Suicidio di Stato?  Parte la campagna a favore dell’eutanasia AVV 21.2.19

IL FATTO Si riaccende il dibattito dopo il caso Cappato e Dj Fabo. Le proposte di legge già presentate

Suicidio di Stato? 

Parte la campagna a favore dell’eutanasia dopo l’ordinanza della Consulta Fico: il Parlamento ha l’opportunità di legiferare. Binetti: un abuso di potere

«Il Parlamento ha di fronte a sé una grande opportunità, un’occasione preziosa di affrontare nuovamente il tema dell’eutanasia, valutando le possibili soluzioni con attenzione e sensibilità». È stato chiaro il presidente della Camera Roberto Fico aprendo ieri a Montecitorio il convegno organizzato dalla Consulta di Bioetica – la onlus che lanciò il caso Englaro –, a 10 anni dalla morte di Eluana, per promuovere i disegni di legge che aprono a forme di «morte a richiesta». Sullo sfondo, la richiesta della Corte Costituzionale perché il Parlamento trovi entro settembre soluzioni legislative per casi estremi come quello di Dj Fabo. Paola Binetti (Udc): prospettiva sbagliata, il paziente non va mai abbandonato.

 

Legge sull’eutanasia, ora si fa sul serio 

Parte la campagna politica e di opinione a sostegno del provvedimento chiesto dai radicali. Fico: il Parlamento ha una grande opportunità

IGOR TRABONI

«Il Parlamento ha di fronte a sé una grande opportunità, un’occasione preziosa di affrontare nuovamente il tema dell’eutanasia, valutando le possibili soluzioni con attenzione e sensibilità. Ritengo che questa sollecitazione non possa essere in alcun modo lasciata senza adeguata, compiuta e tempestiva risposta dalle Camere. Confido che il recente avvio dell’esame della proposta di legge di iniziativa popolare relativa al rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia, possa costituire l’occasione per un intervento organico su questi temi, nel solco tracciato dalla Corte costituzionale ». Così il presidente della Camera Roberto Fico si è espresso ieri aprendo il convegno a Montecitorio su «Eluana 10 anni dopo» promosso dalla Consulta di Bioetica (da non confondere col Comitato nazionale per la Bioetica) e dall’associazione Politeia. Fico non si è poi lasciata sfuggire l’occasione per dare un indirizzo più marcatamente politico: «Abbiamo il compito di intervenire per restituire dignità e centralità al Parlamento su questioni delicate, su cui sono indispensabili approfondimento e confronto. E abbiamo il dovere di fornire risposte vere e alte alle persone che hanno attraversato momenti difficili come Beppino Englaro. E a quelle che li attraverseranno. Abbiamo una grande responsabilità e ce la dobbiamo prendere tutta». Parole criticate dalla senatrice Paola Binetti, che ha definito senza mezzi termini le dichiarazioni di Fico «un abuso di potere, il presidente della Camera pretende di interpretare in anticipo le direttive della Corte Costituzionale e la decisione del Parlamento». Nella tavola rotonda con altri politici, moderata da Giovanna Reanda di Radio Radicale, ha aggiunto di essere «totalmente a favore del paziente, accompagnandone il desiderio di vita per renderla degna di essere vissuta». La senatrice Udc ha quindi auspicato una revisione di alcuni punti della legge 219 (sulle Dat), in particolare riguardo la sospensione dell’idratazione e della nutrizione in qualsiasi momento.

Critiche a Fico sono state espresse anche da Massimo Polledri, ex parlamentare e responsabile Famiglia della Lega in Emilia, che ha ribadito la contrarietà del suo partito all’impianto complessivo di un ddl che apra al suicidio assistito, parlando del pericolo di una «eutanasia economica, di Stato o di età», col rischio di finire come in Olanda «dove c’è il potere che decide», e qui richiamando il caso Fabo e criticando in particolare la posizione di Cappato: «Un’apertura politica all’eutanasia cambia qualcosa anche nel senso dello Stato, che non ha la disponibilità della vita». Binetti e Polledri sono state le due sole voci dissonanti rispetto a un ampio contesto tutto a senso unico (nel 13° anniversario della morte di Luca Coscioni, come ricordato da Filomena Gallo dell’associazione intitolata all’esponente radicale), palesati dagli interventi di Beppino Englaro, di Amato De Monte, medico rianimatore che seguì Eluana, e di Furio Honsell, allora sindaco di Udine che accolse la giovane per quella eutanasia a cui invece la Regione Lombardia si era opposta.

La spinta alla legge eutanasica è stata la cifra della giornata, con un tentativo neanche tanto velato di far passare come «una stasi etica» il dibattito in corso in Italia, secondo la definizione del professore emerito della Sapienza di Roma Eugenio Lecaldano, che ha poi moderato gli interventi di alcuni medici e filosofi morali, tutti favorevoli alla ‘morte a richiesta’. La spinta è arrivata anche dall’intervento di Maurizio Mori, della Consulta di Bioetica, onlus di ispirazione radicale, che ha parlato di «eutanasia moralmente accettabile», introducendo anche il nuovo elemento di quella «per sofferenza esistenziale, che non è la depressione, ma il dire ‘basta’: sia pure con tutte le cautele, dobbiamo pensare a procedure creative anche per questo». Per Lorenzo D’Avack, giurista e presidente del Comitato nazionale per la Bioetica, organismo di consulenza del Governo, «la Consulta tutela troppo» l’articolo del Codice penale (il 580) che oggi sanziona l’aiuto al suicidio.

Roberto Giachetti (Pd) ha manifestato la preoccupazione che non si arrivi a una legge entro la data indicata dalla Corte Costituzionale (24 settembre 2019): «Sarebbe un’altra sconfitta per la politica». Su questa parte del convegno, come nel resto della giornata, è aleggiata l’ombra della legge 219 del 2017 sul biotestamento, che Matteo Mantero, senatore dei 5 stelle, ha definito «storica», arrivando poi a sostenere che non varare una legge come chiesto dalla Corte equivarrebbe ad «autorizzare la tortura». «Personalmente – ha concluso Mantero – ritengo difficile che la maggioranza di governo arrivi a un accordo sulla legge, sull’eutanasia o sul suicidio assistito, e che quindi vada cercata in Parlamento una maggioranza più ampia e trasversale possibile».

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IN PARLAMENTO

«Morte a richiesta» la partita è aperta 

MARCELLO PALMIERI

Più si avvicina il 24 settembre, termine ultimo dato dalla Consulta al Parlamento per legiferare (di nuovo) sul fine vita, aumenta il numero di bozze normative depositate alle Camere. Al Senato si è aggiunta la proposta di legge con primo firmatario Andrea Cecconi (ex M5s, ora gruppo misto) – «Modifiche alla legge 219 in materia di trattamenti sanitari e di eutanasia » – che nella sostanza introduce nelle norme sul biotestamento (ora aperte al rifiuto di qualsiasi terapia e di idratazione e nutrizione assistite) anche l’eutanasia procurata attivamente dal medico. Questa ipotesi si aggiunge a quella depositata a più riprese sin dal settembre 2013 dall’associazione radicale Luca Coscioni, d’ispirazione molto simile anche ad altre proposte tutte aperturiste nei confronti della ‘morte a richiesta’. Il 30 gennaio le Commissioni riunite Affari Sociali e Giustizia della Camera avevano iniziato la discussione di questi ultimi testi, la settimana successiva l’ufficio di presidenza avrebbe dovuto fissare il calendario delle audizioni di esperti. A oggi, tuttavia, un ordine dei lavori ancora non c’è. E mentre la «Coscioni» chiede a gran voce che il dibattito inizi quanto prima, dal Pd filtra una significativa divisione interna. Non va dimenticato che sia la proposta radicale sia le altre di stampo simile nella scorsa legislatura mai hanno trovato la convergenza politica per arrivare alla meta. Al Senato il disegno di legge targato Pd – primo firmatario Andrea Marcucci – risponde all’invito della Corte Costituzionale ampliando i casi in cui è lecito ricorrere alla sedazione palliativa profonda (spesso erroneamente definita ‘terminale’) senza introdurre né eutanasia attiva né suicidio assistito. Sempre a Palazzo Madama nei giorni scorsi sono stati depositati altri 3 ddl ispirati da Gaetano Quagliariello, leader di Idea, che non solo non aprono al presunto ‘diritto’ di morire ma chiudono alcune facoltà sancite con la legge 219 sul biotestamento: per esempio, stabilendo che idratazione e alimentazione non sono terapie e che dunque non si può obbligare il medico a sospenderle. Solo in apparenza questa proposta non risponde alle indicazioni della Consulta: la Corte, infatti, fonda l’ipotesi di aprire in casi estremi a eutanasia o suicidio assistito sulla circostanza per cui, con la legge 219, è stata introdotta la possibilità di morire per rinuncia alle terapie e alla nutrizione. Dunque, secondo i giudici, ci sarebbe una discriminazione nei confronti di chi, volendo farla finita perché soffre troppo, difetterebbe di uno strumento giuridico per farlo attivamente. Eliminando a monte questo presunto ‘diritto di morire’ verrebbe invece meno l’esigenza di concederlo a tutti in egual misura.

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I CAPPELLANI DEGLI HOSPICE

C’è la «medicina dell’accoglienza» 

GRAZIELLA MELINA

Se una persona in gravi condizioni si sente accolta e amata riesce a vincere il senso di solitudine e di scoramento. Gli oltre 40 cappellani attivi negli hospice italiani – presenti lunedì a Roma per la prima volta insieme all’incontro di studio promosso dall’Ufficio Cei per la pastorale della salute – lo sperimentano ogni giorno stando accanto a chi soffre. «Quando una persona sta molto male – spiega Guido Miccinesi, epidemiologo e psichiatra dell’Ispro (Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica) di Firenze – sono in gioco il senso della sua vita, delle sue relazioni e la testimonianza che lascia. Il ruolo del cappellano è fondamentale, perché aiuta nella ricerca del senso di ciò che sta avvenendo, e non è affatto marginale rispetto agli altri aspetti della medicina». Ma per svolgere un simile servizio occorre una specifica formazione. «Deve essere un profondo conoscitore degli aspetti della bioetica, deve avere capacità di base di relazione e di psicologia clinica molto sviluppate. Si tratta di una formazione seria e di una professionalità particolare: non è legata a una questione confessionale ma rientra nella buona medicina». D’altronde «i dati di letteratura dicono che è fondamentale una figura di tipo spirituale per ben accompagnare chi si confronta con una malattia importante, come quella oncologica », come afferma don Tullio Proserpio, cappellano dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano». La sinergia nell’équipe medica gioca un ruolo determinate: «Bisogna lavorare insieme anche con gli psicologi, senza chiusure preconcette. È di fondamentale importanza la relazione: più saremo in grado di dedicare tempo all’incontro e alla relazione tanto più aiuteremo la persona ad avvicinarsi alla morte». Un obiettivo non sempre alla portata di tutte le strutture sanitarie. «Molto spesso – continua Proserpio – i contenziosi hanno origine proprio dalla cattiva relazione, dalla mancanza di tempo, di disponibilità. Siamo in un sistema industriale, che deve rendere, produrre profitto immediato. Ma l’accompagnamento della persona non è semplice». Occorre invece «un’apertura completa nei confronti della persona».

Gli hospice sono strutture complesse, dedicate proprio alle persone «che si trovano nella fragilità e nella nudità esistenziale – raccontadon Carlo Abbate, assistente spirituale dell’Hospice Villa Speranza di Roma –. A differenza dell’ospedale, qui il nostro ruolo assume una connotazione diversa perché si tratta di una figura professionale al pari di altre figure impegnate nella struttura. Il cappellano fa parte integrante del team medico e partecipa al piano terapeutico che viene modulato e rimodulato giorno per giorno in base alle condizioni della persona. Sicuramente il contributo che si può dare è enorme: prima di tutto perché cerchiamo di testimoniare che la morte non ha l’ultima parola, che comunque c’è una speranza, che va oltre ». Villa Speranza dispone di 30 stanze e accoglie circa 400 persone all’anno, oltre a seguirne tantissime altre a domicilio. «Ogni situazione va vista caso per caso tenendo conto della biografia di ciascuno – prosegue Abbate –. È chiaro che bisogna entrare in punta di piedi nella loro vita, offrendo giorno per giorno la medicina dell’accoglienza. Il tempo non è un fattore discriminante, c’è ancora spazio per instaurare quello spazio relazionale sufficiente a stabilire un contatto anche verbale. Il nostro scopo non è quello di convertire a ogni costo». Nell’approccio non esiste un protocollo uguale per tutti: «Ogni persona ha il suo tempo. Di certo, so che nessuno vuole morire, e che nessuno vuole essere lasciato solo».

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ANGELELLI (CEI)

«Senso di abbandono e solitudine le piaghe dei pazienti più fragili» 

«Uno dei grandi problemi nelle situazioni di fragilità è proprio la solitudine ». Ecco perché per il direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, don Massimo Angelelli, è fondamentale il ruolo di «un assistente spirituale che accompagna e si affianca al malato, aiutandolo a superare il senso di abbandono». Come ci ricorda papa Francesco, prosegue, «se la persona si sente accompagnata nel tratto finale della propria esistenza, si allontana l’ombra dell’eutanasia». I cappellani degli hospice, aggiunge Angelelli, «sono sacerdoti particolarmente formati per questo servizio. Il loro è infatti un compito molto delicato proprio perché hanno di fronte pazienti nel tratto finale dell’esistenza». Ma la presenza di questa figura professionale «diventa un elemento determinante anche per l’equilibrio della stessa équipe medica di cui fa parte. È evidente che in un hospice il personale sanitario è esposto continuamente a rischi di sovraccarico di tensione, e quindi l’assistente spirituale accompagna spesso anche gli operatori nella ricerca di senso nella loro professione». (G.M.)

 

Mons. Stefano Russo, segretario generale Cei, al Cottolengo di Torino 18 febbraio 2019

La vera crisi, madre di tante altre che stanno subendo soprattutto i più indigenti, è una crisi dell’umano che risponde con fatica alla domanda primigenia: «Dov’è tuo fratello?». Preoccupa pensare a una popolazione anziana che su 12,5 milioni di ultra-65enni conosce oltre 3 milioni di non autosufficienti, dei quali1,2 milioni affetti da patologie neurodegenerative. Prima di considerare se sia giusto o meno dare la morte a chi la chiede, dovremmo creare le condizioni utili affinché nessuno la domandi per disperazione, solitudine e mancanza di aiuto.

 

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