Lo scontro generazionale «Giovani» indipendenti a 50 anni  AVV 12.12.18

Lo scontro generazionale

«Giovani» indipendenti a 50 anni 

Per i Millennials si allarga a dismisura il gap con padri e nonni: la piena autonomia arriva a mezz’età La proposta: accorpare le 53 misure esistenti per garantire un «reddito d’opportunità» da 20mila euro

GIANCARLOSALEMI

Roma

 

Puoi chiamarli Millennials, Generazione Y oppure più semplicemente Under 19. Per loro il ‘divario generazionale’, ovvero il ritardo accumulato dalle nuove generazioni rispetto alle precedenti, nel raggiungimento della propria indipendenza economica e personale è allarmante: un fossato che si allarga sempre di più. Al punto che i ragazzi di oggi saranno davvero indipendenti solo alla soglia dei cinquant’anni. Lo dice abbastanza sconsolato Alessandro Laterza, presidente della Fondazione Bruno Visentini durante la presentazione del loro Rapporto su «Divario generazionale, un patto per l’occupazione dei giovani». Insomma, questa generazione sarà la prima dal Dopoguerra a non godere di prospettive di vita migliore rispetto a quella dei propri genitori. Tutto questo perché la ‘quarta rivoluzione industriale’ sta trasformando la nostra economia, i modelli di business e i processi produtti- vi, la qualità e quantità dell’occupazione, le competenze e la formazione del capitale umano, nonché le relazioni industriali e gli stessi schemi tradizionali dei rapporti di lavoro. Ma non c’è da scoraggiarsi, dicono i ricercatori che hanno incontrato oltre10mila studenti, sottoponendo a 800 di loro, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, un formulario per «capire le loro esigenze». Perché sono proprio i giovani ad essere ottimisti. «Nonostante tutto – ha spiegato Fabio Marchetti, condirettore della Fondazione – sono fiduciosi, disponibili alla mobilità, al lavoro autonomo, a rischiare». Già perché di questo hanno bisogno: di essere responsabili del proprio destino, come ha detto l’altro curatore della ricerca, Luciano Monti, che al reddito di cittadinanza ha contrapposto «il reddito di opportunità». Ovvero dare la possibilità allo studente di oggi di potersela giocare domani ad armi pari con gli studenti di altri paesi. Ma come? Riuscendo a superare la frammentazione delle misure pro-giovani, se ne contano in Italia ben 53, che oltre a produrre scarsi risultati godono di appena lo 0,15% del Pil, con un onere diretto per lo Stato pari a poco più di 2 miliardi e mezzo di euro nel 2018. Da qui la proposta: considerando gli attuali vincoli di bilancio, serve una Legge quadro per i giovani mettendo a sistema un paniere di interventi il cui onere stimato per la prima annualità è pari a 4,5 miliardi di euro, di cui 3,7 miliardi di euro reperibili razionalizzando le risorse nazionali ed europee già stanziate per le misure generazionali e 800 milioni di euro da recuperare sulla fiscalità generale.

La proposta, in concreto, prevede la creazione di un unico strumento, che vada a sostituire tutti i precedenti, rappresentato da un fondo chiamato a sostenere il patto per l’occupazione giovanile, mediante un conto individuale ‘una mano per contare’ proprio come i cinque differenti ambiti di intervento, (scuola e lavoro, sviluppo in azienda, formazione, impiego e bonus abitazione) da cui il riferimento alle cinque dita di una mano. Un fondo individuale (stimato in circa 20mila euro per una platea di 2milioni e 250mila tennager), da mettere a disposizione dei nostri giovani che possono liberamente scegliere quando e dove utilizzarlo, e che prevede la possibilità, nell’arco di poco meno di vent’anni (tra i 16 e i 34 anni), di acquisire servizi, benefit fiscali, sgravi contributivi, al fine di integrare le proprie esperienze per raggiungere l’indipendenza economica e sociale. «Ne possiamo parlare» ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Stefano Buffagni «nelle misure che studieremo dal 2019», mentre l’altro sottosegretario di Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti, ha parlato di «strumenti» da dare ai giovani «per poter trasformare la loro intelligenza in saper fare», augurandosi di «riportare i giovani a lavorare nei loro territori».

Un quadro su cui si sono trovati d’accordo sia i sindacati che i rappresentanti delle imprese intervenuti alla Luiss che ha organizzato l’evento e che può essere racchiuso con quanto detto da Mara Carfagna, vicepresidente della Camera: «Investiamo troppo nelle pensioni (16,5%) e poco nell’istruzione (4%) e ancora meno nel sostegno alla famiglia (1,4%). Bisogna promuovere l’occupazione giovanile non per giustizia ma per convenienza, perché ci conviene non sprecare il nostro capitale umano».

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IL CASO

Nuove assunzioni -18,4% in busta paga 

I nuovi rapporti di lavoro stipulati nel settore privato nel 2016 hanno una retribuzione di 9,99 euro l’ora, che è più bassa del 18,4% rispetto a quella dei rapporti in essere (12,25 euro). In termini percentua-li, spiega l’Istat, la differenza di retribuzione oraria mediana dei nuovi rapporti rispetto a quelli in essere è molto più alta per gli uomini (-21,5%) che per le donne(-14,6%). Le caratteristiche di queste nuove posizioni lavorative sono «del tutto peculiari e differenti rispetto a quelle dei rapporti esistenti a inizio e fine anno», precisa l’Istituto di statistica: c’è una più alta incidenza di lavoratori stranieri (22,2% contro 11,7% dei rapporti in essere), di contratti di lavoro a tempo determinato (71,9% contro 2,4% degli esistenti) e parttime (36,1% contro 26,2%) e di giovani sotto i 29 anni (35% nei nuovi rapporti rispetto al 12,2% negli esistenti).

 

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