Viaggio nell’Italia che si desertifica «Ecco perché non facciamo figli» Da Nord a Sud le ragioni del crollo della natalità sui territori AVV 30.11.18

DA SAPERE

Con il “tasso di fecondità” l’indicatore del numero medio di bimbi per donna

C’è un indicatore che nei Paesi in declino demografico come l’Italia fa paura almeno quanto lo spread: è il tasso di fecondità totale, Tft (o anche Tfr, dall’inglese ‘total fertility rate’). Nel 2017 è diminuito ulteriormente, scendendo a 1,32. Il Tasso di fecondità esprime il numero medio di figli per donna in età fertile in un determinato periodo. Il Tft è calcolato infatti rapportando per ogni età feconda, cioè dai 15 ai 49 anni, il numero di bambini nati con l’ammontare della popolazione femminile. Il tasso di fecondità non va confuso con l’indice di natalità, che invece calcola il numero medio di nascite ogni mille abitanti, e che in Italia è pari a 8,6. Il Tft in sostanza ci dice quanti figli hanno in media le donne di un Paese, a prescindere dalla composizione della popolazione e del fatto che ad esempio vi siano più o meno anziani.

Il tasso di fecondità italiano è calato in maniera molto netta dallo scoppio della crisi: era all’1,46 nel 2010, è sceso a 1,32 nel 2017. Tuttavia è molto più basso per le donne italiane, a quota 1,24, mentre per le cittadine straniere residenti è pari a 1,98. Un Tft di 2,1 è il livello che permette il ricambio generazionale mantenendo stabile la struttura demografica di una popolazione.

(M. Ca.)

L’inchiesta L’incapacità di offrire futuro alle nuove generazioni tra le cause decisive dell’inarrestabile crisi delle nascite. Così le comunità più colpite si interrogano sulle ragioni del fenomeno e provano a invertire la rotta

Viaggio nell’Italia che si desertifica «Ecco perché non facciamo figli»

Da Nord a Sud le ragioni del crollo della natalità sui territori

 

Qui Toscana

Donne meno fertili e il territorio invecchia

ANDREA BERNARDINI            PISA

Poche culle e tanti anziani. In Toscana sono nati, nel 2017, 26.092 bambini, 812 in meno rispetto al 2016 quando già si era registrato un record negativo. Dei nuovi bebè 16303 sono nati dall’amore di una coppia unita in matrimonio, religioso o civile, 9789 fuori dl matrimonio. Ogni donna toscana mette al mondo – in media – 1,28 figli: è uno dei peggiori dati in Italia.

Dati letti con preoccupazione da Roberto Volpi, statistico e demografo pisano. «In Italia, tra il 1975 ed il 2000 si è ridotto drasticamente il numero delle donne in età fertile, passato dal 48% al 42%. La prima ragione del calo demografico va cercata qui». E la seconda? «Nella penuria delle coppie. Uomini e donne non vogliono impegnarsi in una vita a due: prova ne è il calo del numero dei matrimoni, anche di quelli celebrati in Comune. Poca voglia di far coppia si traduce in poco desiderio di darsi un erede». Perché questa paura nel far famiglia? «Perché i giovani adulti non hanno certezza nel futuro. Gli studenti escono dall’Università da fuoricorso e quando hanno in tasca una laurea non sono immediatamente accolti nel mercato del lavoro». Se questo è un ragionamento che vale per tutto il nostro Paese, «vale ancora di più per la Toscana, dove si esce dall’università tardi, ci sono meno coppie che altrove, meno matrimoni e, giocoforza, si fanno meno figli. E anche quando si decide di farne uno, lo si fa in età avanzata e spesso non c’è il tempo per un secondo figlio».

In Toscana l’età media della popolazione è di 46 anni e 8 mesi (contro i 45 anni e 2 mesi della media nazionale). Si vede gente in età avanzata soprattutto in provincia di Grosseto (dove l’età media ha raggiunto i 48 anni e 2 mesi), a Massa Carrara (48 anni e 1 mese), un po’ meno a Prato (dove l’età media è di 44 anni e 8 mesi).

In ogni caso, di là dalle medie, il numero dei pensionati cresce di anno in anno. Sono oltre 45mila i 67enni, 47.026 i 68enni, 50.017 i 69enni. Ci sono poi i grandi anziani: ben 1.118 toscani hanno 100 e più anni. Chi pagherà loro la pensione se la popolazione potenzialmente attiva si va vieppiù riducendo? Insomma, siamo condannati ad un inverno demografico. Possiamo uscirne? «Solo se siamo capaci di adottare politiche immediate. La prima: accorciare i percorsi di formazione. Serve un mercato del lavoro aperto ai giovani. Da noi le aziende assumono quando nel candidato trovano esperienza. Ma questo dove se la fa l’esperienza? In America uno studente diventa avvocato a 22 anni e uscito dall’università già comincia ad esercitare». E poi: «In Italia non c’è più un ascensore sociale. Chi nasce contadino vive e muore da contadino».

Della necessità di politiche familiari strutturali e serie parla anche Paolo Puglisi, pisano, informatico, sposo di Laura e papà di quattro figli – Rita, Marco, Enrico e Sara – Puglisi è consigliere nazionale dell’associazione che raduna le famiglie numerose in Italia. «Lo ripetiamo da tempo: per la rinascita dell’Italia occorre investire in politiche per la natalità, favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e tener meglio di conto delle spese che deve sostenere una famiglia quando decide di mettere al mondo uno o più figli. Purtroppo i dati Istat ci dicono anche che la possibilità che una coppia finisca sulla soglia della povertà relativa o assoluta cresce in modo esponenziale al crescere del numero dei figli. La Franciadocet:quando un Paese adotta per anni e anni – e non con ‘interventi spot’ – misure pro-famiglia l’indice di natalità cresce. E la società può sperare nel futuro». Anche gli enti locali possono far qualcosa: «Quando le città sono a misura di famiglia, quando le coppie trovano un habitat accogliente e a misura di bambino, sono sicuro, torneranno a desiderarlo. Ma occorre fare in fretta».

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Penuria di coppie, minore propensione a impegnarsi (anche in Comune), scelte di vita procrastinate E i servizi sono sempre insufficienti

 

Qui Sardegna

Giovani senza risposte Mancano case e servizi 

ROBERTO COMPARETTI            CAGLIARI

L’inverno demografico colpisce inesorabilmente la Sardegna. Alcuni mesi fa Luigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari, a Cagliari per un convegno, aveva paventato la scomparsa della civiltà sarda. Uno scenario che potrebbe realizzarsi se non si inverte la rotta.

I dati Istat hanno certificato che l’isola è la regione italiana nella quale si registra il più basso numero medio di figli per donna: 1,06 contro la media nazionale di 1,43, quest’ultimo dato di per sé già basso. Le donne che abitano in Sardegna rinviano sempre più in avanti l’età nella quale diventare madri: 32,5 anni è il dato medio. Molti dei nuovi nati sono di coppie non sposate, il 40,8 per cento. Il calo demografico e l’aumento dell’età media nell’Isola stanno determinando lo spopolamento delle zone interne ma anche dei grandi centri.

Cagliari nel 2017 ha avuto solo 12 abitanti in più rispetto all’anno precedente, mentre cresce il numero degli stranieri che ha toccato quasi quota 10mila, su una popolazione di 154mila abitanti. Il capoluogo nel 2017 (ultimi dati disponibili) ha registrato un dato preoccupante: su oltre 75mila famiglie residenti il 47,7 percento è costituita da una sola persona, mentre il 25 % da due. Al 31 dicembre 2017 i bambini sotto i 10 anni erano meno di 10mila, poco più del 6 per cento. Scarso il numero di famiglie numerose, il 3,2% del totale. Numeri che raccontano di una città che invecchia e si spopola, con le giovani coppie che emigrano dai paesi dell’hinterland, congestionando i centri, cresciuti oramai a dismisura, oppure lasciano l’isola.

Gli economisti hanno elaborato un’equazione nella quale al calo del prodotto interno lordo corrisponde una diminuzione della popolazione. Ci sono oramai centri che rischiano l’estinzione. I demografi hanno ipotizzato la perdita di 31 paesi sardi entro i prossimi 40 anni. Un dato, secondo il professor Giovanni Puggioni, già docente di Statistica all’università di Cagliari, destinato a peggiorare senza un’inversione di rotta. «Se – ha detto – fossero disponibili nelle zone interne una serie di servizi le persone non andrebbero via». «Altri errori – sempre secondo il professore – sono stati la monocultura industriale, a scapito di altri settori come il turismo e l’agroalimentare ».

Si aggiunga poi l’alto tasso di disoccupazione, la fuga dei cervelli, con i laureati che lasciano l’isola, e il quadro che ne scaturisce non è edificante. Alcuni piccoli comuni stanno cercando di attrarre residenti, come nelle zone interne. Ad Ollolai, nel nuorese, le vecchie case sono state messe in vendita a 1 euro: un progetto caldeggiato dall’amministrazione comunale che ha attirato l’attenzione anche degli stranieri. C’è poi un elemento che contraddistingue molte amministrazione comunali: la riduzione, se non l’assenza, di progetti per l’edilizia agevolata, capace di rispondere alle esigenze delle fasce più deboli e nel contempo di far abbassare i prezzi delle abitazioni.

Molti giovani cagliaritani hanno lasciato la città proprio per i prezzi proibitivi delle case, anche se i dati di compravendita nell’ultimo hanno registrato numeri in crescita: le case vengono acquistate ma spesso restano vuote. In Consiglio regionale è stata presentata una proposta di legge sulla famiglia con la quale si intende aiutare i nuclei familiari con più figli: mancano poco più di due mesi alla fine della legislatura. L’auspicio è che il provvedimento arrivi in aula per l’approvazione. Sarebbe un segnale di attenzione della politica al futuro della Sardegna.

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L’emergenza dei paesi: in 40 anni ne spariranno 31. I ragazzi vanno nelle città, ma le abitazioni costano troppo e alla fine lasciano l’isola

 

A Sant’Agata Bolognese

Un anno di progetti con l’assessore alla vita 

CHIARA UNGUENDOLI

La vita è il bene più prezioso e fondamentale per ogni donna e ogni uomo. Per questo occorre custodirla e promuoverla in ogni modo, anche con un assessorato». Chi parla è Giuseppe Vicinelli, sindaco di Sant’Agata Bolognese, piccolo paese in provincia di Bologna, che proprio un anno fa (all’inizio del novembre 2017) ha creato l’“Assessorato alla Vita”, primo caso in Italia, del quale lui stesso ha la delega. Vicinelli è stato eletto con una lista civica di centro-destra. Un’iniziativa che fece molto rumore non solo per la sua unicità, ma per la chiarezza di idee con la quale il sindaco l’aveva perseguita. «In questo anno abbiamo portato avanti tutte le iniziative che avevamo previsto a breve termine – spiega – a cominciare dall’informazione per prevenire l’aborto e l’abbandono dei neonati: abbiamo distribuito volantini e messo grandi manifesti per ricordare alle donne che, se non vogliono tenere il proprio bambino, possono comunque partorire al sicuro in ospedale, nel più completo anonimato, e lasciarlo lì perché venga poi adottato da una famiglia che se ne prenderà cura».

Un’altra iniziativa che Vicinelli ha voluto, «a costo zero per tutti», sottolinea, è il «Pacco di benvenuto» che viene dato gratuitamente, grazie alla sponsorizzazione di un’azienda, ai genitori di ogni bambino o bambina che nasce nel territorio comunale. Contiene pannolini, qualche alimento, il necessario per la pulizia del neonato, e si può ritirare in farmacia. «Abbiamo ideato anche una festa dedicata ai bambini – racconta il sindaco – che si è svolta per la prima volta a inizio giugno, con laboratori per mamme in attesa, per bambini piccoli e più grandi e l’avvicinamento dei piccoli allo sport da parte di società sportive del luogo. Ancora, un corso di pronto intervento pediatrico per i genitori, nel caso che si trovino di fronte a problemi gravi del bambino che richiedono una rapida azione. Infine, abbiamo messo “a norma” tutte le quattro scuole presenti nel territorio comunale». Il tutto guidato dalla stessa, profonda convinzione: «La vita è la cosa più importante – ribadisce Vicinelli – e non si può non tutelarla. Anche le istituzioni, a livello nazionale e locale, devono darsi da fare, per quanto loro possibile, per custodirla, per favorire le nascite e per aiutare tutti i bambini, compresi quelli con handicap: anche per loro abbiamo fatto azioni di sostegno».

«L’iniziativa del sindaco Vicinelli è stata ed è da noi molto apprezzata – afferma Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita – e per questo lo abbiamo invitato a tenere una relazione al 38° Convegno nazionale dei Centri di aiuto alla vita, che si è svolto a Lecce. Quanto ci ha detto ha avuto molto successo, perché ci ha indicato la “via” di affermare il valore e la custodia della vita a viso aperto e senza paura anche nello spazio pubblico. Di fronte all’“inverno demografico” che ci spaventa, affermare la cultura della vita è fondamentale, in tutti gli ambienti».

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