SOCIETÀ L’ora dei cattolici nell’era della laïcité  AVV 6.3.19

Anticipiamo alcuni passaggi del nuovo saggio “Breve apologia per un momento cattolico” del filosofo Jean-Luc Marion che analizza i possibili vantaggi civili e morali che una reale e fattiva riscoperta della pratica e concreta esperienza delle virtù cristiane porterebbe nell’ambito di una società moderna assai secolarizzata

SOCIETÀ

L’ora dei cattolici nell’era della laïcité 

JEAN-LUC MARION

«Non abbiate paura!», quest’esortazione di Giovanni Paolo II, lanciata dal balcone di Piazza San Pietro appena dopo la sua elezione, il 22 aprile 1978, intendeva confortare i cattolici del mondo intero. Ma sembra che oggi siano soprattutto i cattolici francesi che dovrebbero ripetere queste parole ad altri Francesi non cattolici, spaventati da un ritorno di clericalismo, per non parlare di certi cattolici intimiditi dalla loro stessa esistenza. Io dunque ve lo dico: «Non abbiate paura di noi!». Poiché, nel leggere l’accumulo di dichiarazioni, che fanno rumore sul «ritorno» dei cattolici (ma da dove si riteneva che questi fossero scomparsi?), sulle loro scelte politiche (ma perché dovrebbero essere i soli cittadini a non farne?), senza parlare di coloro che si stupiscono che Dio non sia «morto» (come se una tale affermazione potesse avere un senso) sembra proprio che voi abbiate paura, o almeno che vi preoccupiate.L’incomprensione va anche talvolta fino all’assurdo o allo sconveniente, quando si rimprovera ad un candidato alla presidenza della Repubblica di ammettere di essere cristiano (è un delitto?), o al papa di non essere veramente «progressista» poiché, alla fine di tutti i conti, mantiene il dogma (non è il suo semplice dovere?). Questo timore fa onore ai cattolici, che non ne meritano così tanto. Ma si immagina veramente che ciò che minaccia oggi la serenità della nazione francese e l’unità della Repubblica siano i cattolici, ai quali gli stessi atei dichiarati rimproverano soprattutto il loro numero modesto e la loro mancanza di convinzioni? Si possono veramente prendere sul serio i fantasmi che ci riversano gli editoriali superficiali, le inchieste falsate e le rivelazioni dei vaticanisti approssimativi? Mi sembra che tutto questo fracasso esca da sagrestie abbastanza immaginarie, poiché, in effetti, non si va affatto a vedere i cattolici là dove si trovano realmente, cioè nelle celebrazioni e le messe, le Scritture e la preghiera. Non abbiate dunque paura di noi, conservatela per le vere minacce, che non mancano. Ma nemmeno sottostimateci. Non prendeteci per degli idioti, né per dei rivendicativi. Dimenticate per un minuto i cliché e gli slogan: i cattolici non si dividono in non credenti potenziali (bene!) o in integristi identitari (non bene!), in umanisti incerti (accettabile!) o in militanti di una contro-società (intollerabile!). Poiché i cattolici da così tanto tempo – gentilmente o malvagiamente derisi, sospettati, calunniati più di quanto questi non lo abbiano fatto a loro volta (poiché ci si può andare francamente, non c’è nulla da temere) – sono ancora là. Sembrano quasi non avere compreso che, se si può essere persiani in Francia (e sempre meglio) non si dovrebbe più poter essere ancora cattolici. È qui del resto il vostro sbigottimento e forse il vostro problema: di cattolici ce ne sono ancora, più di quanti non se ne creda. Si direbbe addirittu- ra «che sono ovunque» e voi avete tutti, senza dubbio, dei «buoni cattolici» tra i vostri amici più cari, come si hanno i propri poveri e come gli anti-dreyfusardi avevano spesso, secondo Proust, «il proprio ebreo».

Di cattolici ce ne sono ancora, ed anche tra la gente per bene, gli intellettuali frequentabili, gli uomini d’affari rispettabili, gli artisti considerevoli, i politici che contano, i giornalisti che discutono. Senza parlare della moltitudine, che talvolta si sveglia, si mostra in pubblico ed arriva a fare delle manifestazioni per strada. Non tutti insolenti certamente, ma comunque un po’ assertivi, non troppo discreti. Bisognerebbe allora farsi una domanda semplice: signore iddio, perché ci sono ancora dei cristiani e dei cattolici? Non hanno dunque ancora capito? Non sarebbe più normale, se proprio non si scompare, almeno togliersi dallo spazio pubblico, magari educatamente come accade nei paesi scandinavi? Perché e come hanno fatto a sopravvivere? Spesso a controcorrente di tutti i dogmi non scritti e tanto più coercitivi quanto più li si è voluti imporre, a loro come a tutti gli altri?

Per comprendere i cattolici, bisogna in primo luogo concepire ciò che li fa muovere, il Cristo. Essi sono in principio «[…] sempre pronti a difendere la loro causa (pros apologian) verso chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 13,15). Il resto ne consegue: i loro usi e costumi, le loro idee e le loro azioni, anche le loro peregrinazioni e le loro sconfitte. In cosa consiste quest’elogio, che vorrei qui tracciare brevemente? Essi credono, duri come la pietra, che dare sia meglio che ricevere; che conservare ad ogni costo porta a perdersi e, reciprocamente, che perdersi permette di salvare e di salvarsi; che la morte può condurre alla vita in pienezza. Essi lo credono perché lo costatano già nella propria esperienza e soprattutto perché lo hanno visto in un certo modo nella figura del Cristo. Benintesi, tutto questo costoro lo sperimentano senza poterlo dimostrare dal di fuori a chi resta all’esterno di questo mistero. Convincere altri non dipende da loro. Per contro ciò che dipende da loro è di realizzare effettivamente, nella comunione dei credenti, ciò che pretendono sperimentare, altrimenti detto di progredire nella santità. Essi non esigono certo dai non credenti di vivere alla loro maniera, ma domandano a questi almeno di non proibire loro il cercare di praticare quest’arte di vivere – certo paradossale, ne convengono.

Poiché la questione si pone molto semplicemente: come si vive meglio, possedendo e conservando ad ogni costo, o donando ed abbandonandosi al dono? «Beati coloro che, in spirito, diventano poveri, perché fin d’ora è loro il regno dei cieli», adesso (Matteo 5,1). Alla fine della storia, ma non prima, si faranno i conti. Nell’attesa, che fare dei cristiani in generale e dei cattolici francesi in particolare? Essi possono chiedere qualcosa e proporne un’altra. Essi possono domandare (e ne hanno il diritto in quanto cittadini come gli altri) che li si lasci in pace, poiché non turbano l’ordine pubblico. Detto in altri termini: Francesi, fate ancora un piccolo sforzo per essere tolleranti! Essi possono fare una proposta: che si consideri serenamente ciò che possono portare, ciò che nei fatti non cessano di portare alla comunità nazionale nel suo insieme.

E in tutti gli ambiti: la solidarietà, l’educazione, il civismo, il senso di responsabilità, la fedeltà agli impegni pubblici e privati ecc. (la lista è ancora in via di definizione). Niente di straordinario, si dirà, e tutti dovrebbero contribuirvi. Certo, ma tutta la difficoltà si situa tra l’indicativo e il condizionale: tutti dovrebbero farlo, ma non tutti lo fanno. Nella decadenza continua in cui ci ritroviamo e dove non cessiamo di scivolare (il perché, lo si vedrà, infatti si tratta qui di decadenza e non di crisi)1, niente va più da sé, tutto diviene problematico. È adesso che bisogna cambiare stile per non lasciare dissolvere la comunità nazionale. È adesso che bisogna fare appello a tutte le risorse e a tutte le forze; anche a quelle cattoliche. Le pagine che seguono non trattano di altro, non ci sono altre rivendicazioni.

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Quei valori religiosi espulsi e dimenticati alla base dell’universo democratico laico 

Si intitola Breve apologia per un momento cattolico il saggio del filosofo francese Jean-Luc Marion, da domani in libreria (Morcelliana, pagine 154, euro 13,00) a cura e con la traduzione di Salvatore Abbruzzese. Marion (emerito all’Università della Sorbona di Parigi, insegna all’università di Chicago) analizza le opportunità che l’esperienza e le virtù cristiane possono offrire a una società secolare e a una laicità scosse nelle loro fondamenta. Il testo è una riflessione per recuperare, valorizzandoli, i princìpi religiosi alla base dello stesso universo democratico laico.

 

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