Vite digitali Ti pago se ti sconnetti Ma così non si educa AVV 25.1.19

Vite digitali
Ti pago se ti sconnetti Ma così non si educa

In America c’è un concorso particolare, con in palio ben 100 mila dollari. Per vincerli bisogna fare qualcosa di apparentemente ‘rivoluzionario’: rinunciare a smartphone e tablet per un anno.
Aspettate a correre a candidarvi: il concorso, infatti, è aperto solo ai cittadini americani, maggiorenni. Qualcosa di simile, mesi fa, è stato organizzato – pur con premi molto meno importanti – anche dal ministero inglese dell’educazione. Sfide così a prima vista appaiono intriganti. Soprattutto perché sembrano puntare a farci capire quanto siamo dipendenti dalla tecnologia.
È un dato di fatto che soprattutto gli smartphone abbiano ‘invaso’ troppi spazi delle nostre vite. E mentre molti di voi penseranno ai tanti ragazzi chini sugli schermi dei loro cellulari, a me vengono in mente anche le sempre più frequenti suonerie che squillano durante la Messa nelle tasche e nelle borsette di tanti anziani e i molti adulti che urlano mentre telefonano sui mezzi pubblici. Perché l’educazione al digitale non vale solo per le generazioni più giovani ma è un problema che riguarda tutte le fasce d’età, nessuna esclusa.
Ma torniamo al concorso americano.
Ovviamente è vietato imbrogliare. Non si possono usare smartphone di amici o parenti e ogni mese ci si deve sottoporre a test con la macchina della verità. Per telefonare o mandare messaggi agli amici si potrà usare un vecchio cellulare del 1996 (fornito dagli organizzatori).
Per essere ammessi bisogna anche raccontare sui social cosa si farebbe in caso di vittoria con i 100 mila dollari della vincita. «Saranno premiati i messaggi più originali, spiritosi e vicini al brand». E qui, come dicevano un tempo, casca l’asino. O, se preferite: si svela il trucco. In realtà quello americano è un concorso che non punta a smascherare nulla né tanto meno ad educare.
Fa solo leva su un malessere diffuso («gli smartphone stanno inquinando le nostre vite») per fare pubblicità ad un’azienda del gruppo Coca Cola.
Questa notizia fa il paio con quella su una ricerca americana apparentemente molto diversa, la quale – attraverso una serie di test su un campione di 1.324 persone – ha scoperto che per abbandonare per un anno il proprio profilo Facebook gli utenti coinvolti chiedevano in cambio cifre tra i 1.500 e i 1.800 dollari. Visto che, secondo i calcoli della rivista Wired, ogni utente di Facebook ‘vale’ (per la pubblicità che può ‘assorbire’) circa 155 dollari, emerge che la cifra di quasi dieci volte richiesta dalle persone del test per abbandonare per un anno il social, è di fatto non il valore che gli utenti attribuiscono a sé stessi quanto quello che vale per loro essere connessi a Facebook.
Senza contare che pagare qualcuno per fargli scoprire come può essere la vita senza i social o senza gli smarthpone rischia di essere un autogol. Non solo perché ormai quasi nessuno può davvero chiudere certi oggetti fuori dalla propria vita (non a caso il concorso americano recita: «non sono ammesse le persone che devono usare gli smartphone per lavoro o per altra ragione importante») ma anche perché la questione centrale è un’altra. Si risolve ben poco cancellando certi oggetti dalle nostre vite, perché ciò che conta davvero è imparare ad educarci tutti (bambini, ragazzi, adulti e anziani) a usarli nel modo migliore senza farci usare da loro. E senza cadere nelle semplificazioni. Scusatemi se cito un fatto privato. Con mia moglie da tempo ho messo delle regole a nostra figlia di dieci anni sull’uso dei cosiddetti strumenti digitali. Può usarli per fare cose precise e in spazi temporali precisi. Ma da genitori ci siamo altresì impegnati su altri due fronti: le insegniamo un uso critico delle tecnologie e ci sforziamo di proporle continue ‘alternative analogiche’ stimolanti. Non vi nascondo che è un impegno non da poco, vista la forza persuasiva del digitale. Ma per ora stiamo vincendo noi genitori.
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