconosce necessario «dialogare con tutti sulla contingenza di ogni vita e della sua dignità », come afferma il bioeticista don Sebastiano Serafini, dell’Istituto teologico marchigiano, la Chiesa offre anche la risposta che la sua testimonianza documenta come «sempre più necessaria», dice la neurologa Maria Grazia Mariani, presidente del Comitato etico al Policlinico Tor Vergata di Roma: «Bisogna prendersi cura di ogni persona, diversa da qualunque altra anche con la stessa patologia» sapendo che andiamo verso una società nella quale «la terminalità si estende, con malattie degenerative a lunghissimo decorso». A chi rivendica il “diritto di morire” va dunque ricordata la necessità di garantire «un percorso di cure palliative, che sanno parlare la lingua della relazione di cura», insiste con forza Marciani, sulle quali la Chiesa ha molto da dire. È l’opinione di don Tullio Proserpio, cappellano all’Istituto dei tumori di Milano, che ricorda il dovere «di accompagnare l’altro anche oltre le mie convinzioni, stargli accanto sapendo ascoltare il suo dolore, offrendosi come segni di speranza», con una «bioetica che parte dalla persona malata». Con questo come ‘stile di cura’ torna al centro non la scelta astratta ma ‘la debolezza come condizione di speciale tutela’, ricorda il giurista Claudio Sartea, che insegna a Tor Vergata e alla Lumsa.

 

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