UN’AGENDA DOPO IL SINODO/3 Precarietà, ingiustizie, squilibri La Chiesa si fa voce dei giovani Avv 11.1.19

UN’AGENDA DOPO IL SINODO/3

Dall’assemblea l’impegno per dare spazio alle ragioni di chi rischia di restare senza ascolto

Precarietà, ingiustizie, squilibri La Chiesa si fa voce dei giovani

Nei Paesi più sviluppati le esigenze di una società schiacciata su un capitalismo impazzito rubano a una generazione i propri sogni

Il Sinodo dei vescovi, nella sua preparazione remota e nei giorni dell’assemblea dell’ottobre 2018, ha tentato di ascoltare i desideri, le paure, le speranze, le difficoltà dei giovani, idealmente di tutti i giovani. Il tema delle scelte ha molto a che fare con le difficoltà che i contesti attuali presentano, nelle diverse parti del mondo. Al numero 91 del documento finale si legge, infatti: «Il tema delle scelte si pone con particolare forza e a diversi livelli, soprattutto di fronte a itinerari di vita sempre meno lineari, caratterizzati da grande precarietà ». Anche in Italia incertezza e noncuranza, accompagnate da miopia nelle decisioni politiche e istituzionali, sono ciò che la società offre ai giovani. Non è raro che qualcuno di loro, durante incontri personali, sfoghi la sua rabbia e impotenza verso un contesto economico e sociale che rema contro. Milena, 25 anni, durante un ritiro confida con le lacrime agli occhi di volersi sposare e avere un figlio, ma che al solo pensiero si sente come se si stesse per lanciare nel vuoto: lei insegnante e precaria, il fidanzato con un’attività in proprio, che ha alti e bassi. La sua paura è per il bambino che potrebbe venire al mondo: con quale coraggio avventurarsi in questa responsabilità? Solo la concretezza della fiducia in Dio e dell’amore col fidanzato appaiono essere di sostegno. È vero: esistono nel mondo contesti di guerra e di povertà in cui paradossalmente metter su casa, dare alla luce dei figli, conservare la fede sembra spaventare molto di meno e costituire una sorta di resistenza ‘naturale’ nella propria umanità. Il Sinodo, come esperienza di Chiesa universale, ha certamente reso ascoltabile la testimonianza di giovani che scelgono l’amore e la vita anche dove tutto li minaccia. E tuttavia non ci si può nascondere che nei contesti economicamente più sviluppati i tempi e le esigenze di una collettività schiacciata su un capitalismo impazzito sembrano rubare a una generazione i propri sogni o, meglio, la possibilità sensata di realizzarli. Una società complessa e progredita rende quasi privilegi impossibili le esigenze più semplici, pagando con il suo stesso invecchiamento e la diffusione di rassegnazione e conflitti.

Quello che Milena e tanti altri giovani lamentano è dover lottare per trovare un posticino in una società ripiegata su se stessa, che sembra poter fare a meno di loro e non comprende che invece proprio grazie all’aiuto, alla creatività, e all’entusiasmo dei giovani potrebbe avere uno slancio e rialzare così la testa. Purtroppo la ribellione dei giovani sta cedendo il posto all’indifferenza verso chi sembra non lasciare loro alcuno spazio.

I padri sinodali, ma anche i giovani partecipanti all’assemblea, con grande trasporto hanno impegnato la Chiesa al coraggio della denuncia: «La Chiesa si impegna nel- la promozione di una vita sociale, economica e politica nel segno della giustizia, della solidarietà e della pace, come anche i giovani chiedono con forza. Questo richiede il coraggio di farsi voce di chi non ha voce presso i leader mondiali, denunciando corruzione, guerre, commercio di armi, narcotraffico e sfruttamento delle risorse naturali e invitando alla conversione coloro che ne sono responsabili» (n.151). Chi può difendere i giovani in Italia oggi se non comincia almeno la Chiesa a farlo? Saranno loro a pagare le spese di un’economia che non è alleata della terra e dell’ambiente. Sono le prime vittime di un sistema economico legale ma ingiusto che vede allargarsi la forbice delle disuguaglianze. In Italia oggi l’incidenza della povertà assoluta è più alta tra i giovani fino a 34 anni che tra gli anziani: è la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale e, per l’ultimo rapporto Caritas, un povero su due è giovane. Certo, loro hanno imparato anche a difendersi da soli e stanno mostrando, rispetto a noi adulti, maggior coraggio nel denunciare. È il caso, per esempio, di Greta Thunmberg, quindicenne svedese che ha apostrofato come bambini immaturi i partecipanti alla Cop24, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima svoltasi in Polonia nel dicembre 2018: Greta, con semplicità e grande chiarezza di visione, ha redarguito i grandi del mondo spiegandogli che i combustibili fossili vanno lasciati sotto terra: «Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, e state rubando loro il futuro!». Ma, ha aggiunto, «non sono venuta qui per invitarvi a prendervi cura del nostro futuro. Non lo avete fatto e non lo farete». Voleva solo ricordare a tutti che i cambiamenti climatici sono una realtà. Greta ha le idee molto chiare. E ugualmente lineari, semplici, piene di futuro, erano le idee dei ragazzi che hanno partecipato, a fine ottobre, alla conferenza «Prophetic Economy» organizzata in Italia da una serie di associazioni e movimenti. I giovanissimi erano sul palco insieme a climatologi e grandi economisti, come Jeffrey Sachs: non erano solo ascoltatori, ma partecipanti attivi, pieni di idee e di visione. Tanto che Carlo Petrini, inventore di Slow food, nell’ultima giornata ha citato un vecchio proverbio – «Se i giovani sapessero e se gli anziani potessero!» – proponendo di rovesciarlo: «Se i giovani potessero e se gli anziani sapessero!». Come a dire: c’è una così chiara visione, nei giovani, di come possiamo salvare il Pianeta che se loro avessero i mezzi per farlo e se i grandi comprendessero, dando loro spazio, forse davvero potremmo invertire la rotta.

Il Sinodo 2018 pare averlo compreso, quando nel documento finale afferma: «I giovani spronano la Chiesa a essere profetica in questo campo, con le parole ma soprattutto attraverso scelte che mostrino che un’economia amica della persona e dell’ambiente è possibile» (n.154). Per dare risposta al Sinodo le comunità cristiane potrebbero – o meglio, possono – iniziare da una verifica sui propri consumi, per evitare che acquistare a basso costo significhi sfruttamento del lavoro e della terra; ma anche sulle rendicontazioni e sulla trasparenza: quello che amministriamo non è nostro ma dei poveri, e va gestito con diligenza; così come sui propri investimenti: possiamo forse dormire sonni tranquilli se i nostri soldi sono investiti per finanziare chi produce e commercializza illegalmente armi o mine anti-uomo, o chi fa business nel settore dell’azzardo, o imprese e Stati che non rispettano l’ambiente? Avrebbe un’energia senza precedenti il messaggio evangelico se tutti iniziassimo a fare investimenti sostenibili e responsabili. Investimenti puliti. Alcune diocesi si sono inoltrate in questo cammino con coraggio, ma la strada è ancora lunga. «I sistemi si cambiano anche mostrando che è possibile un modo diverso di vivere la dimensione economica e finanziaria »: così si esprime il documento finale (n.154). Quando in passato la Chiesa con i suoi carismi ha vissuto in modo profetico la dimensione economica tutta l’umanità ha fatto passi in avanti: l’umano è diventato più umano. Ne sono di esempio le prime forme di rendicontazione contabile, nate nelle abbazie benedettine dall’esigenza di dar conto a Dio della sua provvidenza; i monti di pietà francescani che inventarono la finanza come strumento di aiuto ai poveri; il primo contratto di lavoro per i giovani messo a punto da Don Bosco; l’economia di comunione immaginata da Chiara Lubich, e tanti altri. Molti giovani – cattolici e non – hanno una sensibilità su questi temi e li riconoscono fondamentali. Essi, giustamente, non ci ritengono credibili se in un convegno parliamo di povertà mentre le nostre strutture e abitudini dimostrano poca attenzione al rispetto dell’ambiente. Perché la rottura del rapporto col creato genera nuove povertà: «Tutto è connesso», ci insegna papa Francesco nellaLaudato si’.Non è possibile accompagnare seriamente i giovani se non ci lasciamo scomodare da queste urgenze, di cui è intriso il loro futuro.

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Comunità civile ed ecclesiale sono spinte dagli adulti di domani a dar vita a un’economia amica dell’uomo e del creato

ALESSANDRA

SMERILLI

SERGIO

MASSIRONI

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