I cattolici e la politica, fare bene  AVV 15.12.18

I cattolici e la politica, fare bene 

«È auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nell’intervista ad Avvenire l’8 dicembre scorso, ha rilanciato con chiarezza la questione che si apra una nuova stagione di impegno per un protagonismo rinnovato dei cattolici in politica. Un impegno capace di superare «quella sterile divisione del passato tra i cosiddetti “cattolici del sociale” e i “cattolici della morale”», ha detto il cardinale, suggerendo ora la nascita di «una sorta di Forum civico», capace di mettere in rete le tante esperienze che già sono presenti sul territorio, e che possa finalmente avviare il cammino. Fin dai primi giorni della sua elezione a presidente della Cei, Bassetti ha dimostrato di avere a cuore questo tema, e ‘Avvenire’ ha ospitato un ampio dibattito animato da varie voci di cattolici impegnati. Un percorso che continua oggi e proseguirà.

 

Al servizio della costruzione di un’Europa più forte

PER TUTTI NOI È TEMPO DI IMPEGNO RESPONSABILE

Caro direttore, c’è bisogno dei cattolici, nella società e nella politica. Ce n’è bisogno perché da loro, da noi, attraverso i valori della dottrina sociale della Chiesa, potrà ripartire e riaffermarsi la democrazia e la libertà; valori che sono universali e non cozzano con i valori dei laici.

Queste sono riflessioni importanti, a dir poco fondamentali alla vigilia del centenario dell’appello ai ‘Liberi e forti’ di don Luigi Sturzo. Una pietra miliare della storia del cattolicesimo popolare e democratico, dal quale occorre ripartire per ricostruire le basi di quella che Giorgio La Pira, proprio come poi ha fatto papa Francesco, chiamava «politica con la P maiuscola».

Rileggendo le parole della Commissione provvisoria del Partito popolare Italiano, testo redatto nel gennaio 1919, si comprendono l’attualità e la straordinaria forza del programma di Sturzo, in cerca di un «reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali», rigettando «imperialismi e violente riscosse ». Sono inevitabili i parallelismi tra le situazioni politiche di allora con le attuali, fatte di lacerazioni e frammentazioni, che rispondono alle sfide globali con inappropriati particolarsmi, che curano i propri interessi e disgregano ciò che è stato faticosamente costruito. La crisi economica, i flussi migratori, il disagio sociale, il populismo lo scollamento tra le Istituzioni e tra queste e i cittadini, nonostante la garanzia di democratiche elezioni, non sono soltanto problemi italiani e men che meno della mia regione, l’Umbria. Si tratta di istanze che si stanno manifestando a livello europeo e alle quali va fornita una risposta adeguata.

Credo che il cardinale Gualtiero Bassetti, ormai da tempo, ci stia indicando la strada giusta: un impegno più attivo e coordinato dei cattolici in politica, perché i cattolici possono dare un contributo fondamentale alla democrazia europea. Lo ha fatto anche la scorsa settimana a Roma, nel bel convegno dal titolo ‘La nostra Europa’, organizzato da Acli, Azione Cattolica, Comunità di Sant’Egidio, Cisl, Confcooperative, Fuci e Istituto Don Sturzo. Un dibattito che proprio lei, direttore, ha moderato e concluso. E lo ha ribadito con l’ampia intervista che lo stesso presidente ha concesso al suo giornale e che è stata pubblicata domenica scorsa, 9 ottobre 2018.

I valori dei cattolici come la sussidiarietà, il popolarismo, la solidarietà, il rispetto, l’inclusione rappresentano le fondamenta per la costruzione di un’Europa più forte, di un’Europa dove nessuno si senta ospite e nessuno si senta zavorrato. Queste stesse parole, ricche di significato, mossero don Sturzo e i cattolici che si affacciavano sulla scena politica di inizio Novecento, ma sembrano perfette anche per noi, perché l’Europa e l’Italia di oggi, persino più di quelle di allora, hanno bisogno di carità, di responsabilità e di competenza. Non ne possiamo più di paure alimentate quotidianamente e ad arte, spesso con dati falsi, per scatenare ‘guerre tra poveri’, non servono i populismi che provocano tensioni invece che fornire soluzioni.

Credo che questa strada, indicata con fiducia nel ruolo autonomo e responsabile dei laici cattolici dal cardinal Bassetti, sia quella da seguire. Se saremo in grado di intraprenderla, ricostruendo una connessione tra tutti quelli che si riconoscono in questi valori di fondo, riusciremo a raggiungere la mèta, ovvero una democrazia europea fondata su scelte politiche prima che finanziarie, che tuteli i cittadini, che promuova la crescita sostenibile, che combatta la disoccupazione e la discriminazione, che ci renda più forti sulla scena mondiale. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma – appunto – di un’operazione politica ‘con la P maiuscola’, che infonda il coraggio di affrontare le situazioni nel rispetto, nel dibattito costruttivo, nella condivisione. L’alternativa a questa assunzione di responsabilità è l’irrilevanza o, persino, il precipitare nella spirale di nuove lotte intestine, come tra guelfi e ghibellini.

Presidente del Consiglio regionale dell’Umbria

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DONATELLA  PORZI

 

I nodi da sciogliere già per la prossima scadenza elettorale

OLTRE LE «OMISSIONI» E L’AUTOREFERENZIALITÀ

Caro direttore, la necessità di avere uno strumento politico e organizzativo capace di raccogliere la sfida che proviene da settori consistenti dell’area cattolica italiana – pur sempre articolata e molto plurale al suo interno – si fa sempre più stringente. Del resto, la fine dei ‘partiti plurali’ – con, da un lato, il lento tramonto del Partito democratico e, dall’altro, il progressivo esaurimento di Forza Italia – e il ‘ritorno delle identità’ sono a mio giudizio la premessa per una svolta politica ormai necessaria.

Anche le riflessioni avanzate in queste ultime settimane da autorevoli esponenti della Chiesa italiana – a cominciare dal presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti – e da molti dirigenti dell’associazionismo cattolico di base vanno nella direzione di ridare voce, sostanza e prospettiva a un rinnovato impegno dei cattolici. Ovviamente un impegno laico, profondamente democratico, squisitamente riformista ma, soprattutto, ancorato a una cultura che affonda le sue radici nella storia e nell’esperienza del cattolicesimo politico italiano. Ecco perché, allora, è quantomai urgente richiamare almeno 3 nodi che andranno definitivamente sciolti nelle prossime settimane. Innanzitutto, va perseguito un disegno che definisca una presenza il più possibile unitaria dei cattolici sensibili all’impegno politico nella stagione contemporanea. Nessuna rivendicazione anacronistica e fuori luogo, come ovvio, dell’unità politica dei cattolici, ma una precisa assunzione di responsabilità di fronte all’emergenza politica e democratica che vive il nostro Paese. Sotto questo aspetto, è indispensabile superare i comprensibili personalismi e la tentazione, vecchia come il mondo, di ridurre la molteplicità e la ricchezza delle pluralità delle voci presenti nella società alla propria esperienza personale o di gruppo. L’autoreferenzialità assieme al vizio di porre la propria esperienza come l’unica in grado di ricomporre il tutto sono e restano alla base dell’impotenza e della irrilevanza del cattolicesimo popolare e sociale nell’attuale fase storica.

In secondo luogo va preso atto che una cultura politica, un pensiero politico e una tradizione culturale e ideale hanno un valore, e un senso, nella misura in cui sanno far fermentare e lievitare la società in cui quella cultura, quel pensiero e quella tradizione operano e aggregano. Sarebbe curioso arrivare alla conclusione che c’è un grande fermento nell’area cattolica italiana per un rinnovato impegno politico, che ci sono energie fresche per inverare quell’impegno, che c’è una cultura attuale e moderna capace di portare un contributo significativo per affrontare e cercare di risolvere i problemi della nostra società, che esiste una classe dirigente di qualità a livello periferico e centrale in grado di uscire dall’isolamento dopo anni di letargo e di impegno nelle retrovie e poi, all’ultimo, abdicare o ritirarsi perché non sufficientemente organizzati. Se così fosse, non potremmo non prendere atto del monito presente nell’Octogesimaadveniensche parlava di un «peccato di omissione» per denunciare l’assenza dei cattolici dall’agone politico. In ultimo, ma non per ordine di importanza, occorre prendere atto che la politica è fatta di appuntamenti. Elettorali e non. E la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, soprattutto in questa contingente fase storica, non può registrare l’assenza in Italia di una presenza politica popolare, riformista, democratica e cristianamente ispirata. E questo non solo per il sistema elettorale proporzionale che esalta la personalità delle singole forze politiche e la valenza del conseguente progetto politico, ma anche perché il contributo per una Europa comunitaria, democratica, federale e unita non può prescindere dall’apporto della cultura democratico cristiana e cattolico popolare e sociale. Non esserci equivarrebbe a un atto di colpevole diserzione. Ecco perché, ormai, a mio parere, siamo arrivati a un bivio: o matura in modo serio, corretto e coraggioso una precisa assunzione di responsabilità politica in vista anche e non solo dei prossimi appuntamenti elettorali oppure si ritorna tristemente e passivamente nelle retrovie in attesa di nuovi e, a oggi, imprevedibili avvenimenti.

Già deputato del Ppi e del Pd

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GIORGIO  MERLO

 

Europa e autonomie locali come orizzonte

UMANIZZARE IL «NUOVO GIOCO»

 Caro direttore, si torna a discutere di cattolici italiani e politica. Ne parlano – nel loro ruolo – i nostri vescovi; se ne discute in tanti incontri. Per quanto si possa prestare a letture fuori dal seminato (come quella, bizzarra, che evoca appunto un «partito dei vescovi») la discussione nasce da un problema vero e profondo. Infatti, se ci limitiamo alle apparenze di superficie, si potrebbe dire: ma quale ‘assenza’ dei cattolici dalla politica? Mezzo Governo si proclamadefensor fidei,si citano Papi e statisti alla De Gasperi a ogni piè sospinto, si fanno direttive per consigliare l’allestimento del presepe, si rammenta l’obbligo del crocifisso negli uffici pubblici, si tuona sulla inviolabilità di princìpi e valori…

Assistiamo da parte del ‘potere’ a una ostentazione inaudita e pre-conciliare dei segni cristiani. Ma questa ‘pubblicistica dei segni cristiani’ non risolve il problema, visto e considerato che proprio in questa fase della nostra vita sociale e politica ritorna con insistenza il tema dell’impegno dei cattolici. E infatti – in questo dibattito – si parla di altro. Di due cose in particolare.

La prima è ‘pre politica’, in realtà. Si avverte che il tessuto sociale e civile del Paese è sempre più lacerato e disperso. Cresce una Italia della sfiducia, del litigio e della rancorosa chiusura nelle proprie paure, come ci dice anche il recente rapporto del Censis. E s’impone una sfida culturale: come contrastare la deriva individualista senza ripiegare nella vecchia mitologia del ‘collettivo’ tipica del Novecento. Alessandro Barrico, nel suo ultimo libro ‘The Game’, ha ben descritto un fatto: non è tanto la tecnologia del Web che sta cambiando gli uomini, sono gli uomini che avevano un bisogno radicale di protagonismo personale, oltre le élite e lo hanno visto corrisposto da questo nuovo gioco. Da questo gioco, che ha i suoi pro e i suoi contro, anche micidiali come sappiamo, non intendono comunque più uscire e non usciranno: inutile attardarsi in patetiche nostalgie e improbabili anatemi. Dunque, la sfida – anche per i cattolici – è come umanizzare il ‘nuovo gioco’ e piegarne le potenzialità enormi in ragione di una nuova idea di comunità solidale. La seconda cosa di cui si parla in questo dibattito è invece più precisamente riferita alla politica in senso stretto: l’auspicata presenza di una ‘cultura politica collettiva’ (al di là delle singole testimonianze personali), che sappia reinterpretare i valori della tradizione cattolico democratica e popolare nello scenario di oggi, con un necessario rinnovamento di idee, linguaggi, forme e classe dirigente. Sono le gravi emergenze in atto oggi nel Paese che rendono doveroso riproporre le vocazioni di questa cultura. Ne riprendo alcune. Una idea di ‘politica’ che non sia ‘risposta’ passiva alle pulsioni della gente, ma indicazione responsabile di una meta, di un percorso possibile, anche con il coraggio di un ‘rischio’ educativo. La politica non è onnipotente, vive solo di umiltà: ha però il compito di scorgere la filigrana del nuovo disegno anche mentre la vecchia trama si sta lacerando e di condurre la comunità sul sentiero sicuro, con mano dolce ma salda. Una matura visione della ‘leadership’, che presuppone solidità interiore, fermezza di principi, educazione personale a un uso sobrio del potere, di ogni potere; vocazione alla ‘mitezza’, mi verrebbe da dire ricordando Mino Martinazzoli. Una cultura (una religione civile, vorrei dire) delle ‘istituzioni pubbliche’ intese non come un campo di battaglia da conquistare, ma come la Casa Comune, da amministrare pro tempore con saggezza ed equilibrio. Una cultura della democrazia senza pericolose derive illiberali e fondata su un presupposto sociale e comunitario: alternativa sia alla post-democrazia (le ‘democrature’ oggi così di moda e così ammirate dalla maggioranza di governo e – ahimè – da non pochi cittadini) sia alla difesa fredda e rassegnata delle sole pur essenziali regole formali della democrazia rappresentativa. L’Europa come nostro orizzonte ‘domestico’ e le Autonomie locali come valore autentico di radicamento e responsabilità diffusa. Europa e Autonomie locali: due capisaldi della nostra cultura politica, esattamente agli antipodi del sovranismo nazionalista. Una idea di società aperta, che aiuti i giovani a crescere liberi e non prigionieri della paura nella comunità plurale e globale, consapevoli che il valore della identità – comunque sempre in evoluzione – deve essere vissuto come ricchezza da offrire a chi è diverso (per colore della pelle, religione o convinzioni personali) e non come baluardo da difendere con odio e sospetto.

Ecco cosa, secondo me, traspare dal dibattito che si è riaperto sulla presenza dei cattolici italiani in politica. Una strada lunga, in salita, contro corrente, tutt’altro che scontata e per molti aspetti tutta da progettare. Se di questo si tratta, essa merita impegno, passione, formazione di nuovi protagonisti, disponibilità a mettersi in gioco, oltre i fragili schemi di questi anni. Diversamente, nella migliore delle ipotesi, è tempo perso.

Già presidente della Provincia autonoma di Trento e già deputato di Democrazia Solidale

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LORENZO  DELLAI

 

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