Alle radici di uguaglianza, libertà, giustizia e pace FESTA DELLA DONNA FESTA DELLA VITA Avv 7.3.19

Alle radici di uguaglianza, libertà, giustizia e pace

FESTA DELLA DONNA FESTA DELLA VITA

Caro direttore, nella storia, salvo rare e antiche eccezioni, la donna ha sempre avuto nella società un ruolo secondario e subordinato all’uomo. Lo slancio delle donne per raggiungere giustamente l’uguaglianza non si è fermato a quel traguardo, ma è andato oltre. L’uomo non può avere la gravidanza e allora rumorosi gruppi femministi hanno preteso e pretendono di liberare le donne anche dalla gravidanza, fino al punto di affermare il ‘diritto’ di distruggere il figlio che cresce nel seno materno. Questa è una uguaglianza manifestamente grossolana. E un tale concetto di libertà contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo le cui parole iniziali dicono che il fondamento della libertà consiste nel laico riconoscimento della dignità inerente a ogni membro della famiglia umana. Questo, certo, significa che la libertà fa parte del contenuto della dignità umana, ma il fatto che essa sia affermata per tutti gli esseri umani implica che la dignità di tutti è posta a fondamento della libertà individuale. Ciò significa che nel momento in cui ciascuno prende una decisione deve tenere conto della dignità altrui, altrimenti la sua non è libertà, ma sopraffazione.

Probabilmente la secolare secondarietà delle donne rispetto agli uomini è dovuta alla maggior forza fisica di questi ultimi. Però, la forza che custodisce la società non è soltanto quella fisica; è soprattutto quella morale, culturale e spirituale. E qui viene in gioco il legame speciale tra la donna e la vita umana. C’è un fatto permanente e incontestabile, di ordine statistico, che prova l’esistenza di questo legame: le donne che non vogliono la gravidanza e che abortiscono sono una ristretta minoranza rispetto a quelle che partoriscono e che comunque desiderano generare figli. E ci sono altri elementi che dimostrano la straordinaria alleanza tra la donna e la vita umana. La gravidanza comporta sempre una grande trasformazione del corpo femminile, qualche rischio sanitario, il cambiamento di abitudini e programmi, il superamento dei notevoli dolori fisici del parto. Quanti gli uomini sono pronti ad affrontare difficoltà simili per raggiungere uno scopo anche molto importante? Questo significa che partorire un figlio è un ideale altissimo tipico delle donne.

Vi è poi ‘dualità nell’unità’: il figlio comincia a esistere e si sviluppa per molti mesi dentro il corpo materno. Un abbraccio di una intensità irripetibile quanto a intimità e durata e che riporta alla relazione di cura dell’altro: si potrebbe dire che il ‘genio femminile’, ovvero una speciale vocazione alla relazione, trova la sorgente in quel modello primordiale di rapporto con l’altro che si stabilisce con la naturale ospitalità del figlio sotto il cuore della mamma. Si può pensare che l’amore è il timbro impresso sull’inizio della vita umana.

Infine: senza le donne la società non potrebbe sussistere. E la prospettiva di un mondo migliore sperato per i figli è affidata ai genitori ma soprattutto alle madri. Il cammino di libertà della donna non si conclude, dunque, sul pur cruciale traguardo dell’uguaglianza, ma su quello che fa intravedere un quid pluris della donna a servizio di tutta l’umanità. Nel Movimento per la vita più volta abbiamo simbolicamente utilizzato l’immagine del dipinto ‘Quarto potere’ (o ‘Quarto Stato’) di Giuseppe Pellizza da Volpedo che mostra una folla di operai, contadini, poveri, in marcia verso il futuro. Sono tutti uomini, ma alla testa c’è una donna che non è sola perché tiene in braccio un figlio piccolissimo. L’immagine definisce bene il servizio che la donna può rendere all’umanità di oggi in cammino verso il nuovo umanesimo: il riconoscimento del figlio come figlio fin dal concepimento, come uno di noi. Una verità semplice fondata sulla scienza e sulla ragione.

Il risveglio di una presenza femminile che aiuta rivolgere e non a distogliere, sino alla cancellazione – lo sguardo verso il figlio può aiutare a cogliere la ragione vera e profonda della natalità. Il riconoscimento del più piccolo e povero tra gli esseri umani titolare di una dignità ugualmente grande rispetto a qualsiasi altro essere umano restituirebbe verità ai diritti dell’uomo e della donna, oggi deteriorati da un soggettivismo che li rende incerti. Il riconoscimento accompagnato dall’accoglienza e dall’amore illuminerebbe anche i rapporti con qualsiasi altro vivente umano e con il creato. Si capisce allora perché Madre Teresa di Calcutta, oggi santa, abbia detto e ripetuto che l’aborto mette in pericolo la pace nel mondo.

MARINA CASINI BANDINI

Presidente del Movimento per la Vita italiano

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Verso l’8 marzo 

L’INTERVISTAPer la segretaria generale del sindacato di via Po, «chi parla di riaprire le case chiuse fa finta di non vedere che in Italia ci sono 100mila vittime del racket e della tratta» Tre giovani partecipanti alla manifestazione ‘Just The Woman I Am’, svoltasi a Torino domenica scorsa / LaPresse

«Parità, strada ancora in salita»

Furlan (Cisl): donne sempre fortemente discriminate, una mamma su 3 lascia il posto dopo il primo figlio Stipendi e pensioni più basse, il lavoro è il primo diritto di cittadinanza e di emancipazione da conquistare

FRANCESCO RICCARDI

«Ci sono stati certo tanti progressi, ma la strada per una vera parità è lunga, le donne sono tuttora vittime di troppe violenze, ricatti e sottili discriminazioni, di fatto non sono ancora pienamente libere. Bisogna fare molto di più: sul piano culturale e su quello dell’affermazione dei diritti ». Annamaria Furlan è al vertice di un’organizzazione da 4,2 milioni di iscritti, è la prima segretaria generale donna della Cisl, ma è anche mamma e nonna e conosce bene le difficoltà che l’universo femminile incontra, in particolare nella conciliazione tra vita familiare e professionale. Ed è impegnata anche contro tutte le forme di sfruttamento, compresa la prostituzione, che «non potrà mai essere per noi un ‘lavoro’, perché viola la dignità delle persone».

Segretaria Furlan, vede progressi nella condizione delle donne in Italia o prevalgono i ritardi?

Nonostante tante battaglie civili e sindacali, purtroppo, la donna è ancora un soggetto fortemente discriminato, sfruttato a volte in maniera inaccettabile. Le donne hanno pagato anche il prezzo più alto della crisi economica. Ecco perché il lavoro resta il primo diritto di cittadinanza e di emancipazione che bisogna conquistare. In Italia solo il 49 per cento delle donne ha un lavoro. Molte di loro sono precarie, o costrette ad emigrare. E ci sono ancora troppe donne, in particolare straniere, gravemente sfruttate, ridotte in schiavitù. Fenomeni come quello del caporalato contro cui l’impegno del sindacato è massimo. Per non parlare poi della vera e propria violenza che spesso si annida anche tra le mura domestiche e nei luoghi di lavoro.

A che punto siamo con le pari opportunità di accesso al lavoro, di retribuzione e di carriera?

C’è ancora tanto per raggiungere una vera parità. Le donne guadagnano in Italia quasi il 30% in meno rispetto agli uomini. Nel settore finanziario si arriva a punte più alte. Uno dei motivi è che le donne hanno più difficoltà a conciliare impegni di lavoro e familiari. Di conseguenza, sono soprattutto loro a scegliere occupazioni a tempo parziale e a interrompere continuamente la propria carriera, per dedicarsi alla cura dei familiari, con conseguenze dirette sui salari e soprattutto sulle future pensioni, inferiori del 30% rispetto a quelle degli uomini. Per questo abbiamo chiesto che fosse riconosciuto alle donne un anno di contributi in più per ogni figlio.

Ogni anno in Italia almeno 20mila donne si licenziano dopo aver avuto un figlio perché non riescono a conciliare vita familiare e lavorativa. È un fallimento del nostro sistema…

La maternità viene vista ancora come un ostacolo all’ingresso e alla progressione dell’impegno professionale. Non è un caso se in fatto di natalità il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa. Si- curamente pesa anche il dramma della disoccupazione, soprattutto nel Mezzogiorno, e dell’enorme precarietà del lavoro. Una donna su tre lascia il lavoro in Italia dopo la nascita del primo figlio. In molti casi la rinuncia alla maternità va collegata direttamente anche all’inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità. In Italia solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici.

Ma il sindacato come sta cercando di promuovere un migliore bilanciamento tra impegni professionali e familiari nelle aziende? C’è nella contrattazione un’attenzione particolare?

Noi facciamo tanto come sindacato con la contrattazione di genere e in tanti accordi nazionali, aziendali e nei territori, stiamo ponendo le condizioni per una valorizzazione e una specificità del lavoro femminile. Ci sono centinaia di accordi di secondo livello molto innovativi che riguardano la conciliazione vita/ lavoro e studio, la formazione, un orario più flessibile, il benessere organizzativo, gli asili nido, l’assistenza sanitaria integrativa, il welfare aziendale. Anche lo

smart workingè uno degli strumenti che sta cominciando a funzionare bene. Creare una società aperta, inclusiva e giusta nei confronti delle donne è la condizione fondamentale non solo per dare risposte alle loro problematiche e aspettative ma per contribuire a raggiungere obiettivi di coesione sociale e crescita per il nostro Paese.

Pensate di proporre misure fiscali che possano agevolare il lavoro femminile e insieme la conciliazione?

È un tema che vogliamo discutere con le imprese e con il Governo. E speriamo che anche l’8 marzo possa diventare il viatico per aprire finalmente un confronto su nuove misure fiscali e contributive, per far costare meno l’occupazione stabile, soprattutto delle donne e dei giovani, per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia. Ma bisogna cambiare decisamente la politica economica di questo esecutivo per creare nuovi posti di lavoro. Lo Stato deve investire molto di più in innovazione,ricerca, formazione. E bisogna sbloccare non solo i cantieri delle grandi opere, ma anche le assunzioni nel pubblico impiego, nelle università, nella sanità dove mancano medici e infermieri.

Nel 2017 avete promosso una raccolta di firme per arrivare a una legge contro la prostituzione. In Parlamento, invece, la Lega ha presentato un disegno di legge per riaprire le case chiuse e legalizzare nuovi bordelli. Vi opporrete?

Chi parla di riaprire le case chiuse fa finta di non vedere che in Italia ci sono centomila donne vittime del racket e della ‘tratta’, costrette a vendere il loro corpo. La libertà sessuale di andare con le prostitute è una presunta ‘libertà’ esercitata nei confronti di chi non è realmente una donna libera, non ha scelta. Viene violata la dignità della persona. Ecco perché non solo continuiamo a sostenere la campagna della Comunità Papa Giovanni XXIII , ma fanno bene quei Comuni che hanno deciso di multare i clienti delle prostitute per aiutare tante ragazze a denunciare i propri aguzzini. Dovrebbe essere un esempio da seguire. In tanti Paesi del Nord Europa dove è stata introdotta una legge che punisce il cliente, il numero di prostitute è diminuito in maniera sensibile. Bisognerebbe, fin dai primi anni dell’infanzia, spiegare che il rispetto reciproco tra uomini e donne è il fondamento di una comunità. Questo è uno dei compiti che la scuola italiana deve assumere come una priorità, coinvolgendo in questa azione ‘pedagogica’ le espressioni migliori della società.

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Tutti i numeri della disparità sul lavoro

49% La percentuale delle donne lavoratrici in Italia nella classe d’età 15-64 anni. Ben al di sotto della media europea (60,4%)

-30 % La differenza del guadagno medio di una donna laureata rispetto a un suo coetaneo (1.350 euro contro 1.750)

20mila Le donne che ogni anno si licenziano in Italia dopo aver avuto un figlio. Una donna su tre lascia il lavoro dopo il 1° figlio

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