ANALISI Legge 40, argini per la vita AVV 7.3.19

Lʼanalisi

PRIMA I FIGLI O I «DIRITTI»?

ASSUNTINA MORRESI

Era una buona legge la versione originale della 40, che regola la procreazione medicalmente assistita (Pma) in Italia. Corrispondeva infatti a una scelta culturale ben precisa del legislatore, quella del modello antropologico naturale (in versione laica, perché per i cattolici la questione si risolve vietando la Pma): possono accedere alla provetta solo coppie che non riescono a concepire naturalmente. Il che significa che il concepimento in vitro è disponibile quando ci sono condizioni di tipo medico – sterilità o infertilità – e non per scelta personale. Si tenta la fecondazione in laboratorio, e tutto il resto segue secondo quello che da sempre avviene nella comunità umana: possono avere un figlio un uomo e una donna vivi, in età potenzialmente fertile, conviventi o sposati. I figli, cioè, sono di chi li genera fisicamente, e non chi di chi ha intenzione di averne e quindi stipula un contratto (l’adozione è altro: non nega la genitorialità naturale, ma prende atto che non c’è più o non basta). Questo è il senso della Pma omologa, cioè fatta con i gameti della coppia. Non servono aggettivi per distinguere la madre ‘legale’, da quelle ‘genetica’ e ‘gestazionale’: eterologa e utero in affitto sono vietati perché di mamma ce n’è una sola, e non c’è contratto che tenga di fronte a uno dei pilastri dell’umanità. Le parti del corpo non si vendono né si affittano, e stop all’ipocrisia dei ‘donatori’ di gameti e uteri, numerosi e generosi solo in presenza di ‘indennità’ o ‘rimborsi’.

Resta la 194 e si può abortire, cioè sopprimere la vita di un nascituro, ma non si può scegliere di chi essere genitori, come accade con la diagnosi preimpianto, quando si producono volutamente tanti embrioni per poi selezionare i ‘migliori’ dal punto di vista genetico, e scartare gli altri: tu sì, tu no.

Gli embrioni servono per trasferirli in utero, cioè si formano solo in numero strettamente necessario alla procreazione.

Non se ne possono creare in sovrappiù, solo in casi eccezionali lasciarli congelati in frigo, e mai distruggerli in laboratorio, perché non sono ammassi di cellule organizzate ma appartengono alla specie umana: una volta in utero diventano bambini.

Adoperare il linguaggio dei diritti per spiegare tutto questo è grossolano e fuorviante. Nasconde la posta in gioco ed è funzionale a piegare tutto alla legge della domanda e dell’offerta, del nuovo commercio del corpo da cui la legge 40 intendeva difenderci.

Un modello antropologico riconosciuto dal Parlamento e confermato da un referendum popolare, azzoppato da una sentenza della Corte Costituzionale che nel 2014 ha voluto riammettere la Pma eterologa pretendendo addirittura di regolamentarla con la stessa legge 40, nata per escluderla: le contraddizioni introdotte nell’ordinamento aspettano ancora di essere risolte. Eppure quel che resta non è poco, a partire dalla resistenza alla mercificazione ulteriore del corpo e della procreazione umana, una battaglia decisiva che possiamo ancora vincere, a cui tutti siamo chiamati.

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 Legge 40, argini per la vita

Il 10 marzo di 15 anni fa entrava in vigore il provvedimento ‘trasversale’ per mettere regole alla provetta

GRAZIELLA MELINA

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, nel 2016 il 2.9 per cento del totale dei bambini nati (ossia 13.582) è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione artificiale. Un dato all’apparenza non irrisorio, pur tuttavia neanche troppo entusiasmante se si considera che le coppie trattate sono state 77.522 e i cicli iniziati 97.656: nel dettaglio, 91.409 con l’omologa e 6.247 con l’eterologa. Per far fronte a queste prestazioni, esiste un Fondo apposito, per un importo pari a 6.800.000 euro ed è ripartito annualmente tra le Regioni (in base al disposto del decreto ministeriale 9 giugno 2004). «Dal 2018 – spiega il Ministero – il fondo per la procreazione medicalmente assistita (capitolo 2.440) è stato definanziato, pertanto l’ultimo anno di liquidazione risulta il 2017 in cui è stato trasferito alle Regioni con decreto ministeriale 14 novembre 2017, per un importo totale di 459.642,00 euro». In ogni caso, al di là dei risultati ottenuti con la Pma e dei relativi costi a carico del Servizio sanitario nazionale, non si può di certo negare che se oggi è possibile conoscere questi dati lo si deve soprattutto alle «Norme in materia di procreazione medicalmente assistita », la legge n. 40 del 19 febbraio 2004, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 24 febbraio ed entrata in vigore il 10 marzo. Quindici anni fa, dunque. Presentata da Giancarlo Giorgetti (Lega Nord Padania), passò con 277 voti favorevoli (222 i contrari, 3 gli astenuti). «La 40 è l’unica legge su temi etici in cui si è raggiunta una mediazione e non è stata l’espressione solo della parte più cattolica, che sicuramente avrebbe voluto una legge più restrittiva – ricorda la relatrice,Dorina Bianchi(allora nell’Udc) –. La discussione nacque in un momento di completaderegulation.Non esistevano regole specifiche da rispettare, non c’era l’obbligo di far verificare la scientificità e la sicurezza da parte del Ministero della Salute. Non c’erano limiti alle tariffe e non c’era un registro nazionale dei centri con iscrizione obbligatoria ». A distanza di 15 anni, Bianchi invita a considerare che la legge ha permesso di stabilire «paletti che salvaguardano la vita, riconoscendo al nascituro la dignità di persona. In questi anni la legge ha avuto anche l’effetto di aumentare la sensibilità degli operatori che hanno sviluppato tecniche meno invasive per le donne che si sottopongono a queste metodiche oltre a tecniche per limitare la produzione di embrioni in eccesso».

Con l’avanzare delle tecnologie in quegli anni, come ricorda ilcardinale Elio Sgreccia,dal 1994 al 2005 vice presidente e poi presidente fino al 2008 della Pontificia Accademia per la Vita, preoccupava molto «la mancanza di regole che metteva a rischio proprio la dignità del nascituro oltre che la salute delle donne. Temi sensibili che devono essere primari anche oggi, considerato il calo delle nascite e il gran numero di aborti». Non è un caso se la legge 40 ha subìto innumerevoli attacchi per svellere quei paletti che si tentò di salvaguardare con un voto trasversale. Si cominciò con i referendum abrogativi, vanificati dall’astensione di massa degli italiani: solo il 25,5 per cento si recò alle urne, un record, e malgrado una campagna accesissima.

Mondo cattolico e parte di quello scientifico si mobilitarono per un’informazione completa e non aprioristica. Tra loro, il genetista

Bruno Dallapiccola,dal 2005 al 2012 copresidente nazionale dell’associazione Scienza & Vita, nata proprio in quel periodo. «A distanza di anni ritengo ancora che la battaglia che abbiamo fatto allora per la legge è stata giusta. La legge, pur nelle sue imprecisioni – spiega Dallapiccola –, forse era una delle migliori che si potessero fare in quel momento. Probabilmente oggi, con lo scenario attuale, ci si dimentica della giungla di allora attorno alla tematica della riproduzione assistita. Quella legge aveva provato a fare un po’ d’ordine, mettendo paletti che poi via via sono saltati per decisione di giudici che hanno così stabilito il destino della riproduzione assistita italiana». Sono state infatti 38 le sentenze a tutti i livelli che dal 2004 al 2016 hanno compromesso una parte dell’impianto originario della legge. «La 40 è stata modificata soprattutto per opera della Corte costituzionale che, sulla base di parametri che non richiamano mai l’articolo 30 della Costituzione italiana sulla filiazione, ha ritenuto tra l’altro di introdurre in Italia la fecondazione eterologa – spiegaAndrea Nicolussi,ordinario di Diritto civile dell’Università Cattolica di Milano –. Peraltro la Corte non ha tenuto conto della Corte europea dei diritti dell’uomo che invece aveva considerato legittimo il divieto della legge austriaca sulla fecondazione eterologa ». In effetti, la legge 40 «ha tentato di istituire limiti alla tecnica applicata sul corpo dell’uomo, in funzione della dignità del nascere e quindi della tutela del bambino. Questi limiti sono però venuti meno proprio con la fecondazione eterologa che introduce una nuova idea di tipo volontaristico nel campo della fecondazione, nella quale si attinge al mercato di gameti di persone terze, generando così forme di ‘poli-genitorialità’». Va ricordato comunque, prosegue il giurista, che «rimane il divieto di maternità surrogata, pratica che vìola il principio di dignità umana della donna e dei bambini resi oggetto di acquisto, aggirato però attraverso lo strumento del ‘turismo riproduttivo’ che mette gli ordinamenti giuridici di Paesi diversi in competizione fra di loro». Infatti, «gli ordinamenti che stabiliscono limiti sono pregiudicati da quelli che invece li eliminano. La Corte costituzionale – prosegue Nicolussi, esperto di temi bioetici – ha anche introdotto la possibilità di diagnosi preimpianto per le coppie portatrici di malattie geneticamente trasmissibili, rimettendo però la definizione di tali malattie al Parlamento, al quale spetta il grave compito di evitare che si scivoli verso una eugenetica dai risvolti inquietanti». Dal punto di vista scientifico «il vero problema – sottolineaRiccardo Marana,ginecologo del Policlinico Gemelli di Roma – è che si è data la falsa illusione che grazie alla fecondazione medicalmente assistita si potesse avere un figlio a qualsiasi età. Dopo i 35 anni le possibilità invece diminuiscono notevolmente, sia per l’invecchiamento biologico degli ovociti e la diminuzione del loro numero, sia perché con gli anni ci si espone al rischio di fattori ambientali o infettivi ». Così come viene diffusa un’altra falsa illusione «con ilsocial freezing,di moda negli Stati Uniti», ovvero la pratica di congelare i propri ovociti per poter far carriera, e poi usarli quando la propria vita professionale e sociale sarà considerata soddisfacente. «Le donne però – dice Marana – non sanno che per ogni ovocita che scongeli le possibilità di gravidanza sono bassissime».

La procreazione assistita, dice la senatricePaola Binetti,che fu copresidente di Scienza & Vita con Dallapiccola, «si è evoluta nel tempo fino ad allargarsi alla fecondazione eterologa, pratica che comporta molteplici problematiche rispetto alla maternità biologica. Si pensi poi al limite originario al numero di embrioni che si potevano formare, limite che purtroppo è stato divelto per via giudiziaria, con la nefasta conseguenza che in questi anni sono cresciuti in modo esponenziale gli embrioni congelati », vite umane dal destino incerto.

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Dal 2004 la pratica si è estesa fino ad arrivare al 2,9% dei bambini nati in Italia che sono concepiti in provetta

 

LE PRONUNCE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Tre sentenze per allargare le maglie. E forse non è finita 

MARCELLO PALMIERI

Sono tre le sentenze della Corte Costituzionale che hanno modificato la legge 40 in questi 15 anni. La prima nel 2009 rimuove l’obbligo di impiantare immediatamente nella donna tutti gli embrioni prodotti, in ogni caso secondo la legge non più di tre. La Corte spiega che «l’unico contemporaneo impianto» da effettuarsi sempre e comunque avrebbe potuto porsi in contrasto con la salute della donna, facendo venir meno un bene costituzionalmente protetto. Ecco sacrificato il primo principio-cardine della legge: quello secondo cui, una volta concepito in vitro,l’embrione ha diritto di nascere. Conseguenza di questa pronuncia sarà il proliferare di embrioni crioconservati (congelati), dal destino tuttora incerto.

Il secondo colpo arriva nel 2014: sul presupposto che «la determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile», «non può che essere incoercibile », i giudici costituzionali cancellano il divieto di fecondazione eterologa. Viene intro- dotto il principio del ‘diritto al figlio’ e conseguentemente ravvisato nel divieto una discriminazione tra le coppie infertili (che avrebbero comunque potuto accedere alla fecondazione omologa, mai vietata dalla legge) e quelle sterili. Ancora una volta, però, la tutela degli aspiranti genitori incide su quella dei piccoli, che a seguito della pronuncia iniziano a nascere con un corredo genetico al 50% estraneo rispetto a quello della coppia che li ha voluti. Non solo. Comnincia ad affievolirsi un principio cardine del nostro diritto di famiglia, quello della corrispondenza tra maternità biologica e la cosiddetta ‘maternitàsociale’. La terza modifica disposta dalla Corte arriva l’anno successivo. Dato atto che – dopo la sentenza del 2014 – anche le coppie infertili possono accedere alla procreazione assistita, i giudici ritengono illegittimo vietare la provetta alle coppie che, pur in grado di procreare, sono portatrici di malattie ereditarie e rischiano così di concepire embrioni potenzialmente in grado di sviluppare le loro stesse patologie. Aperta la possibilità anche in questi casi di accedere alla provetta viene conseguentemente liceizzata la facoltà da parte dei genitori di richiedere la diagnosi sugli embrioni, e l’impianto nel grembo materno solo di quelli risultati ‘sani’. Così facendo, però, viene introdotto il principio per cui il diritto di nascere spetta solo ai sani, aprendo di fatto la strada alla selezione eugenetica. In queste tre sentenze sono due i capisaldi della legge 40 esplicitamente ammessi dalla Consulta: il divieto di utilizzare per la ricerca gli embrioni in eccesso e quello di fare ricorso alla maternità surrogata. La Corte, tuttavia, dovrà pronunciarsi sulla liceità del divieto d’accesso alla provetta da parte di coppie dello stesso sesso: un’altra grande sfida per la legge 40.

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Nel 2009 cade il limite dei tre embrioni, nel 2014 il divieto di eterologa, l’anno dopo l’accesso ai soli sterili. In discussione il no alle coppie dello stesso sesso

 

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