«Mamma e papà sono fondamentali» Tre anni per assolvere lo psicologo  AVV 22.3.19

IL FATTO

Ecco perché era finito sotto accusa 

I fatti risalgono al gennaio 2016. Ricci partecipa a una trasmissione su Rete4 con il leader storico dell’Arcigay, Franco Grillini e Vladimir Luxuria. Siamo alla vigilia dell’approvazione della legge sulle unioni civili, il clima è surriscaldato. Ricci contesta le dichiarazioni degli interlocutori. Ma per le sue osservazioni finisce sotto accusa. I tre punti contestati riguardano le cosiddette teorie del gender, l’omosessualità e l’importanza di mamma e papà. A proposito del gender Ricci spiega che si tratta di un’ideologia composta «da vari assemblaggi relativi a una certa concezione della sessualità per la quale tutto è permesso, tutto è possibile». A proposito dell’omosessualità rifiuta l’equiparazione con l’eterosessualità e, ribadisce, che «in termini psichici non è affatto così». E poi la battuta sul ruolo di mamma e papà. Secondo l’accusa «discriminatoria non solo delle coppie omosessuali e delle famiglie arcobaleno ma anche nei confronti di quelle famiglie che, per le più diverse ragioni, si ritrovano senza un padre o senza una madre».

IL CASO L’Ordine degli psicologi della Lombardia ha archiviato il procedimento a carico dello psicoterapeuta Giancarlo Ricci che aveva parlato della funzione irrinunciabile della coppia genitoriale

«Mamma e papà sono fondamentali» Tre anni per assolvere lo psicologo 

LUCIANO MOIA

Tre anni fa l’Ordine degli psicologi della Lombardia l’aveva messo sotto accusa per aver difeso «la funzione essenziale e costitutiva di mamma e papà», per la crescita dei figli. Ieri, al termine di un procedimento complesso, Giancarlo Ricci, psicoterapeuta milanese con 40 anni di esperienza sulle spalle, è stato prosciolto. Il consiglio dell’Ordine degli psicologi ha deciso di «archiviare il procedimento disciplinare ». Ma se il caso è chiuso dal punto di vista formale, rimangono «irrinunciabili perplessità in ordine a orientamenti dottrinali e scenari metodologici a cui le affermazioni di Ricci potrebbero voler fare riferimento». Mamma e papà – potremmo sintetizzare – si possono ancora nominare, ma dipende come, in che contesto, con quale finalità. Insomma, il caso Ricci è archiviato, ma quanto da lui detto non trova comunque d’accordo l’Ordine degli psicologi. Tanto che in sede di votazione il consiglio si è diviso: 7 a favore e 7 contro. E sulla parità vince il favor rei. Archiviazione per un cavillo formale. Ricci, come spieghiamo nel box a parte, è finito sotto accusa, oltre che per aver ribadito il ruolo di madre e padre, per aver detto che l’ideologia gender è composta da «vari assemblaggi » e per aver osservato che dal punto di vista psichico eterosessualità e omosessualità, a suo parere, non si possono equiparare. Concetti complessi che lo psicologo è stato costretto a sintetizzare in pochi secondi, nell’intreccio caotico di una trasmissione televisiva con interlocutori ‘invadenti’. Nella notifica resa nota ieri si fa notare che il procedimento disciplinare non è scattato tanto per ‘cosa’ Ricci ha detto, ma per ‘come’ l’ha detto. Ma se in una trasmissione di 40 minuti, lo psicologo ha avuto a disposizione 200 secondi – come la sentenza riconosce – cos’altro avrebbe potuto fare? Sembra una barzelletta della serie ‘questo non potrà mai succedere’. Invece è capitato davvero. L’aspetto forse più paradossale della vicenda ha riguardato la lunghezza dell’iter. Come mai sono stati necessari tre anni per ‘accertare’ quello che non poteva che apparire palese fin dal primo momento? Comunque la si legga la disavventura dello psicanalista milanese ha dell’incredibile. Proprio per l’assurdità delle accuse. «Tre anni sono un tempo comunque irragionevole quando – commenta Giancarlo Ricci – tutto si sarebbe potuto risolvere in pochi mesi. Nei miei confronti c’è stata un’intimidazione prolungata. Da questa vicenda assurda ho comunque riportato dei danni. Sono stato messo all’angolo. Alcuni colleghi non hanno smesso di guardarmi con sospetto. Questa accusa imbarazzava e dava fastidio». Occorre ricordare che un ‘processo’ deontologico intentato dall’Ordinedegli psicologi nei confronti di un iscritto può anche arrivare, come ultima istanza, alla sospensione dell’attività. Comprensibile quindi l’attesa logorante di chi, come Ricci, ha subìto un procedimento che, proprio perché fondato su accuse così ideologiche, avrebbe potuto anche risolversi con esiti molto negativi. «Non ho avuto ripercussioni sulla mia attività professionale ma – riprende lo specialista – ho sopportato non pochi effetti negativi da parte della comunità psicanalitica. Ora è finita, certo. Ma non so se in questa decisione hanno pesato più criteri di giustizia o scelte di convenienza. Andiamo verso la rielezione del consiglio dell’ordine. Forse temevano, con una scelta diversa, di finire sommersi dalle polemiche». Così ha avuto buon gioco la difesa di Ricci, con l’avvocato Davide Fortunato, che ha ricordato i principi costituzionali, ha puntato sulla pluralità di opinione e sulla necessità, per un ordine professionale come quello degli psicologi, di aprirsi alla libertà della ricerca.«Questa vicenda ha mostrato risvolti che applicati su larga scala – osserva ancora Ricci – sarebbero devastanti per tutta la società, tra accuse ‘politiche’, pensiero unico, obbligo all’egualitarismo e ideologia gender, secondo cui qualsiasi differenza diventa discriminazione. Ecco perché parlare di crisi dei valori potrebbe apparire addirittura un eufemismo ».Davvero insostenibile. Si potrebbe concludere che il volto peggiore dell’ideologia gender è stato sconfitto da un soprassalto di ragionevolezza. Ma non è così Per il solo fatto che un’accusa del genere sia stata formulata, accolta e tenuta in stand by per tre anni e due mesi non consente ipotesi troppo rassicuranti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

IN UN LIBRO L’AUTODIFESA DI GIANCARLO RICCI

È la postlibertà, si può parlare solo in prospettiva ideologica 

 Negli atti d’accusa dell’Ordine lombardo degli psicologi, Giancarlo Ricci diventa drammaticamente ‘l’incolpato’. Un clima kafkiano in cui non si sa bene chi formuli l’accusa ma neppure qual è realmente l’addebito. Il procedimento riguarda in definitiva «la pretesa di controllare la libertà di parola: la libertà di parola c’è, ma fino a un certo punto. Occorre verificare se tale libertà si allinei o meno con la giusta prospettiva ideologica…». Lo scrive lo stesso Giancarlo Ricci in ‘Il tempo della postlibertà’ (Sugarco, pagg.190, euro 16,50), un saggio uscito in questi giorni in cui lo psicanalista intreccia la sua vicenda processuale alla situazione culturale dell’Occidente. Ricci narra nel dettaglio la nascita del caso, la formulazione delle accuse, lo sviluppo di una vicenda che sarebbe paradossale se non fosse drammatica. Ma a rendere accattivante la lettura sono le numerose digressioni in cui lo specialista allarga la riflessione dalla sua storia alla situazione socio- politica in cui siamo immersi. Sottolinea con rammarico per esempio l’esigenza di aggiungere sempre un aggettivo alla parola famiglia per distinguere la normalità dall’eccezione. Madre, padre, figli? Allora si tratta di ‘famiglia tradizionale’ o ‘naturale’, detto sempre però con un pizzico di fastidio, implicito o esplicito. Che scompare quando il discorso cade sulle ‘nuove famiglie’ o sulle ‘famiglie arcobaleno’, decisamente più simpatiche. «La creazione intenzionale di questa contrapposizione ideologica – scrive Ricci – ha contribuito a impedire che si potesse svolgere un effettivo dibattito che entrasse seriamente in merito alle diverse tematiche implicate». Altro tema spinoso che lo psicanalista intreccia abilmente nel racconto del suo processo, quello dell’omosessualità e delle cosiddette terapie riparative. Occorre ricordare che Ricci, accusato di praticare queste ‘terapie’, è già finito per due volte sotto accusa, nel 2009 e nel 2012. In entrambi i casi tutto è finito in un’archiviazione. «Da parte mia la terapia riparativa, che non pratico in quanto i riferimenti teorici e clinici sono differenti… ha aperto uno scenario in merito alla comprensione clinica e metapsicologica dell’omosessualità ». È un problema che Ricci ha sempre indagato con libertà. Troppa forse, secondo gli apparati culturali dominanti, se gli atti d’accusa sono stati così numerosi. Ma Ricci non ha mai parlato di ‘guarigione’ dall’omosessualità intesa come ritorno all’eterosessualità, quanto «di un lavoro psichico che consenta, attraverso il ripercorrimento della vicenda edipica e, in particolare, la rielaborazione della figura del padre, l’approdo a una soluzione soggettiva». Ipotesi, certo. Ma è giusto puntare l’indice su uno studioso solo perché la sua riflessione si allontana dal politicamente corretto? ( L.Mo).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

secondo noi 

OPINIONI DA DIBATTERE NON CERTO DA PROCESSARE

LUCIANO MOIA

In quest’ultimo decennio abbiamo documentato passo dopo passo le evoluzioni della cosiddetta cultura gender. Siamo stati i primi, su queste pagine e su quelle del nostro mensile ‘Noi’, ad approfondire radici, stravaganze e pericoli di queste stratificazioni culturali su sessualità, generazione e filiazione. Il cosiddetto gender, come ha giustamente fatto notare Giancarlo Ricci, è un complesso assemblaggio di spunti in cui ci sono contributi culturalmente seri o comunque degni di rispetto come i

gender studies, che hanno offerto analisi importanti alla riflessione sulla parità di genere, ma anche interpretazioni criticabili che hanno portato, per esempio, a sciogliere nello stesso crogiuolo sofferenze psichiche e fluidità di genere. Una lettura ideologica di cui sembrano vittime anche i componenti del consiglio dell’Ordine degli psicologi della Lombardia. Pur ‘assolvendo’ Ricci, non hanno voluto ammettere che le sue tesi rientrano in quell’ambito di libertà espressiva che va sempre riconosciuto quando ci si mantiene in un profilo di ragionevolezza e di rispetto. E quanto detto dallo psicologo milanese, anche al di là dell’evidenza assolutamente logica e incontestabile a proposito delle ‘funzioni’ di madre e padre, non può essere considerato, come si legge nel dispositivo della sentenza, «un dato obiettivamente critico». Se il riferimento, come appare evidente, è alle considerazioni di Ricci sull’omosessualità, nessuno più degli psicologi dovrebbe sapere che il dibattito scientifico sulle radici dell’orientamento sessuale è aperto e ogni contributo rispettoso della dignità delle persone e culturalmente fondato ha diritto di essere dibattuto. Ma non certo nella gabbia di un procedimento disciplinare.

 

Copyright © Avvenire

Powered by TECNAVIA

 

Start a Conversation