Contro il disagio aiutiamo i giovani a guardarsi dentro. Il ruolo degli amici  AVV 2.3.19

Lʼosservatorio

Contro il disagio aiutiamo i giovani a guardarsi dentro Il ruolo degli amici 

VITO

MAGNO

 

Non passa giorno che la cronaca non riferisca, spesso in prima pagina, di persone che si tolgono la vita per motivi assolutamente sproporzionati al gesto che compiono e per giunta nei modi più assurdi. Molto grave la situazione che coinvolge i teenager, secondo quanto riscontrato dall’Osservatorio nazionale adolescenza. I tentativi di suicidio da parte dei ragazzi di età compresa tra i 14 ed i 19 anni sono aumentati negli ultimi cinque anni, passando da 3,3% al 5,9%, mentre i giovani, che hanno pensato almeno una volta di farla finita, sono il 24%. In molti casi la morte non è cercata direttamente, ma non è esclusa, complici le folli corse in automobile, le assurde sfide corporali, l’assunzione di sostanze stupefacenti.

Ovviamente le cifre non dicono tutto, ma qualcosa la dicono. Se si guarda ai circa 500 suicidi di giovani ogni anno, ci si accorge come essi siano pochi nelle aree dove la famiglia è maggiormente solida e dove sono una minoranza coloro che si possono permettere tutto. In generale alla radice della tragica scelta del suicidio, e della tossicodipendenza, c’è un vuoto interiore, una mancanza di ideali, soprattutto c’è una domanda di significato che la società è incapace di soddisfare.

Le cronache, però, riferiscono anche casi felicemente risolti, come quello della diciottenne milanese, che al Corriere della sera ha raccontato di essersi fatta il primo buco di eroina a 15 anni, ma che poi ha avuto la forza di abbandonare il mondo della tossicodipendenza grazie alla fiducia accordatagli da un “operatore di strada”. «Tu dentro sei diversa. Cosa c’entri tu con il mondo della droga?» è la frase che l’ha portata alla svolta. Su questa stessa linea il caso di uno studente liceale di Bassano del Grappa, che sulla facciata della scuola ha scritto «Non c’è nessun posto per me», minacciando propositi suicidi. La risposta di amici e di gente qualsiasi non si è fatta attendere: «non mollare», «non ti lasceremo solo». La partecipazione corale ha scongiurato il peggio, ma non è stata capace di occultare un problema alla cui soluzione non basta il supporto psicologico esterno, in quanto tocca l’individuo in ciò che ha di più segreto e di più intimo. Lo rileva Daniele Silvestri nella sua canzone sanremese “Argento vivo”, raccontando il disagio giovanile attraverso le parole di un sedicenne che attribuisce il suo innaturale comportamento agli errori della famiglia, della scuola e del mondo che gli gira intorno: «Avete preso un bambino che non stava mai fermo e l’avete messo da solo davanti ad uno schermo e adesso vi domandate se sia normale se l’unico mondo che apprezza è il mondo virtuale!».

Ma, come ogni malattia, anche quella dell’anima porta con sé gli anticorpi.

Gli psicologi sono d’accordo che il primo passaggio da attuare per prevenire gesti inconsulti è trasformare il disagio in un momento di crescita interiore, provocando la stima di sé. «Il nostro compito è quello di aiutare i giovani a guardarsi dentro» scrive don Gino Rigoldi nel libro “Il male minore”. Dal carcere Beccaria di Milano, dove è cappellano, egli ha visto passare migliaia di ragazzi che si sono salvati, e tanti che si sono dannati, ma che sempre in lui hanno incontrato un adulto capace di ascoltarli e di dare peso alle loro parole. Per lui i ragazzi non sono mai perduti e l’accoglienza nei loro confronti è un dovere.

Convinzione questa che il Sinodo dei giovani ha fatto propria, ma che stenta a tradursi nella realtà dalle famiglie, degli ambienti educativi e dalle istituzioni. In Germania, dove si registrano circa diecimila suicidi all’anno, c’è la volontà di compiere questo passo. La Chiesa cattolica e quella evangelica dedicheranno, dal 4 all’11 maggio, la venticinquesima edizione della Settimana ecumenica della vita alla prevenzione e ai servizi rivolti a quanti avvertono dentro di sé il vuoto che deprime l’esistenza.

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