La tragedia di Corinaldo: oltre la cronaca, dentro la vita TREMILA MADRI E PADRI (NESSUN FIGLIO CI APPARTIENE) Avv 9.12.18

La tragedia di Corinaldo: oltre la cronaca, dentro la vita

TREMILA MADRI E PADRI (NESSUN FIGLIO CI APPARTIENE)

MARINA CORRADI

Della tragedia di Corinaldo, 4.900 anime nelle colline marchigiane, sul web c’è tutto. C’è la notte in discoteca, prima che tutto accadesse: fasci di laser, calca di giovanissimi, braccia levate sopra le teste, a battere ossessivamente il ritmo. C’è, ripreso da un cellulare, il panico dei ragazzi che disperati si travolgono, cercando un’uscita. E poi le luci blu delle Volanti, a illuminare il locale abbandonato. Manca solo una cosa, nella cronaca in tempo reale del web: mancano le ore d’angoscia dei genitori di quei, sembra, oltre millequattrocento ragazzi, molti di 14 o 15 anni appena.

Tremila madri e padri che per ore, nel fondo della notte, attaccati al cellulare hanno cercato di mettersi in contatto con un figlio che non trovavano più. I telefoni persi nella calca, o irraggiungibili per la eccessiva mole di traffico; o, peggio, accesi: ma, nessuna risposta. Per tremila italiani, una notte da crepacuore.

Poco dopo l’una, i primi telefoni suonano nelle case. Quel sussulto aspro che genera uno squillo inaspettato, nel sonno. È successo qualcosa al ‘Lanterna azzurra’, fra parenti e compagni dei figli la voce si sparge. Che cosa esattamente, chi è ferito, quanti, non si sa ancora. E si comincia a chiamare. Niente. Come non ci fosse campo. Poi: ‘La persona cercata potrebbe avere il cellulare spento o non raggiungibile’, asettica litania ascoltata tre, quattro, otto volte. Risponde invece un amico del figlio, sa dire solo che è stato un disastro, che ci sono feriti, e, no, non sa dov’è Lorenzo, dov’è Anna.

Prendere l’auto allora, trafelati, il cappotto sulla giacca del pigiama, e correre verso quel paesino di cui non si ricorda bene la strada, alla luce dei fari che illuminano le curve prese troppo velocemente. Ma, avvicinandosi, dal traffico bloccato, dalle sirene, sapere che qualcosa di grave è successo. (Al cellulare Luca, Paola, Elena ancora non rispondono).

Oppure, essere fra quelli che i figli erano andati ad aspettarli fuori dal locale: come rincasi alle tre di notte, a 14 anni, altrimenti? E d’improvviso aver sentito urla di terrore, e visto i ragazzi proiettarsi fuori da una piccola porta, in un’inestricabile calca. (Qualcuno forse, di quei poco più che bambini, d’istinto grida ‘mamma!’) E correre, e nel buio affannati cercare, ancora chiamare. ‘Il cellulare della persona cercata potrebbe…’. Qualche madre si mette a piangere. Promettere qualsiasi cosa a Dio, purché torni. Giurare: qualsiasi cosa. Poi, nel via vai della ambulanze, nel suono lacerante delle sirene, finalmente uno squillo: una grazia. ‘Sono io, sto bene’. Il cuore che, come un motore andato troppo su di giri, si impenna ancora, e poi, finalmente, rallenta.

Ma è l’alba ormai, e qualcuno continua a cercare fra le corsie dell’ospedale di Ancona. A questo piano no, provi di sopra, provi in rianimazione. Qui no, qui nemmeno. ‘Ha 14 anni’, ripetere a chi ti ascolta. Come a convincersi, disperatamente: a 14 anni, non si può morire.

Tornano a casa che è ormai mattina, i salvi: nei sedili di dietro, abbracciati dalla madre, che se li stringe come quando erano piccoli – come non volesse più lasciarli andare. Avendo però saputo in una notte di crepacuore che ciò che più amiamo al mondo non è nostro: che nessun figlio ci appartiene.

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L’ORRORE L’inferno nella discoteca di Corinaldo: uno spray urticante accende il panico e provoca il fuggifuggi degli oltre mille giovani lì per un concerto. Il bilancio è drammatico: 6 morti, più di cento i feriti Le storie drammatiche di chi ha perso un figlio, i racconti dei giovani ancora sotto choc e che sono fuggiti in massa dal locale. «Ad un certo punto mancava il respiro». Una madre urla: «È tutta colpa mia, non avrei dovuto mandarla lì»

La strage di Corinaldo

Morire a 14 anni sotto la calca Tragedia alla festa in discoteca

PAOLO VIANA    Inviato ad Ancona

Il mattino dopo, inveisce anche il mare. Corinaldo, Senigallia, Ancona, le Marche: ieri, tutti si sono risvegliati con gli occhi gonfi come l’Adriatico, scuro e schiumoso. Il colore della rabbia di Giuseppe Orlandi: «Oggi mi è finita la vita, a me e a mia moglie». Il figlio Mattia, 15 anni, è tra le vittime della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, l’ennesima serata finita in tragedia per uno scherzo stupido. O peggio. Asia Nasoni e Emma Fabini, 14 anni, Daniele Pongetti, 16 anni, Eleonora Girolimini, 39 anni, tutti di Senigallia (Ancona), e i pesaresi Mattia Orlandi, 15 anni, di Frontone, e Benedetta Vitali, 15 anni di Fano: cinque ragazzini e una mamma che accompagnava la figlia sono morti nella notte tra venerdì e sabato, schiacciati dai corpi di centinaia di loro. Sono stati travolti da un parapetto che ha ceduto, all’uscita di sicurezza di una discoteca troppo minuscola per garantire un divertimento sicuro ai 1.400 che avevano comprato il biglietto.

I testimoni parlano di un concerto come tanti, un trapper famoso e attesissimo, Sfera Ebbasta, e centinaia di ragazzini euforici che si erano dati appuntamento dopo la festa degli istituti superiori di Senigallia. «A un certo punto abbiamo cominciato a tossire, mancava l’aria come quando c’è un incendio » racconta uno dei sopravvissuti. Non si sa chi abbia dato l’allarme, ma in un attimo è stato il panico. «Tutti siamo andati verso l’uscita – racconta il giovane –. C’erano ragazzi che nella calca sono caduti, travolti da altri che correvano ». Scene da brividi, conferma Greta Narducci, diciannovenne: «Avevo persone sopra e sotto di me. Mi sentivo soffocare. Una ragazza che era ancora più sotto urlava e diceva ‘sto morendo, sto male’. Poi qualcuno mi ha tirata su e mi sono salvata». Anche lei riferisce di problemi respiratori: «Abbiamo visto persone con felpe portate alla bocca che cercavano di raggiungere l’unica porta di uscita aperta, quella dove si esce per fumare». Quand’è stata fuori, aggiunge, «la bocca e il naso mi bruciavano. C’era qualcosa nell’aria, ma non aveva sapore».

Le versioni si accavallano: chi parla di spray al peperoncino spruzzato da un ragazzo incappucciato, chi di un malfunzionamento nell’aerazione; come mostra un video, in pochi secondi nella discoteca Lanterna Azzurra Clubbing si è passati senza soluzione di continuità dal panico alla tragedia, dal fuggi fuggi generale verso l’uscita di emergenza al crollo della balaustra su cui si affaccia la porta di sicurezza, con decine di persone che precipitano una sopra all’altra in un fosso poco profondo. Sono morti tutti in un metro di terra, schiacciati da quei corpi con cui pochi minuti prima bevevano e ballavano: «Era mia figlia, aveva solo 14 anni, ma vi rendete conto…» urlava ieri mattina una madre, all’obitorio di Ancona. Con la voce rotta il padre di Benedetta, un omone che gestisce il Beach bar di Fano ed è amato da tutti, ha spiegato che la sua bambina «aveva preso la navetta perché era il mezzo più sicuro». Lo stesso aveva fatto Mattia per raggiungere Corinaldo. Oggi papà Giuseppe accusa: «in quel locale c’erano centinaia di persone più del consentito. Solo in Italia lo permettono ». All’uscita dall’obitorio, un’altra madre non si dà pace: «Non dovevo mandarcela, non dovevo. Aveva solo 14 anni. Era la prima volta che andava in discoteca. Non mi consolate, non lo fate, sono una cretina». Poco dopo esce Paolo, il marito di Eleonora, con la figlia undicenne, sopravvissuta: «Non ce la faccio a dire niente. Solo che quattro figli sono rimasti senza la loro mamma e uno di loro prende ancora il latte. Parlerò più avanti per dire quello che è successo là dentro. Non era un concerto ma una discoteca strapiena di gente e piena di alcolici. Il concerto doveva iniziare alle 22 e invece non iniziava. Porti tuo figlio là ed erano tutti ubriachi».

La diocesi di Senigallia ha chiesto a tutte le parrocchie di pregare per le vittime e i feriti, che sono un centinaio, mentre quelli gravi sono otto. L’arcivescovo di Ancona-Osimo, monsignor Angelo Spina, ieri mattina ammetteva che «come cristiani guardiamo alla vita eterna ma il momento umano è drammatico: erano tutti così giovani e spensierati…». Anche un uomo abituato a confrontarsi con la morte come il questore di Ancona ha confessato di avere «il cuore spezzato per quello che ho visto».

Ci sono momenti in cui il cuore protesta come il mare grosso e si ribella all’ipotesi di una stupidità assassina: dai ragazzi ai genitori, molti credono che la tragedia sia opera di una banda dello spray, secondo alcuni composta da stranieri, che è stata segnalata in molte discoteche della riviera. Rimbomba il ricordo di piazza San Carlo, nel 2017 a Torino. C’è poi chi ipotizza un piano per ‘ricattare’ il trapper milanese, ricordando che gli assalti con il peperoncino hanno preso di mira alcuni suoi concerti nel recente passato. Altri puntano il dito sulla gestione del locale, non solo per i troppi biglietti venduti: «Io ero all’interno, ci stava una porta vicina al bar ma il buttafuori ci ha fatto uscire dall’altra porta, quella della balaustra» ha raccontato un quattordicenne. Nell’attesa della verità giudiziaria ci si aggrappa alla certezza che si è fatto tutto il possibile per soccorrere le vittime: il premier Giuseppe Conte in visita al Torrette ha ringraziato i sanitari per la celerità dell’intervento.

Il trapper Sfera Ebbasta (al secolo Gionata Boschetti, 26 anni, di Cinisello Balsamo, stella dell’hip hop) ieri ha fatto sapere via Instagram di essere «profondamente addolorato per quello che è successo. Non voglio esprimere giudizi sui responsabili di tutto questo, vorrei solo che tutti quanti – ha aggiunto – vi fermaste a pensare a quanto può essere pericoloso e stupido usare lo spray al peperoncino in una discoteca».

«Non si può escludere che lo facciano per colpire proprio lui» ipotizza Amos Rossi, fratello di Elisa, una quindicenne travolta dalla pazza folla e ricoverata con una costola rotta e vari traumi. Anche Amos è un fan del trapper, anche lui frequenta i concerti, anche lui ha i pantaloni strappati e l’orecchino, ma è il primo a osservare che «in questi eventi è meglio andarci da adulti, i ragazzini restano paralizzati dalla paura ». Racconta che la sorella è tornata strappata e tumefatta dalla nottata, «ed era completamente in choc, non ricordava nulla dopo la fuga, nè come era uscita nè come si era salvata. L’abbiamo portata subito in ospedale». Gli amici di Elisa raccontano che è stata proprio lei, che aveva ascoltato i racconti del fratello sul peperoncino spruzzato ai concerti, ad avvisarli del pericolo che la discoteca impazzisse. «Ci hanno detto anche che ha trattenuto un’amica dal cadere nel fosso, quello dove sono morti tutti» racconta il nonno. Ma Elisa di quella notte non ricorda più nulla.

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La passerella su cui si sono accalcati i ragazzi prima del crollo della balaustra / Ansa

 

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