Scuola divisa sul cellulare Bussetti: «Fondamentale» AVV 26.1.19

IL TEMA Una proposta di legge sull’educazione civica, riapre il dibattito, mai sopito, sull’utilizzo degli smartphone nella didattica. Ma il titolare del Miur conferma la linea “aperturista”: «Ho fiducia negli studenti»

 Lʼanalisi  UNA SFIDA PER GLI ADULTI

GIGIO RANCILIO

Quello sull’uso o meno dei telefoni cellulari a scuola è un dibattito che, prima ancora di essere tecnologico e di riguardare i ragazzi, dice molto di noi adulti. Dietro la volontà (per molti versi sacrosanta) di creare spazi educativi liberi dagli smartphone si nascondono infatti anche altre cose. La prima: davanti al digitale molti adulti vanno in crisi. Non sanno muoversi, si sentono obsoleti. Se ci pensate è solo da quando esiste il digitale che il sapere non è più appannaggio dei grandi. Anzi, sempre più spesso quelli che un tempo sarebbero stati «maestri» dai quali i garzoni di bottega dovevano ‘rubare’ i segreti del mestiere, oggi davanti alle novità tecnologiche recedono al ruolo di ragazzini un po’ zucconi.

E, si sa: chi fa fatica a capire, si chiude in difesa. Vieta. La seconda cosa che questi dibattiti rivelano di noi adulti è la fiducia che abbiamo nei ragazzi. Che è legata a doppio filo alla nostra paura di sbagliare.

Sia quando usiamo le cosiddette nuove tecnologie sia nel nostro compito di educatori. Temiamo infatti che quei piccoli, oggetti dallo schermo fluorescente e con dentro oltre 40 oggetti (musica, libri, notizie, film, tv, macchina fotografica, videocamera eccetera) oltre a toglierci l’autorevolezza trasformino i nostri figli in un esercito di zombie.

Ne abbiamo paura. Perché sono armi potentissime. E perché quasi tutti le usiamo senza avere imparato a maneggiarle nel modo corretto. In più, a volte, ignoriamo anche cosa facciano, cosa vedano e cosa imparino i ragazzi con i cellulari. E così la paura ci prende la mano. Perdiamo fiducia. In noi stessi, nelle nostre capacità educative e nel valore della maggior parte dei ragazzi.

Certo, se pensiamo solo alle lotte che molti professori devono fare per ottenere l’attenzione degli studenti e far rispettare un uso civile degli smartphone a scuola, verrebbe spontaneo chiudere tutto. Ma farlo significherebbe anche espellere da uno degli ambienti educativi per eccellenza uno strumento ormai centrale nella vita di tutti. Sappiamo bene che senza cellulari nelle scuole qualunque atto di cyberbullismo sparirebbe da quegli ambienti (rendendo la vita di alcuni professori indubbiamente più semplice) ma così facendo i ragazzi sarebbero lasciati ancor più soli nel loro cammino per diventare dei cittadini digitali consapevoli. Per crescere occorre includere, non escludere. E servono tutti: cellulari, scuola, educatori, ragazzi e genitori. A patto che quest’ultimi, per primi, diano il buon esempio.

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Dieci regole per l’uso dello smartphone 

«Migliorare l’apprendimento e il benessere degli studenti e dell’intera comunità scolastica».

È il primo punto del decalogo stilato, giusto un anno fa, dal Ministero dell’Istruzione per il corretto utilizzo degli smartphone a scuola.

Frutto del lavoro di una commissione voluta dall’ex-ministra Valeria Fedeli, il decalogo è chiaro: «Proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione», recita il punto 2, mentre il punto 3 ribadisce la necessità di un «uso responsabile dei dispositivi personali» e il 4 conferma che «la scuola accoglie e promuove lo sviluppo del digitale nella didattica». Che, punto 5, «guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi», perché «non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa».

Fondamentale, punto 6, è poi «promuovere l’autonomia degli studenti», anche perché, punto 7, «il digitale nella didattica e una scelta dei docenti», che, punto 8, va regolamentata bene per «riconoscere e mantenere separate le dimensioni del privato e del pubblico». Infine, il punto 9 si preoccupa di «rafforzare la comunità scolastica e l’alleanza educativa con le famiglie», mentre il 10 ribadisce che «educare alla cittadinanza digitale è un dovere per la scuola».

 

Scuola divisa sul cellulare Bussetti: «Fondamentale»

L’ex-ministra Gelmini: «Ritirarli in classe» Contrari i presidi di Anp e il sindacato Anief Esperienze opposte a Piacenza e Ceccano

PAOLO FERRARIO

Milano « È vietata l’utilizzazione dei telefoni mobili e degli altri dispositivi di comunicazione elettronica da parte degli alunni all’interno delle scuole primarie, delle scuole secondarie di primo e di secondo grado e negli altri luoghi in cui si svolge l’attività didattica ». Queste poche righe, contenute nella proposta di legge per reintrodurre l’educazione civica tra le materie d’insegnamento, presentata dall’ex-ministra dell’Istruzione, Mariastella Gelmini (Forza Italia), hanno fatto ripartire il dibattito, mai del tutto sopito, sull’opportunità di utilizzare gli smartphone e i tablet per le attività didattiche. Con il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, pronto a schierarsi con i “permissivisti”, pur ribadendo il rispetto di rigide regole di comportamento digitale. «L’utilizzo dei device per quanto riguarda la didattica è uno strumento fondamentale e quindi sono a favore del loro uso ma soprattutto ho fiducia nei nostri studenti. Credo molto nel loro senso di responsabilità sull’uso consapevole di questi strumenti ai fini di un migliore apprendimento. Condanno invece in maniera decisa l’uso per altri fini», ha dichiarato ieri il ministro.

Contrari al divieto di utilizzo dei cellulari, anche i dirigenti scolastici dell’Associazione nazionale presidi. «Non siamo favorevoli a una legge nazionale che vieti l’uso del cellulare in classe – commenta il presidente Antonello Giannelli –. È rimesso alle singole scuole, in autonomia, di rivedere semmai, il regolamento d’Istituto. Ma certo non possiamo vietare che i telefonini entrino in classe: non è che possiamo perquisire gli alunni, né del resto avremmo lo spazio per tenere in luogo protetto, che so, mille apparecchi. Ci sono competenze che la scuola non può avere, ma certi aspetti di dettaglio – ribadisce Giannelli – si possono regolare con l’autonomia scolastica. Certo, non con un’altra legge centrale. In Italia, semmai, abbiamo il problema di avere troppe leggi. Qualcuna andrebbe abolita», conclude il capo dei presidi.

D’accordo con la linea dettata dal ministro, anche il sindacato autonomo Anief, secondo cui è «inutile» proibire i cellulari in classe. «Pensare che il telefonino moderno sia utile solo per comunicare con l’esterno è lontano dalla realtà – commenta il presidente nazionale, Marcello Pacifico –. Siamo favorevoli al suo utilizzo, ovviamente solo per motivi didattici, come la ricerca di dati e il supporto ad esperimenti. E lo stesso vale per gli insegnanti. Ai quali – continua Pacifico – verrebbe sottratto uno strumento ormai utilissimo per preparare e tenere lezioni».

Anticipando la proposta di legge in discussione in Parlamento, già da quest’anno scolastico, al liceo scientifico paritario “San Benedetto” di Piacenza, è stato introdotto, primo caso in Italia, un dispositivo per schermare gli smartphone a scuola. Si tratta di una tasca, chiamata Yondr, consegnata ad ogni studente e sigillata all’inizio delle lezioni per poi essere sbloccata al termine dell’ultima ora, consentendo così agli alunni di poter utilizzare nuovamente il cellulare. Di segno opposto, invece, la policy adottata dal liceo scientifico e linguistico di Ceccano, in provincia di Frosinone, tra i (pochi) istituti italiani con una connessione potente e sicura, in grado di collegare contemporaneamente a internet quasi mille studenti. Che con lo smartphone studiano anche il latino.

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