Un’altra EUROPA è possibile AVV 29.9.18

Dibattito Il punto non è sapere chi è “pro” o “contro” l’Unione, ma come affrontare le sfide che ha di fronte: quelle della globalizzazione economica e della partecipazione civica Come superare il «malessere», la «crisi» di una istituzione che va ripensata

Un’altra EUROPA è possibile

JEAN-MARC FERRY

Il vero dibattito sull’Europa deve aprirsi, non per sapere se si è «pro» o «contro» l’Unione, ma per sapere come rilevare la doppia sfida attuale: la sfida della globalizzazione economica e quella della partecipazione civica. Non sta alla sola democrazia, ma a tutto il regime politico in generale, il provvedere alla sua legittimazione. All’indomani della Guerra, questa legittimazione era evidente agli occhi degli europei: «Mai più guerre civili in Europa!», mai più queste «guerre a catena» (Raymond Aron) che hanno sfasciato l’Europa e minacciato di farla affondare definitivamente. Con la caduta del Muro si è creduto, a torto o a ragione, che fosse stato scongiurato il rischio pantoclastico, il pericolo nucleare associato alla guerra fredda. Allo stesso tempo, la grande sfida della pace, la legittimazione cardine, inaugurale, del progetto europeo, passava in secondo piano, mentre la classe dirigente si accontentava di proclamare la sua «fede» nell’«Europa», affidandosi alla dottrina dell’ingranaggio, o dello spillover (traboccamento), per scommettere che le opinioni sarebbero venute fuori senza porre domande. Questa classe pubblica non si preoccupò quindi per nulla di proporre una legittimazione del cambiamento del progetto europeo. Avvezza al tema della globalizzazione felice e impressionata dalla diagnosi della «fine della storia» di Francis Fukuyama, la classe politica dell’epoca si aggiustava alla rappresentazione di un processo indefinito, postulato in sintonia con la Storia. La domanda del senso del progetto europeo non doveva più nemmeno porsi. Bastava tenere la rotta di un europeismo da combattimento, la cui linea è semplice, così come l’aveva proclamata Joschka Fischer nel corso di una discussione semi-privata: «Quando gli euroscettici sono malcontenti, io sono contento; quando gli euroscettici sono contenti, io sono malcontento!». A un livello di densità ancora più debole, si amava ricordare la «metafora della bicicletta»: «È come la bicicletta, se non si continua ad andare, si cade!», una variante per i figli della cara vecchia dottrina dell’ingranaggio!

Quest’ultima, tuttavia, aveva fatto il suo tempo. Una volta sfumata la prima sfida della costruzione europea, sfida di una pace duratura, perfino perpetua, fra le nazioni d’Europa, quella, più ambiziosa, di un ruolo strategico dell’Europa unita per la pace nel mondo sembrava essa stessa lontana dalle sue prime preoccupazioni. Sotto l’influenza dei fanatici del mercato si faceva fatica ad ammettere che l’Unione Europea avesse un ruolo attivo da svolgere di fronte alla globalizzazione: addomesticare i mercati mondiali senza distruggerne i meccanismi, fare pressione sulle grandi organizzazioni internazionali per far valere le scelte europee (…); prevenire il rischio reale di una sovversione del pubblico da parte del privato, della politica da parte dell’economia e dell’economia da parte della crematistica. In mancanza dell’aver messo in evidenza queste poste in gioco del presente, si è generato, pur negandolo, il famoso «malessere europeo ». Si immaginava di «avanzare» nell’integrazione europea, accelerandola, sulla via tracciata dal consenso di Washington, una globalizzazione alla quale le classi dirigenti avevano l’ordine di fare spazio. (…) L’ironia di questa storia fa sì che l’Europa sia diventata l’oggetto politicizzato per eccellenza, senza essere tuttavia giunto allo status di oggetto politico vero e pro- prio. Il problema europeo spacca gli spazi politici nazionali tra gli europeisti buoni e i populisti cattivi, ma lo spazio Ue stesso non è tuttora, o lo è molto poco, uno spazio politico, giustamente per aver sottratto i suoi obiettivi al confronto degli spazi pubblici nazionali. D’altronde è questa relativa santificazione attraverso il corto circuito della democrazia deliberativa che aveva permesso, come si dice, «di andare avanti»: Cee, Atto Unico, Mercato Interno, moneta unica, Mes e Tscg, poi federalismo esecutivo, incatenando i trattati, a volte in vigore, fino a realizzare che il «consolidamento » dell’« acquis comunitario» rischia di condurre al blocco.

Dopo la parola «malessere», è la parola «crisi», in riferimento all’Ue, che è passata all’ordine del giorno. Crisi tecnica di governance in zona euro, crisi politica di solidarietà e di corresponsabilità fra gli Stati membri, crisi storica, perfino filosofica, della legittimazione del progetto europeo stesso. Come minimo si può parlare di blocco. (…) Per esprimere un po’ brutalmente il mio sentire direi che questo sistema è antieconomico, antisociale e antipolitico. È antieconomico perché neutralizza in anticipo ogni misura controciclica. È antisociale perché non ammette regolazioni, fatto salvo che attraverso la cosiddetta «svalutazione interna», la quale consiste nel chiedere agli appartenenti alla classe media di tirare ulteriormente la cinghia, al fine di ristabilire gli equilibri esterni ed interni. Infine è antipolitica per aver confiscato agli Stati le leve essenziali del regolamento ciclico, ovverosia la politica monetaria e la politica di bilancio, mettendo in corto circuito i parlamenti nazionali. Vorrei evocare la chiusura della zona euro e i suoi presupposti. In seguito a ciò proporrò delle piste per la ricostruzione. «Schiudere» la zona euro investe in effetti delle profonde riforme istituzionali, assieme a un cambiamento di stile della comunicazione politica. (…) La zona euro appare in effetti come un sistema sigillato dalla Tscg (la «regola d’oro ‘ del 3%). Questo sistema di sorveglianza dei conti pubblici è stato imposto dalla Germania, in cambio del suo sostegno finanziario. Questo equivale a programmare la stagnazione presso i loosers (perdenti) del «federalismo concorrenziale», e non risolve per niente il problema del debito. Più fondamentalmente, il divieto fatto agli Stati della zona di ricorrere alla loro Banca centrale nazionale per monetizzare il loro debito, più l’impossibilità legale per gli Stati di ottenere prestiti diretti dalla Bce, ha come conseguenza il porre i budget nazionali sotto il Diktat dei mercati, con la spada di Damocle di un aumento dei tassi d’interesse. Questa situazione obbliga i dirigenti degli Stati della zona a sottomettersi alle consegne ordoliberali «tedesche» della Commissione. Da ciò, i governi della zona hanno pochissima latitudine politica. Si può parlare di una confisca di sovranità in materia di politica congiunturale, monetaria e di bilancio.

A queste condizioni, se si vogliono ricoprire i mezzi di una politica autonoma, l’alternativa è chiara : o si esce dalla zona euro, o si ottiene una revisione della «filosofia» attuale (Mes, Six Pack, Tscg). Questa revisione consisterebbe nel prevedere un coordinamento intelligente delle politiche di bilancio degli Stati della zona. «Intelligente» significa nella fattispecie che gli Stati strutturalmente eccedentari, come la Germania, consentirebbero un deficit calcolato dei loro bilanci pubblici, affinché il loro rilancio interno (di consumo e/o d’investimenti) permetta agli Stati del sud della zona di perseguire il loro riequilibrio finanziario senza doverlo scontare con una recessione economica raddoppiata da una regressione sociale. (…) Ne va di una solidarietà corresponsabile (o di una corresponsabilità solidale), fondata su un gioco di coordinazione a più parti. Traendo la lezione dal fatto evidente, come aveva potuto dire Helmut Schmidt ai suoi compatrioti, che «i nostri eccedenti sono i deficit degli altri», si mette in complementarità sincrona eccedenti e deficit pubblici, invece di organizzare la competizione in seno alla zona per ottenere, come in passato con il Portogallo (!), il titolo di «migliore allievo europeo», a prezzo di una disparità crescente fra nord e sud.

(…) Tale «gioco a più parti», che suppone fra i Diciotto solidarietà e corresponsabilità, è un apprendimento morale e politico che non va da sé. La tendenza naturale degli Stati e dei governi sta a un gioco egoista che privilegia un interesse nazionale a corto raggio. (…) Per contrastare, o perfino ribaltare la tendenza «individualista», per riorientare le pratiche nel senso auspicabile di un gioco solidale e corresponsabile, il realismo raccomanda di affrontare l’instaurazione di un’Autorità politica il cui peso, la cui legittimità, le permetterebbe di strutturare questo gioco a più parti e di demolire gli egoismi nazionali imponendo la solidarietà corresponsabile. L’istituzione di una simile Autorità governativa suppone una riforma istituzionale. Innanzitutto, pare che essa non possa essere assimilata al Consiglio. Quest’ultimo, in effetti, non potrebbe essere messo in situazione di responsabilità politica, poiché è legittimato altrove. Tuttavia, la Commissione non gode né di una buona aura presso i popoli dell’Unione, né di una reale legittimità politica. In oltre, l’Autorità politica che si tratterebbe d’istituire non dovrebbe essere sospettata di usurpare la sovranità degli Stati membri, di catturarne a proprio vantaggio le principali funzioni. (…) Si può immaginare un Presidente dell’Unione beneficiante di un’ampia unzione popolare, di preferenza, parlamentare. Ad esempio i circa trenta Stati della zona riunirebbero ciascuno il suo congresso parlamentare. Ogni congresso parlamentare nazionale designerebbe il proprio candidato. Sui trenta candidati (cifre tonde), il Parlamento europeo ne tratterrebbe dieci; su questi dieci, il Consiglio europeo ne designerebbe uno… L’essenziale è che il processo conferisca al Parlamento eletto una visibilità pubblica e una legittimità politica di prima grandezza. È questo ciò che permetterebbe a tale Autorità – ancora una volta, autorità non è sovranità – di cogliere le opinioni pubbliche in caso di contenimento della solidarietà tra Stati partner (cosovrani) del gioco a più parti. (…) Parlamentarizzando i suoi processi decisionali l’Unione farebbe guadagnare terreno al carattere propriamente pubblico della sua governance. Essa contrarierebbe così l’attuale tendenza a una privatizzazione della politica europea. Essa ridurrebbe agli occhi dei cittadini l’impressione di complessità e opacità, e allo stesso tempo l’iniezione delle pratiche deliberative nei processi decisionali ci metterebbe più a nostro agio nel parlare di democrazia europea.

(Traduzione dal francese di Elisa Verrecchia)

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