I «centennials» oggi a scuola. Ci serve un «tutorial» REGNO 9.2018


I «centennials» oggi a scuola. Ci serve un «tutorial»

Luca Peyron, 18/09/2018

Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk scrisse: «Bisogna diventare esperti di cibernetica per restare umanisti». La sua affermazione è provocatoria, come un po’ tutto il suo pensiero, ma noi scegliamo di prenderla per buona e di rilanciarla rispetto ai temi che ci sono cari: «Bisogna diventare esperti di cibernetica per restare teologi».

Benedetto XVI, ancora cardinale, ci ha opportunamente avvertito che «se religione e ragione non possono disporsi nella giusta correlazione, la vita spirituale dell’uomo decade per un verso in un piatto razionalismo tecnicistico, e per l’altro in un oscuro e fosco irrazionalismo» [J. Ratzinger, Natura e compito della teologia, Jaca Book, 1993, 90].

Oggi la ragione e dunque la teologia, non possono che passare dalla rivoluzione digitale e visitare profeticamente quell’ignoto che abita in modo sempre più pervasivo la nostra quotidianità.

Una condizione inedita

L’anno scolastico che si apre in questi giorni è il primo nel quale tutti i bambini e ragazzi che frequentano la scuola dell’obbligo sono nati nel nuovo millennio. Il Novecento per loro è definitivamente storia, e il terzo millennio per noi deve essere responsabilmente profezia. Questa è la prima generazione che non ha bisogno delle precedenti per attingere alla conoscenza, e la nostra è la prima generazione che la conoscenza non la detiene più in modo proprietario.

Ma se i giovani sono capaci di conoscenza e nativamente conoscono i mezzi della rivoluzione digitale, mentre le altre generazioni litigano con gli aggiornamenti di un telefono, resta comunque vero che la conoscenza non è ancora sapienza, e certamente non è sapienza del vivere che ha bisogno di una vita per essere intravista.

Sconvolti i rapporti di forza, non possiamo che accogliere con intelligenza e fervore la lezione del Vangelo, che alle posizioni di potere ha preferito quella del servizio e del dialogo: nel tempo delle svolte epocali le generazioni possono riannodare dialoghi perduti e riprendere in mano insieme le redini della loro storia, in un’apertura credente alla novità unica e vera che è Cristo.

I nativi digitali (i giovani) e i migranti digitali (noi) possono insieme recuperare un dialogo fecondo, mettendosi a servizio gli uni degli altri condividendo conoscenza ed esperienza.

Una teologia dell’innovazione

Questo dialogo può essere fatto anche in teologia, dove c’è necessità di tirare fuori cose nuove e cose antiche, non solo per ridire l’evento di Cristo a questo tempo, ma per restituire quella protologia e quell’escatologia che la rivoluzione digitale rischia di spazzare via riconfigurando – verbo non casuale – la nostra percezione dell’essere umano e del suo posto nella storia.

Abbiamo bisogno di una teologia dell’innovazione, di una Parola che faccia davvero nuove tutte le cose, perché la rivoluzione digitale non ha semplicemente portato nella nostra vita nuovi strumenti tecnici, ma ha creato un nuovo ambiente – da alcuni definito infosfera – dove i dati sono l’aria che respiriamo e gli algoritmi rischiano di diventare la nostra coscienza, che da etica si trasforma in estetica, da trascendente in computazionale.

I centennials (o Generazione Z) cominciano l’anno scolastico tra tablet, lim, lavagne e gessetti: a noi assicurare una teologia che sia all’altezza della storia che ci precede, ma soprattutto del Dio della Storia che già ci sta anticipando. Lo faremo insieme anche su questo blog.

Start a Conversation