Contraccezione e aborto in Africa: il punto è la vera difesa dell’umano Botta e risposta AVV 25.1.19

Dal medico e consigliere lombardo di «+Europa» Michele Usuelli la spiegazione del discusso stanziamento di un milione di euro dal bilancio regionale per contraccettivi in Africa. Una scelta che non tiene conto del «fattore umano»: è lo sviluppo, specie della risorsa femminile, il vero fattore di liberazione del continente dalla povertà, e non politiche paternalistiche come il taglio forzoso del numero di figli per donna

Contraccezione e aborto in Africa: il punto è la vera difesa dell’umano

Botta e risposta

Gentile direttore, le scrivo a seguito dell’articolo di Francesco Ognibene (‘Avvenire’ del 21 dicembre 2018) e della lettera della vicepresidente del Municipio 9 di Milano, Deborah Giovanati sul tema «Bomba demografica e mancato accesso alla medicina contraccettiva nei Paesi ad alta mortalità materna e ad altissima fertilità » (‘ Avvenire’ del 16 gennaio 2019), sul quale, all’unanimità, il Consiglio regionale di Lombardia ha votato lo stanziamento di un milione da destinare a Unfpa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione, a sostegno di Paesi prioritari per il Ministero degli Esteri italiano e con un tasso di fertilità maggiore di quattro figli per donna. Secondo l’Oms ogni anno 214 milioni di donne di Paesi poveri e ad alta fertilità rimangono incinte senza desiderarlo, non avendo accesso alla medicina contraccettiva, pur conoscendone l’esistenza. Le gravidanze troppo ravvicinate, a meno di 24 mesi di distanza tra loro, aumentano grandemente il rischio di mortalità materna e neonatale. I Paesi africani che negli ultimi 10 anni hanno maggiormente ridotto la loro mortalità materno-neonatale hanno spesso ministri della Sanità donna e hanno agito con una strategia comune: drastica riduzione del costo dei contraccettivi moderni etask shifting:prima i contraccettivi a lunga durata di azione (spirali, iniezioni che durano 3 mesi e confetti sottocute che durano 5 anni) erano somministrati solo dai medici, pochissimi in quei Paesi e presenti solo in ospedale. Si è operato un trasferimento delle competenze dal medico ospedaliero all’infermiere e quindi dall’ospedale al centro di salute. In Niger, Paese con il più alto tasso di fertilità al mondo, ogni donna in età riproduttiva ha in media 7,1 bambini. 39 Paesi al mondo hanno un tasso di fertilità maggiore di 4 per ogni donna e sono tutti Paesi molto poveri e/o in guerra. Io ho visto e quindi so: per 7 anni ho lavorato come medico dei neonati (non sono affatto uno sterilizzatore) tra Cambogia, Afghanistan, Malawi, Sudan, Sierra Leone e Republica Centrafricana. Mi sono sempre occupato di lavorare su tutti i servizi di salute materno- infantile, uncontinuum of caredalle visite pre-parto fino alla contraccezione post-parto. Quando i servizi di medicina contraccettiva vengono offerti, una quota parte di donne e famiglie accedono volentieri. Mai, a differenza di quanto afferma la signora Giovanati, ho visto trasformare da Unfpa o altre Ong l’aborto in vera e propria proposta di contraccezione. Qui l’aborto non c’entra nulla: nessun operatore umanitario poterebbe mai violare le leggi di un Paese in cui è ospite e nella grandissima maggioranza dei Paesi ad altissima fertilità e mortalità l’aborto è illegale.

Il tema è il diritto della donna ad accedere alla medicina sessuale e riproduttiva e non la «prevenzione delle nascite», neologismo del suo collega Ognibene. La riduzione del tasso di fertilità nei Paesi a risorse limitate tramite l’aumento della prevalenza contraccettiva volontaria è una delle chiavi per disinnescare la bomba demografica. Il tema è urgente. Nel 2017 l’Unione Africana ha dedicato la sua priorità di lavoro aldividendo demografico.In pratica significa che per quanto un Paese aumenti il suo Pil, non migliorerà mai la qualità di vita dei suoi cittadini finché essi crescono più velocemente del Pil, al netto di ogni politica di ridistribuzione della ricchezza. Questo punto politico deve essere inserito in tutte le occasioni in cui l’Africa sarà posta al centro della nuova stagione della globalizzazione anche per le ripercussioni della bomba demografica sul cambiamento climatico.Gentile direttore, e gentili Giovanati e Ognibene, non siamo più solo i Radicali di una volta, ora ci riuniamo in ‘ Più Europa’, un partito che contiene una componente cattolica strutturata, rappresentata dal Centro Democratico di Bruno Tabacci. Ciò aumenta grandemente la quantità di menti a favore di una sintesi politica sui temi etici che dobbiamo saper fare. Anche di questo parleremo al congresso nazionale di ‘Più Europa’ a Milano (da oggi a domenica). ‘Avvenire’, di cui sono avido lettore riguardo a solidarietà e politica estera, è invitatissimo.

Michele Usuelli, pediatra

Consigliere Regionale Lombardia +Europa con Emma Bonino

 

Gentile dottor Usuelli, da «avido lettore» di ‘Avvenire’ qual è conosce certamente lo sguardo che da queste pagine si propone ai lettori sull’uomo e sul mondo. È uno sguardo che ha come paradigma gli ultimi della terra. E le donne africane nella loro maggioranza lo sono per più di un motivo: per la povertà endemica di troppi Paesi del continente, per la condizione subalterna nella quale sono tenute da culture ancestrali spesso intrecciate a malintese pratiche religiose, per la precarietà assoluta delle condizioni di vita e di salute delle quali la maternità è una componente essenziale e particolarmente vulnerabile, per l’emarginazione cui molti popoli sembrano condannati. Sono con lei, dunque, nell’impegno per far crescere la sensibilità dell’opinione pubblica su una situazione di umiliante povertà esistenziale che impedisce a milioni di donne di esprimere la loro ricchezza insostituibile diventando quella risorsa che altrove è sempre determinante per far crescere la comunità umana. Ed è proprio qui che vedo divergere il suo sguardo dal mio, dal nostro. Non si può parlare di piena integrazione della donna nella società, e neppure di vera emancipazione, se la risposta alla sua attesa di affermazione si risolve nella somministrazione di contraccettivi o l’installazione di dispositivi per evitare concepimenti, come se la maternità che costituisce la natura femminile nel più profondo fosse una malattia da estirpare, e i figli del suo grembo un problema che va prevenuto. È proprio la familiarità con l’informazione sui popoli dell’Africa – una delle caratteristiche genetiche di questo giornale – a imporci di ascoltare la voce del continente. Ed è una voce che chiede sviluppo, educazione, sostegno fraterno, interesse rispettoso, e non una pioggia di pillole, spirali e preservativi, come se la crescita dei popoli africani si risolvesse nel far scendere il tasso di incremento demografico sotto una certa soglia. La stessa idea che secondo le tabelle elaborate – certo con le migliori intenzioni – negli uffici di qualche organismo internazionale si abbia il diritto di mettere al mondo un massimo di 4 figli pare un affronto alla più elementare umanità, un approccio alla povertà che ignora le lezioni della storia. La Cina sta facendo i conti con gli esiti abnormi della politica del ‘figlio unico’, applicata con cupa tenacia e che ha portato non solo sul ciglio di un collasso demografico dato ormai per certo dalle stesse autorità ma anche alla tragica selezione per sesso di chi aveva diritto di nascere e chi invece no. E sono sempre le femmine a finire nella lista degli scarti. Ricorderà di sicuro che Pechino si decise a imporre un limite di nascite per ogni donna alla luce di calcoli demografici apocalittici che però sottovalutavano il ‘fattore umano’: la progressiva crescita dell’economia e del tenore di vita dei cinesi ha smentito le previsioni catastrofiche, confermando su un gigantesco modello reale che è lo sviluppo integrale dell’uomo a modificare gli assetti demografici di un Paese e non l’imposizione di comportamenti riproduttivi dal sapore autoritario (e nel caso dell’Africa persino neocolonialista). Controllare, dirigere, programmare: è l’approccio opposto a quello che l’ascolto delle periferie umane ci suggerisce, un interventismo paternalista che riduce alcuni diritti umani basilari (come quello di generare figli) per i popoli al di sopra di una certa soglia numerica nel nome di calcoli e proiezioni più che discutibili, ed elaborati senza di loro. Non è forse vero che proprio l’affacciarsi all’area dello sviluppo di sempre nuovi Paesi ha rallentato la progressione di crescita della popolazione mondiale obbligando più volte a ricalcolarla e rendendo comunque sempre da verificare le nuove stime? La risposta alla povertà e al sottosviluppo non è la riduzione delle ‘bocche da sfamare’, ma la crescita progressiva e solida della società e dell’economia locali. E che un’istituzione pubblica come la Regione Lombardia pensi di risolvere l’arretratezza finanziando con i soldi di tutti i contribuenti la diffusione di contraccettivi – che sono ovviamente meglio dell’aborto, ma in alcuni casi hanno anche un potenziale abortivo – anziché sostenere progetti per il lavoro femminile, la sicurezza del parto, l’assistenza post-natale, l’educazione sanitaria di base, è un grossolano errore basato su una visione riduzionista e miope della persona e della società. Che poi a farlo sia la Regione guidata da un presidente espresso dallo stesso partito dal quale proviene un ministro della Famiglia dichiaratamente contrario a questo genere di politiche è uno dei tanti paradossi dell’attuale fase politica, un caos culturale e antropologico cui non sono solo i cattolici a guardare con preoccupazione. Una nebbia dentro la quale è possibile credere che il neologismo sia la «prevenzione delle nascite» – ciò cui oggettivamente mira il milione di euro lombardi – e non invece quell’invenzione delle burocrazie sovranazionali che va sotto il nome di «medicina sessuale e riproduttiva », come se si trattasse di far guarire una parte malata dell’umanità dal pericoloso virus di far nascere bambini. C’è in quel milione di euro il simbolo di un’incomprensione profonda, di una sordità ostinata rispetto alla domanda di speranza e di futuro che parla in quei figli d’Africa e che si affaccia alla nostra porta, voce che disturba l’Occidente al punto da ricacciarla indietro e far pensare che è meglio che neppure nascano. I ‘Radicali italiani’ – è questo il nome del movimento guidato da Emma Bonino che si è scisso (ma non del tutto) dal ‘vecchio’ Partito Radicale – non saranno più quelli «di una volta», e dalle sventure di stampo malthusiano prospettate per l’umanità dal Club di Roma sono passati cinquant’anni. Da non poche delle sue parole, tuttavia, non si direbbe. Anche se sono sicuro che lei non è uno «sterilizzatore». Auguri, anche a none del direttore, per la sua riflessione e per l’evoluzione del suo impegno nel senso di una difesa piena della giustizia, della dignità e dell’autentica e responsabile libertà umana.

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caporedattore, coordinatore di “è vita”

FRANCESCO

OGNIBENE

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