L’arrivo dei salesiani in Terra Santa risale al 1891. In prima linea nella regione AVV 18.8.19

IL REPORTAGE

I salesiani in prima linea nella regione. Da scuole e oratori a “laboratori di carità” come il forno o la cantina, le opere sui passi di Don Bosco per garantire ai giovani e agli ultimi un futuro nel segno della speranza

Pane ed educazione per la Terra Santa

FILIPPO RIZZI Inviato in Terra Santa

Essere dei buoni cristiani e onesti cittadini è stato uno dei richiami più forti di san Giovanni Bosco ponendo un occhio di riguardo all’importanza di educare i giovani e a cercare di garantire, anche ai più disagiati, un futuro che coniughi dignità, riscatto e speranza. A questo mandato del fondatore della Società di San Francesco di Sales restano fedeli anche oggi in Terra Santa i suoi figli, i salesiani, un drappello di valorosi religiosi dai 30 ai 90 anni di età, molti dei quali di origine italiana. Una presenza che risale al 1891 e che è confermata da opere simbolo, collocate spesso ai margini del “muro della discordia” che divide israeliani e palestinesi. Fra le più conosciute la cantina di Cremisan,da cui ogni anno escono 180mila bottiglie, tra cui pregiati brandy e creme di limoncello, vendute, nonostante gli alti costi di spedizione, in tutto il mondo e che, sorta nel 1885, ancora oggi consente la produzione del “vino” da Messa per cattolici e ortodossi; e poi il forno di Betlemme,il più antico della città, rimasto aperto anche durante i periodi di coprifuoco durante l’intifada, che da anni riesce a distribuire gratuitamente il pane a cento famiglie bisognose e a sfornarne 15 di tipo diverso per i palati più variegati.

Si tratta di realtà e “patrimoni di carità” che hanno permesso negli anni alla Famiglia religiosa di autosostenersi e così assicurare, di riflesso, la sopravvivenza di importanti avamposti educativi in questa terra. Basti pensare agli oratori, alle parrocchie e alle scuole professionali o al prestigiosoistituto universitario di Ratisbonne a Gerusalemmedove molti salesiani in formazione soggiornano per lunghi periodi «per approfondire le radici teologiche e bibliche del rapporto tra giudaismo e cristianesimo », ci rivela il 31enne egiziano Edward Gobran. Ad essi si aggiunge illiceo di indirizzo tecnologico di Nazareth,ritenuto dallo stesso governo israeliano per il suo livello di istruzione un istituto di eccellenza.

«Il nostro obiettivo – racconta Adele Amato a capo delPlanning and development officedell’ispettoria salesiana del Medio Oriente – è quello di vigilare sulla trasparenza dei donatori, riservando la massima attenzione alla gestione delle risorse e alla sostenibilità. Il nostro sogno? Liberare il più possibile i nostri padri da ruoli amministrativi per restituirli alla loro vocazione delle origini: educare i giovani». Una prospettiva che trova d’accordo l’attuale superiore dell’ispettoria salesiana del Medio Oriente, che comprende oltre a Israele, Palestina, il Libano, l’Egitto, la Siria e solo fino a pochi anni fa l’Iran e composta da una settantina di religiosi. Spiega il venezuelano don Alejandro José Leòn Mendoza: «Il fine ultimo è proprio questo: coinvolgere sempre più le forze laiche attraverso un progetto di accom- pagnamento e formazione » .

Tra i progetti infatti messi in cantiere dai missionari salesiani, nel corso di questi anni in accordo con il patriarcato latino di Gerusalemme, vi è la trattativa, «incominciata più di vent’anni fa», tiene a precisare don Alejandro, per la cessione inleasingdi una parte deiterreni di Beitjemal,la casa fondata dal salesiano don Antonio Belloni che si estende su 103 ettari lungo le colline della Giudea, a 30 chilometri da Gerusalemme. Gli appezzamenti sono destinati dal piano regolatore della vicina città di Beit Shemesh ad aree edificabili per l’espansione del centro urbano. Una vicenda quest’ultima salita agli onori delle cronache in Italia per la ricostruzione dei fatti distorta e affrettata fornita da un articolo del marzo scorso su“L’Espresso”che trasformava questi eroici figli di Don Bosco in “palazzinari di Terra Santa”. «La realtà dei fatti è molto diversa – sottolinea don Alejandro José Leòn Mendoza – . La cessionein leasingconsentirebbe alla nostra Congregazione di poter contare su introiti che permetterebbero di realizzare una serie di attività a beneficio dell’intero territorio e delle minoranze cristiane, a partire dal sostegno alle opere del patriarcato di Gerusalemme, destinatario della metà dei ricavi». E aggiunge un particolare: «Potremmo così rilanciare strutture come Cremisan su cui si potrebbe avviare una ristrutturazione capace di trasformare il complesso in una casa di formazione permanente per lo studio della Bibbia e della spiritualità salesiana ». E a colpire della vasta casa di Bejtgmal, che in passato è stata un’ex scuola agricola, è il silenzio che la circonda con i suoi uliveti secolari. Ma anche la storia che vi si respira: la tradizione vuole che qui riposi, in un sepolcro, il corpo del martire Stefano. Sempre tra queste mura ha prestato il suo ministero il coadiutore salesiano Simon Srugi, oggi venerabile e ricordato tuttora per la sua assistenza medica ai poveri.

«Il nostro essere in questo angolo di Israele in pieno contesto ebraico – racconta il direttore della struttura, il salesiano Gianmaria Gianazza, classe 1943 con una specializzazione in lingua e letteratura araba sui manoscritti cristiani all’Università dei gesuiti di San Giuseppe a Beirut e allievo proprio in queste discipline del gesuita Peter Hans Kolvenbach– consente di far sperimentare ai pellegrini in visita un’autentica catechesi essenziale sul cristianesimo grazie alla bellezza del paesaggio». Un “vendita” dei terreni che potrà dare un po’ di ossigeno e fiato per «rimettere in sesto le nostre opere che necessitano di interventi urgenti come l’oratorio, il centro giovanile, il nostro museo dei presepi ma anche le aule scolastiche », osserva il salesiano originario di Aleppo, don Bashir Souccar, direttore della scuola tecnica di Betlemme frequentata da 180 ragazzi al mattino e altrettanti nel pomeriggio.

Fra i luoghi e presidi formativi c’è quello di Nazareth con le sue scuole, frequentate da circa 400 studenti (in maggioranza musulmani), tra primaria e secondaria con l’indirizzo tecnologico (considerato un trampolino di lancio a chi si diploma per accedere alle più prestigiose università di Israele, in particolare alle facoltà di ingegneria) assieme all’oratorio. «In ogni contatto diretto con i giovani – osserva il direttore di quest’opera il veneto don Lorenzo Saggiotto – cerchiamo di investire molto sui valori umani sulle orme di quanto ci ha trasmesso il nostro fondatore Don Bosco». Un impegno educativo nel solco della recente Dichiarazione sulla fratellanza umana e sulla convivenza comune di Abu Dhabi firmata nel febbraio scorso da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib.

È il clima di accoglienza che si respira proprio tra le ampie navate della

Basilica dedicata a Gesù Adolescente a Nazareth.Un luogo “molto salesiano” anche nella sua simbologia: non distante dall’ambone e dall’altare campeggia una bella icona di stile bizantino che ritrae Gesù con al suo fianco quasi a “guidarlo” il giovane salesiano san Domenico Savio. «Un luogo di culto – annota don Saggiotto – che rappresenta un punto di riferimento per la vita comune non solo dei cattolici che sono una minoranza ma anche per i cristiani delle varie confessioni. Tutti qui si sentono figli della “stessa” parrocchia». Un segno quasi profetico che ha soprattutto il sapore della testimonianza. Simile alla frase ispirata da Don Bosco che questo piccolo e variegato “esercito” di preti porta incisa sul retro di una semplice croce metallica che indossano quotidianamente: «Studia di farti amare». «È proprio così – è la riflessione dell’economo ispettoriale e direttore della cantina, il veneziano don Pietro Bianchi –. Vogliamo stare in mezzo ai ragazzi e alla gente del luogo avendo a cuore il loro sviluppo e il loro futuro nella terra di Gesù».

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A Betlemme un istituto per chi parte svantaggiato

L’attuale presenza salesiana a Betlemme vanta una scuola tecnica riconosciuta dal Ministero dell’educazione palestinese, un centro di formazione professionale, un oratorio/centro giovanile, una chiesa pubblica e un forno. I percorsi di formazione professionale consentono, infatti, a ragazzi provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati (circa 300 ogni anno) di imparare e specializzarsi in settori che offrono discrete opportunità di impiego e studio superiore. L’oratorio con il centro giovanile accoglie circa 100 bambini e ragazzi offrendo loro attività socio-ricreative e sportive.

«Cominciamo tutte le attività invocando “il Dio clemente e misericordioso” – racconta il direttore della scuola di Betlemme, il siriano don Bashir Souccar –.

Sono appellativi che si trovano nella Bibbia e nel Corano. In questo modo i nostri studenti, che sono in maggioranza islamica, possono invocare lo stesso Dio mantenendo intatto il loro credo e la propria identità religiosa».

Oltre al forno a Betlemme c’è un piccolo centro artistico per la lavorazione del legno d’ulivo, la ceramica e la madreperla.

All’interno della città della Natività si trova anche un Museo internazionale con circa 250 presepi provenienti da tutto il mondo.(F.Riz.)

I ragazzi mentre giocano a ping pong durante uno dei tanti momenti di aggregazione nell’oratorio dell’istituto dei salesiani “Gesù Adolescente” a Nazareth

 

LA PRESENZA DELLA CONGREGAZIONE RISALE AL 1891

Belloni, il sacerdote ligure «padre degli orfani» Oggi i suoi terreni sono un motore di fraternità

L’arrivo dei salesiani in Terra Santa risale al 1891. Ma è il 1902 la data in cui l’allora rettor maggiore della Congregazione, il beato don Michele Rua (primo successore di Don Bosco), eresse canonicamente l’ispettoria salesiana d’Oriente intitolata a “Gesù Adolescente”. Un avamposto di annuncio cristiano confermato ancora oggi dalle opere presenti in cinque luoghi simbolo: Beitjemal, Betlemme, Cremisan, Gerusalemme e Nazareth. La missione fu ben preparata e coltivata, anni prima, da don Antonio Belloni (1831-1903), fondatore dell’orfanotrofio di Betlemme e della Congregazione della Sacra Famiglia. Il sacerdote originario della Liguria, incardinato come prete nel patriarcato di Gerusalemme (era professore al Seminario Maggiore di Beit Jala), prima dell’incontro con i salesiani impostò la sua vita sull’educazione dei giovani. Per dare continuità alla sua opera, si rivolse due volte a Don Bosco nel 1874 e nel 1887. La seconda volta ottenne dal santo la promessa che i suoi preti e coadiutori laici si sarebbero recati in Palestina per aiutarlo. Già nel 1893 il canonico Belloni e circa metà dei suoi confratelli erano entrati nella Congregazione di Don Bosco professandone i voti. Facendosi salesiano, oltre alla casa di Betlemme, don Belloni portava con sé “in dote” la scuola agricola di Beitjemal, il noviziato di Cremisan e il vasto terreno su cui in seguito sarebbe sorta la casa di Nazareth. Don Belloni morì nel 1903. Nel monumento eretto in suo onore fu posta l’iscrizione: “Padre degli orfani”.

Filippo Rizzi

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L’istituto “Gesù Adolescente” a Nazareth

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