Senza figli l’Europa è più povera  AVV 5.12.18

I numeri dell’inverno demografico

5,1milioni 

Il numero di nascite in Europa nel 2017. I morti sono stati 5,3 milioni

1,6 Il numero medio di figli per donna in Europa Solo la Francia è a 1,9

49milioni 

Il numero di persone in età lavorativa che l’Europa perderà entro il 2050

2 Europei in età da lavoro per ogni over-65 previsti nel 2070. Oggi sono 3,3

54,9milioni 

La popolazione italiana prevista per il 2070. Nel 2016 era a 60,8 milioni

120.000 

Quante nascite in meno ci sono state in Italia nel 2017 rispetto al 2008

 

Lʼanalisi

Massimo CALVI

RIBALTARE LA PROSPETTIVA 

Non c’è una sola ragione che spiega il calo delle nascite in Italia e in Europa, come non c’è una sola cura contro l’inverno demografico. Eppure il mondo delle culle sempre più vuote è unito da una costante che dovrebbe far riflettere su un aspetto che troppo spesso si tende a non considerare decisivo: il fattore culturale, oltre alle ragioni economiche e materiali. Una recente ricerca del ‘Global burden of disease’ e pubblicata sulla rivista scientifica Lancet ha rivelato che in quasi la metà delle nazioni del mondo il numero medio di figli per donna è ormai inferiore a 2,1, il livello considerato decisivo per garantire l’equilibrio tra le generazioni. In Europa non c’è più alcun Paese con un tasso di fecondità superiore a questa cifra – che ha un valore statistico ma allo stesso tempo altamente simbolico – mentre anche gli Stati Uniti d’America stanno conoscendo un processo di riduzione delle nascite significativo. Le aree del mondo con più nonni che nipoti, insomma, si espandono. Un Paese o un Continente più anziano si prepara a sperimentare problemi di crescita, indebitamento e sostenibilità dei sistemi di protezione sociale e, in prospettiva, maggiori tensioni. Per questo tutti gli organismi internazionali parlano di emergenza nei contesti in cui la gelata delle nascite è più drammatica.

In questo scenario l’Italia è tra le realtà che destano maggiore preoccupazione. Il tasso di fecondità è sceso a 1,32 figli per donna, a mancare non sono più solo i secondi figli, ma cominciano a essere drammaticamente “carenti” anche i primi, con la percentuale di donne che non diventano madri salita al 22% per la generazione nata nel 1970. Dopo tanti anni di denatalità le donne in età feconda sono così poche che è impossibile pensare di ribaltare la prospettiva demografica in breve tempo. Il fatto che l’Italia non sia un caso isolato nel panorama della denatalità dice però che anche il tono delle proposte per contrastare il declino deve poter fare un salto di qualità. Ci sono Paesi in Europa che ottengono risultati migliori grazie a maggiori servizi per le famiglie, aiuti ai genitori, incentivi fiscali.

Le ricerche più recenti dimostrano che lo sviluppo inizialmente porta con sé denatalità, ma che per invertire la tendenza serve spingere ancora di più sullo sviluppo stesso, elevando la qualità dei servizi e delle opportunità per la famiglia. Tuttavia la realtà dimostra che questo non è sufficiente, se anche i Paesi più ‘virtuosi’ non riescono ad avere una fecondità superiore al tasso di sostituzione, e se un sostanziale contributo alle nascite arriva dalla maggiore prolificità della popolazione immigrata.

È vero che il desiderio di genitorialità resta alto anche tra i più giovani, tuttavia si dovrebbe notare che la lista delle condizioni che si ritiene vadano soddisfatte prima della nascita di un figlio (o mantenute dopo) sembra allungarsi sempre di più. È in crisi il lavoro stabile e l’insicurezza domina il presente come il futuro. Il calo dei matrimoni rivela che la stabilità dei legami affettivi è sempre meno una prospettiva condivisa, invece le famiglie numerose si formano proprio in un contesto di solida tenuta familiare. Lo sviluppo e la società dei consumi hanno radicato l’idea che conti più investire sulla qualità che sulla quantità dei figli, ed è comprensibile, tuttavia questo, in un contesto di risorse limitate, ha trasformato i bambini in qualcosa di sempre più simile a un bene di lusso, quasi un ‘optional’ da aggiungere a molte altre cose considerate irrinunciabili. In un simile contesto non servono solo aiuti e sostegni, è chiaro che occorra qualcosa capace di cambiare radicalmente prospettiva culturale, una tensione ideale fatta di testimonianza, una ‘spinta gentile’ che suggerisca di guardare il mondo ripartendo dai figli, dai fratelli, dalla forza e dalla bellezza di una famiglia unita.

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Senza figli l’Europa è più povera 

Il Continente invecchia. L’Ue in allarme: con minore dinamismo saremo anche meno capaci di attrarre risorse

GIOVANNI MARIA DEL RE Bruxelles

«Un assordante silenzio circonda il suicidio demografico dell’Europa previsto per il 2050». Forse nessuno ha trovato parole più drammatiche della Fondazione Schuman in un documento pubblicato lo scorso febbraio per descrivere quanto sta accadendo: l’Europa si trasforma sempre più, davvero, nel «Vecchio Continente », con una pesante ipoteca sul futuro. «L’Europa dei 28 (inclusa la Gran Bretagna, ndr) – avverte il documento – potrebbe ristagnare nel 2050 a circa 500 milioni di persone, perdendo 49 milioni di persone in età lavorativa». I dati diffusi a luglio da Eurostat (l’ufficio statistico dell’Ue) rivelano che nel 2017 a fronte di 5,1 milioni di nati si sono registrati 5,3 milioni di decessi.

Complessivamente, in 14 Stati membri si registra un saldo negativo, che per l’Italia è pari al 3,2 per mille. Ed è di questi giorni il rapporto Istat per il 2017 che vede per la Penisola un calo di 120.000 nascite rispetto al 2008. Nelle proiezioni Eurostat, la popolazione italiana è destinata a scendere dai 60,8 milioni di abitanti nel 2016 a 54,9 nel 2070. Le culle restano sempre più vuote: secondo dati Eurostat relativi al 2016, la media Ue è di 1,6 bambini per donna. Si va da un minimo in Italia e Spagna di 1,3 a un massimo di 1,9 in Francia. Secondo il consenso scientifico il minimo per assicurare il ricambio generazionale è di 2,1 figli per donna.

L’impatto economico è evidente. Il Rapporto sull’invecchiamento 2018 della Commissione Europea avverte che da qui al 2070 «l’Ue passerà dall’avere 3,3 persone in età da lavoro per ogni persona over- 65, a solo 2». Un carico insostenibile. Tanto che, secondo un rapporto del Comitato economico e sociale europeo (Cese) del luglio 2011, si può arrivare a uno «scenario catastrofico, in cui l’inverno demografico si intensifica», che potrebbe «spingere giovani qualificati a lasciare un’Ue vecchia per nazioni più imprenditoriali mentre calerebbe anche l’immigrazione, visto che, essendo più povera e colpita da un più carente dinamismo, gravi problemi di bilancio e difficoltà nel tenere in equilibrio i sistemi di sicurezza sociale, l’Europa diverrebbe una destinazione meno attraente». Una società vecchia, avverte la Fondazione Schuman, è meno di- namica, «se vogliamo investire e consumare, dobbiamo avere fiducia nel futuro e aver bisogno di acquistare beni primari. Sfortunatamente, queste due caratteristiche calano con l’età». E infatti le proiezioni Eurostat indicano un Pil anemico per l’Ue, prima sotto il 2%, poi, dal 2035, sotto l’1,5%.

Un problema serissimo, eppure a livello Ue c’è poco. «L’inverno demografico – lamenta Antoine Renard, presidente della Fafce (Federazione delle associazioni delle famiglia cattoliche europee) – tocca tutta l’Europa, ma è come se non esistesse. Ai massimi livelli Ue non se ne parla mai». Peggio, la Commissione Europea, ammette un portavoce, «ha progressivamente spostato l’attenzione dalla demografia in generale all’attività in età avanzata». Tradotto: si punta semmai a prolungare l’età lavorativa, l’attività e la cura degli anziani, mentre il tema natalità resta quasi tabù per ragioni ideologiche. Certo, le politiche familiari sono pura competenza nazionale, ma l’Unione potrebbe creare un contesto più favorevole, la sola migrazione non può bastare (senza contare gli umori popolari). L’unica iniziativa a livello Ue in qualche modo collegata è la proposta di una direttiva sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, lanciata nel 2016 dalla Commissione e ora in discussione tra Parlamento Europeo e Stati membri. Un’«eredità» delle Commissioni precedenti: è basata su una comunicazione del 2008, in cui si afferma che «è provato che gli Stati membri che si sono dotati di efficaci politiche per consentire a donne e uomini di trovare un equilibrio tra responsabilità lavorative e familiari hanno tassi di fecondità e di occupazione femminile più elevati». La direttiva punta ad aumentare, ad esempio, le possibilità di «paternità», e a garantire un minimo di quattro mesi di permessi. Del resto, osserva il rapporto del Cese, il tema della conciliazione è solo una delle componenti, altre sono la prevenzione della povertà, politiche a lungo termine, attenzione alle famiglie numerose. C’è però anche un fatto culturale: «Nella società contemporanea – scrive il Cese – il successo è principalmente definitivo in termini individuali e professionali. Ci sono invece altre forme di successo personale, collegate alla nostra relazione con gli altri e il bene comune, incluso il successo nella famiglia, la comunità o la vita culturale, cui bisognerebbe dare più attenzione». «È urgente – avverte Renard – avviare un’azione vasta, pressante e concordata per mostrare a ogni livello sociale, culturale e politico che la famiglia è la prima risorsa della società. Senza la famiglia l’Europa non avrà futuro. Le prossime elezioni europee rappresentano un’occasione fondamentale di svolta».

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In tutti i Paesi europei il tasso di fecondità è sceso sotto il livello di 2,1 bambini per donna Il calo demografico avrà un impatto sulla crescita e i sistemi di protezione sociale Ma al momento mancano politiche coordinate

 

Le nascite e il divario che pesa sull’Italia 

 Il tasso di fecondità totale (Tft) in Italia nel 2017 è diminuito ulteriormente, scendendo a 1,32. Il Tft esprime il numero medio di figli per donna in età fertile in un determinato periodo: è calcolato rapportando per ogni età feconda (dai 15 ai 49 anni) il numero di bambini nati con l’ammontare della popolazione femminile. Il tasso di fecondità non va confuso con l’indice di natalità, che calcola il numero medio di nascite ogni mille abitanti, e che in Italia è pari a 8,6.

Il Tft in sostanza ci dice quanti figli hanno in media le donne di un Paese, a prescindere dalla composizione della popolazione. Il tasso di fecondità in Italia era all’1,46 nel 2010, è sceso a 1,32 nel 2017. Il suo declino è peggio dell’aumento dello spread.

Tuttavia è molto più basso per le donne italiane, a quota 1,24 figli, mentre per le cittadine straniere residenti è pari a 1,98. Un Tft di 2,1 è il livello che permette il ricambio generazionale mantenendo stabile la struttura demografica di una popolazione.

 

DAVIDE MARGOLA, DOCENTE DI PSICOPATOLOGIA

«Oggi sono i padri a scoraggiare il desiderio dei giovani di fare famiglia» 

LUCIANO MOIA

«Il padre del giovane adulto dei giorni nostri è per lo più sospettoso, non alimenta la fiducia, non incoraggia le relazioni, non favorisce l’uscita dalla famiglia e quindi non costruisce futuro», osserva Davide Margola, docente di psicopatologia e responsabile del Servizio di psicologia clinica per la coppia e la famiglia della Cattolica di Milano. Con Vittorio Cigoli ha realizzato uno studio pubblicato in questi giorni in una raccolta di saggi sulla paternità curata da Camillo Regalia e Elena Marta (‘Giovani in transizione e padri di famiglia’, Vita e Pensiero).

La nuova immagine di padre che emerge dal vostro studio è decisamente differente rispetto alle tante icone di questi decenni. Né lontano né marginale. Che padre è allora?

La nostra non è una posizione dogmatica o a-priori, deriva da dati di ricerca che ci dicono di una posizione paterna un po’ diversa rispetto al padre autoritario e inaccessibile ma anche al padre debole ed evanescente, finanche assente. I nostri dati parlano di un padre presente che però si mette di traverso, tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’. Direi in una posizione obliqua che è di ‘attacco-fuga’, nel senso che c’è sempre un nemico esterno che va attaccato o rifuggito. Un padre quindi che non alimenta la fiducia perché i figli possano lasciare il nido, ossia ‘separarsi’.

Questa posizione sospettosa e diffidente verso il sociale che ripercussioni ha sul desiderio dei figli giovani adulti di formarsi una famiglia e di mettere al mondo dei figli?

Ovviamente questo atteggiamento rallenta il percorso. In questo senso parliamo di neotenia ad libitum.

Si continua a stare nella posizione di figlio che non diventa mai adulto. È ovvio che, in questo processo, permangono in individui adulti caratteristiche non adulte. Qui siamo di fronte a una sorta di ribaltamento. Tradizionalmente erano le madri che tenevano i figli attaccati alla famiglia. Oggi è il padre che sembrerebbe ostacolare la transizione e lo svincolo dalla famiglia di origine. È un padre diffidente che parte dal presupposto che l’altro sia nemico. Di conseguenza anche i figli cercheranno contesti rassicuranti. Si tende per esempio a prolungare quanto più possibile il percorso universitario, vissuto come luogo sicuro, senza rischi… e da qui il problema delle scelte rimandate.

Se la transizione è così complicata da diventare quasi una forma di stallo sociale dobbiamo attenderci che ‘lasciare il nido’ diventi sempre più difficile, con conseguenze sempre peggiori per l’inverno demografico?

È evidente. Lo vediamo anche guardando alle dinamiche con cui i ragazzi interagiscono tra di loro, passando quasi esclusivamente attraverso le tecnologie e diradando le relazioni dirette. Siamo sempre nella stessa logica: avvicinare l’altro ma con cautela. Eppure la funzione paterna dovrebbe essere quella di umanizzare l’esistenza del figlio, di ostacolarne l’onnipotenza, di fargli incontrare il limite (proprio e altrui) di andare oltre all’assoluto dell’«io voglio». Oggi questa funzione è impedita da un simile atteggiamento di cautela verso il sociale. E così si blocca il desiderio di far famiglia, di allacciare nuove relazioni, di fidarsi del futuro. Fiducia e speranza sono davvero al lumicino.

Emerge tra l’altro l’annullamento delle differenze tra giovani adulti maschi adulti e giovani adulti femmine. Può essere una deriva deviante della cultura delle pari opportunità?

La nostra cultura tenta di annullare le differenze sulla base di principi che tanto libertari che tanto libertari non sono.

Perché i padri sono diventati così?

Quei padri sono partiti all’insegna della speranza, nella convinzione che l’esterno, cioè il sociale, fosse il luogo dell’affermazione e della realizzazione personale. Il contesto sociale e politico si è però nel frattempo annichilito e rovesciato, da qui una posizione di difesa nei confronti dei propri figli. Ma con qualche rischio.

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Ricerca della Cattolica: i genitori non alimentano la fiducia e bloccano la transizione verso l’età adulta

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