«È auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica» AVV 12.1.19

In politica è l’ora di «progettare»

 «È auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nell’intervista ad ‘Avvenire’ dell’8 dicembre scorso, ha rilanciato la questione di una nuova stagione di impegno per un protagonismo rinnovato dei cattolici in politica. Un impegno capace di superare «quella sterile divisione del passato tra i cosiddetti ‘cattolici del sociale’ e i ‘cattolici della morale’», ha detto il cardinale, suggerendo ora la nascita di «una sorta di Forum civico», capace di mettere in rete le tante esperienze che già sono presenti sul territorio, e che possa finalmente avviare il cammino.

Fin dai primi giorni della sua elezione a presidente della Cei, Bassetti ha dimostrato di avere a cuore questo tema, e ‘Avvenire’ ha ospitato un ampio dibattito animato da varie voci di cattolici impegnati. Un percorso che continua oggi e proseguirà ancora.

 

Il rapporto con la vita pubblica, una scelta da fare

SI PENSI A STATI GENERALI DEL CATTOLICESIMO

Caro direttore, il vivace dibattito in corso sul rapporto fra cattolici e politica in Italia – tema che ha conosciuto una significativa ripresa in relazione ad autorevoli riflessioni del presidente della Cei, cardinale Bassetti, e al quale anche ‘Avvenire’ sta dando da tempo spazio – si è espresso con una serie di interessanti interventi, senza che tuttavia sia stato, a giudizio di chi scrive, messo a fuoco il problema centrale, e cioè quali sono le vie da percorrere per questa sorta di nuova ‘discesa in campo’? Le molte e importanti prese di posizione che questo giornale ha registrato non hanno sciolto questi dubbi, e dunque pare non inutile riprendere i termini essenziali del problema.

Due sono le vie che i cattolici in passato hanno percorso – e che in futuro potranno percorrere – per dare il loro contributo al Paese-Italia: la via (seguita in una lunga stagione dall’Opera dei Congressi) del «pre-politico», e cioè dell’azione in campo sociale, con l’attivazione di cooperative, la costituzione di casse rurali, la nascita di organizzazioni sindacali di ispirazione cattolica, e via dicendo; e la via, per una breve stagione avviata dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo e poi, con ben altra fortuna, ripresa dalla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, del partito politico di ispirazione cristiana. Questa scelta – nei nuovi scenari di inizio del XXI secolo – sta ancora dinanzi a noi ed è necessario, a nostro avviso, che i cattolici italiani che intendono impegnarsi nel sociale prendano la loro decisione: tenendo presente che, quando ci si orienti a una azione propriamente partitica, si propone il problema se disperdersi – a seconda dei propri riferimenti valoriali – oppure concentrarsi prevalentemente in un partito (non necessariamente di dichiarata ispirazione cristiana). Se si imbocca questa seconda strada – come personalmente riterrei opportuno – si pone e si porrà il problema di individuare la forza più vicina (o meno lontana) dai valori di cui i cattolici sono portatori, e lì combattere la battaglia per una buona politica a servizio del Paese e che tragga la sua ispirazione dalla Parola evangelica e dalla tradizione del cattolicesimo sociale. Né dovrebbe destare scandalo il fatto che dalla stessa ispirazione ideale possano nascere, sul piano della prassi politica, diverse scelte di campo sull’uno o sull’altro dei problemi che la società italiana deve affrontare: ferma restando, comunque, la fedeltà ad alcuni fondamentali valori etici (dal rispetto della vita, al riconoscimento dei diritti della famiglia, a una piena libertà religiosa, e così via).

Come operare questa non facile scelta? Ad avviso di chi scrive sarebbero auspicabili dei veri e propri ‘Stati generali’ del cattolicesimo italiano – sotto l’egida di autorevoli punti di riferimento e non mettendo in campo direttamente l’episcopato – quale potrebbe essere, secondo una proposta da me e da altri già avanzata, una Fondazione che dovrebbe costruire le basi ideali e culturali di una nuova presenza dei cattolici nella società italiana: luogo, auspicabilmente, di incontro di tutti i cattolici impegnati nel sociale, indipendentemente dalle diverse opzioni politiche. Ma, per dare un ‘colpo d’ala’ a una querelle che rischia di essere ripetitiva e stantia, occorre offrire uno sbocco a un dibattito che rischia altrimenti di essere condannato alla sterilità. Come dicevano gli antichi,Hic Rhodus, hic salta:oggi e qui sta il problema, oggi e qui dovrebbe essere cercata e trovata la sua soluzione.

Due sono le vie percorse in passato: la via del «prepolitico », l’azione in campo sociale, e la via del partito di ispirazione cristiana Questa è la scelta dinanzi a noi ed è necessario prendere una decisione

GIORGIO CAMPANINI

 

Sfide sempre più incalzanti, tempo di azione

LA PROFEZIA DI DOSSETTI E UN DOVERE ATTUALE

Gentile direttore, per quanto la storia non si ripeta mai esattamente allo stesso modo, tuttavia non possono essere negate o taciute le ragioni che legano l’appello di Sturzo ai «liberi e forti» del 1919 con le attuali condizioni di imbarbarimento del dibattito pubblico in Italia ed in Europa. Allora come ora, istanze sociali senza risposta generarono una idea di esclusione in gente che finì per affidarsi alla soluzione più radicale. Ho avuto modo di ricordare nell’aula della Camera, in occasione del dibattito parlamentare sul cosiddetto Decreto Sicurezza , le parole profetiche di Dossetti sul rischio, sempre in agguato, del superamento delle democrazia rappresentativa: «Invece di una democrazia rappresentativa, con le sue procedure dialogiche e le inevitabili mediazioni di ragioni contrapposte a confronto, si avrebbe una democrazia populista, inevitabilmente influenzata da grandi campagne mediatiche, senza razionalità e appellantisi soprattutto a mozioni istintive e a impulsi emotivi, che trasformeranno i referendum in plebisciti e praticamente ridurranno il consenso del popolo sovrano a un mero applauso al Sovrano del popolo». Ci siamo arrivati, anzi siamo andati oltre.

Le società ‘accelerate’, diventate istantanee, consumano prevalentemente la domanda politica in un clic istintivo che ha posto fine al dibattito pubblico tra pensieri politici, passando dal pensiero all’umore, dalla verità al verosimile, dalla critica all’insulto organizzato e alimentato dalla costruzione tematica e sistematica del nemico. Per questo è necessario immaginare un nuovo impegno, una rete di impegni ricondotti a unità. Nell’era postideologica, nella società disarticolata, dove tutto si consuma velocemente e ricordo e memoria rischiano di scomparire sotto i colpi di una compulsiva campagna elettorale permanente, l’unico antidoto possibile è rappresentato dal coraggio di contrapporre la forza delle idee resistenti.

Il tema che si pone non è che cosa fare, perché la via possibile di un nuovo impegno è tracciata, ma come costruire le ragioni fondanti e motivanti un nuovo cammino. Innanzitutto vanno eliminati possibili equivoci di fondo. In nome della ambizione all’unità in Italia non vi possono essere confusioni di campo. I cattolici italiani devono sapersi schierare, senza ambiguità, su questioni essenziali: nessuno è solo, l’accoglienza è umanità. E neppure questo è scontato: il clima di oggi, in cui crescono e si affacciano sulla scena pubblica le nuove generazioni, è dominato dalla radicalizzazione di un ‘individualismo della paura’ su cui si costruisce un’idea di protezione personale e sociale affidata al presunto ‘uomo forte’ e nella logica autoreferenziale di un nuovo imperante ‘me ne frego’. Per cui la la legittima domanda di sicurezza degenera in rancore, e diventa razzismo. Per cui l’idea di Patria diventa una triste e chiusa idea di Nazione, e degenera in nazionalismo.

I diffusori dell’infezione giurano addirittura sul Vangelo e con il rosario in mano. Si pongono, in Italia e in Europa, come i difensori dell’identità cristiana, salvo poi alzare muri, bloccare barconi di disperati, abbandonare per strada anche donne e bambini, sottraendoli alla protezione dello Stato e regalandoli all’anti-Stato, in un Paese che sembra aver perso il senso di sé. Il contagio si è diffuso anche tra i cattolici italiani, perché per tanti la paura oggi prevale sulla speranza. La contrapposizione tra principio di legalità e principio di giustizia sociale ha generato il falso mito di una società dei più forti.

Il fenomeno non è confinato al solo fenomeno migratorio, ma il tema ‘noi egli altri’ sta impostando la vita sociale su presupposti contrari a quelli su cui l’Europa comunitaria è nata e si è sviluppata. In gioco c’è tanto e il rischio è il ripetersi, nel dramma della storia, di una certa silente acquiescenza al nuovo corso, il rischio è guardare dall’altra parte, non indignarsi più, non stupirsi più, non percepire lo ‘scandalo’, di far affogare, prima che in un mare di acqua salata, nella indifferenza collettiva vite disperate. Il rischio è sovvertire l’ordine per cui i carnefici diventano vittime. Di fronte a questo non c’è altra soluzione, se non l’azione. E l’azione è esattamente una responsabilità dei cattolici.

Deputato del Pd

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CAMILLO D’ALESSANDRO

 

Serve una dimensione metafisica: la convinzione di essere fatti dal e per il bene

LA BUONA POLITICA È MEDIAZIONE: I CRISTIANI PERCIÒ SIANO CONSEGUENTI

Il periodo natalizio è stato ricco di eventi significativi capaci di gettare luce sul contesto italiano, per chi voglia andare oltre le consuete lamentele sulla precarietà della situazione e sulla durezza dei tempi. Si possono mettere in fila molti elementi: da una parte, il decreto sicurezza, il modo di procedere nell’approvazione della legge di bilancio, della riforma della legge Fornero e del reddito di cittadinanza, l’ennesimo condono fiscale al posto di una seria politica contro l’evasione fiscale – in cui rientrerebbe anche e soprattutto l’emersione dell’immenso flusso di denaro proveniente dalla malavita organizzata – la tragica vicenda dell’uccisione del tifoso interista e la consistenza e la natura anarchico-insurrezionalista delle bande di ultras da sempre tollerate. Dall’altra, il discorso, misurato e fermissimo del presidente Mattarella, la clamorosa presa di distanza di sindaci, governatori, opinionisti, giuristi, operatori del Terzo settore dal decreto sicurezza, lo spaesamento crescente di molti cittadini di fronte a una politica che si mostra o totalmente disfatta quanto a progetti ideali e pratici, o aggressiva nei suoi proclami di chiusura identitaria, fortemente e inutilmente conflittuale e, a sua volta, priva di una linea costruttiva di ampio respiro. I primi dati segnalati mostrano impietosamente, ancora una volta, l’inadeguatezza della nostra classe politica, schiacciata sulla ricerca di un consenso immediato e inadeguata di fronte a sfide di portata globale. La pretesa di rispondervi da un piano esclusivamente nazionalistico è palesemente incongruente con la sempre più evidente necessità di correzione dell’andamento economico-finanziario generale, e di risposta al problema dei flussi migratori, entrambi di portata epocale.

I secondi aprono alla speranza che un nuovo slancio politico sia possibile. Per far questo, occorre tuttavia chiarire alcuni punti. Prima di tutto, è necessario sia rendersi consapevoli della crisi in cui versa oggi la democrazia sia prendere atto del profondo senso etico insito nel sistema democratico, miglior garantepossibiledi uguaglianza e rispetto reciproco tra governanti e governati. Oggi, al contrario, di fronte al progressivo cambio diformadella democrazia, tolleriamo l’erosione di alcuni suoi contenuti fondamentali, e non soltanto nella dimensione italiana, ma anche in quella internazionale. La democrazia diretta, oggi proposta come veicolo diuniversalepartecipazione e come apertura di ampi nuovi e più spazi di libertà, si propone di prosciugare i tradizionali stadi di formazione della mediazione tra la volontà popolare, istituzioni e organi rappresentativi. Tuttavia, già Rousseau, primo oppositore di ogni mediazione e teorico della supremazia della volontà generale – e dunque popolare –, dichiarava questo possibile solo «nella piccola città», avendo come modelli Sparta e Ginevra. L’attuale scena politica globale, i numeri e la complessità sociale, economica, culturale che la intessono rendono la proposta della democrazia diretta – nonostante la rete e le sue potenzialità – un vero e proprio inganno, che rimane esercizio applicabile solo nella dimensione locale. Qui, infatti, un ampio coinvolgimento popolare può essere efficace e realistico, mentre nella dimensione nazionale l’intervento popolare diretto si scontra con le insormontabili difficoltà della corretta scelta e presentazione delle questioni da sottoporre alla decisione popolare, dell’accesso universale alle informazioni, dell’impossibilità di sottoporreognidecisione politica alla volontà dei cittadini nei tempi rapidi che la politica esige. Di fronte a queste (e altre) inevase difficoltà, la democrazia diretta – come si vede nelle varie versioni del populismo – svuota progressivamente le garanzie che organismi e istituzioni rappresentative assicurano, sostenuta, in questa azione, dall’autoritarismo dei partiti sovranisti.

Elemento comune a entrambe le versioni – populista e sovranista – delle attuali vie alla democrazia, è il progressivo estinguersi della mediazione, cardine della democrazia rappresentativa. Ma questo processo non è casuale né ascrivibile in proprio alle attuali visioni politiche: piuttosto, è elemento centrale e di lungo periodo di una parte consistente del pensiero occidentale, riversatosi poi nella dimensione politica. Per questo, la primaazione politicache i cattolici dovrebbero compiere consiste nella comprensione della portata di tale eliminazione, cuore del dominante pensiero post-metafisico e della sua pretesa di dar vita a un orizzonte culturale – e, di seguito, pratico – ditotale

immanenza.Non si creda che la ricerca delle radici culturali di una crisi drammaticamente ed evidentemente concreta sia comodo rifugio nell’astrazione di un pensiero ormai inattuale e sterile. La scelta di collocarsi in un orizzonte di completa immanenza – nella forma di un radicale scientismo, o prassismo o pragmatismo o di una mescolanza incongrua di queste tre linee – è ormai divenuta moneta corrente tale da essere ‘incorporata’ dai più, senza la coscienza delle sue implicazioni.

Gli effetti di una scelta di questo tipo sono però evidenti quando ci si confronta con una politica appiattita sul mero tornaconto del momento, del tutto incapace di misurarsi con ciò che ha respiro globale, universale. Cadono così i concetti di umanità, generatività, solidarietà, che fioriscono solo dove lo sguardo si fa ‘metafisico’, nella non astratta ma concretissima capacità di passare, nel pensiero, nell’acquisizione coscienziale e infine nell’azione, dal particolare concreto e contingente a una rappresentazione universalizzante – e, dunque, mediatrice – tra i propri bisogni, aspettative, desideri e quanto è – e può essere – aspirazione di ogni altro, simile e diverso. L’aspirazione alla partecipazione totale e alla totale trasparente composizione delle molteplici volontà, distrugge la fatica della mediazione e la sostituisce – o più spesso pretende di farlo – con l’analisi statistica di dati: mai veramentetotalie trasparenti, anzisempresettoriali, nella presunzione che da questa analisi scaturiscano risposte indiscutibilmente oggettive ai quesiti che interrogano la politica.

In un contesto politico che smentisce continuamente premesse e promesse di partenza, i cattolici, e in generale i cristiani, possiedono la ricchezza di una visione ‘metafisica’ capace dileggereil reale oltre il mero, pragmatico, utilitarismo. La parola non spaventi: il cristiano, se è tale, vive una vita concretamente metafisica,dove ogni problema, ogni relazione, ogni azione, deve essere continuamente mediata rispetto alla dimensione altra che lo trascende e a cui la sua fede continuamente lo riconduce. Non è la prassi che lo guida, né l’utilitarismo, né il pragmatismo: piuttosto, la convinzione di essere fatti dal e per il bene nonostante tutte le drammatiche limitazioni che l’uomo si riconosce e le difficoltà che incontra nel coglierne i profili. Questa convinzione, condivisa da molti uomini di buona volontà, resa consapevole dalle sfide poste dalla contingenza, dovrebbe essere il primo motore di una politica capace di progettualità, di generosità, di innovazione. Di questo contributo la nazione ha grande e urgente bisogno.

Docente di Filosofia politica e Teoria Politica Università di Roma ‘La Sapienza’© RIPRODUZIONE RISERVATA

GABRIELLA COTTA

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