Lʼalfabeto degli affetti. Essere una carne sola quando si invecchia AVV 23.5.19

Lʼalfabeto degli affetti

Essere una carne sola quando si invecchia

 

Al supermercato, in una mattina feriale. Tra gli scaffali pieni di merce, di un ambiente a quest’ora poco affollato, incontro una tipologia di clienti che generalmente, nella confusione del sabato, non osservo: le coppie di anziani. Forse per loro questa è l’ora della spesa, probabilmente diventata un piccolo rituale quotidiano, che riempie un tempo reso più vuoto dalla sospensione del lavoro. Ma quello che vedo mi rattrista, perché molte di queste coppie sembrano prive di armonia: le donne si muovono impazienti e irritate, seguite da uomini che appaiono smarriti e si attardano indecisi su qualche prodotto forse poco essenziale, subito scartato dalla moglie. Molte donne si ‘tirano dietro’ i mariti come si fa con figli che non puoi lasciare a casa, ma che intralciano e rallentano.

Perché, tra tante, vedo sola una coppia che procede rilassata, scherzando e chiacchierando in modo disteso? Non hanno, gli anziani in pensione, il tempo necessario per fare la spesa insieme con calma, magari con il piacere di condividere le scelte, di immaginare cosa cucineranno di buono per sé, o per i figli e i nipoti che verranno a trovarli? In molti di loro non si coglie la complicità che dovrebbe nascere da una vita trascorsa insieme, ma una sensazione triste di usura e di scontento, priva della reciproca e rispettosa benevolenza che la vecchiaia pretenderebbe.

Certo, invecchiare non è facile; e invecchiare insieme richiede di capire la bellezza di quel ‘diventare una carne sola’ che la Genesi indica come progetto di Dio sulla coppia. Parlare di carne è parlare di tutto ciò di cui siamo fatti: il corpo tutto intero con il suo particolare modo di sentire, di emozionarsi, di spaventarsi, di gioire, di difendersi, di desiderare. Tutto ciò che ci riguarda, anche le vicende più spirituali, sono in noi ‘incarnate’, veicolate cioè dai nostri nervi, muscoli, cuore, cervello. La carne ci lega e ci determina, ma insieme ci manifesta. Noi siamo più della nostra carne, ma insieme non possiamo essere senza di lei. La conoscenza che gli altri hanno di noi è soprattutto conoscenza della nostra carne, intesa come ciò che di noi appare e si mette sensibilmente in contatto con l’altro, nei suoi lati gradevoli come in quelli sgradevoli. ‘Diventare una carne sola’ rappresenta perciò un arduo punto di arrivo: non riguarda tanto gli sposi che si amano nella bellezza di un corpo ancora giovane e nella novità di una relazione appena nata, ma è piuttosto un frutto che si porta a maturazione continuando a camminare insieme attraverso molte contraddizioni.

Nel rapporto di vicinanza quotidiana e di intimità con l’altro si annida infatti la stessa ambivalenza che sperimentiamo nel rapporto con noi stessi: ognuno di noi ama il proprio corpo, ma insieme ne patisce la fragilità e fatica ad accettarla, soprattutto quando il tempo passa e alla freschezza della gioventù subentrano pesantezze e disagi. Così avviene anche nel rapporto con l’altro, verso il quale sperimentiamo perciò inevitabilmente un’alternanza di amore e fatica, di attrazione e rifiuto.

Penso che, per tornare a mostrare la bellezza del matrimonio, sia necessario ripartire ciascuno da sé, considerare il proprio matrimonio e il modo che abbiamo di trattare l’altro/a che forse divide con noi la vita da molti anni. Ognuno di noi dovrebbe ricordare che è importante coltivare la cura di sé, del proprio aspetto, del proprio modo di essere e di comportarsi davanti all’altro, se vogliamo rendergli più facile il compito di continuare ad amarci nel tempo; ma dovremmo anche cercare di coltivare verso l’altro che invecchia accanto a noi uno sguardo benevolo e gentile, capace di vedere senza svelare, di proteggere le fragilità, di integrare le mancanze.

Lo stesso sguardo di amore e tenerezza che ciascuno di noi desidera sentire su di sé quando il tempo passa.

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MARIOLINA

CERIOTTI MIGLIARESE

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