La fotografia della società Brutta e cattiva, se questa è l’Italia AVV 8.12.18

La fotografia della società

IL BILANCIO Politica e giustizia nel mirino: per 7 su 10 i diritti non sono tutelati. I giovani sperano nell’Europa. Si allargano le diseguaglianze negli stessi territori, oltre che tra il Nord e il Mezzogiorno

 

Brutta e cattiva, se questa è l’Italia 

Conflittualità, richiesta radicale di sicurezza e avversione ai migranti: rapporto a tinte fosche del Censis «Siamo in ostaggio del “sovranismo psichico”». Il risultato? Un Paese paralizzato, senza fiducia nel futuro

ALESSIA GUERRIERI Roma

Delusa dalle promesse di miglioramento, economico e sociale, che l’inizio dell’anno aveva fatto intravedere; impaurita da un domani che continua a non avere certezze; disillusa anche dal cambiamento che la politica avrebbe dovuto portare, l’Italia del 2018 raccontata dal 52° rapporto del Censis sembra sempre più una nazione disorientata. Un Paese in sostanza che si trincera dietro il rancore e la cattiveria perché oramai ha smarrito il senso del proprio futuro, rabbuiato da un orizzonte che non promette crescita se non dello «zero virgola qualcosa ». E così ci si chiude a riccio, per difendere il proprio spazio guardando l’altro come il nemico, perché le istanze sociali che in passato avevano il potere di far sperare in un cambiamento di tutta la società – un miglioramento per tutti, cioè – adesso si sono affievolite trasformandosi in un «ecosistema degli attori individuali». Insomma è una «società appiattita » quella in cui si sta trasfor-mando il nostro Paese; una realtà in cui esiste l’egocentrismo del proprio orticello e dei propri diritti, in cui ha perso senso qualsiasi mobilitazione sociale finalizzata al bene comune.

Un Paese omologato e stanco A questo pericoloso appiattimento, così la politica finora dell’annuncio deve rispondere «riconoscendo la diversità, ricucendo le diseguaglianze non raccogliendo le lacrime». Dando quindi un «senso al futuro» delle persone, visto che le attese sociali non si limitano solo al sostegno dell’economia ma a «superare quel senso di frattura » che ogni anno si allarga sempre più. Il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, non a caso parla di domanda di un modello di società e di sviluppo diverso che emerge dagli italiani a cui si lega «una domanda di regole sempre più forte per la gestione del territorio, per il welfare, per l’istruzione, per la convivenza civile». Visto che il 2018 è stato l’anno in cui «abbiamo visto sfiammare il rancore», ma sia chiaro: questo risentimento – aggiunge il sociologo – «non aiuta ad andare avanti».

Il sovranismo psichico Alla ripresa sperata e sfumata infatti gli italiani hanno risposto con la cattiveria, senza aver più paura «ad alzare l’asticella », poco importa se ciò significa «forzare gli schemi politico- istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze». E questa profonda trasformazione ha alimentato quello che il Censis chiama «sovranismo psichico prima ancora che politico», cioè la crescente tendenza all’enfatizzazione identitaria e al rifiuto dell’altro. Non a caso l’Italia è il Paese dell’Unione in cui c’è la più bassa percentuale di cittadini che afferma di aver raggiunto una condizione migliore dei propri genitori: il 23% contro il 30% in media dell’Ue. In più della metà di chi abita lo Stivale pensa che non sia cambiato nulla in Italia; un’idea che hanno in testa in particolare, il 73% degli studenti, il 62% degli anziani, il 60% dei residenti nel Nord Ovest e il 60% delle donne. E 6 su 10 credono che nessuno difenda gli interessi del Paese, quindi bisogna attrezzarsi da soli. Un’intolleranza che sfocia nella diversità percepita come pericolo: per il 75% gli immigrati fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il welfare mentre solo per il 37% il loro impatto sull’economia è favorevole.

Lavoro e diseguaglianze «È il rovescio del miracolo italiano che si è trasformato in un incubo, la palingenesi non c’è stata », dice il direttore generale dell’ente di ricerca Massimiliano Valerii, che indica anche la strada da cui ripartire: «Lavoro, lavoro, lavoro». Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese difatti il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4%, «questo vuol dire poco più di 400 euro l’anno », spiega Valeri, ricordando invece l’incremento del 13,6% in Germania, «cioè quasi 5mila euro annui in più e in Francia di oltre 6mila euro, ovvero il 20% in più». Se così diciotto anni fa il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74%. Non meno preoccupante la situazione lavorativa per i giovani che nello stesso periodo hanno visto scendere il loro tasso di occupazione di un milione e mezzo di unità, così se nel 2007 il rapporto lavoratori giovani-anziani era 236 ragazzi ogni 100 over 55, ora questo è sceso a 99.

Addio relazioni stabili In una società immolata insomma all’idolatria dell’io e all’autocompiacimento (anche nei consumi), anche la «singlitudine diventa una tendenza diffusa, il 50% in più in dieci anni – conclude Valeri – ed è lo specchio della solitudine e della coscienza infelice degli italiani ». In questa Italia scontenta e bistrattata, difatti, ci si sposa sempre meno e si fatica a mantenere legami stabili. Nel decennio 2006-2016 così i matrimoni sono diminuiti del 17,4% – quelli religiosi sono scesi del 33%, quelli civili aumentati del 14% – mentre sono aumentate le separazioni del 14% e raddoppiati i divorzi (99mila nel 2016) anche per impulso della legge sul divorzio breve.

Il rapporto con la giustizia Altra nota dolente, secondo il Censis, è il rapporto che gli italiani hanno con la giustizia: per 7 su 10 non tutela i diritti ed è anche considerata costosa e lenta. Un terzo della popolazione adulta, cioè 15,6 milioni di persone, negli ultimi due anni ha rinunciato ad intraprendere un’azione giudiziaria volta a far valere un proprio diritto. Perché? Per il 29% il problema i costi sono eccessivi, il 26% lamenta invece la lunghezza dei tempi necessari per arrivare a un giudizio definitivo e il 16% si dice sfiduciato della magistratura e del funzionamentodella giustizia.

Le reazioni In una situazione del genere, l’esame di coscienza bisogna farselo tutti. A sostenerlo monsignor Vincenzo Paglia, per cui «il virus dell’individualismo avvelena la società», e la politica che «invece di purificare continua ad inquinare» ha una responsabilità doppia. «Stiamo cercando di gettare acqua sul fuoco che qualcun altro ha acceso », è il commento ai dati Censis del vicepremier Matteo Salvini a cui si aggiungono le parole dell’altro vicepremier Luigi Di Maio: «Italiani arrabbiati? Hanno ragione». Sta di fatto, posta su Facebook la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan, che il Censis «delinea un quadro decisamente preoccupante».

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Ritratto di una società appiattita, disillusa per un cambiamento e una ripresa economica che non è arrivata. È il trionfo dell’ostilità, con il 63% degli italiani convinti che sia colpa degli “stranieri” (al punto di non volerli come vicini di casa) Il direttore Valerii: «Il rovescio del miracolo italiano si è trasformato in un incubo, ma si può ripartire dal lavoro. Il salario medio annuo è aumentato di appena 400 euro negli ultimi dieci anni contro i 5mila euro in Germania e i 6mila in Francia»

 

LE PAROLE 

1 Il capro espiatorio

Nel clima di delusione e ostilità diffuse, scatta la caccia al “capro espiatorio”: se le cose non vanno è colpa dell’altro (lo straniero su tutti).

2 Il divo

Sette italiani su dieci usano Internet e abitano i social.

Dove, in una società senza più miti né eroi, diventano tutti divi (o nessuno lo è più).

3 L’altrove

Senza lavoro e senza prospettive gli italiani hanno cercato in politica il trauma, il salto rischioso. Tutto purché l’atrove vincesse sull’attuale.

 

Incertezze e solitudine L’emergenza in numeri

63,6% La percentuale di italiani convinti che nessuno li difenda: devono «fare da soli»

8 su 10 Quelli che affermano di essere in una condizione «peggiore» dei loro genitori

La protesta sociale non è così frequente, ma secondo il Censis cresce la rabbia individuale degli italiani

63% La percentuale di italiani che vede in modo negativo l’immigrazione

143 I giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani (nel 2007 erano 249)

5 milioni Le persone sole non vedove in una società che spesso si lascia (+50% in dieci anni)

 

Lʼanalisi

MA DI RABBIA SOCIALE NON SI PUÒ VIVERE A LUNGO 

DIEGO MOTTA

Ai tempi della Prima Repubblica, alcune ere politiche fa, negli ambienti del Censis circolava uno slogan: «A corpo sociale caldo, testa fredda. A corpo sociale freddo, testa calda». La battuta è stata riportata sabato scorso a Bologna, durante la Biennale della Cooperazione, dal sociologo Nadio Delai, che è stato direttore del Centro dal 1984 al 1993. Fotografava un sistema capace di trovare da sè equilibri e contrappesi, in cui il dualismo portato agli eccessi tra popolo ed élite era impensabile e inspiegabile. Perché toccava alla ‘testa’ reggere le fondamenta del sistema, con intelligenza e flessibilità. Erano i tempi in cui alla classe dirigente si chiedevano innanzitutto autonomia di giudizio e capacità di lettura del contesto sociale, per bilanciare il mood del Paese, la cosiddetta ‘pancia’. Che poteva essere bollente nelle stagioni degli scioperi e della contestazione o tiepida e indifferente, come negli anni del benessere corrotto.

In ogni caso, non andava assecondata a prescindere.

Questo non voleva dire disconoscere le pulsioni profonde degli italiani, significava scrutare e studiare le viscere dell’Italia senza esserne soggiogati, per dare risposte giuste. Con gradualità, prudenza, misura.

Altri tempi, è evidente, e se oggi si è arrivati a parlare di ‘sovranismo psichico’, di ‘reazione pre-politica’, di ‘caccia al capro espiatorio’ e ‘conflittualità latente’, interrogarsi sulle cause della grande mutazione serve solo fino a un certo punto. Perché adesso è la ‘testa’ che vuole seguire la ‘pancia’, anzi, che la usa con profitto elettorale, distorce il consenso di un momento per fabbricarsi una rendita lunga anni, solletica gli animal spirits più brutali per offuscare la ragione e creare cortine fumogene a oltranza.

La risposta che dà il mondo politico dominante in quest’epoca, fieramente populista, è facile e immediata: «Ma come, avete ignorato il corpo sociale per anni e venite a farci una lezione?» Basta, ora tocca al ‘popolo’, al ‘cambiamento’ e via via discorrendo, senza risparmiare contenuti retorici degni di miglior causa. Con lo stesso rischio di assumere quei ‘profili paranoici’ (contro l’Europa, i migranti, il mercato) di cui il rapporto racconta.

Francamente, quella risposta oggi non basta più: abbattuti tutti i tabù lessicali, fatto entrare il ‘popolo’ nelle stanze che contano, occorrerà tornare agli antichi equilibri. Fatti di mediazione, ascolto sì delle parti sociali (non solo dei ‘cittadini’) ma per decidere a ‘mente fredda’.

In fondo, da qualche settimana un ripensamento è già in atto e sta accadendo proprio nei palazzi della politica, ben consapevoli in fondo che di rabbia sociale non si può vivere a lungo.

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OSSERVATI SPECIALI

I giovani emarginati e disillusi. Così diminuiscono i laureati

Pochi, sempre più inoccupati e – almeno in questo in linea con l’Europa – sono una minoranza della popolazione. Il rapporto del Censis, che fotografa l’Italia, ritaglia per i giovani in lungo capitolo. Un dato su tutto: tra il 2007 e il 2017 gli occupati di età compresa tra i 25 e i 34 anni è calata del 27,3%, un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Non va meglio per i più istruiti: nel 2017 i 249 giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani del 2007 sono diventati appena 143. A rendere ancora più critica la situazione è la presenza di giovani in condizione di sottoccupazione, che nel 2017 ha caratterizzato il lavoro di 237.000 persone di 15-34 anni: un valore raddoppiato nell’arco di soli sei anni. Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011. L’arretratezza culturale in cui l’Italia sta sprofondando è dimostrata anche dal fatto che lo Stato non sta più investendo sull’istruzione: il nostro Paese, infatti, dedica solo il 3,9% del Pil agli istituti scolastici e di formazione, mentre la media europea è del 4,7%. Dietro di noi ci sono solo Romania, Bulgaria e Irlanda.

Diminuiscono anche i laureati: quelli tra i 30 e i 34 anni sono il 26,9% contro la media europea del 39,9%. Di fronte alla precarietà del lavoro e all’assenza di garanzie di un futuro migliore dopo gli studi, oggi molti giovani hanno spostato i propri obiettivi su altri orizzonti, come ad esempio il mondo dei social: il 53,3% dei giovani tra i 18 e i 34 anni è convinto che oggi chiunque possa diventare famoso e che popolarità sui social sia un fattore fondamentale per riuscire a sfondare, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio.

 

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