IL CONVEGNO NAZIONALE DI PASTORALE SANITARIA DELLA CEI Fine vita e stili di cura La risposta della Chiesa  AVV 14.5.19

IL CONVEGNO NAZIONALE DI PASTORALE SANITARIA DELLA CEI

Fine vita e stili di cura La risposta della Chiesa 

FRANCESCO OGNIBENE

 

La prima notizia dal Convegno nazionale di pastorale sanitaria della Cei, da ieri a Caserta, è che quanto la Chiesa ha da dire sulle frontiere della vita umana, la malattia, la cura, la dignità del morire, interessa al di fuori del perimetro ecclesiale assai più di quel che pensiamo. Ne sono la prova i 600 partecipanti – un record – tra cappellani e religiose, ma con la decisiva aggiunta oltre ogni attesa di medici e infermiere, studenti e professionisti della salute, che hanno accolto l’invito proposto dal direttore dell’Ufficio Cei don Massimo Angelelli a un confronto aperto. E non hanno esitato davanti a un tema non facile – ‘Feriti dal dolore, toccati dalla grazia’ – perché si sentono coinvolti dai 22 forum tematici e le 4 sessioni plenarie di un programma modulato su diversi registri esistenziali, formativi e culturali. Al centro la parola della Chiesa attorno allo statuto della vita e alla sua crescente vulnerabilità in tempi nei quali si sprecano i “diritti” e si chiude un occhio sui doveri verso chi più fatica, soffre, o per i criteri prevalenti è un “difettoso”.

E il dialogo sul fine vita proposto ieri diventa così un modo affermativo per prendere posizione nel dibattito in corso sulla nuova legge allo studio in Parlamento che per normare situazioni estreme come il caso Cappato-dj Fabo chiama in causa addirittura l’eutanasia. I motivi per tacere o mediare si sprecherebbero, qui ci si muove su un terreno minato di toni perentori e tesi granitiche (il “diritto di morire”), ma la Chiesa italiana intuisce che la sua voce è attesa, e può lasciare il segno ora più di prima. E mentre si attende il documento sul fine vita che sarà esaminato durante l’imminente assemblea dei vescovi a Roma, offre una riflessione attraverso il forum allestito dal Gruppo di studio bioetico attivo presso l’Ufficio Cei. Ne esce la convinzione che la vera domanda umana “alla sera della vita” non è per togliere il disturbo ma per non smarrire senso e dignità del vivere, fino all’ultimo. E se riconosce necessario «dialogare con tutti sulla contingenza di ogni vita e della sua dignità », come afferma il bioeticista don Sebastiano Serafini, dell’Istituto teologico marchigiano, la Chiesa offre anche la risposta che la sua testimonianza documenta come «sempre più necessaria», dice la neurologa Maria Grazia Mariani, presidente del Comitato etico al Policlinico Tor Vergata di Roma: «Bisogna prendersi cura di ogni persona, diversa da qualunque altra anche con la stessa patologia» sapendo che andiamo verso una società nella quale «la terminalità si estende, con malattie degenerative a lunghissimo decorso». A chi rivendica il “diritto di morire” va dunque ricordata la necessità di garantire «un percorso di cure palliative, che sanno parlare la lingua della relazione di cura», insiste con forza Marciani, sulle quali la Chiesa ha molto da dire. È l’opinione di don Tullio Proserpio, cappellano all’Istituto dei tumori di Milano, che ricorda il dovere «di accompagnare l’altro anche oltre le mie convinzioni, stargli accanto sapendo ascoltare il suo dolore, offrendosi come segni di speranza», con una «bioetica che parte dalla persona malata». Con questo come ‘stile di cura’ torna al centro non la scelta astratta ma ‘la debolezza come condizione di speciale tutela’, ricorda il giurista Claudio Sartea, che insegna a Tor Vergata e alla Lumsa.

 

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