L’accoglienza è uno stile educativo – I bimbi devono sentirsi a proprio agio a scuola: il buon inserimento passa attraverso la comprensione e l’ascolto AVV 2.10.18

L’accoglienza è uno stile educativo

I bimbi devono sentirsi a proprio agio a scuola: il buon inserimento passa attraverso la comprensione e l’ascolto

DI MARCO UBBIALI

«Accoglienza» è il nome che nelle scuole si dà alle prime settimane di settembre; è il nome che in tante scuole si dà alla prima ora del mattino. Ma l’accoglienza non è solo un pezzo del tempo scuola. L’accoglienza è prima di tutto uno stile, un modo di stare di fronte agli altri, di fronte a se stessi, di fronte alle cose. E parlando con le insegnanti di scuola dell’infanzia, spesso una delle parole da loro più citate come distintive dell’educare è proprio ‘accoglienza’. «I bambini devono venire a scuola volentieri; l’accoglienza di un bambino deve essere serena e tranquilla: devono stare bene». Nelle semplici parole della maestra Luisa riecheggia una sapienza di fondo che tutte le madri hanno, sapienza che Donald Winnicot ha studiato e ha descritto così: ogni figlio ha bisogno di una madre «felice di avere un bambino di cui prendersi cura». Come la buona madre, anche la maestra «deve essere sempre pronta ad accogliere sia nella gestualità sia nel sorriso».

L’insegnante è una persona che sa accogliere l’altro: il bambino deve potersi sentire a casa quando è a scuola. La maestra è una persona che diventa spazio, che diventa essa stessa casa per l’allievo.

Una maestra è capace di fare spazio, di creare attesa perché l’altro si presenti e si mostri, si possa mettere in gioco per quello che è e così diventare migliore, più umano, più competente. Il sorriso dell’insegnante è il suo biglietto da visita: in esso c’è tutta l’attesa per un bambino che nasce alla vita e alla vita della cultura e dei primi legami sociali. Si diventa spazio quando, per esempio, con il corpo si spalanca un abbraccio: non è un caso che spesso i bambini ai quali si chiede di raffigurare la loro maestra la disegnino con delle braccia lunghissime e spalancate, pronte a un abbraccio e con un sorriso stampato in viso. «Io adoro le coccole, mi piace riceverle e darle» confida la maestra Luisa. C’è uno spazio fisico da costruire con il proprio corpo che si ritrae nell’abbraccio e che si estende con la levità di una carezza; e c’è uno spazio interiore da costruire, quello più difficile. «Ho bisogno di fare spazio per le emozioni che mi danno i bambini, di spazio nell’attesa per capire i loro bisogni e aiutarli… Devo però liberarmi dei miei stop, dei miei divieti e semafori lampeggianti per accogliere le loro richieste» dice Francesca. Accogliere è dunque prima di tutto un’azione ‘in negativo’: è ritrarsi, lasciare terreno interiore non occupato, è liberarsi di pre-giudizi o preoccupazioni; è lasciare che l’altro sia. Solo in seconda battuta l’accoglienza diventa gesto attivo, diventa incoraggiamento, presa per mano, sostegno, accompagnamento.

Lasciando che l’altro sia, che l’altro si mostri per quella individualità che è, nella sua singolarità. Giovanna si esprime così: «La capacità più importante è saper accogliere l’esclusività di ogni bambino». Accogliere l’esclusività – parola bella e inusuale – richiede una capacità di ascolto, la possibilità cioè che l’altro possa esprimere ciò che può e ciò che è. Un ascolto che passa attraverso piccoli gesti che segnano le biografie personali. Accoglienza è costruire una casa dove anche i vissuti più dolorosi possono esprimersi. Toccante è il racconto di Marzia: «Marco è un bambino che picchia. E io non capivo come mai aveva il sorriso sulla bocca quando picchiava. Come mai la mimica facciale non corrisponde al gesto che fa? È arrivato lui a dirmi qualcosa che mi ha messo sulla strada per comprendere. E ha detto che il papà è in galera…». La scuola è un luogo dove anche Marco può portare tutto ciò che gli pesa dentro, dove può chiedere aiuto. Come può un bambino portare dentro un peso così grande, una domanda di cura così importante? Chiedere aiuto, sapendosi affidati gli uni agli altri in maniera affidabile, è la cifra fondamentale per crescere. Ma anche i bambini sono capaci di accoglienza e a volte loro stessi sanno porre le condizioni perché chi fa più fatica si senta accolto. Ci dice Federica: «Noi a scuola abbiamo un bambino con una sospetta diagnosi di autismo. Mi si avvicina la compagna e mi chiede: ‘Ma Pier è nato così?’. La osservo durante il pranzo, a tavola gli si siede vicino e l’accarezza…». I bambini, anche molto piccoli, si accorgono della diversità particolare di alcuni compagni, la notano e si interrogano. E quasi d’istinto agiscono con cura, con una attenzione speciale, pronti a mettersi al servizio di chi ha bisogno. Capaci di accogliere, dunque. L’accoglienza prima che un’azione, una progettazione pedagogica, è un modo d’essere. Che sia riservata ai piccoli o ai grandi, ai più o meno fragili, poco importa. Ha ragione Mortari quando afferma che per accogliere l’altro nella sua singolarità si dovrebbe riuscire a pensare «l’altro come infinito»: un altro che è sempre oltre quello che noi capiamo di lui o di lei.

Che è sempre mistero. Che porta dentro di sé l’impronta di Dio.

componente della Commissione tecnica del Settore pedagogico nazionale della Fism

 

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