Il direttore risponde. Lettera di Souad Sbai, presidente del Centro studi Averroé. La buona laicità rispetta ogni fede che ha doveri e diritti nello spazio pubblico AVV 9.5.19

Il direttore risponde

Lettera di Souad Sbai, presidente del Centro studi Averroé, sull’editoriale del professor Ambrosini alla vigilia del Ramadan. Convergenze ma anche obiezioni alle quali rispondo alla luce di una concezione cristiana che si specchia nei grandi principi della cultura e dell’ordinamento italiano

 

La buona laicità rispetta ogni fede che ha doveri e diritti nello spazio pubblico

 

Gentile direttore, pone certamente dei temi interessanti Maurizio Ambrosini nel suo editoriale il cui titolo «Giusto spazio alla fede (anche musulmana)» è preceduto dall’occhiello «Inizia il Ramadan, e la cosa riguarda anche noi» (“Avvenire”, 4 maggio 2019). È particolarmente importante evidenziare, come l’autore fa in alcuni passaggi, una necessità ormai improrogabile: all’islam in Italia servono regole certe, accordi trasparenti fra lo Stato e le comunità religiose; serve un censimento limpido delle strutture di culto e dei centri culturali, per evitare, come spiega il professor Ambrosini, «che gran parte dei momenti di preghiera si tengano in luoghi inidonei, semi-clandestini, provvisori, e quindi anche più difficili da monitorare». È giusto fra l’altro aggiungere che spesso sono state proprio alcune comunità islamiche italiane ad aver mancato di correttezza e trasparenza in questo senso, come dimostrano i dati e le cifre dirompenti riportate nel recentissimo lavoro sui “Qatar papers” realizzato dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot.

Rimango, invece, meno convinta dal tono generale che lo stimato sociologo sceglie di usare parlando del Ramadan, il mese del digiuno islamico, di cui, scrive Ambrosini le istituzioni dovrebbero in qualche modo farsi carico, al fine di «regolare le modalità di espressione di un’esigenza umana incomprimibile come quella di praticare insieme e pubblicamente la propria fede religiosa ». Ho paura che così si possa alimentare una visione del mondo arabo sbagliata e ormai da tempo superata nei fatti. Ci sono oggi, in Italia e in Europa, tantissime persone di cultura e di tradizione islamica che, conservando appieno tutti i tratti del proprio retaggio, non basano la propria esistenza quotidiana sulle prescrizioni religiose e che, per questo, nei prossimi giorni por- teranno avanti con grande serenità le proprie abitudini alimentari, vivendo il periodo del Ramadan nella misura in cui gli sembra consono e opportuno. Non si tratta, io credo, di una puntualizzazione priva di effetti. Parti del mondo musulmano si interrogano ormai profondamente sul senso della laicità dello Stato: ne sia prova l’ampio dibattito che, sui giornali e in pubblico, si svolge in Marocco, dove formalmente il codice penale ancora sentenzia con la reclusione fino a sei mesi chiunque mangi in pubblico durante il mese del digiuno. Negli ultimi anni abbiamo notizie di tavolate pubbliche, sempre più accettate e tollerate, di cittadini che mandano un messaggio netto: la fede e il rapporto con Dio è un affare privato. Proprio in questo senso mi appare allora malposto ciò che è stato scritto su “Avvenire”, perché la religione musulmana non ha bisogno di essere legittimata in piazza e i cittadini di discendenza islamica non devono essere ridotti a membri di una religione. Sono invece decisamente più convinta di quanto afferma ancora Ambrosini quando parla delle carceri italiane, luoghi dove «avvengono anche processi di radicalizzazione religiosa»: fra l’altro è importante aggiungere che proprio il mese di Ramadan è uno dei più sensibili. Servirebbe allora, dice correttamente il sociologo, molta più attenzione alle persone che si interfacciano con i detenuti di religione islamica, molta più trasparenza e legalità nella scelta di chi può avere accesso alle strutture detentive, un deciso impegno per evitare che esse diventino luoghi di reclutamento per le frange più radicali dell’islam combattente: si tratta di un tema cruciale, su cui credo che sarà sempre più importante concentrarsi. Con immutata stima.

Souad Sbai

Presidente Centro studi Averroé

 

Tra di noi, cara presidente Sbai, c’è una lunga e cordiale stima reciproca. Apprezzo l’intelligenza con cui lei ha coniugato la serena consapevolezza della sua cultura d’origine marocchina con l’adesione alla cittadinanza italiana, condivido e ammiro le sue battaglie per la libertà e la dignità della donna nei contesti culturali a dominante islamica, ho seguito con interesse il suo impegno da parlamentare eletta nelle fila del centrodestra nella XVI legislatura e i successivi sviluppi che l’hanno portata ad aderire alla Lega. Accolgo ancora una volta con attenzione e rispetto le sue considerazioni e anche, diciamo così, le sue obiezioni a una parte del bell’editoriale del professor Ambrosini che abbiamo pubblicato alla vigilia del Ramadan. Visto che lei e io siamo ovviamente d’accordo con Ambrosini (e con un’infinità di persone pensanti) sulla necessità di organizzare e regolare in modo civile e responsabile luoghi di culto e di aggregazione di cittadini italiani e di stranieri residenti di fede musulmana (o di qualsiasi altra fede) e sull’opportunità di “illuminare” questo stesso segmento di popolazione credente nello speciale mondo del carcere, mi concentro sulle obiezioni. Non senza fare, però, una precisazione non solo lessicale: lei in un passaggio della sua lettera usa – forse inavvertitamente –l’aggettivo “arabo” come sinonimo di musulmano. Non è così. Arabi sono anche tanti cristiani e non pochi… liberi pensatori!

Ma veniamo ai punti caldi. Lei, gentile presidente, interpreta la posizione di “Avvenire” che io stesso ho sintetizzato nel titolo «Giusto spazio alla fede (anche musulmana) » come una richiesta allo Stato laico di «in qualche modo farsi carico» e con ciò stesso di rendere «pubblico» ciò che a suo avviso è e deve essere esclusivamente «privato», ovvero la pratica della fede religiosa. No, non si tratta affatto di rendere pubblico, come gentile concessione, qualcosa che tale non dovrebbe essere. La fede è questione profondamente personale, «ma non è mai mero fatto privato». Papa Francesco, fedele a una lunga e feconda tradizione cattolica, lo ricorda con pazienza e chiarezza a noi e a tutti. Così come il suo predecessore, Benedetto XVI, non si è mai stancato di spiegarci che la fede «è veramente personale solo se è comunitaria», se dall’«io» si muove al «noi». Non pretendo ovviamente di applicare questa concezione cristiana a chi cristiano non è, ma ci sono realtà e libertà nella pratica della fede che ci riguardano tutti, e che possono e devono essere interpretate efficacemente in termini laici. Questa è anche la migliore tradizione civile europea e italiana, formatasi non senza fatica e spesso dolorosamente, ma formatasi.

E all’interno della tradizione della buona laicità brilla almeno a livello teorico il “modo italiano” – lo dico con qualche orgoglio e molta preoccupazione, sapendo che deve resistere ad attacchi, a deragliamenti e deve superare inefficienze e ideologismi laicisti o sciovinisti. Un modo che non è quello di unalaicità esclusiva(purtroppo ancora praticata in Francia dove, si organizza il decoro dei luoghi di culto, ma in determinate situazioni pubbliche si pretende addirittura di oscurare l’identità religiosa della persona), bensì quello di unalaicità inclusiva,che cioè considera con rispetto il fatto religioso, assume l’importanza della fede nella vita dei cittadini, garantisce la naturale libertà di credere, si preoccupa giustamente di assicurare (attraverso il Concordato con la Chiesa cattolica e tramite le Intese strette con altre Chiese e religioni) l’adesione delle diverse confessioni religiose al grande progetto civile condensato nei princìpi e valori posti alla base della Costituzione repubblicana (princìpi e valori – lo sottolineo per laico amore alla cultura e alla storia del mio Paese, non certo per rivendicazione settaria – cogenerati da un umanesimo personalista di chiara e potente radice cristiana). Vede, cara presidente Sbai, non si tratta affatto, come lei scrive, di «legittimare in piazza» una data fede, qui si tratta semplicemente e letteralmente ditogliere dalla strada,quanti – risiedendo in Italia – intendono praticare la propria fede. Tutti hanno il diritto a luoghi di culto degni, tutti hanno il dovere di organizzarli alla luce del sole. La parola chiave èrispetto:dello Stato per le fedi e le religioni, dei credenti tra di loro, di tutti e tra tutti – credenti e non credenti – in quanto concittadini e verso la legge e la cultura del Paese in cui vivono. Senza rispetto non c’è vera libertà. E rispetto è una parola che su queste pagine viene usata da mezzo secolo, ma soprattutto che hanno usato con saggezza e profondità i grandi Papi che in questo stesso mezzo secolo hanno guidato la comunità cattolica specchiandosi – grazie a Dio – anche nelle parole e nei gesti di importanti personalità di altre fedi. Papa Francesco questa parola, rispetto, l’ha fatta risuonare con forza durante la visita che ha appena concluso in due nazioni plurireligiose come la Bulgaria e la Nord Macedonia. Rispetto, per spingerci ben oltre la pur necessaria tolleranza, sulla strada dell’indispensabile fratellanza. Non ci sono solo i tagliagole sulla scena del mondo, non ci sono solo i sopraffattori, non ci sono solo gli intransigenti guardiani di regole violente. Ci sono, parlano e agiscono uomini di Dio che amano la pace e la giustizia. È accaduto con sempre più nettezza e coraggio, deve continuare ad accadere. Ad occhi aperti, a cuore aperto, a mente aperta. Perché solo così il rispetto diventa regola e modo di vivere e di convivere. Perché solo così si traccia la strada verso quella che noi cristiani chiamiamo la «civiltà dell’amore», che non è un sogno per anime belle, ma la fatica di uomini e donne di buona fede e buona volontà. Solo così si batte la pratica e la propaganda odiosa degli estremisti religiosi, islamici e non solo islamici. Rispetto, dunque, e piena e responsabile concittadinanza. Ciò che chiediamo e difendiamo per noi stessi – rifiutando di concepire un cattolicesimo confinato nelle sagrestie e nelle coscienze –, ciò che offriamo alla società di cui siamo parte, lo chiediamo e lo difendiamo per tutti. Per tutti coloro che s’impegnano con la stessa schiettezza e la stessa trasparenza a onorare il patto solenne, le giuste regole e la cultura condivisa su cui si fondano il nostro Paese e la nostra democrazia.

So che più di qualcuno vorrebbe per i musulmani che vivono in Italia, come per i fedeli di altre religioni non legate alla tradizione cristiana ed ebraica – ovvero induisti, sikh, buddisti… – una condizione per così dire “catacombale”. So che qualcuno vorrebbe che non si fosse accoglienti e rispettosi neppure con i fratelli cristiani di altre confessioni e con i nostri «padri della fede » ebrei. Credo che tutto questo sia profondamente sbagliato e molto rischioso. E tutti possono rendersi conto di quali e quanti frutti amari produce un simile atteggiamento nelle parti di mondo dove rispetto e concittadinanza mancano. La saluto con amicizia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

MARCO

TARQUINIO

 

Copyright © Avvenire

Powered by TECNAVIA

Start a Conversation