Il sole calante Il Giappone cresce un esercito della solitudine  AVV 21.2.19

IL REPORTAGE

Per molti è il «privilegio del vivere soli». Entro quindici anni, i «single» potrebbero diventare la maggioranza assoluta E il mercato si adegua: la frutta non si vende più a chilo, ma a pezzo

 

Il sole calante

Il Giappone cresce un esercito della solitudine 

Si «sfascia» una famiglia su tre e il trend tende a dilatarsi: nell’ottanta per cento dei casi di divisione tra coniugi, i figli non vedranno mai più il genitore «non affidatario»

PIO

D’EMILIA

Tokyo

 

Yoichiro Ban ha 36 anni, fa il funzionario di banca. È divorziato, e ha due figli, che non vede dal giorno in cui la moglie, Yumiko, l’ha lasciato. Una volta al mese prova a chiamarli, ma dopo pochi minuti lascia perdere: «Loro non parlano, e io non ho niente da dire. Mando un po’ di soldi, e basta. Il passato è passato». È quanto succede nell’80% delle separazioni, in Giappone. I figli non vedono più il genitore non affidatario. O perché viene loro impedito, o perché non c’è (reciproco) interesse. Una situazione molto diffusa e radicata nella società giapponese (che tende in questi casi a favorire un reciso taglio con il passato) e che provoca molta sofferenza tra i genitori separati, che non sanno come fare per rivedere i loro figli, anche nel caso di sentenze che ne riconoscono il diritto di visita e frequentazione. Sentenze che il Giappone dovrebbe far rispettare, ma che di fatto non riescono ad essereeseguite. Ma torniamo a Yoichiro, con il quale abbiamo chiacchierato a lungo, una sera, dopo averlo notato, solo soletto, che sorseggiava un ramen (zuppa di spaghetti di origine cinese, popolarissima in Giappone) in un minuscolo locale di Shinjuku, uno dei quartieri H 24 di Tokyo. La catena che per prima si è specializzata, per così dire, nella clientela «soli che vogliono restare soli» è la Ichiran: si acquista un buono a una macchinetta, si consegna il bigliettino al bancone e si aspetta che il proprio numero venga chiamato. Poi si prende il vassoio e ci si siede – si fa per dire, spesso si tratta di minuscoli e scomodissimi sgabelli – con la faccia rivolta al muro in un minuscolo spazio dove è difficile appoggiare entrambi i gomiti ed impossibile, anche volendo, interloquire con il prossimo, dal quale si è separati con un cartone divisorio. Il tutto per 4 o 5 euro, che diventano 10 se vi bevete anche una birra. Yoichiro vive solo, in un apaato (piccolo monolocale) di 25 metri quadrati, senza cucina ma con un enorme televisore davanti al quale passa la maggior parte delle serate. Per andare e tornare dal lavoro impiega circa 40 minuti, un tempo accettabile, nella media dei pendolari di Tokyo.

Non ha amici, non ha fidanzate, se esce lo fa più per dovere che per piacere, e sempre assieme ai suoi colleghi. Una volta al mese, anche due, si permette un ristorante, e un giro al karaoke. Sempre rigorosamente da solo. Triste? Neanche per sogno, per lui e per molti altri giapponesi, sia maschi che femmine (soprat- tutto) la solitudine non è una condanna. È un privilegio. «Viviamo in un società troppo veloce – mi spiega – e con obiettivi sempre meno chiari e stimolanti. Tutto il resto, relazioni sociali e famiglia comprese, diventato un peso. Sono contento di essermene liberato». Per ora, il «privilegio della solitudine » riguarda solo un giapponese su tre, ma entro quindici anni dovrebbero diventare maggioranza assoluta: più del 50% della popolazione giapponese, secondo uno studio della Nomura Research Institute sarà single. I dati ufficiali parlano chiaro, i matrimoni diminuiscono, i divorzi aumentano. Nel 1967 si sono registrati oltre 950mila matrimoni e appena 83.000 divorzi. Cinquant’anni dopo, nel 2017, appena 606mila matrimoni e ben 212mila divorzi. «Fino ad una ventina di anni fa – spiega Mayumi Odagiri, sociologa – i matrimoni in Giappone erano molto stabili, soprattutto gli omiai (matrimoni «arrangiati», in famiglia o in azienda, tuttora la maggioranza, ndr)ma ora il tasso di divorzi è altissimo, superiore ad alcuni Paesi occidentali. Uno su tre fallisce».

E visto che il matrimonio non è più, come un tempo, un investimento relativamente «sicuro » – e visto il costo non indifferente che rappresenta contrarlo e poi eventualmente scioglierlo – molti preferiscono la convivenza (anche se in Giappone le cosiddette «unioni civili» non sono ancora riconosciute, legalmente) o direttamente il «privilegio» della solitudine.

Un dato inquietante: nel 1980 solo un uomo su 50 e una donna su 22, superati i 50 anni, non avevano mai contratto matrimonio. Oggi questa proporzione è aumentata a uno su 4 per gli uomini e una su 7 per le donne.

E mentre governo ed istituzioni – tranne alcuni comuni nelle province rurali, peraltro meno colpiti dal fenomeno – sembrano sottovalutare la questione e non prendono in considerazione provvedimenti fiscali e altro tipo di incentivi per convincere i giapponesi a rilanciare il concetto di “famiglia”, il mondo del commercio e dell’intrattenimento si “adegua” (e spesso stimola) la nuova cultura ohitorisama.

Viaggi organizzati specificamente “disegnati” per single (sia uomini che donne), cinema con poltrone riservate e protette da separè che impediscono non solo il contatto, ma anche la vista del vicino, supermercati che vendono microporzioni sia di cibo pronto (anche di ottima qualità, come il bento) che di frutta, verdure, ortaggi.

Oggi non solo nei combini, empori aperti 24 ore su 24, anche nei grandi supermercati e nei centri commerciali si vendono ortaggi e frutta al pezzo, anziché al chilo. Non è un fenomeno nuovo, soprattutto per la frutta che in Giappone è considerata un lusso, ma è sicuramente più diffuso e appariscente del passato.

Discorso a parte merita il mondo dell’intrattenimento, dall’innocuo karaoke, da sempre passatempo nazionale per il popolo giapponese, alle più o meno spinte forme di intrattenimento sessuale, che oramai giungono a livelli impensabili di perversione. Come l’Henna-Pizza, un servizio di pizza a domicilio a dir poco “strano”: non si ordina solo la pizza, si può anche prenotare, sempre online, un po’ di tempo intimo con chi ve la porta a casa.

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Nel 2017 sono stati celebrati, in tutto il Paese, soltanto 606mila matrimoni L’allarme degli esperti: i «nuovi giapponesi» non hanno amici o fidanzate, escono di casa più per dovere che per piacere E spesso si «rifugiano» su Internet

 

 

 

IL DRAMMA

Abbandonati e senza nessuno, gli anziani si lasciano morire 

Tokyo

 

Se per molti giovani, ma anche cittadini di mezza età, la solitudine viene considerata un “privilegio”, per molte persone è ancora una, triste, condanna. Soprattutto per le persone anziane, che spesso vengono abbandonate. Ma non nelle case di riposo, ospedali o comunque strutture organizzate. A casa loro. Dove finiscono per morire, spesso di inedia, da sole o in coppia. Quest’anno a Tokyo ne hanno trovato 3.480, il doppio di dieci anni fa. Il triste e crudele fenomeno ha radici antiche, in Giappone, dove le persone anziane, per non pesare sulle povere economie dei villaggi si allontanavano e andavano a morire nei boschi (sul tema, lo splendido film di Shohei Imamura La ballata di Narayama, Palma d’Oro a Cannes nel 1983, tratto dall’omonimo romanzo di Shichiro Fukazawa). Oggi lo chiamano kodokushi, «morti in solitudine». E sono in tragico aumento, mentre suicidi (grazie ad una legge del 2011 che rende più difficile il risarci- mento delle polizze vita) e johatsusha(letteramente, «evaporati», la gente che sparisce all’improvviso, 84mila l’anno, 10 ogni ora) diminuiscono. Il pattern è comune: gli anziani si sentono male, vanno in depressione, non cercano nessuno (e nessuno li cerca), non mangiano più e si lasciano, letteralmente, morire. I cadaveri vengono scoperti, spesso dopo lungo tempo, solo perché i vicini si lamentano dell’odore e chiamano polizia o pompieri.

Nella maggior parte dei casi, anche se vengono individuati i parenti, questi si rifiutano di farsi avanti, anche per evitare di dover pagare eventuali spese arretrate, come affitto, bollette, cure mediche. I cadaveri vengono così cremati senza alcuna cerimonia, e le ceneri affidate, in urne anonime, a templi designati. Che si limitano a conservarle, senza peraltro procedere alla solenne – quanto costosa – cerimonia del kaimyo, l’imposizione del nuovo nome, quello con il quale il defunto affronterà l’aldilà.

«La morte solitaria – spiega lo scrittore Masahiko Shimada, che sull’argomento ha scritto un romanzo,

Mira ni naru made (Mi farò mummia, Marsilio) – è la conseguenza di un altro fenomeno, molto più grave e diffuso: quello dellamuenshakai, la società senza legami. Un Paese, come il Giappone, dove i legami familiari erano fortissimi e dove ora stanno scomparendo. Ci sono sempre più nonni, ma anche genitori, che non vedono più figli e nipoti. E figli e nipoti che non si interessano dei loro cari. Fino a quando non arriva la telefonata della polizia, per avvertirli che sono morti…». Succederà anche da noi in Italia? Magari già succede, solo che nessuno le ha mai contate, lekudokushi.

Pio d’Emilia

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA Soltanto a Tokyo 3.480 persone si sono spente per inedia. E i parenti spesso si rifiutano di farsi avanti, anche per evitare di dover pagare eventuali spese arretrate

 

 

Il parallelo italiano e il «rischio estinzione» 

 

C’è un altro Paese, oltre all’Italia, che rischia… l’estinzione: il Giappone. Le cifre sono preoccupanti, e non riguardano solo la demografia. Come (e forse peggio) dell’Italia, il Giappone lamenta decenni di stagnazione/recessio ne nonostante il continuo aumento del debito pubblico, che è il più alto tra i Paesi industrializzati: oltre il 240% del Pil (il nostro è attorno al 130%).

Ora siamo in una fase di relativa crescita, il cosiddetto «zero virgola», ma nulla che faccia pensare alla grande ripresa promessa dal governo Abe. Con l’Italia il Giappone condivide anche la percentuale più bassa al mondo di Ide (investimenti diretti dall’estero): meno dell’1% del Pil, per entrambi. Segno di enormi ostacoli strutturali (il clima sociale, politico e burocratico non facilitano) ma anche di scarsa fiducia da parte dei mercati internazionali. ( P.d’E.)

 

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