La Chiesa sia più «femminile»  La presenza di donne in ruoli chiave non è pura rivendicazione, ma chiama in causa direttamente la dignità AVV 6.12.18

La Chiesa sia più «femminile» 

La presenza di donne in ruoli chiave non è pura rivendicazione, ma chiama in causa direttamente la dignità

ROBERTA VINERBA

Chi scrive è una donna che ha attraversato gli anni ’70 convinta delle rivendicazioni del femminismo ugualitarista che sulla scia del decennio precedente misurava la questione femminile sul possesso del proprio corpo, sul diritto alla piena autodeterminazione e sulle uguali possibilità di accesso al lavoro e di trattamento economico. Oggi la questione la porrei, più correttamente, sul piano della dignità: cosa è degno della donna, talmente degno da valere la pena essere la traiettoria sulla quale investire nella comunità ecclesiale e nella società per i prossimi anni? Per prima cosa ragionerei di comunità ecclesiale: la reciprocità del maschile e del femminile mi pare il punto d’osservazione e il nucleo generativo di ogni riflessione sulla dignità della donna che non può mai essere disgiunta da quella dell’uomo. Perché la comunità ecclesiale è il luogo nel quale impariamo la carità come dono-per-l’altro, è in essa che la questione della dignità della donna si fa più urgente ed anche di valenza esemplare, al modo del sale e del lievito. In questa chiave di lettura mi piacerebbe che la logica vetero-marxista che legge la questione femminile alla luce dei rapporti di potere, fosse sostituita nella comunità ecclesiale da ciò che è davvero cristiano e quindi veramente umano, ovvero la logica della relazione simmetrica di reciprocità che non lavora tanto sull’uguaglianza come fatto da raggiungere, un’uguaglianza che non sostiene le differenze, quanto invece su ciò che nella comune umanità è il dono specifico del femminile o del maschile per l’altro. La logica del servizio è lo specifico che come donne e uomini cristiani dobbiamo alla storia. In questo senso credo che nei prossimi anni dovremo affrontare con maggior serietà, in ambito teologico, una seria riflessione, come già si è iniziato, sugli studi di genere alla luce della ricca pagina di Genesi compiendo lo sforzo di intrecciare, per una reciproca purificazione, il teologare al modo maschile e al modo femminile. Un laboratorio permanente, scuola di ascolto e di creatività che possa offrire basi solide per ripensare sotto questo paradigma non tanto il posto della donna della Chiesa, ma una modalità di relazioni intra-ecclesiali rispettose del dono che il femminile e il maschile costituiscono nella specificità cristia- na. Ritengo che se nei prossimi anni non modifichiamo il paradigma con cui affrontare la questione donna nella Chiesa, continuando seppur inconsciamente ad applicare le categorie del potere del femminismo egualitarista, la comunità cristiana rischierà di rinchiudersi nei ruoli, nelle funzioni, delle spartizioni di competenze e di insterilirsi anche nel suo essere-per-il-mondo.

Del resto, fermo questo paradigma da cui riposizionarsi, va detto che il “proprio” della donna, e qui il focus si allarga alla società intera, chiede un primo, primo perché basilare, livello di giustizia che consiste nell’approntare quelle strutture di natura politica grazie alle quali la donna possa veramente scegliere il modo di vivere la propria vita familiare e professionale. Non ci illudiamo: la prassi consolidata dell’aut- aut tra lavoro e maternità, tra lavoro e famiglia, se prolungata porterà a far implodere il sistema impresa. Sono convinta che nel corso dei prossimi decenni, la denatalità spinta porterà necessariamente, almeno per calcolo economico, a investire sulla maternità come valore sociale e di sviluppo.

E a proposito di maternità, non posso non pensare a come, se la pratica dell’utero in affitto non verrà messa al bando a livello internazionale, porterà ad un cambiamento radicale della percezione di sé della donna come persona smarrendo l’idea di sé come di unità corporeospirituale fin dal primo istante della fecondazione, una unità che affonda le radici nella trascendenza da cui attinge il proprio valore. Va detto pertanto che l’esito dell’antropologia individualista centrata sull’autodeterminazione, antropologia soggiacente tante lotte femministe è, malgrado le intenzioni delle donne stesse e la loro consapevolezza, il corpo-oggetto, l’oggettificazione della persona ridotta a merce di mercato, l’ultima frontiera dell’alienazione. Ritengo pertanto che la frontiera sulla quale dovremo tenacemente non arretrare ed anzi, avanzare nei prossimi anni sia quella del corpo: un oggetto altro- da-me o manifestazione della totalità personale? Dopo 50 anni dal ’68 siamo tornati alla medesima questione che dobbiamo affrontare con un paradigma differente da quello di allora, anche dentro la Chiesa. In questo è essenziale la riflessione e la prassi della reciprocità personale che solo nella comunità cristiana è possibile illuminare pienamente e che deve tradursi in buone pratiche assunte in sistema culturale e giuridico insieme. Sulla donna dunque, sul suo “corpo” entro l’alleanza col maschile, ci giocheremo l’umano dei prossimi decenni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non banali quote-rose ma una scuola di ascolto e di creatività per riconoscere finalmente che nelle relazioni ecclesiali esiste un altro specifico da affiancare a quello maschile su un piano di reciprocità

 

Lʼanalisi

INA SIVIGLIA

DIACONESSE: FORME POSSIBILI  

Tra i messaggi che i Padri del Concilio vollero stilare per lanciare un ponte di dialogo, tra la sorpresa di molti, spiccava quello indirizzato alle donne. Tra le righe si leggeva l’invito a non trascurare la famiglia e il delicato compito educativo e, al tempo stesso, ad impegnarsi nell’ambito culturale e in quello sociopolitico per offrire un contributo significativo e specifico in quanto donne, spose, madri, insegnanti, educatrici…. A distanza di 50 anni molti scenari relativi al femminile sono mutati anche grazie al movimento femminista di cui hanno fatto parte, trasversalmente, donne di diverse culture e religioni. Oggi sono davvero numerose quelle che occupano posti di grande responsabilità nelle università, nelle scuole, in politica, nelle strutture sanitarie. Nella Chiesa le ‘stanze dei bottoni’ sono rigorosamente ancora nelle mani degli uomini, ma non è detto che presto non diventino penetrabili anche dalle donne. Non si possono sottacere dei dati rilevanti, che le donne, specie quelle impegnate nell’ambito ecclesiale e, perché no, anche la più arrabbiata femminista, devono tenere presenti. E cioè che la famiglia sta attraversando una crisi profonda, che le nuove generazioni sono fragili, che la disoccupazione ha raggiunto tassi preoccupanti, che non ci si cura adeguatamente dei problemi dell’ambiente, che si deve ripensare il ‘come’ e il ‘dove’ riformulare la trasmissione della fede tra le generazioni. Che le donne lancino un monito contro l’indifferenza e l’imperizia di chi ha il potere politico e risveglino le coscienze. Tutti questi dati esigono un’attenzione e un impegno rinnovato da parte delle donne: è chiamato in causa quel ‘genio femminile’, come lo ha definito Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, che generalmente comprende, più e meglio degli uomini, il mistero della vita, per familiarità con la generatività e per la capacità di prendersi cura dei più deboli.

Nell’affermare che l’uomo e la donna sono stati creati e costituiti con pari dignità, anche papa Francesco, nell’Amoris laetitia, contribuisce a creare i presupposti perché, nel futuro che viene, anche nella Chiesa la donna possa dare di più, a livello pastorale, senza trascurare il suo ruolo insostituibile in famiglia. Con la possibilità che il Concilio Vaticano II ha creato anche per le donne di studiare la teologia, oggi in molte hanno acquisito titoli adeguati. Oltre che insegnare religione nelle scuole e ricoprire molti ministeri ‘di fatto’, specialmente quelli legati alla catechesi e all’evangelizzazione, in futuro potrebbero ricoprire ulteriori ruoli relativi alla liturgia, alla spiritualità coniugale ed esercitare il ministero di accompagnatrice spirituale alla carità, come anche tessere relazioni interpersonali per favorire la comunione. Si potrebbe configurare un ruolo di diaconia permanente, peraltro testimoniata nel passato nelle Chiese d’Oriente, che abbia, comunque, caratteristiche differenti dal diaconato maschile. Si consideri, per esempio, la formazione dei catecumeni, oppure il compito di accompagnare e formare i giovani all’affettività e alla sessualità, come anche, in coppia col proprio marito, curare la formazione di coppie di fidanzati e di sposi, di coniugi separati e divorziati risposati, secondo il dettato dell’ottavo capitolo di Amoris laetitia. In un mondo sempre più secolarizzato, le famiglie devono aprire le porte della loro ‘chiesa domestica’. Bisogna riconsiderare la struttura ministeriale e il dinamismo ecclesiale, in seguito a un discernimento comunitario. Sempre più si dovrebbero attivare e armonizzare i carismi, riconosciuti ed esercitati e come anche quelli nascosti e/o invisibili ma reali, secondo l’ispirazione dello Spirito. Il futuro esige una Chiesa sinodale, in uscita, sempre più spiritualmente affinata, che manifesti sempre più il suo anelito alla santità pure, anzi ancor più, in un ambiente dove si consumano scandali e dove sembra vincitrice la potenza del male. Ma i credenti sanno che Cristo, crocifisso e risorto, ha già vinto il peccato e la morte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

L’INTERVISTA

«Presentare Maria come modello, ma non disincarnato»

ANDREA GALLI

C’è un Ufficio dedicato specificamente alla donna presso il Dicastero per i laici e la famiglia e la vita. A guidarlo dal maggio 2017 è Marta Rodríguez, nata a Madrid 39 anni fa ma di stanza a Roma da 18 anni. È una consacrata del movimento Regnum Christi, con laurea in Educazione e Sviluppo, licenze in Bioetica e Filosofia, master in Consulenza filosofica e Antropologia esistenziale e ora dottoranda alla Gregoriana sulle radici filosofiche dellagender equalitynegli organismi internazionali. Dal 2008 dirige anche l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum.

Professoressa, il suo curriculum e il suo ruolo le danno uno sguardo privilegiato sul tema che affrontiamo. Anche secondo lei, quando parliamo della necessità di un maggior spazio per le donne nella Chiesa, c’è il rischio di un atteggiamento mondano, di ridurre tutto a un discorso di “pari opportunità”?

Il rischio c’è certamente, ma non per questo possiamo smettere di parlarne. Il discorso è tutto altro che mondano: è una opportunità per capire ed essere Chiesa in un modo più autentico. È chiamata alla conversione. La questione degli spazi per le donne all’interno della Chiesa pone la domanda sui fedeli laici che nell’ecclesiologia della

Lumen gentiumedel Magistero soprattutto postconciliare non sono in nessun modo una “seconda categoria” di cristiani. In virtù del sacerdozio battesimale, ogni cristiano è Chiesa. Senza la presenza di tutte le vocazioni, che sono al servizio l’una dell’altra, la Chiesa non è completa e non può compiere la sua missione pienamente. La questione della donna deve spingere anche la Chiesa a rivedere i suoi schemi culturali, e a mettersi in cammino per purificarli dal maschilismo e dal clericalismo, denunciati fortemente da papa Francesco e purtroppo ancora molto presenti.

Lei si è mai sentita penalizzata o sminuita in quanto donna nel suo servizio alla Chiesa?

Personalmente ho avuto la fortuna di aver collaborato molto bene con i sacerdoti, dei quali mi sono sentita figlia, sorella e anche madre. Ho ricevuto molto e dato molto da amica, collaboratrice o capo, e anche come guida. Sono stata valorizzata, “necessitata” e apprezzata proprio in quanto donna. Ma la mia non è la esperienza di tutte: ho ascoltato tante donne che invece sono state sminuite o discriminate, e continuano ad esserlo in modo palese o sottile, ma sempre reale. L’espressione più comune quando chiedo alle donne cosa si aspettano dalla Chiesa è: che ci ascolti. Spesso non sentono che la loro prospettiva venga accolta, si sentono a volte utilizzate. Questo mi fa vedere che abbiamo tutta una strada da percorrere per poter vivere veramente l’alleanza uomo e donna della quale parla il Santo Padre. È di nuovo una opportunità di conversione!

Non trova che ci sia spesso un timore, in tanta pastorale, nel presentare la figura di Maria come modello per la donna cristiana di oggi?

Si! Ma questo è perché non sappiamo presentare Maria! La si presenta a volte come un modello disincarnato, spiritualizzato o idealizzato, con il quale nessuna donna potrebbe identificarsi; o come un ideale dolcificato e stereotipato, molto lontano da Maria di Nazareth. Ma Maria è donna, di carne e ossa. Forte, audace e coraggiosa, forza e sostegno degli apostoli. Conosce le gioie, le attese e i martìri nascosti dei nostri cuori di donna. Possiamo guardarla e lasciarci accompagnare da Lei in ogni nostra paura e solitudine. Personalmente ho visto come Maria tocca e sostiene le mamme, con le loro sofferenze nascoste, come solo Lei può farlo. Insegna ad ogni donna, madre o no, cosa significa la maternità spirituale, facendoci scoprire la fecondità delle nostre lacrime, come una continuazione delle doglie del parto, ma ad un altro livello. L’ho vista anche guarire femminilità ferite, cuori spezzati, e di questo credo che oggi ci sia tanto bisogno!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Parla Marta Rodríguez, dell’Ufficio donna del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita

Marta Rodríguez

Copyright © Avvenire

Powered by TECNAVIA

 

 

 

Start a Conversation