Il rap, il trap e il senso della vita  AVV 12.12.18

Il rap, il trap e il senso della vita 

Scripta manent

 

Caro direttore, ho chiesto ai miei figli la differenza tra un ‘rapper’ e un ‘trapper’: mi hanno ricordato quella sera passata insieme per l’incontro dei giovani al Circo Massimo, dopo la veglia con papa Francesco, quando il rapper Clementino e la sua band ‘inclusiva’ ha fatto divertire perfino noi padri ultracinquantenni, (anche per la rivisitazione rap di brani più noti a noi vecchiotti, come ‘Don Raffaè’ di Fabrizio De André), e ci ha presentato un gruppo di percussionisti che non diventerà famoso ma ha già raggiunto il suo scopo: aiutare ragazzi con difficoltà di vario tipo a trovare in quella espressione artistica un motivo di riscatto e di valorizzazione delle diverse e problematiche abilità. Così mi sono preso la briga di leggere i testi della ‘musica’ di ‘Sfera Ebbasta’ e ho capito qualcosa in più, qualcosa che non riguarda la sicurezza dei locali notturni e le doverose indagini sulla tragedia di Ancona. So che il trapper di scena si è fatto tatuare in testa tante stelle quante vittime ha indirettamente causato il suo spettacolo, ma tante altre vittime sconosciute potrebbero avere quel ricordo indelebile simboleggiato dal tatuaggio. Non basterebbe la pelle del cantante per ospitare quelli che ‘non ce l’hanno fatta’: e non intendo solo i morti sulle strade del sabato sera, né le vittime della droga, né le ragazze sfruttate dalla prostituzione; intendo tutti quelli che lui descrive nei suoi testi autobiografici raccontando a suo modo la vita che precede il successo mediatico e i soldi, prima di essersi ‘fatto da solo’. Da come lui stesso si descrive, i soldi e il successo raggiunti hanno cambiato le situazioni, ma oggi il palco, i viaggi, gli alberghi di lusso, le auto di marca lanciate a velocità sfrenata nella notte, il sesso facile che i soldi e la fama ti procurano, la folla dei fan accalcati non hanno riempito quel vuoto che nessuna sostanza chimica, nessun ritmo ossessivo, nessuna ragazza-oggetto possono colmare, il vuoto del non senso e della mancanza di vere relazioni che prima attribuiva alle ristrettezze economiche, all’anonimato e alla società ingiusta. Se qualcosa queste tragedie possono insegnarci, oltre la prevenzione e la sicurezza, è la riscoperta di una vita normalmente faticosa, senza l’obbligo di ‘sfondare’ e senza sfondarsi di eccessi, anche se qualcosa va storto, normalmente entusiasmante nelle sue difficoltà anche estreme, esageratamente bella nella sua ordinarietà e nell’anonimato mediatico, piena di relazioni anche problematiche, e proprio per questo vere. Sta a noi adulti aiutare i ragazzi in questa scoperta, accompagnandoli nella vita e con l’esempio e a volte accompagnandoli anche ai concerti, magari più rap e meno trap.

Pier Giorgio Tacchi

Foligno (Pg)

 

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