Cattolici, lo scatto necessario Perché l’esperienza cristiana non si riduca a un fatto «privato» AVV 23.2.19

Cattolici, lo scatto necessario

Perché l’esperienza cristiana non si riduca a un fatto «privato»

SUBITO UN COORDINAMENTO NON «PESANTE» MA STABILE

Gentile direttore, negli ultimi mesi è andato crescendo il dibattito attorno alla questione di una nuova stagione di impegno sociale e politico dei cattolici. Articoli, prese di posizione, interviste e anche alcune importanti iniziative si sono susseguite quasi senza soluzione di continuità – e, probabilmente, proseguiranno ancora – complice tra l’altro l’anniversario dell’Appello ai ‘Liberi e forti’ di don Luigi Sturzo del 1919. È un fatto certamente positivo ed è un modo di accogliere l’invito di papa Francesco a un confronto aperto, leale e costruttivo nella comunità cristiana, pur sempre rispettoso e in spirito di carità fraterna.

Mi sembra che, in estrema sintesi, le varie posizioni finora espresse abbiano in comune un dato: la necessità, anzi l’urgenza, che l’esperienza cristiana non si riduca a un fatto ‘privato’, solamente interiore/ spirituale, se non ritualistico, ma si riverberi di più anche nella sfera pubblica e nelle scelte a essa attinenti, pur mantenendo ferma – come deve essere – la distinzione tra ambito ecclesiale e ambito politico. Alcuni peraltro mettono in guardia – a mio parere, giustamente – da visioni troppo negative (la famosa ‘assenza’ o ‘ininfluenza’ dei cattolici in po-litica), ricordando non solo le tante belle ed efficaci esperienze di carattere sociale, ma anche quei cattolici comunque presenti con ruoli politici a livello nazionale – a partire dal presidente della Repubblica Mattarella – e nelle amministrazioni regionali e locali.

Per quanto riguarda il ‘che fare’ si possono riscontrare, in sintesi, due tipi di proposte (o meglio tre, ma la terza è una variabile): la prima – che sembra avere per ora maggior seguito – punta alla creazione di forme e luoghi stabili di coordinamento ed elaborazione che vedano impegnati in primo luogo soggetti collettivi (da associazioni ecclesiali o di volontariato, a sindacati, realtà sociali, ecc.); la seconda – in verità non nuova – sollecita direttamente la formazione di un nuovo partito di ispirazione cristiana. L’ulteriore proposta sposa la prima indicazione nel breve periodo, non escludendo che in futuro dal piano ‘prepolitico’ si possa passare a quello direttamente partitico.

A mio modo di vedere, nel propugnare l’idea – rispettabilissima – di un nuovo partito di ispirazione cristiana non si tiene abbastanza conto, oltre che del rischio di aumentare il già alto livello di frammentazione, di alcuni elementi fattuali: la politica richiede scelte su molti temi che non sono strettamente di carattere ‘etico’ (e su questi il pluralismo delle opinioni è ampio, anche tra i credenti); si presuppone di intercettare un apprezzabile grado di consenso, il che oggi è tutt’altro che scontato; e poi c’è il problema delle alleanze: salvo non ci si illuda di risultare maggioritari, se prima o poi si vuole governare ci si dovrà coalizzare con chi è più vicino o meno lontano e quindi torna a essere inevitabile la mediazione fra le proprie e le altrui posizioni. A meno che non si abbia come scopo la sola testimonianza, dando vita a un raggruppamento che si caratterizza per alcune specifiche istanze, senza assumersi responsabilità dirette. Ma certo tale prospettiva ha molti limiti e richiede una quota di elettori particolarmente ‘fedeli’ e che accettino di buon grado di non essere rappresentati nei vari livelli di governo (nazionale o locale).

Ritengo invece, come altri, che sia da coltivare una forma di coordinamento stabile – o Fondazione o Forum – seppure non troppo ‘pesante’, che veda in primo luogo protagoniste le realtà associate, ma anche singoli gruppi e cittadini. Come rete di associazioni cattolico- democratiche siamo abituati a lavorare assieme tra diverse esperienze e dunque penso che una prospettiva di questo tipo sia interessante anche per noi. Una realtà che sia in grado di offrire percorsi di elaborazione, formazione, approfondimento e che – mi preme sottolinearlo – non si limiti al solo piano nazionale e dei ‘quadri’, ma si articoli anche a livello territoriale, coinvolgendo un ampio numero di persone – associate e no – nelle realtà locali, a partire dai giovani. Ripartendo quindi dalla promozione di una cultura politica ‘di base’ (non dimentichiamo lo Sturzo pro-sindaco di Caltagirone, La Pira sindaco di Firenze, Dossetti candidato a sindaco di Bologna…) dalla quale quale possano svilupparsi idee, progetti, energie e anche sorgere ‘vocazioni’ all’impegno diretto, a tutti i livelli.

Riguardo alla proposta di un Sinodo ‘per l’Italia’, sono personalmente favorevole: sarebbe importante che vedesse anche un ampio coinvolgimento dei laici – uomini e donne – dei giovani, degli ordini religiosi e che in qualche modo valorizzasse ciò che già è stato seminato, come ad esempio le ultime Settimane sociali culminate a Cagliari alla fine di ottobre del 2017 e le tante iniziative che il ‘mondo cattolico’ – nonostante tutto – riesce ad esprimere.

Coordinatore rete C3Dem Costituzione, Concilio, Cittadinanza

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 Fare politica come cristiani in una realtà provocante

QUESTO È IL MOMENTO DI «PENSARE COSE NUOVE»

Caro direttore, le elezioni europee si stanno avvicinando e già si avvertono

Csegnali che annunciano la formazione di nuove aggregazioni politiche, nella consapevolezza che molti spazi conquistati cinque anni fa andranno perduti e che nuovi spazi dovranno essere (faticosamente) conquistati. Si segnalano, in particolare, diverse iniziative provenienti dall’associazionismo cattolico, tutte generose, alcune purtroppo – almeno a parere di chi scrive – ingenue.

La questione centrale, naturalmente, è quella dei programmi da proporre all’elettorato. Sul piano delle iniziative sociali, ecologiche e finanziarie esiste un’ampia convergenza tra i cattolici, anche per i ripetuti e lucidi segnali che papa Francesco sta inviando da tempo attraverso il suo magistero. Ma è evidente che si tratta di temi che da tempo sono entrati stabilmente nei programmi di altri movimenti e di altri partiti e che quindi non possono costituire di per sé la specificità di iniziative politiche cattoliche: queste sono indubbiamente chiamate a dare il loro contributo se non alla soluzione, almeno alla gestione dei nuovi problemi intricatissimi del nostro tempo (si pensi soltanto alle dinamiche migratorie), ma certamente non possono farlo da sole: devono assolutamente ricorrere a efficaci convergenze sociali e ideali. Ciò che davvero costituisce, oggi, la specificità cattolica sono invece le grandi questioni di etica pubblica: la famiglia, l’aborto, la procreazione, l’eutanasia; questioni ampiamente rimosse o comunque marginalizzate dalla cultura secolarizzata oggi dominante.

E qui si pone un problema veramente gigantesco. Nella scorsa legislatura (e anche in quelle precedenti) i cattolici hanno ingaggiato dure e nobili battaglie su queste tematiche, con esiti (tranne rari casi) negativi. Mettiamo provvisoriamente da parte la questione dell’aborto, piaga antica difficile da sanare. Sulla famiglia non solo è stato introdotto in Italia il riconoscimento delle unioni civili, in forma tale da renderle per troppi versi indiscernibili da quelle coniugali, ma sta dilagando l’accettazione, sia pure in modo indiretto, cioè per via giurisprudenziale, dell’omogenitorialità. In tema di procreazione, la fecondazione eterologa è stata non solo legalizzata dalla Corte Costituzionale, ma è ampiamente (anche se non unanimemente) accettata dall’opinione pubblica. Il contrasto alla pratica della maternità surrogata sta diventando flebile. Sulle tematiche di fine vita è stata approvata una legge che, personalmente, ritengo l’unica possibile nel contesto politico italiano attuale; ma le richieste di introdurre esplicitamente l’eutanasia nel nostro ordinamento (almeno nelle forme del suicidio assistito) si moltiplicano. Ebbene, a fronte di tutte queste pressioni, la voce dei cattolici è debole: non nei toni, che possono anche essere altissimi, ma nella forza argomentativa. Su tutte le tematiche che ho sommariamente elencato, molti cattolici impegnati in politica continuano a ripetere formule dottrinalmente corrette, ma che appaiono vecchie e stereotipate: formule che – ahimè! – hanno perso forza mediatica. Di questo dobbiamo prendere coscienza, prima che istanze fondamentali vengano confinate in una piccola nicchia, rispettata sì dalla cultura laicista dominante, ma solo perché priva di rilevanza pubblica.

Che fare allora?Dobbiamo pensare cose nuove.Bisogna abbandonare paradigmi nobili, ma consunti e pensare cose nuove, a partire dalle nuove provocazioni del sociale. Alcuni esempi. L’appello ai diritti umani fondamentali e ai valori della ‘persona’ ha ancora una sua presa, ma la lettura prevalente che oggi si dà dei diritti e della ‘persona’ ha ormai un carattere individualistico e libertario, incompatibile con la visione solidaristica del Vangelo: contro questa lettura dobbiamo impegnarci tutti. Si diffondono a macchia d’olio rivendicazioni eutanasiche: ma la nostra lotta contro l’eutanasia deve prendere atto che questo concetto si è frantumato e che non può più essere affrontato in modo univoco; dobbiamo misurarci con la dura realtà che ci pone di fronte a una molteplicità di diverse pratiche eutanasiche, che richiedono, per essere combattute, strategie del tutto nuove, molte delle quali ancora da elaborare. Ancora: la crisi della famiglia tradizionale ci impone di ristrutturare con nuova sapienza giuridica le forme alternative di convivenze e di genitorialità, che negli ultimi decenni si sono consolidate sotto i nostri occhi, a partire dalle cosiddette famiglie ‘arcobaleno’ per giungere alle famiglie omosessuali e omogenitoriali. E perfino la tragica questione dell’aborto (piaga aperta e sanguinante) non può più essere affrontata come un tempo, almeno da quando le nuove pillole abortive, facilmente distribuibili attraverso le farmacie, l’hanno di fatto largamente ‘privatizzata’ e sottratta sempre più a ogni concreto controllo pubblico.

Dobbiamo pensare cose nuove,perché la realtà nella quale siamo immersi si rivela tragicamente ‘nuova’. Dobbiamo elaborare nuovi paradigmi, ricorrendo alle energie delle tante diverse associazioni (movimenti, università, scuole, organizzazioni professionali, ecc.) che continuano a lavorare meritevolmente, ma spesso anche infruttuosamente, perché si rivelano incapaci di attivare efficaci reti di collegamento reciproco. Dobbiamo soprattutto avere il coraggio di rinunciare ai vecchi ‘no’, che si sono rivelati assolutamente sterili, per sostituirli con nuove forme di ‘no’, da ripensare con intelligenza e che appaiano inedite, lucide e soprattutto umanissime, secondo le indicazioni che quotidianamente ci provengono da papa Francesco. Altrimenti, accanto al declino della politica, che sta sotto gli occhi di tutti, saremo costretti a prendere atto del meritato declino della tradizione politica cattolica italiana.

Ordinario di Filosofia del diritto Università di Roma Tor Vergata

© RIPRODUZIONE RISERVATA

FRANCESCO D’AGOSTINO

 

Per ricucire, tessere relazioni, animare le comunità servono tempo e pazienza

SI DEVE RIPARTIRE DALLE «RETI» CON RESPONSABILITÀ CHIARE

Caro direttore, sto seguendo il dibattito sull’impegno dei cattolici in politica. Non nascondo qualche disagio. In questi anni di attività pubblica posso dire, senza presunzione, che ne ho viste tante. E spesso vissute anche in prima persona. L’Agesci, il Forum del Terzo settore, la nascita agli inizi del 2000 delle tre ‘reti’ (Retinopera, Forum famiglie e Scienza& Vita) consacrate nel Convegno ecclesiale di Verona, la stagione delle nuove Settimane sociali (ho partecipato a tutte dalla loro ripresa, due da segretario). Poi Todi 1 e Todi 2. Quindi la ‘scommessa’ di Scelta civica. Ancor prima quella delle scuole di formazione alla politica. E oggi l’impegno in Parlamento.

Nessuno me ne voglia, ma il dibattito che meritoriamente ‘Avvenire’ sta accompagnando lo trovo ancora acerbo (certo non per colpa del giornale), poco attento alle vicende precedenti che a vario titolo hanno coinvolto i cattolici, poco attento a comprendere il tempo che viviamo. Si ripropongono temi e proposte francamente un po’ generiche, poco concrete e talvolta per nulla realizzabili. Si riapre un dibattito fuori tempo massimo sulla nascita di una formazione politica di ispirazione cristiana. Si parla dell’urgente ritorno dei cattolici in politica, appello a mio parere tanto generico quanto inutile, che dimentica i tanti i cattolici impegnati in politica, soprattutto nelle amministrazioni locali. Basterebbe ripartire da qui.

Mi si dirà: e allora cosa proponi? Va tutto bene? No di certo. Dobbiamo aprire un’altra stagione, che accolga le sfide che abbiamo davanti a noi, un tempo intriso di contraddizioni, sospeso tra paure e speranze, tra desiderio di una casa più sicura e la chiamata all’apertura, all’incontro, a mettersi in strada. Per questo mi permetto di proporre alcuni punti.

La prima sfida è anzitutto educativa e formativa; mi domando, l’educazione alla cittadinanza è oggi un asse prioritario nei progetti educativi proposti da associazioni e movimenti? Offriamo strumenti adeguati per leggere il tempo e percorrerlo con speranza? A che punto siamo sulla conoscenza della Dottrina sociale? Penso ovviamente non solo alla convegnistica, ma a una concreta pratica laboratoriale, perché la sfida terribilmente attuale, e per certi versi drammatica, è ‘incrociare’ quei princìpi con la vita concreta, con le risorse che si hanno a disposizione, praticando con sapienza e competenza il principio di realtà a noi tutti caro.

Partiamo, poi, con il valorizzare coloro che stanno nelle istituzioni, nelle pubbliche amministrazioni, nelle organizzazioni civili, così da far comprendere alle nuove generazioni che agire per il bene comune alla luce dei princìpi evangelici non è una passeggiata. L’impegno pubblico talvolta – forse spesso – riserva fatiche, sofferenze, incertezze, solitudine e poco sostegno. Nelle nostre città proviamo a ‘misurare’ i princìpi della dottrina sociale con la concreta gestione dei servizi di welfare, con la stesura di un bilancio comunale, con i servizi alle imprese… E rammentiamo a noi tutti che il servizio alla carità politica ha bisogno di una solida spiritualità senza la quale si perde facilmente la prospettiva di un impegno che è, al tempo stesso, faticoso ed entusiasmante. Dobbiamo servire la politica, non servirci della politica, come ricordava don Sturzo.

È bene rammentare che i princìpi della dottrina sociale possono proporre soluzioni diverse. Il principio di sussidiarietà ne è un esempio. Può essere spinto all’eccesso, al ‘fai da te’ in nome di una libertà indiscutibile, o prevedere una circolarità che vede coinvolti tutti i soggetti di un territorio a partire dalla pubblica amministrazioni. Negli anni anni 90 sono risuonati slogan come meno-Statopiù- mercato, o meno-Stato-piùimprese, slogan che oggi mostrano la loro inadeguatezza. L’equilibrio, la giusta misura da cercare sono un compito che attende ogni credente, ogni persona che scelga il servizio alla politica. Vanno mostrate le diverse esperienze del cattolicesimo politico per rendere consapevoli i nostri giovani dello sforzo di discernimento compiuto dalle precedenti generazioni. Don Sturzo rappresenta il pensiero di un cattolicesimo liberale per nulla vincente nel Paese, con tratti peculiari che non troviamo in Dossetti o La Pira. Don Sturzo subì l’esilio e al suo ritorno dagli Stati Uniti fu di fatto emarginato dalla Democrazia Cristiana tanto che da senatore si iscrisse al gruppo misto. È bene ricordarlo. Non per contrapporre, ma per mostrare la bellezza, la complessità di una cultura politica che si è lasciata sfidare dal tempo, per un Paese più libero nel quale trovare una sintesi tra presenza di uno Stato popolare non accentratore e una società civile fatta di comunità locali libere di organizzarsi al meglio. E infine. C’è stata e c’è Retinopera senza grandi esiti, si inventò un Forum che trovò spazio nella stagione di Todi, vedo che si parla di nuovo di Reti e di Forum. Bene, ci si provi, ma si diano responsabilità a coloro che le reti sanno costruirle, non basta un documento (quanti ne ho firmati in questi anni…). Si tratta di mettere a sistema e in relazione esperienze innovative e generative sul fronte sociale e economico, formativo e culturale, su quello europeo e internazionale. Esperienze che annunciano un punto di vista e una prospettiva di speranza, che fanno maturare competenze e strumenti, e soprattutto nuove vocazioni. Fare rete è uno slogan buono per tutte le stagioni: ma ricucire, tessere relazioni, animare le comunità richiede tanta pazienza, tanta dedizione e tempi adeguati. Solo così il resto verrà da sé. Abbiamo bisogno di una nuova infrastrutturazione civile del Paese, un compito arduo ed entusiasmante, le risorse e le energie sono assai diffuse, e sono tante. Proviamoci portando nel cuore i princìpi iscritti nella nostra Carta costituzionale, che oggi anche a me pare minacciata e troppo strattonata.

Senatore della Repubblica, Pd

© RIPRODUZIONE RISERVATA

EDO PATRIARCA

 

Start a Conversation