DESTINAZIONE SINODO/25

DESTINAZIONE SINODO/25

A UNA SETTIMANA DALL’ASSEMBLEA IN VATICANO, IN UN LIBRO IL TEMA CENTRALE

Giovani, in gioco il futuro della fede

L’esperienza cristiana può parlare ancora alle nuove generazioni?

Viene consegnato oggi al Papa «Il futuro della fede. Nell’educazione dei giovani la Chiesa di domani», il nuovo studio curato dall’Istituto Toniolo con l’équipe che realizza ogni anno il Rapporto Giovani. Siamo ormai alla vigilia della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si apre mercoledì 3 ottobre in Vaticano e che sino al 28 ottobre vedrà impegnati cardinali, vescovi, religiose, teologi, studiosi, rappresentanti di movimenti e ovviamente di giovani da tutto il mondo sul tema individuato dal Papa («I giovani, la fede e il discernimento vocazionale»). Tre anni dopo «Dio a modo mio», questo rapporto ( Vita & Pensiero, 264 pagine, 18 euro) – curato da Paola Bignardi e Rita Bichi, che lo presenta oggi a Francesco insieme all’assistente generale dell’Università Cattolica monsignor Claudio Giuliodori – contiene saggi delle curatrici e di Maria Ignazia Angelini, Francesco Del Pizzo, Ernesto Diaco, Luigi Galli, Fabio Introini, Emanuele Marigliano, Francesco Ognibene, Gianpiero Palmieri, Cristina Pasqualini, Massimo Pirovano, Giuseppe Satriano, Francesco Silvestri, Domenico Simeone e Claudio Stercal. Pubblichiamo qui parte della presentazione di Giuliodori e della postfazione di monsignor Luca Bressan.

Oggi la consegna al Papa del nuovo studio curato dall’équipe del Rapporto Giovani all’Istituto Toniolo

 

Meno percorsi tradizionali, ma domande più profonde

UNA RICERCA TUTTA PERSONALE CHE «SCOMODA» GLI EDUCATORI

 Mentre la comunità ecclesiale continua a offrire soprattutto percorsi di formazione standardizzati basati sull’iniziazione cristiana dei fanciulli a cui fanno seguito proposte di cammino di fede attraverso oratori, gruppi giovanili e aggregazioni laicali, che intercettano però una parte minoritaria di essi, i giovani sembrano non essere più interessati a quanto propone la comunità ecclesiale e non collegano più in modo diretto la loro esperienza di fede a quanto proposto dalla Chiesa, almeno nella sua prassi ordinaria. Ciò non significa che sia scomparso dal loro orizzonte esperienziale il tema della fede, piuttosto si sentono liberi di cercare un loro personale vissuto religioso più o meno intenso e profondo, ma anche sempre meno collegato ai percorsi tradizionali e istituzionali della comunità ecclesiale. Da qui la felice sintesi di una fede ‘a modo mio’ che i giovani sperimentano e modulano a prescindere dai cammini tradizionali, cercando esperienze forti, ambienti spirituali caldi e accoglienti, figure significative con cui confrontarsi in una ricerca spirituale, giungendo a sintesi personali che a volte sfiorano il sincretismo o perlomeno risultano essere il frutto di ‘cocktail spirituali’, magari accattivanti ma dalla composizione poco coerente con i fondamenti e la natura della fede cristiana. La ricerca sui giovani ha confermato, forse anche al di là di quanto ci si aspetti o si percepisca, che la domanda religiosa e la ricerca sul piano della fede è tutt’altro che sopìta. Se non si iscrive all’interno delle forme espressive tradizionali e non si manifesta molto all’esterno, ciò non toglie che sia molto profonda nell’intimo dei giovani e ben più importante di quanto non dichiarino abitualmente. (…) Quale fede vivono realmente i giovani?

Chi può, e come, annunciare e testimoniare loro il Vangelo di Gesù Cristo? Ci sono esperienze significative e paradigmatiche di educatori capaci di incrociare le domande e la sensibilità di questi giovani per educarli alla fede?

Come la Chiesa prepara oggi gli operatori pastorali che a diverso titolo e in vari modi sono inviati ad accompagnare ed educare i giovani nel loro cammino di fede? È evidente che non basta interrogare i giovani per capire quale sarà il futuro della fede. Occorre fare un passo avanti e verificare che cosa succede sul versante degli educatori.

Questo secondo passaggio del dittico è strettamente legato al primo e sarebbe pertanto poco comprensibile senza leggerlo in continuità con il lavoro svolto sulla fede dei giovani. Ne scaturiscono singolari convergenze, reciproche illuminazioni, interessanti interazioni che ci consentono di comprendere l’inscindibile legame nel processo di trasmissione della fede tra l’esperienza vissuta dai giovani e la missione educativa della Chiesa. (…) In piena sintonia con la domanda di relazioni autentiche dentro cui far crescere un’esperienza spirituale, già chiaramente emersa nella ricerca sulla fede dei giovani, anche gli educatori insistono molto sul fatto che il rapporto diretto, sincero e profondo è la via maestra e la condizione imprescindibile per poter dar vita ad una effettiva dinamica di carattere educativo. Nei giovani non suscitano alcun interesse le proposte di formazione religiosa tradizionali che assomigliano a lezioni dove la fede appare come un insieme di nozioni e di pratiche non capaci di toccare la vita e di riscaldare il cuore. Ma modificare le prassi consolidate e i modelli fino ad ora adottati non è semplice. Emergono comunque interessanti esperienze e iniziative segnalate dagli intervistati da cui si coglie il desiderio sincero di mettersi al passo con i giovani, condividendo con loro momenti e situazioni di vita. Non è un caso che tra le iniziative in grado di registrare maggiore successo ci siano i pellegrinaggi, forma certamente antica ma oggi sentita dai giovani come corrispondente al bisogno di mettersi in gioco, di andare oltre i percorsi abituali e i confini tracciati, per fare esperienze nuove e misurarsi, più che con una meta geografica, con una proposta spirituale incarnata dalla meta, dai compagni di viaggio, dalle tappe del cammino stesso.

Molti educatori vedono nello ‘stare vicino’ e nel ‘camminare insieme’ i presupposti per una vera rigenerazione spirituale dei giovani. Diversi parlano esplicitamente di vera ‘esperienza generativa’, tema che oggi viene studiato da molti e che si innesca quando i giovani scoprono che l’incontro con Gesù e la partecipazione alla vita della comunità ecclesiale sono la risposta adeguata alla loro ricerca di senso, di felicità e di una vita pienamente realizzata. Quando il percorso educativo nasce dal cuore di chi si prende cura dei giovani e tocca il loro cuore si assiste davvero al miracolo della rinascita umana e spirituale.

Questo fermento di feconda rigenerazione, che sebbene non sia generalizzato, è però ben presente nelle esperienze narrate. Colpisce tanto più quanto maggiore è la situazione di aridità e di sterilità spirituale che spesso oggi accompagna la vita delle famiglie e delle comunità ecclesiali. Quello della ‘generatività’ è un tema che, sullo sfondo del grande freddo demografico che avvolge il nostro Paese, assume valenze ben più ampie e profonde della solo dimensione religiosa e va a cogliere una questione antropologica fondamentale su cui si stanno moltiplicando studi e ricerche di grande interesse anche dal punto di vista culturale, sociale e spirituale, nella consapevolezza che davvero su questa capacità generativa e rigenerativa si gioca non solo il futuro dei giovani, ma quello dell’intera umanità.

Assistente ecclesiastico generale Università Cattolica del Sacro Cuore

di Claudio Giuliodori

 

Il compito: recuperare la sintonia con le attese giovanili

QUELLA FRATTURA DA CHIUDERE PER RIGENERARE LA CHIESA

Lette nell’insieme, le interviste (in Il futuro della fede, vedi box; ndr) ci permettono di tracciare una mappa sufficientemente precisa della frattura in atto tra giovani ed esperienza cristiana, almeno così come è normalmente proposta e vissuta nelle nostre istituzioni ecclesiali e dalle nostre azioni pastorali. Ai giovani la fede cristiana non interessa più, viene vista eventualmente come una dimensione da collocare tra le pratiche che possono riempire il tempo libero, perché – come gli stessi genitori e soprattutto gli educatori hanno ormai registrato – non c’è più corrispondenza tra l’universo semantico creato dall’annuncio del Vangelo e quello invece acceso dalle attese antropologiche che animano i giovani di oggi. Noi parliamo di Dio, del Dio di Gesù Cristo; il nostro discorso può essere anche accattivante… il problema è che non ha audience, non intercetta le domande e le attese sulle quali sono sintonizzati i giovani.

Tre esempi ci aiutano a comprendere questa frattura in atto. Primo dato: la fede cristiana annuncia una salvezza che vede il presente come una sorta di grande preparazione alla vita dopo la morte (quella vera: basti pensare a tutte le metafore del capovolgimento morte/vita che anche il Vangelo contiene); i giovani invece si aspettano dalla dimensione religiosa un aiuto e un soccorso per impostare un presente che ai loro occhi è troppo precario e incapace di rispondere alla domanda di felicità che li brucia dentro. Secondo dato: il cristianesimo annuncia il volto di un Dio che in Gesù Cristo suo Figlio ci redime dal peccato, ci purifica dal male; i giovani si immaginano un dio taumaturgo, dal quale attendersi guarigioni e aiuti, liberazione (dai condizionamenti sociali e culturali ereditati, spesso percepiti come peccato) per uscire da uno smarrimento esistenziale che li logora.

Infine, terzo dato: il cristianesimo annuncia un’esperienza di fede che è sociale, esperienza di raccolta dei popoli che abbatte muri e apre all’universale; i giovani si aspettano dall’esperienza religiosa sicurezza, e quindi confini e perimetri, possibilità di difesa e di identificazione. (…) Il Sinodo che si celebrerà a Roma va letto in tutta la sua carica simbolica. Abbiamo bisogno di un evento sinodale per evitare che la rottura (con il clima acido che genera) sia l’ultima parola. E non soltanto in senso metaforico: una istituzione che fatica a dialogare con le giovani generazioni fatica di conseguenza a costruire il proprio futuro. Cattolici anonimi e nomadi, pronti a consumare grandi rotture, i giovani non hanno perso la capacità di lasciarsi attrarre e trasfigurare dalla fede cristiana.

Le fratture create non sono l’ultima parola; lasciano spazi alla possibilità di declinare la fede e l’esperienza cristiana in nuove strade, anche dentro la cultura e l’antropologia che le rivoluzioni tecnoscientifiche e il mondo digitale stanno sempre più trasformando.

Il futuro della fede dipende proprio da questa attitudine: dalla capacità che la Chiesa ha di sorvegliare e riorientare i processi di decostruzione e di ricostruzione che la cultura in cui abitiamo impone alla nostra fede, alla sua figura istituita. Si tratta in altre parole di svolgere anche nel presente quel compito che i padri conciliari cominciarono ad avviare durante il Concilio Vaticano II: rileggere la tradizione ecclesiale alla luce del contesto odierno, per permettere ai tratti salienti e profondi dell’esperienza cristiana di brillare di nuova luce, proprio perché rideclinati e ridetti con linguaggi nuovi dentro la nuova cultura che il cristianesimo voleva abitare da protagonista.

Valgono al riguardo le intuizioni illuminanti di un esegeta che ci ha permesso di capire meglio come si sviluppa il processo della scrittura e della trasmissione della Parola di Dio, inteso come processo di generazione e trasmissione della fede cristiana. Forte della sua pratica delle Scritture, Paul Beauchamp ci ha insegnato che l’esperienza cristiana è frutto di un processo intricato di continua e ripetuta consegna, ricezione e annuncio della nostra memoria fondatrice. Il frutto di questo processo non è un prodotto ulteriore, un nuovo libro, ma un legame rinnovato e rafforzato: un corpo nuovo, che con la sua presenza e la sua vitalità testimonia l’avvenuto processo di scrittura della parola dentro la storia.

Sentire, raccontare, generare.

La Chiesa – e non solo quella italiana – ha bisogno che la sfida che stiamo vivendo oggi dentro il mondo dei giovani sia percepita e assunta in questo modo, come una esperienza di rigenerazione del corpo cristiano. Non quindi una sfida che ci vede contrapposti ai giovani, ma una sfida che ci vede alleati con loro: per coinvolgerli in questo processo di scrittura, per riaccendere questo dinamismo di consegna, ricezione e annuncio. Per generare quel corpo rinnovato e sempre giovane che è la Chiesa, popolo di Dio dentro la storia, corpo di Cristo vivificato dall’azione rigenerante del suo Spirito.

Vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione sociale, diocesi di Milano

di Luca Bressan

 

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