Chiara Corbella Petrillo, faro di luce anche nel dolore. Aperta la causa di beatificazione per la giovane mamma che ritardò le cure per non mettere a rischio il figlio AVV 22.9.18

Roma. In San Giovanni in Laterano il via all’iter diocesano del processo che potrebbe portare la ragazza sugli altari. Il cardinale vicario: la sua tomba meta di preghiera e di richieste di grazie per molte persone. Suscita grande speranza

Chiara Corbella Petrillo, faro di luce anche nel dolore Aperta la causa di beatificazione per la giovane mamma che ritardò le cure per non mettere a rischio il figlio

MIMMO MUOLO   ROMA

Gli occhi lucidi per la commozione sono “patrimonio” comune a molti nella Basilica di San Giovanni in Laterano gremita come nelle grandi occasioni. Chissà cosa ne penserebbe Chiara, che era solita dare coraggio agli altri, anche nei momenti più bui della sua malattia. Ma il momento è di quelli solenni e certamente avrebbe compreso. Del resto, la sua, come sottolinea il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, è «la santità della porta accanto», cioè «di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio».

E in effetti la “presenza” della giovane mamma, morta a soli 28 anni di tumore, è palpabile durante la cerimonia con cui si apre, nella Cattedrale di Roma, la fase diocesana del suo processo di beatificazione e canonizzazione. Palpabile proprio in quella commozione diffusa, nella serenità sul volto di papà Roberto, di mamma Maria Alfonsa e della sorella Elisa, nel sorriso sincero del marito Enrico e nella vivacità fanciullesca del piccolo Francesco, sette anni, il ‘frutto’ più bello di questo amore coniugale spinto fino alla estrema donazione di sé. Perché è proprio per salvaguardare lui, che Chiara Corbella Petrillo scelse di rimandare le cure per il carcinoma scoperto dopo qualche settimana di gestazione.

E così, anche solo assistendo al rito, si può toccare con mano che le parole con cui De Donatis illustra la figura della serva di Dio (l’appellativo dei fedeli per i quali è iniziato il percorso verso gli altari) sono vere e sentite. «Ascoltando le persone che l’hanno conosciuta – dice il porporato – ci si rende conto che la testimonianza cristiana di Chiara è un faro di luce, che fa quasi toccare con mano la vicinanza amorevole di Dio che è Padre e aiuta a scoprire la bellezza della Chiesa, che nella fraternità dei suoi figli e nella cura dei suoi pastori si mostra madre».

Faro di luce, dunque. I presenti confermano. Il marito Enrico, in una breve dichiarazione ad Avvenire subito dopo la cerimonia, sottolinea: «Un’immagine splendida quella del cardinale vicario. Chiara non era la luce, ma rifletteva su di noi la luce di Dio, proprio come un faro». Anche Cinzia Giovannini, una cugina molto vicina alla famiglia della giovane (abitavano nello stesso palazzo e per 16 anni ha lavorato con il papà Roberto) ricorda: «Faro anche nella malattia. Infondeva serenità, non voleva vederci preoccupati. Ha trasformato perfino il suo funerale in una festa, predisponendo tutto nei minimi dettagli. Quasi come fosse una riedizione delle nozze».

Non a caso il giorno scelto per aprire la causa di beatificazione fa riferimento proprio al matrimonio. Ieri 21 settembre Chiara ed Enrico avrebbero dovuto festeggiare il decimo anniversario delle nozze. E De Donatis ha voluto sottolineare, in un passaggio del suo discorso, quanto l’esempio della giovane potrà essere di aiuto alle coppie di coniugi: «Aprendo oggi la fase diocesana – ha detto intatti – auspichiamo che al termine dell’iter canonico ella possa divenire un modello di santità, approvato dalla Chiesa, per tutti i fedeli cristiani e soprattutto per coloro che in questa giovane donna sposata e madre di tre figli (prima di Francesco Chiara dette alla luce altri due bimbi, nati con gravi malformazioni e morti poco dopo il parto, ndr) trovino incoraggiamento e sostegno nel servizio dell’amore coniugale e alla vita».

Che cosa aveva di speciale questo «faro di luce»? Apparentemente niente. Ma a ben vedere una grande fede, ereditata da una famiglia molto religiosa e coltivata con filiale fiducia in Dio. Ecco il ‘ritratto’ di papà Roberto, citato dal cardinale: «Una ragazza normale. Sempre allegra, positiva, autoironica. Non ha preso sul serio nemmeno la malattia, ci scherzava sopra, fino alla fine. Le piaceva viaggiare, amava la vita, la musica, suonava il piano e il violino. Già da viva era un punto di riferimento per molti, sapeva ascoltare, stare vicino a chi aveva bisogno di aiuto».

Proprio questa semplicità era in effetti la sua grande forza. E fin da adesso, ha notato ancora De Donatis, «la sua tomba nel cimitero del Verano è frequentemente visitata, meta di preghiera e di richiesta di grazie per tante persone. La conoscenza di Chiara suscita speranza in moltissimi giovani e meno giovani, fidanzati e coppie che in lei toccano quasi con mano la vicinanza del nostro Signore infinitamente buono e misericordioso».

Una vicinanza che Chiara aveva sperimentato nella sua vita. Infatti scriveva: «Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna». Una sorta di testamento spirituale, citato dal cardinale vicario insieme a un’altra frase contenuta nella lettera al piccolo Francesco, al compimento del suo primo anno di età: «Se starai amando veramente, te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Proprio quella lettera contiene anche un messaggio speciale per il bambino: «Non scoraggiarti mai figlio mio, Dio non ti toglie mai nulla, se toglie è solo perché vuole donarti tanto di più». Un tanto di più che potrebbe essere presto una mamma beata e poi santa. Un faro di luce.

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La cerimonia presieduta da De Donatis: la sua è la santità della porta accanto riflesso dell’amore di Dio Un modello e un sostegno nel servizio dell’amore coniugale e alla vita

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti.

Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna.

Nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono

Lettera al figlio

Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. Il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore

Lettera al figlio

 

Neppure la malattia le spense il sorriso Morta a soli 28 anni

Chiara Corbella nasce a Roma il 9 gennaio 1984. Insieme alla sorella Elisa, di due anni più grande, cresce in una famiglia che le insegna ad avvicinarsi alla fede sin da bambina. Nell’estate del 2002 in vacanza in Croazia con alcune compagne di liceo, raggiunge la sorella che si trova a Medjugorje. Qui incontra Enrico Petrillo, un ragazzo romano di ventitré anni. Tornati a Roma i due si fidanzano per poi sposarsi ad Assisi il 21 settembre 2008. Dopo il viaggio di nozze, Chiara scopre di essere incinta. Le ecografie mostrano però una grave malformazione. Alla bambina, cui verrà dato il nome di Maria Grazia Letizia, viene diagnosticata un’anencefalia: nasce il 10 giugno 2009 ma muore dopo poco più di mezz’ora. Qualche mese dopo Chiara è nuovamente incinta. A questo bambino, cui verrà dato il nome di Davide Giovanni, viene però diagnosticata una grave malformazione viscerale alle pelvi con assenza degli arti inferiori. Anche lui morirà poco dopo essere nato, il 24 giugno 2010. Dopo tanto dolore il terzo figlio della coppia, Francesco, che Chiara porta in grembo, è sano ma la giovane si accorge di avere lei una lesione alla lingua. Col sospetto che si tratti di un tumore, il 16 marzo 2011 affronta durante la gravidanza la prima delle due fasi di un intervento per asportare la massa. Per la seconda fase, occorrerà aspettare che Francesco sia nato. Accertato che si tratta di un carcinoma alla lingua, Chiara sceglie di rimandare le cure per non far male al bambino. Francesco nasce il 30 maggio 2011. Finalmente il 3 giugno Chiara affronta la seconda fase dell’intervento.

Comincia anche chemioterapia e radioterapia ma il tumore si estenderà comunque a linfonodi, polmoni, fegato e persino all’occhio destro, che Chiara coprirà con una benda. La sua foto sorridente con la benda è straordinaria se si considera che risale all’aprile 2012 quando Chiara sa già di essere una malata terminale. Chiara muore a mezzogiorno del 13 giugno 2012, dopo aver salutato tutti e detto a tutti: ‘ti voglio bene’.

 

I genitori: è un riferimento per tanti

«Fatichiamo a renderci conto della realtà. Felici comunque vada»

LAURA BADARACCHI  ROMA

«È tutta una gioia». Così Roberto Corbella vive con la moglie Maria Anselma l’apertura della causa di beatificazione della figlia Chiara, morta poco più di sei anni fa, a soli 28 anni. «Faccio fatica a rendermi conto della realtà. Un conto è qualcuno per strada che ti dice: “Vostra figlia diventerà santa”, un altro è vedere il primo passo concreto di una possibilità del genere. Siamo felici, comunque vada. Tante persone hanno preso Chiara come un punto di riferimento e per noi è una giornata di festa» dice emozionato. Accanto a loro, l’altra figlia Elisa con il marito e i tre nipotini, parenti e amici arrivati dalle Marche (terra di origine di Maria Anselma) e da Como, città da cui proviene Roberto.

Entrambi, dopo il grande dolore della perdita della loro secondogenita, hanno assistito con stupore alla crescita della sua popolarità: centinaia di persone partecipano ogni anno alla Messa di anniversario della morte, il 13 giugno. Sulla sua tomba, al cimitero del Verano, incontrano sempre qualcuno in preghiera. E poi ogni giorno sui social network messaggi, richiesta di contatti. «Avviene soprattutto con il passaparola, facilitato dai mezzi di comunicazione». Inoltre sono decine di migliaia i lettori della sua biografia, “Siamo nati e non moriremo mai più”, uscita nel 2013 per i tipi della Porziuncola e tradotta in 13 lingue. «Così la cerchia degli amici intorno a Chiara si allarga quotidianamente. Incontriamo centinaia di persone anche alle testimonianze che fac- ciamo in tutta Italia: una partecipazione sempre molto ampia – racconta Roberto – . Sono occasioni per fare memoria e anche un modo per accettare meglio tutta la storia vissuta». Prima della scomparsa pre- matura della figlia, hanno visto morire pochi minuti dopo la nascita i nipotini Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, a causa di gravi malformazioni. Nel maggio 2011 la nascita di Francesco, dopo la quale Chiara si è sottoposta a tutte le cure per il carcinoma alla lingua, rimandate durante la gravidanza perché avrebbero danneggiato il piccolo. «Occorre sfatare luoghi comuni: Chiara non è una martire e non è vero che non si è curata. Ha fatto tutto il possibile per salvarsi, anteponendo però a se stessa la vita del figlio, per tutelarlo. Era una persona sorridente, positiva e scherzosa anche nella fase terminale della malattia; semplice e coerente, con la sua esperienza dice che ognuno potenzialmente può diventare santo».

La percezione di questa “normalità” è testimoniata dai biglietti che i Corbella trovano nella cassettina messa vicino alla tomba della figlia, al cimitero, «dove in tanti lasciano messaggi di richiesta e di ringraziamento. Ci fermano sacerdoti e suore, dicendo che trovano conforto nella storia di nostra figlia e conferma in quello che sono chiamati ad annunciare con la loro esistenza. Numerose le giovani mamme che hanno avuto figli con problemi o che non riescono ad averli. “Chiara mi ha cambiato la vita”, ripetono spesso. È una persona che sentono vicina, come fosse un’amica o una compagna di studi, per la condivisione di valori e di fede. Colpiscono il suo carattere, la sua dolcezza e fermezza, la sua docilità alla volontà di Dio. Se a volte le figure dei santi possono sembrare quasi irraggiungibili, Chiara risulta una di loro: su Youtube si può ascoltare la sua testimonianza, vederla, sentirne la voce». Alla figlia è stata intitolata anche un’associazione, che sta supportando la causa. «Ma non ne siamo membri, volutamente: saremmo di parte». Non manca neppure l’ironia in questo padre sorridente, dagli occhi luminosi, quando scherzando conclude: «Noi ormai siamo per tutti non Roberto e Maria Anselma, ma “i genitori di Chiara”. È il nostro mestiere. Non bisogna prendersi troppo sul serio».

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«Era sorridente, positiva scherzosa anche nella fase terminale della malattia; la sua esperienza dice che ognuno può diventare santo»

 

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