Il Rapporto ISTAT Italia, un Paese a natalità (sotto)zero AVV 29.11.18

Il Rapporto Istat.Anche il primo figlio sembra essere diventato una chimera per molte donne, mentre si riduce il tasso di fecondità per le quarantenni. Il governo: dramma che va avanti da anni, vogliamo invertire la tendenza

Italia, un Paese a natalità (sotto)zero

In dieci anni 120mila nascite in meno, solo nel 2017 calo di 15mila neonati

NICOLA PINI

ROMA

Quindicimila nati in meno in un anno, 45mila in tre anni, 120mila in un decennio. L’inverno demografico italiano rischia di trasformarsi in glaciazione. I bambini sono un bene sempre più raro. Dal 2008 abbiamo perso il 20% dei neonati, uno su cinque. E a mancare non sono più soltanto i secondi o terzogeniti. La novità è che oggi sempre più spesso non arriva nemmeno il primo figlio. Così le donne che non hanno mai generato stanno diventando una moltitudine: sono il 22% tra le attuali quarantenni, percentuale che era all’11% tra le nate nel 1950. «La fase di calo della natalità innescata dalla crisi sembra avere assunto caratteristiche strutturali», spiega l’Istat nel rapporto annuale presentato ieri a Roma, che analizza i dati del 2017.

Sono cifre di fronte alle quali parlare emergenza è fuori luogo perché il crollo della natalità è un fenomeno in atto in Italia da decenni. Dal 1964, quando si superò il milione di nuovi nati, la discesa non si è mai fermata, con un accelerazione a partire dagli anni Ottanta e di nuovo con la crisi economica dal 2008 in poi. In parallelo il numero medio di figli per donna (il tasso di fecondità) si è ridotto dell’ultimo decennio da 1,46 a 1,32. E se dal conto escludiamo le donne immigrate si arriva a 1,24. Nel 2017 sono nati in Italia poco più di 458mila bambini, dai 473mila del 2016 e i 576mila del 2008. Le ragioni delle culle vuote sono molteplici: le maggiori difficoltà economiche, l’alta disoccupazione giovanile, la precarietà di molte posizioni lavorative, così come l’assenza di contributi pubblici strutturali e l’insufficienza dei servizi di supporto alle famiglie. Ma alla radice ci sono anche ragioni demografiche di lungo periodo, che impediscono repentine inversioni di tendenza. Spiega infatti l’Istat che la diminuzione della popolazione femminile in età fertile tra il 2008 e il 2017 – ben 900mila persone in meno – spiega i tre quarti delle nascite mancate. Solo il restante quarto è dipeso dal sempre più basso tasso di fecondità. E nei prossimi anni le potenziali madri diminuiranno ancora, perché oggi leteenagersono molte meno delle 40enni.

Nell’ultimo decennio i primi figli sono diminuiti del 25% a fronte di un -17% dei figli successivi al primo. E nell’ultimo anno il calo di 15mila nati è dovuto a 13mila primogeniti in meno. Una forte contrazione, spiega l’Istat che interessa tutte le aree del Paese ed è correlata al calo dei primi matrimoni, a loro volta crollati da dai 212mila del 2008 a 152mila. Mentre nello stesso periodo i bimbi nati fuori dal matrimonio sono passati dal 20 al 31%. La decisione di fare un bambino viene comunque sempre più rinviata nel tempo: oggi l’età media al parto è di quasi 32 anni (tre anni in più del 1995). E per quasi una donna su quattro il rinvio diventa rinuncia definitiva. Continua anche il calo delle nascite da genitori stranieri. Il tasso di fecondità delle immigrate è sceso sotto i 2. «L’apporto positivo dell’immigrazione alla natalità – spiega l’Istat – sta lentamente perdendo la sua efficacia ». Anche se nelle regioni del Nord, dove la popolazione di origine stranierà è più presente, un neonato su 5 ha entrambi i genitori immigrati. Nel complesso comunque tutte le regioni italiane hanno bassi livelli di fecondità. Uniche eccezioni l’Alto Adige e il Trentino che con 1,74 e i 1,49 figli per donna staccano tutti gli altri territori. In coda la Sardegna con un indice di 1,04.

L’Italia non è l’unico Paese in Europa alle prese con i problema demografico. Anche la Germania ha gravi difficoltà. Ma il suo esempio, spiegano i tecnici dell’Istat, può essere incoraggiante perché il Paese ha messo in campo negli ultimi anni politiche pro-nascite e bloccato l’emorragia. Il tasso di fecondità è risalito a 1,6 figli per donna e il numero dei nuovi nati è aumentato del 7%. Un risultato non dovuto soltanto all’apporto degli stranieri perché il 3% sono figli di coppie tedesche.

Nel commentare i dati dell’Istat, la presidente del Movimento per la Vita italiano, Marina Casini Bandini afferma che «la rinuncia alla natalità sembra aver assunto caratteristiche strutturali, alle quali si aggiunge calo dei matrimoni, boom dei divorzi ed una tendenza all’abortività che non dà segni veri di riduzione. Insomma, quella italiana sembra essere diventata una società senza uno sguardo sul futuro che ha scelto di non investire sul domani», mentre «deve e può rilanciare la voglia e la possibilità di avere figli con concreti interventi economici e servizi». «Le cifre sono da bollettino di guerra», aggiunge il presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Gigi De Palo. «Ci sono ancora i margini per invertire la rotta», ma «sta per andare via un’altra legge di Bilancio senza che vengano inserite modifiche strutturali» a favore delle famiglie. Il vicepremier Luigi di Maio ha sottolineato che il calo delle nascite in Italia «è un dramma che va avanti da anni» ed è necessario «invertire il trend».

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Il Movimento per la Vita: la rinuncia alla natalità sembra aver assunto caratteristiche strutturali. Il Forum delle famiglie: ci sono ancora margini per cambiare

 

punti chiave 

CROLLO DECENNALE

Dal 2008 al 2017, il calo delle nascite è stato di quasi 120mila unità. Si tratta di un trend confermato via via nel corso degli anni: meno 45mila bimbi nati nell’ultimo triennio, meno 15mila nell’ultimo anno preso in considerazione dall’Istat.

QUARANTENNI SENZA FIGLI

Il numero medio di figli per donna continua a scendere: ha toccato 1,32 contro 1,46 del 2010. Non solo: si stima che il 22% delle attuali donne 40enni, alla fine del ciclo di vita riproduttiva, potrebbe rimanere senza figli. Una percentuale che raddoppia rispetto all’11,1% stimato per la generazione delle loro mamme (le nate del 1950).

FECONDITÀ DELLE DONNE

La riduzione del numero medio di primi figli per donna tra il 2010 e il 2017 è responsabile per il 68% del calo complessivo della fecondità delle donne italiane e per l’81% di quello delle donnestraniere.

MALE LE COPPIE ITALIANE

A diminuire sono soprattutto i nati da coppie di genitori entrambi italiani (14mila in meno rispetto al 2016 e oltre 121mila in meno rispetto al 2008), ma non solo. Per la prima volta dal 2008 scendono sotto i 100mila i nati con almeno un genitore straniero. Il contributo alla natalità delle cittadine straniere residenti, che finora hanno riempito i ‘vuoti’ di popolazione, si va lentamente riducendo.

 

ANALISI

Interventi di lungo termine e focalizzati sul territorio Sei punti per attuare la svolta

LUCIANO MOIA

L’emergenza denatalità è un rebus con tante questioni che si intrecciano. Per invertire la rotta occorrerebbe agire contemporaneamente su più fronti, dal sostegno economico alla riforma fiscale, dai progetti residenziali al lavoro, dalla cultura alle misure di welfare familiare, dall’educazione a tanto altro ancora. Compresa la determinazione di quel clima sociale favorevole al ‘far famiglia’ che è la somma di tutte le iniziative virtuose messe in campo per costruire il futuro e, rinfocolando la speranza, potrebbe indurre le giovani coppie ad aprirsi alla vita. In Italia, più ancora che negli altri Paesi occidentali che pure vivono il loro inverno demografico, tutte queste condizioni strutturali mancano quasi completamente. Le tante analisi presentate in questi anni, i piani strategici stilati poco più di un anno fa alla Conferenza nazionale sulla famiglia, sono evaporati come le troppe parole dei politici. Siamo al paradosso di una progettualità definita e organica per nuove e finalmente efficaci politiche familiari a cui non si sa o non si vuole dare concretezza. In altre parole, sapremmo come intervenire ma, chissà perché, non facciamo quasi nulla. Eppure, il progetto presentato alla Conferenza 2017 dal Gruppo welfare territoriale coordinato dal sociologo Riccardo Prandini, aveva ricevuto un via libera trasversale e convinto da parte di esperti e amministratori di diverso orientamento culturale. Un ‘pacchetto’ pronto all’uso, da prendere e da applicare. Ricordiamo i criteri fondamentali:

1) Tempi lunghi– È il principio secondo cui le politiche familiari devono essere durevoli nel tempo per offrire aspettative certe alle famiglie. Questo perché il successo di una determinata politica si può misurare solo in una prospettiva di lunga durata, almeno un decennio. Esiste anche uno strumento di valutazione che si chiama Vif ( Valutazione d’impatto familiare).

2) Territorialità– Il principio della misura pensata e adottata in ambito locale, in un quadro che però risulti strategico e coerente con l’ambito regionale e nazionale, è indispensabile per responsabilizzare amministrazioni, associazioni, aziende, realtà non profit e famiglie. Se il coinvolgimento manca, l’iniziativa è destinata al fallimento. Le parti interessate devono essere tutte egualmente responsabili del bene comune.

3) Servizi personalizzati –In un quadro strategico, coerente e integrato, occorre poi disporre della flessibilità necessaria per ritagliare le vari misure sull’esigenza specifica di quella famiglia e, nei casi più complessi, di quella persona. Parlando per esempio di politiche per non autosufficienza o per il ‘dopo di noi’, è certo indispensabile un criterio uniforme, ma occorre poi adattare le buone prassi del prendersi cura per investire sulle capacità delle persone di partecipare attivamente, per quanto nelle loro possibilità, ai vari interventi. È lo stesso principio di sussidiarietà a spiegare che un servizio per essere efficace dev’essere ‘co-prodotto’, deve cioè contare sulla responsabilità attiva di coloro a cui è indirizzato.

4) Policentrismo e pluralismo– La possibilità di erogare un servizio su più livelli serve a renderlo inclusivo e sostenibile. Questo perché il welfare familiare dev’essere governato in modo plurale – amministrazioni locali insieme a no profit, associazioni, famiglie, ecc – e inteso non come costo che pesa sul Paese, come intervento assistenziale, ma come politiche di investimento familiare. Cioè fondamentali ‘fattori produttivi’ utili per lo sviluppo sociale.

5) Impatto familiare– Si tratta di un criterio fondamentale per capire cosa funziona e cosa no. Ma non solo. Visto che la famiglia è realtà viva, in continua trasformazione, i criteri della verifica del welfare vanno continuamente aggiornati. La valutazione dell’impatto familiare serve per verificare quanto e come una determinata misura abbia davvero contribuito a migliorare il benessere familiare. È evidente che misure tampone, annunci spot, provvedimenti a tempo limitato non possono reggere valutazioni di verifica dell’impatto familiare.

6) Integrazione– Ogni intervento non può nascere in modo isolato ma va coordinato e armonizzato nell’ambito dell’intero welfare familiare. Impensabile per esempio promuovere politiche di conciliazione scuola-famiglia, senza armonizzarle con politiche di coesione e inclusione sociale o con la promozione di servizi per l’infanzia o, ancora, con il sostegno di reti familiari, proprio nella convinzione che la famiglia non vada lasciata sola ma debba essere aiutata a provvedere al meglio ai suoi bisogni in un contesto di libere aggregazioni familiari e di socialità allargata.

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Sapremmo come intervenire ma, chissà perché, non facciamo nulla.

Ripartire dal progetto presentato alla Conferenza 2017

 

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