Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo. 10 dicembre 1948-10 dicembre 2018 AVV 9.12.18

Da 42 sigle associative d’ispirazione cristiana un «manifesto» per riconoscere il valore del concepito, espresso attraverso gravidanza e maternità. È il fondamento di una nuova consapevolezza sui diritti dell’uomo

Dalla parte del più indifeso

 

Alla vigilia dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani è nata l’idea di una riflessione pubblica sulla dignità della persona a partire dalla consapevolezza dei diritti dei più fragili, primo tra tutti il concepito. Attorno al principio scolpito all’articolo 3 («Ogni individuo ha diritto alla vita») è stato sviluppato un testo sottoposto all’esame di associazioni e realtà ispirate ai valori cristiani e poi integrato facendo tesoro delle numerose indicazioni di chi lo ha condiviso e firmato. Il risultato di questo lavoro è il testo che oggi pubblichiamo, con le adesioni di 42 sigle associative, un «Manifesto» aperto a eventuali nuove sottoscrizioni (che possono essere inviate all’indirizzo dedicatodirittiumani.vita@gmail.com).

Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo. 10 dicembre 1948-10 dicembre 2018

Premessa

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è intervenuta al termine di tre terribili decenni caratterizzati da due conflitti mondiali con decine di milioni di morti, devastazioni materiali e morali e all’inizio di una guerra, detta ‘fredda’ perché non dichiarata ma in atto col possibile uso di armi distruttive ancora più potenti. La Dichiarazione pone le premesse di una pace duratura allorché richiama il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili, quale base della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Non affida la pace alla forza delle armi, ma a un ‘atto della mente’ quale è il riconoscimento della inerente – cioè intrinseca – dignità di ogni essere umano.

La violazione dei diritti dell’uomo è continuata in tante guerre locali, con dimensioni più o meno ampie, nell’aggressione del terrorismo, nel rifiuto dell’accoglienza di poveri e di vittime della fame e della violenza. Ancora più grave è il rifiuto di riconoscere la dignità di esseri umani che sono i più piccoli e i più poveri: i figli concepiti e non ancora nati. Non è possibile rassegnarsi di fronte ai milioni di aborti realizzati con il sostegno dello Stato e al numero incalcolabile di esseri umani eliminati nell’ambito delle tecniche di fecondazione in vitro. Ancor più è inaccettabile l’assuefazione di fronte all’attuale pretesa di una parte del femminismo – propagandata anche da potenti lobby internazionali – di considerare l’aborto come ‘diritto umano fondamentale’, come se il giusto moto di liberazione della donna da una minorità sociale e familiare trovasse la sua conclusione e raggiungesse il suo vertice con la facoltà di sopprimere i propri figli.

In occasione della celebrazione dei diritti dell’uomo è doveroso concentrare la riflessione su due punti: l’identità umana del concepito – componente della famiglia umana – e la maternità quale segno dell’amore per la vita, particolarmente espresso dalla gravidanza.

  1. L’identità umana del concepito

La scienza moderna e la ragione provano che il figlio concepito è un essere umano e, dunque, titolare della dignità umana come ogni altro essere umano. Molti sono i documenti che dimostrano la piena umanità del concepito. In questa sede basta ricordare, sul versante italiano, i ripetuti pareri del Comitato Nazionale per la Bioetica e la sentenza costituzionale n. 35 del 10 febbraio 1997.

Per giustificare pubblicamente la distruzione degli embrioni, nessuno osa negare la identità umana del concepito, ma si sofferma soltanto sulla condizione femminile con un’ambiguità di linguaggio che nasconde la verità parlando di ‘salute sessuale e riproduttiva’, di ‘donna’ anziché di ‘madre’, di ‘interruzione volontaria della gravidanza’ o ‘Ivg’ anziché di aborto, e invocando una sorta di ‘diritto’ all’autodeterminazione in ordine al figlio (che si esprime nel rifiutarlo con l’aborto se non gradito e nel volerlo a ogni costo con la cosiddetta ‘procreazione medicalmente assistita’ o con la ‘maternità surrogata’ se invece non arriva).

La convinzione che il concepito non è un essere umano, non è un figlio, ma è soltanto un grumo di cellule, cancella il coraggio innato nella singola donna di accettare una gravidanza difficile e non attesa. L’esperienza dei Centri di aiuto alla Vita e di quanti operano al servizio della vita nascente e delle madri in difficoltà prova, invece, che la consapevolezza della identità umana del concepito è il massimo elemento di prevenzione dell’aborto, perché invita alla condivisione dei problemi, risvegliando il coraggio innato della madre e lo spontaneo amore per il figlio. Di conseguenza, il dibattito pubblico deve essere concentrato sulla identità umana del concepito, sia per la sua forza argomentativa sia per la sua efficacia preventiva capace di salvare vite umane, specialmente quando l’aborto è privatizzato e reso possibile mediante prodotti chimici assumibili nella propria abitazione (Ru486 e cosiddetta ‘contraccezione di emergenza’). È evidente che la difesa della vita nascente è affidata prioritariamente alla coscienza individua-le, ma la coscienza ha bisogno in qualche modo di essere ‘illuminata’.

  1. Meditazione sulla maternità e la gravidanza

La misericordia e l’accoglienza verso le donne che hanno fatto ricorso all’aborto – spesso indotte a ricorrervi da circostanze esterne e contro la loro vera natura e volontà – deve essere un punto fermo. Tuttavia, non possiamo esimerci dal constatare che la spinta verso la legalizzazione dell’aborto come ‘diritto’ deriva in prima battuta da un certo femminismo che, dopo aver rivendicato giustamente la uguale dignità rispetto alla popolazione maschile, pretende l’uguaglianza in modo grossolano anche per quanto riguarda la generazione dei figli, dimenticando così quella prerogativa esclusivamente femminile che rende la donna naturalmente privilegiata rispetto all’uomo, la cui figura maschile e paterna va comunque valorizzata nella dimensione della responsabilità e dell’indispensabile coinvolgimento relazionale. Tuttavia, nonostante la rappresentazione mediatica, la cultura che in nome della donna e dei suoi diritti pretende il ‘diritto d’aborto’ riunisce solo una minoranza delle donne. La grande maggioranza desidera o comunque realizza la maternità. La gravidanza, indispensabile perché l’essere umano nasca e quindi perché la società sussista e abbia futuro, è caratterizzata da tre segni che mettono il timbro dell’amore sulla vita umana. In primo luogo, la gravidanza implica sempre una modificazione del corpo femminile, spesso è accompagnata da disagi e termina con il dolore del parto. La donna accetta tutto questo con un istintivo coraggio. In secondo luogo, la crescita del figlio nel seno materno (‘dualità nell’unità’) può essere interpretata come un abbraccio prolungato per molti mesi. L’abbraccio è un segno dell’amore. Per questo abbiamo parlato di un privilegio femminile posto a servizio dell’intera umanità. La terza caratteristica riguarda la relazione di cura dell’altro che la gravidanza instaura in modo davvero speciale tra madre e figlio: si potrebbe dire che il ‘genio della relazione’, sovente attribuito alla donna, trova la sorgente in quel modello primordiale di relazione che si stabilisce con la naturale ospitalità del figlio sotto il cuore della mamma. A ben guardare ogni autentica relazione di cura (si pensi ai malati, ai disabili, agli anziani) rimanda a quell’accoglienza gratuita e a quel dono di sé che fa appello alla donna quando si annuncia il figlio che vive dentro di lei.

La meditazione sulla maternità e sulla gravidanza indica come traguardo del moto di liberazione la capacità tutta femminile di imprimere sull’umanità il segno dell’amore, il quale suppone, a sua volta, il riconoscimento del concepito come la meraviglia delle meraviglie, il risultato della creazione in atto, una freccia di speranza lanciata verso il futuro, uno di noi.

Ne consegue l’urgenza di una nuova riconoscibile presenza femminile che faccia parlare e ascoltare le donne in nome della loro maternità realizzata o desiderata.

Gli articoli che fondano una civiltà per l’uomo

Articolo 1 

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali

Articolo 2 

Non c’è distinzione per razza, colore, sesso, religione, idea.

Articolo 3 

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza

Articolo 4 

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù

Articolo 5 

No a tortura e trattamenti inumani o degradanti

Articolo 6 

Ognuno ha diritto al riconoscimento della personalità giuridica

Articolo 7 

Tutti hanno diritto a eguale tutela contro ogni discriminazione

Articolo 8 

Ognuno ha diritto alla possibilità di ricorso ai competenti tribunali

Articolo 9 

Nessuno può essere arbitrariamente arrestato o detenuto

Articolo 10 

Ognuno ha diritto a un’equa e pubblica udienza davanti a un tribunale imparziale

 

 

LE FIRME

Fede, vita, famiglia, scuola, politica: nelle adesioni la mappa di un impegno a tutto campo nella società

 

Ecco, in ordine alfabetico, l’elenco delle associazioni che aderiscono al Manifesto (tra parentesi, il nome del presidente o di chi ha firmato per conto di ciascuna realtà).

Alleanza cattolica (Marco Invernizzi) Associazione Agata Smeralda (Mauro Barsi) Associazione cattolica operatori sanitari (Fabrizio Celani) Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Giovanni Paolo Ramonda) Associazione difendere la vita con Maria (Maurizio Gagliardini) Associazione Donum Vitae (Paolo Marchionni) Associazione Faes – Famiglia e scuola (Giovanni De Marchi) Associazione Family day – Comitato difendiamo i nostri figli (Massimo Gandolfini) Associazione Insieme per te (Vincenzo Saraceni) Associazione italiana amici dei bambini-Aibi (Marco Griffini) Associazione italiana pastorale sanitaria (Giovanni Cervellera) Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Tonino Cantelmi) Associazione medici cattolici italiani (Filippo Boscia) Associazione nazionale famiglie numerose (Mario Sberna) Associazione nazionale San Paolo Italia (Stefano Di Battista) Associazione Risveglio (Francesco Napolitano) Associazione Scienza & Vita (Alberto Gambino) Centro italiano femminile (Renata Natili Micheli) Centro studi Livatino (Mauro Ronco) Confederazione italiana Centri regolazione naturale fertilità (Giancarla Stevanella) Confederazione nazionale Misericordie d’Italia (Roberto Trucchi) Copercom – Coordinamento associazioni per la comunicazione (Massimiliano Padula) Federazione europea medici cattolici (Vincenzo De Filippis) Fondazione Il cuore in una goccia – Difesa vita nascente e tutela salute materna e fetale (Giuseppe Noia, Anna Luisa La Teano, Angela Bozzo) Fondazione internazionale Fatebenefratelli (Maria Teresa Iannone) Fondazione Ut vitam habeant (Elio Sgreccia) Forum sociosanitario (Aldo Bova) Istituto scientifico internazionale Paolo VI su ricerca fertilità e infertilità umana – Università Cattolica del Sacro Cuore (Alfredo Pontecorvi) Movimento cristiano lavoratori (Carlo Costalli) Movimento per la Vita italiano (Marina Casini Bandini) Movimento Per – Politica etica responsabilità (Olimpia Tarzia) Nuovi Orizzonti (Chiara Amirante) Oeffe – Orientamento familiare (Giorgio Tarassi) Ordine francescano secolare d’Italia (Paola Braggion) Progetto Famiglia (Marco Giordano) Pro Vita (Toni Brandi) Rinnovamento nello Spirito Santo (Salvatore Martinez) Scienziati e tecnologi per l’etica dello sviluppo (Pierfranco Ventura) Semi di pace (Luca Bondi) Sermig – Arsenale della pace (Ernesto Olivero) Società italiana per la Bioetica e i Comitati etici (Francesco Bellino) Unione farmacisti cattolici italiani (Piero Uroda)

 

LA FEMMINISTA

«Non si trasformano i desideri in diritti»

ANTONELLA

MARIANI

«Nella legge sull’interruzione di gravidanza la parola ‘diritto’ non esiste»: Francesca Izzo, femminista di «Se non ora quando-Libere », già deputata del Pd, non ha dubbi: «La sfera della vita non può essere organizzata e governata in termini di diritti. Perché a un diritto di aborto si contrapporrebbe il diritto alla vita del nascituro». Fu proprio questa consapevolezza a porre in contrasto, negli anni Settanta, le posizioni femministe con quelle radicali. «Le donne sanno che nella procreazione si mette in gioco una relazione e che hanno la responsabilità della vita nei confronti di chi non ha voce e deve venire al mondo», dice Izzo, consapevole però che una certa parte del mondo femminista odierno – le donne più giovani – ragiona in un altro modo. La generazione di Francesca Izzo, quella che ha lottato per la legalizzazione dell’aborto, parlava semmai di «autodeterminazione», di volontà e scelta, in un processo complesso come è quello generativo, in cui si tengono insieme corpo e mente. Il paradosso è che lo stesso principio di autodeterminazione è stato stravolto dall’utero in affitto, un processo generativo spezzettato (l’ovocita, la gravidanza, il neonato sono elementi a sé stanti) in cui la donna-madre sparisce.

L’equivoco è che esista un diritto al figlio. «Avere un figlio è una ‘potenza’ inscritta nel corpo femminile e maschile, che può realizzarsi oppure no. Quella del ‘diritto al figlio’ è una logica proprietaria. Un figlio può essere un dono o una grazia, un desiderio o un bisogno, ma la trasformazione di un desiderio in un diritto è inaccettabile ».

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Francesca Izzo

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