Davvero l’«uomo digitale» è poco attento allo spirito? AVV 5.12.18

Per la Chiesa abitare Internet significa anche capire come cambia la vita interiore di chi la vive. E comunicare più che trasmettere è condividere contenuti

Davvero l’«uomo digitale» è poco attento allo spirito?

ANTONIO SPADARO

Internet non è come la rete idrica, o quella del gas. Non è un insieme di cavi, fili, tablet, cellulari e computer. Sarebbe errato identificare la realtà e l’esperienza di Internet alla infrastruttura tecnologica che la rende possibile. La Rete oggi è – soprattutto in mobilità – un contesto esistenziale nel quale si sta in contatto con gli amici che abitano lontano, ci si informa, le notizie, si acquistano cose, si condividono interessi e idee: è un tessuto connettivo delle esperienze umane. Un mio studente africano all’Università Gregoriana una volta mi disse: «Io amo il mio computer perché dentro il mio computer ci sono tutti i miei amici». Le tecnologie della comunicazione stanno dunque contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Aveva scritto Benedetto XVI: «L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani».

Del resto, già laGaudium et spesaveva già parlato di un preciso impatto delle tecnologie sulmodus cogitandidell’uomo.

In generale le «invenzioni tecniche» sono rilevanti perché «riguardano lo spirito dell’uomo » (Inter mirifica).San Paolo VI in un suo discorso del 1964 ribadì che «il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale». L’uomo tecnologico è dunque lo stesso uomo spirituale. La cultura del cyberspazio pone nuove sfide alla nostra capacità di formulare e ascoltare un linguaggio simbolico che parli della possibilità e dei segni della trascendenza nella nostra vita. La nostra vita vive anche nell’ambiente digitale. Dunque anche la nostra vita di fede ormai lo è. Quali sono le sfide principali che ci troviamo e ci troveremo ad affrontare alla luce di queste considerazioni? Tra le numerose possibili se ne possono individuare almeno due a mio avviso fondamentali. La prima è certamente legata al fatto che l’ambiente digitale ha oggi la natura di un network sociale: emergono le relazioni. Se nel nostro cervello sono connessi i neuroni, in Internet sono connessi i nostri cervelli, le nostre capacità culturali, spirituali, relazionali. Comunicare dunque non significa più trasmettere un contenuto, ma condividerlo. Ecco allora una domanda che potremmo definire radicale: basta moltiplicare le connessioni per sviluppare la comprensione reciproca tra le persone e le relazioni di comunione? Essere connessi non significa automaticamente essere in relazione. La community non è automaticamente comunità. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana perché la comunione non è un “prodotto” della comunicazione. La Chiesa nell’ambiente digitale è chiamata dunque non a una “emittenza” di contenuti religiosi, ma a una “condivisione” del Vangelo in una società complessa dove la comprensione della realtà è compromessa dalle fake news, dalla manipolazione, dal dominio del consenso. Eppure dalla Rete emerge la necessità di una maggiore partecipazione: ciascuno può esprimersi. Se questo è vero nella dimensione politica e civile non lo è di meno in quella ecclesiale. È fondamentale che essa non sia gestita dalla logica dell’algoritmo.

La seconda grande sfida consiste nella capacità di comprendere quella che una volta si chiamava – e a ragione! – la “vita interiore”. La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di Internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione. E generalmente “interiorità” è sinonimo di profondità, mentre “interattività” è spesso sinonimo di superficialità. Tempo fa Alessandro Baricco fece un elenco: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione. Saremo condannati, dunque, alla superficialità? È possibile coniugare profondità e interattività? Chi è abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua “partecipazione” e il suo coinvolgimento. La sfida è di enorme portata. Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cuimodus cogitandièin fase di “mutazione” a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Questa è anche una delle principali sfide educative dei nostri giorni.

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Lʼanalisi

Gigio RANCILIO

CREDIBILI NELLA RETE

 

Uno dei peggiori difetti del tempo che stiamo vivendo è la fretta con la quale vorremmo vedere risolto qualunque problema. Abituati ad avere «gadget» e «app» che promettono di semplificarci la vita, ci siamo persuasi che la tecnologia possa risolvere ogni nostro problema e senza farci faticare troppo. Ma per comunicare davvero occorre tempo e impegno, quindi fatica. Nonostante le nuove tecnologie, il suo valore non è cambiato. Proprio come il bisogno umano di comunicare. Per questo, guardando al futuro, non è poi così importante provare a indicare quali social resisteranno o quali nasceranno o a che punto arriverà l’interattività e nemmeno quali nuovi strumenti tecnologici useremo. Qualunque rapporto che si basa sulla comunicazione e sulla parola, con la «p» minuscola e tanto più se con la maiuscola (la Parola), deve preoccuparsi innanzitutto del suo fine ultimo. Che per la Chiesa resta lo stesso di sempre: arrivare alle persone per portare loro la Buona Novella. Sembra facile e scontato ma non lo è. Perché è e sarà sempre più difficile raggiungere le persone attraverso il digitale. Le voci infatti si sono moltiplicate e si moltiplicheranno sempre di più e la confusione ha inquinato e inquinerà sempre di più l’attenzione di molti. Le persone avranno quindi sempre più bisogno di «voci autorevoli», di «parole chiare», di «guide capaci di arrivare a tutti in modo efficace» senza banalizzare o camuffare il loro messaggio. Avranno bisogno di pastori che anche sul digitale possano sentire «veri» e «vicini», che parlino come parlano le persone, che conoscano i problemi dei fedeli. Che non calino dall’alto i loro messaggi, ma li condividano come si condivide il pane tra fratelli. Avranno, anzi avremo bisogno di comunicatori che prima di parlare ascoltino chi hanno di fronte. Sul piano tecnico, invece, dovremo migliorare sempre di più la conoscenza dei mezzi ma soprattutto per adattarli alle nostre esigenze. Non per adattarci alle loro. Perché è vero che per essere efficaci dobbiamo sapere come funzionano le piattaforme e le tecnologie che usiamo, ma non serve a nulla scimmiottare le «mode digitali» se poi non siamo credibili in quello che vogliamo comunicare. Dobbiamo prepararci anche a quella che sarà una nuova rivoluzione non solo tecnologica. Secondo la società ComScore, entro il 2020 la metà delle ricerche digitali sarà vocale. Complice il crescente successo degli assistenti vocali come Alexa, Google Home, Siri, Cortana e simili, e complice la pigrizia degli utenti che preferiscono dettare una ricerca invece di scriverla, sta cambiando il modo e le parole con le quali si cercano le informazioni in Rete. Ma che risposte avranno le persone quando faranno ai loro assistenti vocali domande del tipo: «perché dovrei credere in Dio?»; oppure: «come si fa a confessarsi?». In Inghilterra la Chiesa anglicana ha stretto accordi con Amazon, proprietario dell’assistente vocale Alexa, per rispondere a domande morali, spirituali e religiose con una «voce ufficiale». Noi, per ora, siamo ancora in alto mare su questo punto. Ma dobbiamo affrontarlo. Perché se la voce della Chiesa sarà assente, chi farà domande religiose e spirituali agli assistenti vocali finirà magari con il trovare risposte confezionate da altri. E le prenderà per buone, accontentandosi del «primo risultato» ottenuto. Con tutto quello che ne consegue. C’è un altro punto importante.

Nonostante le difficoltà e i difetti del mondo digitale non possiamo esimerci dall’essere presenti anche lì, perché è lì che ci sono tante persone. E se vogliamo comunicare con loro non possiamo limitarci a vivere spazi e luoghi che riteniamo più ‘protetti’. Dobbiamo abitare il digitale. Con il nostro stile, le nostre parole e soprattutto con la Parola. Senza dimenticare che il miglior modo di comunicare è anzitutto ascoltare i bisogni dell’altro e della comunità) e, dopo averlo fatto, rispondere con franchezza ma soprattutto con umiltà. Che non significa sminuirsi, ma lasciare che siano gli altri a decidere se “meritiamo” di essere considerati autorevoli. Come direbbe Tonino Cantelmi «dopo l’impatto emotivo di ogni rispostaproposta occorre recuperare la fascinazione della narrazione di sé, del proprio gruppo e del mondo». Non solo. Dovremo «recuperare il gusto del bello». Ma anche «accogliere l’altro nell’ambito di relazioni interpersonali sane e risananti, riscoprendo la potenzialità terapeutica della relazione umana».

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Tra community e comunità la Giornata 2019 

La presenza di Internet e il ruolo dei social network saranno al centro della 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali in programma nel 2019. «Siamo membra gli uni degli altri» (Ef 4,25). Dalle community alle comunità», questo il tema del messaggio il cui testo sarà pubblicato nelle prossime settimane. Una scelta di campo che sottolinea l’importanza di restituire alla comunicazione una prospettiva ampia, fondata sulla persona, e pone l’accento sul valore dell’interazione intesa sempre come dialogo e opportunità di incontro con l’altro. Viene così inoltre confermata l’attenzione del Papa per i nuovi ambienti comunicativi e, in particolare, per le reti sociali dove il Pontefice è presente in prima persona con l’account @Pontifex su Twitter e il profilo @Franciscus su Instagram.

 

REGNO UNITO

Foto e video, sul Web alle domande di fede si risponde con le immagini

SILVIA GUAZZETTI  Londra

Una strategia soprattutto visiva, obiettivo l’evangelizzazione. È dalla visita di papa Benedetto del 2010 che l’ufficio per le comunicazioni della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles mette a disposizione, senza farle pagare, sul sito Flickr, decine di immagini che testimoniano la vita della Chiesa. «All’epoca della visita papale abbiamo ottenuto i video dalle emittenti più famose come la Bbc e li abbiamo proposti sul nostro sito. Centinaia di migliaia di persone ci hanno seguiti», spiega Alexander des Forges, responsabile dei rapporti con i media e addetto stampa del cardinale Vincent Nichols. «Quel successo ci ha convinti che c’è una vera domanda per filmati e foto non mediate dai giornalisti e che la nostra strategia deve essere soprattutto visiva, non più concentrata su lunghi documenti. Le immagini sono più adatte anche al mondo digitale che non si presta a migliaia di parole scritte. Certo, nelle nostre intenzioni le foto sono un modo per indirizzare le persone verso omelie e riflessioni».

Il risultato è stato gratificante perché 40 milioni di persone hanno guardato le immagini messe a disposizione dalla Conferenza episcopale inglese e gallese su Flickr, mentre sono 35.000 su Twitter e 38.000 su Facebook i seguaci della Chiesa locale. «Ci siamo accorti che su Twitter il messaggio che funziona di più è un piccolo commento sul santo del giorno o poche righe delle Scritture. È chiaro che c’è un certo appetito per questi momenti devozionali così sereni e lontani dalle tensioni dei social», conclude Alexander des Forges.

Grande successo ha ottenuto anche la strategia digitale della Chiesa anglicana di Inghilterra che in un anno ha raddoppiato il numero di persone che la seguono sui social media, passando dagli 1,2 milioni del 2017 agli 2,44 milioni di quest’anno, un’audience internazionale ma concentrata soprattutto in Gran Bretagna. In occasione del matrimonio del principe Harry con Meghan Markle il contenuto preparato dal team del primate anglicano Justin Welby e da quello dell’Ufficio comunicazioni della Chiesa d’Inghilterra e fatto di preghiere e video è stato visto oltre cinque milioni di volte.

Su Instagram la Chiesa di Stato inglese ha quadruplicato il proprio pubblico, composto soprattutto da persone con meno di quarant’anni. Coinvolta in questo piano di evangelizzazione anche “Alexa”, l’assistente vocale di Amazon, che è stata attrezzata con una serie di informazioni su chi è Dio, che cos’è la Bibbia, che cosa significa farsi battezzare e fare la Comunione. Quesiti pensati per gli atei e i non credenti che rappresentano ormai oltre la metà dei 60 milioni di adulti britannici. «Anche per noi le immagini sono molto importanti», spiega Adrian Harris che fa parte di un nuovo team, avviato due anni fa, con una nuova campagna di investimenti, per occuparsi della strategia digitale. «Per la campagna di evangelizzazione dell’Avvento, appena partita e intitolata “Seguiamo la stella”, formiamo su Instagram una stella e una foto accompagna un passo della Bibbia. È importante anche dare messaggi diversi a fasce d’età differenti. Per esempio offriamo un calendario dell’Avvento pensato per le famiglie con bambini».

A partire dalla vigilia di Natale e fino all’Epifania anche ad “Alexa” si potranno chiedere le riflessioni quotidiane della campagna “Seguiamo la stella”. Grande successo ha avuto anche un’applicazione che consente di scoprire dov’è la chiesa anglicana più vicina e che è disponibile, come tutte le altre, anche sul telefonino.

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Sui social media, cattolici e anglicani adottano strategie simili Cresce il ruolo dell’assistente vocale

 

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