Santa Sede-Cina, storica intesa sui vescovi AVV 23.9.18

La svolta L’atto formalizzato a Pechino è frutto di un avvicinamento graduale e reciproco, arrivato dopo un lungo percorso di ponderate trattative. Prevede valutazioni periodiche così da verificarne l’efficacia. D’ora in poi i pastori saranno insieme in comunione con Roma e riconosciuti dal governo cinese

Santa Sede-Cina, storica intesa sui vescovi

L’accordo, «provvisorio», riguarda le nomine dei presuli del Paese asiatico

STEFANIA FALASCA    ROMA

Si firma la storia: pace è fatta tra Cina e Vaticano. Mentre il Papa era in volo verso le Repubbliche baltiche, sotto i cieli di Pechino l’annunciato accordo è stato siglato. Lo ha reso noto ufficialmente ieri il comunicato diffuso in contemporanea dalla Sala Stampa vaticana e dal governo cinese. Nel corso della riunione del 22 settembre tra i capi delle delegazioni vaticana e cinese a Pechino è stato «firmato un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi». «Questione di grande rilievo per la vita della Chiesa », sottolinea il comunicato, che «crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale» e può favorire «un fecondo e lungimirante percorso di dialogo istituzionale», contribuendo «positivamente alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo».

Si tratta di un accordo storico che non riguarda dunque le relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese ma l’annosa questione delle modalità di selezione e nomine vescovili. Una questione essenziale e cruciale per la vita della Chiesa in Cina perché rende possibile per tutti i vescovi cinesi di essere in comunione con il Papa e per milioni di fedeli cattolici di far parte di un’unica comunità. Con questo atto, infatti, le parti hanno concordato un metodo condiviso: la Santa Sede accetta che il processo di designazione dei candidati all’episcopato avvenga dal basso, dai rappresentanti della diocesi anche con il coinvolgimento dell’Associazione patriottica, mentre il governo cinese da parte sua accetta che la decisione finale, con l’ultima parola sulla nomina, spetti al Pontefice e che la lettera di nomina dei vescovi sia rilasciata dal successore di Pietro. Come comunicato nella nota informativa diffusa dalla Sala Stampa vaticana, «al fine di sostenere l’annuncio del Vangelo in Cina», papa Francesco ha deciso «di riammettere nella piena comunione ecclesiale anche i rimanenti vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio». L’accordo definisce quindi anche i termini della legittimazione canonica degli otto vescovi (di cui uno ora defunto) che erano stati ordinati senza l’approvazione del Papa, compresi quelli per i quali era stata dichiarata la pena della scomunica, e da adesso, i tutti vescovi cinesi saranno ordinati in piena e pubblica comunione gerarchica con il Papa. Così «per la prima volta nella storia oggi tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il vescovo di Roma», ha affermato il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin nella dichiarazione rilasciata in riferimento alla firma e agli obiettivi pastorali dell’accordo.

Di fatto, con quest’intesa, è la prima volta che la Repubblica popolare cinese riconosce il ruolo del Pontefice come guida spirituale e gerarchica della Chiesa. Seppure il testo dell’accordo non venga pubblicato e sia definito «provvisorio » – in quanto strumento aperto a graduali e ulteriori messe a punto – certamente la sottoscrizione di questa firma d’intesa appiana non solo una vexata questio, archivia un passato di divisioni e di grandi sofferenze sperimentate nel corso di alterne vicende dei cristiani in Cina e getta le basi al tracciato di una pagina nuova della storia della Chiesa nella Repubblica popolare cinese.

Recentemente la possibilità imminente dell’accordo «su un piano religioso» – che avrebbe lasciato fuori il livello politico dell’allacciamento di relazioni diplomatiche tra Pechino e il Vaticano – era stata profilata dal Global Times, la testata online in lingua inglese considerata organo semi- ufficiale del Partito comunista cinese. Gli obiettivi che avevano mosso la Santa Sede nel trattare le delicate vicende del cattolicesimo in Cina non hanno del resto risposto a logiche mondane ma pastorali: aiutare a migliorare la condizione dei cattolici cinesi nel contesto politico e sociale in cui si trovano per vivere ed esprimere pubblicamente il legame di comunione con la Chiesa di Roma.

Un’intensificazione di comunicazioni bilaterali, senza mediazioni, è accreditata al 2017. Lo strumento operativo che ha incarnato la nuova fase dialogante dei rapporti tra Pechino e Santa Sede è stata la commissione bilaterale di lavoro ricostituitasi dopo l’inizio del pontificato di papa Francesco e della presidenza di Xi Jinping. Dal giugno 2014 le delegazioni incaricate di studiare soluzioni ai problemi, che hanno reso anomala la condizione del cattolicesimo cinese, si sono riunite decine di volte, con sessioni ospitate di volta in volta a Roma o a Pechino. In quel tavolo di lavoro riservato si era negoziato un accordo condiviso sulle modalità di selezione e nomina dei vescovi e anche sulla legittimazione e futura destinazione di otto vescovi cattolici illegittimi, ordinati su pressione degli organismi cinesi e senza consenso papale.

Il criterio seguito dal Papa e dai suoi collaboratori nei rapporti con le autorità cinesi – come ha ribadito anche ieri Parolin – è stato prettamente ecclesiale puntando a eliminare per sempre la possibilità di ordinazioni episcopali celebrate in Cina senza il consenso del Papa e della Sede Apostolica. Ma le novità sui rapporti Cina-Vaticano, emerse sotto il pontificato di Francesco, non sono state un cambio di direzione rispetto alla linea seguita dagli ultimi Papi riguardo alla questione cinese. Papa Francesco ha più volte riaffermato l’intenzione di muoversi lungo la linea indicata dalla Lettera ratzingeriana del 2007 e per questo ha fatto riannodare i fili del dialogo diretto con Pechino, che si erano bruscamente interrotti tra il 2009 e il 2010.

Sulla cruciale questione delle nomine vescovili, per dare soluzione alla condizione dei cattolici in Cina, il riferimento imprescindibile è stata infatti proprio la famosa Lettera ai cattolici cinesi del 2007 in cui Benedetto XVI auspicava «un accordo con il Governo per risolvere alcune questioni riguardanti sia la scelta dei candidati all’episcopato sia la pubblicazione della nomina dei vescovi sia il riconoscimento – agli effetti civili in quanto necessari – del nuovo vescovo da parte delle autorità civili» ribadendo che la soluzione dei problemi esistenti non poteva essere «perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime autorità civili». La Lettera di Benedetto XVI, firmata il giorno di Pentecoste e resa nota il 30 giugno 2007, ha rappresentato perciò la pietra miliare, il documento chia- ve carico di buoni auspici per i cattolici nella Cina moderna. Francesco nella conferenza stampa durante il volo di ritorno da Seul, il 18 agosto 2014, aveva ribadito l’attualità di quel documento che è rimasto «fondamentale e attuale per il problema cinese». «Noi rispettiamo il popolo cinese; soltanto, la Chiesa chiede libertà per la sua missione, per il suo lavoro; nessun’altra condizione… non bisogna dimenticare quel documento fondamentale per il problema cinese che è stata la Lettera inviata ai cinesi da papa Benedetto XVI. Quella oggi è attuale». E sottolineava: «Rileggerla fa bene… sempre la Santa Sede è aperta ai contatti: sempre, perché ha una vera stima per il popolo cinese». L’atto compiuto oggi dal Vaticano è perciò l’espressione di una prospettiva già delineata da papa Benedetto nei confronti della vita della Chiesa in Cina. Come ha ribadito più volte anche lo stesso cardinale segretario di Stato, Parolin: «Su questo punto vorrei rifarmi ancora alle parole di Benedetto XVI nella sua lettera ai cattolici cinesi. Egli insegna che la missione propria della Chiesa non è quella di cambiare le strutture o l’amministrazione dello Stato… La Chiesa in Cina non vuole sostituirsi allo Stato, ma desidera offrire un contributo sereno e positivo per il bene di tutti. Pertanto, il messaggio della Santa Sede è un messaggio di buona volontà, con l’augurio di proseguire nel dialogo intrapreso per contribuire alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo». Il segretario di Stato aveva anche chiaramente detto che l’auspicio della Santa Sede era «di vedere, in un futuro non lontano, le comunità in Cina riconciliarsi, accogliersi, donare e ricevere misericordia per un comune annuncio del Vangelo, che sia veramente credibile ». E questa è – ribadiva ancora – la riconciliazione «che sta davvero a cuore anche a papa Francesco: che si superino le tensioni e le divisioni del passato ben sapendo che quella Chiesa conosce figure di eroici testimoni del Vangelo, un fiume di santità spesso nascosta o sconosciuta ai più». Un «cammino di riconciliazione» che, come annota con fiducia oggi Parolin, potrà da adesso essere «un esempio eloquente per il mondo intero».

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Le reazioni

Parolin: per la prima volta nella storia oggi tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il vescovo di Roma. Seguito un criterio prettamente ecclesiale

 

I punti chiave

1 IL CAMBIAMENTO

Si riconosce il ruolo del Pontefice come guida spirituale e gerarchica

Per la prima volta la Cina riconosce di fatto il ruolo del Papa come guida spirituale e gerarchica della Chiesa per quanto riguarda la fondamentale questione della nomina dei vescovi. D’ora in poi, i vescovi cinesi saranno ordinati in comunione gerarchica con il Papa. Dal 1958, in Cina, sono state amministrate ordinazioni episcopali senza il consenso di Roma.

2 LA TEMPISTICA

Ci sarà un periodo di prova per verificare l’intesa sul campo

L’accordo è definito «provvisorio» perché è previsto un tempo di verifica sul campo (probabilmente due anni) per analizzarne il funzionamento. Il testo dell’accordo non è pubblicato in modo da poter essere modificato “in corso d’opera” con il consenso delle due parti: resta perciò riservata la procedura con cui avverranno le nuove nomine dei vescovi.

3 LA GRADUALITÀ

Procedere un passo alla volta evitando decisioni unilaterali

Da sciogliere ancora molti “nodi”, come la situazione dei «vescovi clandestini» e lo status del Collegio dei vescovi cinesi. Ma nel negoziato si è scelto il metodo della gradualità: Cina e Santa Sede hanno deciso di discutere ad oltranza ogni punto fino ad arrivare a una soluzione, evitando in questo modo «strappi» o qualsiasi decisione unilaterale.

4 LA SANATORIA

In piena comunione con Roma Stop alle derive scismatiche

Con la riammissione nella piena comunione degli ultimi otto vescovi ordinati senza mandato pontificio viene ristabilita la comunione con Roma. L’accordo dissipa i sospetti sui sacramenti amministrati non validamente e scaccia i fantasmi di derive settarie o « scismatiche » che in passato hanno scosso la comunità cattolica cinese.

 

IL GESTO

Otto pastori riammessi in piena comunione. Chengde nuova diocesi 

L’intesa raggiunta ieri prevede anche, per decisione del Papa, la riammissione nella piena comunione ecclesiale dei rimanenti vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio. Si tratta dei monsignori: Giuseppe Guo Jincai, Giuseppe Huang Bingzhang, Paolo Lei Shiyin, Giuseppe Liu Xinhong, Giuseppe Ma Yinglin, Giuseppe Yue Fusheng, Vincenzo Zhan Silu e Antonio Tu Shihua (deceduto il 4 gennaio 2017 e che prima di morire aveva espresso il desiderio di essere riconciliato con la Sede Apostolica). Una scelta, informa una nota vaticana, presa dal Pontefice «al fine di sostenere l’annuncio del Vangelo in Cina» nell’auspicio «che si possa avviare un nuovo percorso, che consenta di superare le ferite del passato realizzando la piena comunione di tutti i cattolici cinesi».

Parallelamente viene eretta una nuova diocesi nella Cina continentale. Si tratta della Chiesa dii Chengde, suffraganea di Beijing, con sede episcopale nella cattedrale di Gesù Buon Pastore, nella città di Chengde .

La nuova circoscrizione ecclesiastica si trova nella provincia di Hebei, si sviluppa su un’area di 39.519 Kmq e ha una popolazione di circa 3,7 milioni di abitanti. Secondo dati recenti, vi sono circa 25.000 cattolici, distribuiti in 12 parrocchie, nelle quali prestano servizio pastorale 7

 

Un impegno che ha unito gli ultimi tre Papi

Dalla «preghiera costante» di Giovanni Paolo II alla «Lettera» di Benedetto XVI

GEROLAMO FAZZINI

«Papa Francesco, come già i suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, conosce bene il bagaglio di sofferenze, di incomprensioni, spesso di silenzioso martirio che la comunità cattolica in Cina porta sulle proprie spalle. Ma conosce pure quanto è vivo l’anelito alla piena comunione con il successore di Pietro». In questo passaggio di una conferenza tenuta dal cardinale Pietro Parolin, tenuta a Pordenone il 27 agosto 2016, troviamo un’efficace sintesi dell’impegno tenace degli ultimi Papi sul complesso dossier-Cina che, in forme diverse, è sempre stato una delle principali preoccupazioni della Santa Sede negli scorsi decenni.

Eletto nel 1978 (proprio mentre Deng Xiaoping stava inaugurando la “politica dell’apertura”) il Papa polacco, fin dal 19 agosto 1979, promette: «La nostra preghiera s’indirizzerà costante- mente a Dio per il grande popolo cinese ». Trentacinque anni dopo, il 13 marzo 2013, Francesco, appena eletto Papa, si rivolge al cardinale John Tong, vescovo di Hong Kong dicendogli: «La Cina è nel mio cuore». In mezzo – tra il Pontefice polacco che ha contribuito ad abbattere il comunismo e il Papa “venuto dalla fine del mondo” – ecco Benedetto XVI, il quale istituì un’apposita commissione di vescovi per studiare il dossier-Cina. Si deve proprio a papa Ratzinger, nel 2007, la coraggiosa “Lettera ai cattolici cinesi”, un articolato documento che in questi anni è stato la bussola di riferimento per la vita della Chiesa in Cina. Al Papa emerito va riconosciuto un altro grande merito: istituendo la Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina (che si celebra ogni anno il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice), ha portato la preoccupazione dei Papi per la Chiesa cinese all’attenzione della cattolicità intera, invitando in maniera forte a un’autentica e convinta solidarietà spirituale con una Chiesa da decenni nella prova: un appello che, purtroppo, a giudizio di chi scrive, non è stato sin qui adeguatamente raccolto.

Se c’è un comune denominatore tra gli Papi, è anzitutto l’immensa stima per il popolo cinese, la sua storia e la sua cultura. «Siamo vicini alla Cina. È un popolo grande al quale voglio bene», dirà papa Francesco nell’intervista al Corriere della sera, dopo un anno esatto di pontificato. Parole che riecheggiano quelle pronunciate da Giovanni Paolo II il 18 febbraio 1981 quando, durante l’incontro con le comunità cattoliche cinesi in Asia, disse: «Il vostro Paese è grande specialmente a motivo della sua storia, per la ricchezza della sua cultura, e per i valori morali che il suo popolo ha coltivato attraverso i secoli». A Giovanni Paolo II, però, toccò digerire un boccone amaro: nel 2000, durante il Giubileo, la canonizzazione dei 120 martiri, fissata per il 1 ottobre, festa di santa Teresa di Lisiex patrona delle missioni, venne considerata un gesto ostile (il 1 ottobre ricorre anche la data ufficiale dell’inizio della Repubblica popolare cinese), al quale seguì una serie di ordinazioni episcopali illecite. L’anno dopo, Wojtyla rispose alle umiliazioni con una coraggiosa richiesta di perdono in un indimenticabile messaggio ai partecipanti al convegno su Matteo Ricci del 24 ottobre 2001.

Proprio la figura di Ricci, molto stimato in Cina (anche in ambienti non cattolici), proposta come modello dell’evangelizzazione è un altro elemento comune sui quali i tre Papi citati hanno molto insistito. Con l’obiettivo di far comprendere alle autorità cinesi che non v’è contraddizione tra l’appartenenza alla Chiesa e l’atteggiamento di servizio al bene comune. A padre Ricci Benedetto XVI ha dedicato due mirabili testi. In uno di essi, nel maggio 2009, in occasione delle celebrazioni per il IV centenario della morte del grande gesuita, definì «profetico» l’apostolato di Ricci, volto a «ricercare la possibile armonia fra la nobile e millenaria civiltà cinese e la novità cristiana ». Un apprezzamento che papa Francesco ha ripreso e rilanciato, in numerose occasioni, a partire dalla prima intervista a La Civiltà Cattolica del settembre 2013.

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La vicinanza a una comunità segnata dalle sofferenze e dal silenzio Nel 2007 la missiva “ai cattolici cinesi” di Ratzinger che istituisce la Giornata di preghiera

 

Il vento che cambia Malgrado il gesto sia di rilevanza storica restano aperte molte questioni importanti dai vescovi “clandestini” all’Associazione patriottica, dai confini delle diocesi della Conferenza episcopale ai problemi di vita ordinaria che tanti cattolici cinesi devono affrontare nella realtà di ogni giorno

Va evitato ogni trionfalismo ma ora è più legittimo sperare

L’accordo raggiunto mette fine alle ordinazioni illegittime, resta l’incognita sulla sua resistenza ad attacchi e difficoltà

AGOSTINO GIOVAGNOLI

La firma di un accordo tra Santa Sede e governo cinese è ora ufficiale. Si fa ancor fatica a crederci. Troppi motivi sembravano renderlo impossibile: una lunga storia di incomprensioni e accuse reciproche; le sofferenze dei cattolici cinesi in passato e le loro difficoltà attuali; la dura opposizione di grandi potenze e di governi tenaci; le critiche all’interno di tutte e due i campi…Tutto ciò ha impedito per moltissimi anni qualunque intesa: già Paolo VI sperava di stabilire contatti e già nel 1980 ci sono stati i primi rapporti diretti.

E sebbene un accordo sia stato perseguito anche da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, è stato Francesco a compiere il passo conclusivo. Ma ora, finalmente, le due parti hanno annunciato ufficialmente di aver raggiunto un’intesa.

Si tratta, insieme, di un piccolo passo e di un evento storico. L’accordo, ad experimentum, avrà una durata limitata e potrà subire adattamenti e la sobrietà del comunicato vaticano suona come un invito alla misura e alla prudenza. Chi ha condotto questa lunga trattativa, insomma, non mostra alcun trionfalismo. Ma per i cattolici, cinesi e di tutto il mondo, è una gran buona notizia. Non conosciamo i termini dell’accordo: le due parti hanno stabilito di tenerli riservati. Ma la storia degli ultimi settant’anni parla chiaramente. Il tema delle nomine dei vescovi rimanda infatti al trauma delle prime ordinazioni “illegittime” – e cioè senza il mandato apostolico – di vescovi cattolici in Cina nel 1958. Si aprì una ferita profonda.

Nella Chiesa cattolica non ci possono essere vescovi ordinati contro la volontà del papa e il codice di diritto canonico prevede per loro la scomunica. Quando il loro numero cresce ed emerge una chiara volontà di divisione da Roma, inoltre, si parla di scisma. È il caso recente dei lefebvriani o, per richiamare la grande storia, della Chiesa ortodossa o di quelle della Riforma. Ma Roma non è mai arrivata a dichiarare scismatica la Chiesa in Cina. Sono prevalse la convinzione di trovarsi davanti a situazioni storiche eccezionali, la consapevolezza del ruolo svolto da fattori ideologici e politici piuttosto che religiosi ed ecclesiali, la conoscenza delle persone… La ferita è rimasta, anzi si è rinnovata ad ogni nuova ordinazione episcopale illegittima, da ultimo nel 2012. Ma il tempo ha dato ragione a chi si è ispirato a sapienza pastorale e a carità ecclesiale: appena hanno potuto, dopo la fine della rivoluzione culturale, ad uno ad uno i vescovi illegittimi hanno chiesto il perdono del Papa e il ritorno alla comunione cattolica.

Tutti, compresi gli ultimi sette che il Papa ha riaccolto in questi giorni nella comunione nella Chiesa universale. E ora, stabilendo modalità condivise per ordinare nuovi vescovi cattolici in Cina, l’accordo mette fine alle ordinazioni illegittime. Per sempre, se sarà rispettato. Ecco perché è davvero una buona notizia.

Tutto bene dunque? Certamente no. Sappiamo con certezza che con questo accordo la Santa Sede ha tenuto fermi i principi dottrinali indicati, nella Lettera ai cattolici cinesi del 2007, da Benedetto XVI, rispetto al quale Francesco si è mosso in piena continuità. Non sappiamo ancora, invece, se il metodo adottato funzionerà e se reggerà ad attacchi e difficoltà. Restano inoltre aperte molti altre questioni, anzitutto quella dei vescovi “clandestini”. Seguono le questioni dell’Associazione patriottica, dei confini delle diocesi della Conferenza episcopale.

E poi ci sono i tanti problemi quotidiani che i cattolici cinesi si trovano ogni giorno ad affrontare. Già da domani, insomma, bisognerà rimettersi al lavoro e non mancheranno incomprensioni e difficoltà.

Ma oggi è diventato possibile sperare, come conclude il comunicato vaticano, che «tale intesa favorisca un fecondo e lungimirante percorso di dialogo istituzionale e contribuisca positivamente alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo».

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I primi effetti L’intesa metterà in moto dinamiche di cui beneficeranno anche le altre fedi

Il grado di libertà religiosa sarà destinato a crescere

Nelle discussioni che hanno preceduto questo accordo si è creata una falsa contrapposizione tra chi difenderebbe in modo intransigente la libertà religiosa e chi sarebbe disposto a un compromesso che “svenderebbe” la Chiesa cattolica in Cina. In realtà, l’auspicio che in Cina si realizzi una piena libertà religiosa è condiviso da tutti, in primo luogo da papa Francesco e dal cardinale Parolin. Il vero problema è come promuoverla concretamente.

Per gli intransigenti, va fatta una lotta dura e senza cedimenti. Mentre l’art. 36 della Costituzione cinese riconosce ufficialmente la libertà di credo religioso, tale libertà appare in concreto sottoposta a molte limitazioni. Le autorità cinesi, dunque, la proclamerebbero a parole ma la impedirebbero nei fatti e la Cina sarebbe ancora oggi essenzialmente un Paese comunista che vuole eliminare la religione. La denuncia e la contrapposizione sarebbero perciò gli unici atteggiamenti adeguati.

Se portata fino alle estreme conseguenze, però, questa posizione trascura la realtà della Chiesa in Cina oggi. Secondo gli intransigenti, in questo Paese non ci sarebbe una vera vita di Chiesa: i “patriottici” possono solo dire e fare quello che impone loro il governo, i “clandestini” non possono né dire né fare niente perché lo impone loro il governo. Tuttavia, gli uni e gli altri vanno a messa, insegnano il catechismo, formano sacerdoti, creano comunità religiose, svolgono opere di carità ecc. Vivono cioè anch’essi ciò che è essenziale per i cattolici in tutto il mondo. Ciò mostra che, a settant’anni dalla rivoluzione del 1949, le religioni non sono scomparse dalla Repubblica popolare cinese. Le condizioni dei credenti, inoltre, sono gradualmente migliorate. In questa luce, la libertà religiosa non appare tanto come qualcosa che c’è o non c’è, ma piuttosto come una condizione che può essere presente in molti gradi diversi. Per promuoverla non basta affermarla astrattamente: bisogna anche ampliarla concretamente. Se funzionerà, l’accordo aumenterà certamente il “grado” di libertà religiosa dei cattolici.

Non solo: metterà indirettamente in moto dinamiche di cui beneficeranno protestanti, buddisti, musulmani ecc. Insomma, non ci sarà una piena libertà religiosa in Cina, ma di certo ce ne sarà più di prima.

Agostino Giovagnoli

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La strategia.

Per ora non cambierà la diplomazia

ELISA GIUNIPERO

L’accordo non riguarda i rapporti tra Santa Sede e Cina. Presumibilmente, le relazioni diplomatiche arriveranno alla fine di un percorso ancora lungo (ma si spera che presto divengano possibili missioni non permanenti). La Santa Sede continuerà quindi a mantenere rapporti diplomatici con Taiwan, anche se da molto tempo a Taipei non c’è un nunzio ma solo un incaricato d’affari.

Non c’è dunque alcun riconoscimento ufficiale tra le due parti. Tuttavia, firmare un accordo è comunque un atto formale con cui Santa Sede e Repubblica popolare cinese riconoscono di fatto l’esistenza l’una dell’altra e si impegnano a collaborare. Non è poco, considerando anche l’ostacolo «ideologico»: la Cina comunista infatti accetta di firmare un’intesa non con uno Stato nazionale ma con un’istituzione internazionale che rappresenta la Chiesa cattolica.

L’accordo è stato ostacolato anzitutto da Taiwan, che teme un crescente isolamento internazionale. Si è opposta vivacemente anche una parte della società di Hong Kong, preoccupata per il potere di Pechino. Lo hanno ostacolato anche importanti gruppi di potere politico, militare e finanziario, interni al mondo occidentale e con interessi in confitto con quelli cinesi. Si spiegano così le azioni di sabotaggio svolte per anni da servizi segreti di diversi Paesi e, da ultimo, una vasta campagna della stampa americana che ha fiancheggiato l’esplicita contrarietà manifestata dalla diplomazia statunitense. Come ha potuto la diplomazia della Santa Sede resistere a tutto ciò? Contro le armi «forti» della po-litica, della finanza e dei media, ha usato quelle «deboli» del servizio, del dialogo e della cooperazione.

L’accordo è stato indubbiamente favorito da una complessiva evoluzione storica. Ma è stata soprattutto decisiva, insieme a quella per i cattolici cinesi, la preoccupazione della Santa Sede per la pace. Dopo un conflitto di settant’anni, le due parti hanno accantonato antiche eredità risalenti alla guerra fredda e al colonialismo europeo. Un bel successo per la diplomazia vaticana, guidata dal cardinale Parolin, che proprio alla Cina ha dedicato tanta sofferta attenzione. ( © RIPRODUZIONE RISERVATA

Le parti si impegnano a «collaborare», ma non c’è ancora riconoscimento ufficiale Restano i rapporti con Taiwan

 

Lo scenario La formalizzazione dell’intesa rientra in un progetto di riorganizzazione nazionale nel segno di una maggiore stabilità interna, strettamente legata a una forte proiezione internazionale Il problema delle presenza di nuove Chiese più sfuggenti al controllo

Ecco perché Pechino ha firmato malgrado la stretta sulle religioni

Il nuovo regolamento del Partito comunista rende più rigido per i membri professare una fede. Sinizzazione parola d’ordine

ELISA GIUNIPERO

La notizia della “pace” tra Repubblica popolare cinese e la Santa Sede sulla nomina dei vescovi arriva proprio mentre molti rilevano una stretta sulle religioni in Cina. Giungono infatti molte notizie sull’applicazione di nuovi regolamenti che impongono ai luoghi religiosi e alle comunità che li frequentano una serie di rigorose disposizioni. Sembra – almeno all’apparenza – una vistosa contraddizione. In Cina, da almeno due anni, la nuova parola d’ordine della politica religiosa è “sinizzazione”. Dalla Conferenza nazionale sul lavoro religioso dell’aprile 2016, Xi Jinping sta dettando questa linea, con una forte richiesta alle religioni di adattarsi alla situazione politica guidata dal Partito comunista, di rispettare le leggi, di inserirsi nella società socialista, di partecipare alla realizzazione del “sogno cinese”. Circa un mese fa, inoltre, è entrato in vigore un nuovo regolamento interno al Partito comunista cinese che irrigidisce notevolmente il divieto per i suoi membri di professare una fede religiosa, abbandonando una precedente tolleranza. Come in altri campi, insomma, anche in questo, la Cina di Xi Jinping sta sviluppando una sistematica opera di riorganizzazione interna. Molti credenti ne fanno esperienza anzitutto attraverso i nuovi divieti e le nuove proibizioni che li colpiscono direttamente. Ma se ci si limita ai singoli effetti “in periferia’ non si comprende il disegno perseguito “al centro”. E se nell’immediato riorganizzare e disciplinare significa anzitutto proibire, nel lungo periodo potrebbe voler dire anche contrastare arbitrii e corruzione. Parallelamente a questo rafforzamento della leadership comunista su tutto il paese, il governo di Pechino firma oggi un accordo con la Santa Sede che, secondo alcuni, implicherebbe addirittura una limitazione della sua sovranità. Ma dove un occidentale vedrebbe una contraddizione, i cinesi vedono invece complementarietà. Il pensiero orientale, rifuggendo dall’astrattezza dei principi, persegue quello che noi chiamiamo pragmatismo ma che in realtà è qualcosa di più profondo. La dirigenza politica cinese, infatti, non considera questa firma in contrasto con la “sinizzazione politica” delle religioni perché, in entrambi i casi, l’obiettivo è anzitutto quello della stabilità sociale, in Cina valore irrinunciabile. Si vuole evitare che siano nominati nuovi vescovi clandestini, con tutte le conseguenze del caso: divisioni interne alla società cinese e potenziali opposizioni al regime da parte dei “clandestini”. Con l’accordo, si supereranno anche le tensioni legate alle ordinazioni di vescovi illegittimi, cioè quelli riconosciuti solo da Pechino, perché anche queste creano dissenso nelle comunità cattoliche. Mentre affrontano, inoltre, il crescente problema della presenza in Cina di nuove Chiese cristiane e di nuove religioni, più sfuggenti al controllo governativo, le autorità considerano particolarmente opportuna la “pacificazione” delle comunità cattoliche sparse in tutto il Paese.

La ricerca di maggiore stabilità interna è strettamente legata ad una più forte proiezione internazionale. Sono questi i due pilastri principali del «pensiero di Xi Jinping del socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era», presentato nel 2017 al XIX Congresso del PCC. Il presidente cinese parla infatti di una nuova fase nella storia della Repubblica popolare cinese, dopo quella iniziale di Mao Zedong e quella delle riforme economiche di Deng Xiaoping. E ha stupito il mondo presentandosi a Davos come il campione della globalizzazione, mentre tanti Paesi occidentali stanno scivolando nel protezionismo e nell’autoreferenzialità. Anche l’apertura verso la Santa Sede – un soggetto internazionale per tanti aspetti lontanissimo all’universo dei leader comunisti cinesi – conferma il perseguimento di una politica estera di grande respiro. Papa Francesco ha avuto la capacità di capirlo, esortando un anno fa l’Occidente ad abbandonare una mentalità da guerra fredda e accogliere il desiderio cinese di assumersi maggiori responsabilità internazionali. Non è stato ascoltato e nei paesi occidentali continua a prevalere la rappresentazione di una Cina ambigua e concentrata solo sui propri interessi: così ad esempio viene spesso interpretato il gigantesco progetto di integrazione economica “Belt and Road Initiative” (o “Nuova via della seta”). L’apertura di papa Francesco, però, ha accresciuto la curiosità dei dirigenti di questo grande paese con un miliardo e trecento milioni di abitanti per questa grande comunità religiosa con un miliardo e duecento milioni di fedeli. E ora l’accordo tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese si inserisce in un vuoto lasciato da altri.

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L’«avamposto» dei saveriani

 I religiosi: noi, ponte missionario verso il continente

STEFANO VECCHIA

C’è anche un “ponte” che ha fondamenta italiane tra la Cina continentale e Taiwan e che dal 1990 non solo ha rilanciato l’antica esperienza missionaria dei saveriani nella regione, ma che – ponendosi al servizio del dialogo e della cultura – ha dato un contributo a rapporti positivi a livello ecclesiale tra le due sponde dello stretto di Formosa. All’interno di un contesto locale che non ha chiuso le porte ma che anzi da anni rende possibile la preparazione di gruppi consistenti di sacerdoti provenienti dalla Repubblica popolare cinese sulla base di accordi intergovernativi.

Presenti nell’ex Impero celeste dal 1899, costretti tra il 1951 e il 1954 a abbandonare la Cina dopo la presa di potere dei comunisti guidati da Mao Zedong, i saveriani si sono diretti, tra l’altro, in Paesi limitrofi: Giappone e Filippine da subito e, dopo anni necessari per individuare senso e i modi di una presenza, a Taiwan. In un clima diventato più favorevole, non solo per avviare (riavviare in realtà, dopo un’esperienza di breve durata dal 1968) la missione taiwanese, ma anzitutto per usufruire del clima più disteso che sembrava potere anticipare un ritorno nella “nuova” Cina. Con un percorso inverso alla diaspora missionaria di pochi decenni prima, insomma, Taiwan sembrava diventare una base da cui proiettarsi verso il continente.

I sette missionari arrivati il 7 settembre 1990 avrebbero dovuto imparare dal passato, proporsi con un atteggiamento di servizio, usufruire di una maggiore preparazione culturale e pratica. Nei fatti la missione si è evoluta su linee parzialmente diverse e l’impegno per la Cina è stato anzitutto indirizzato a incentivare una cooperazione tra comunità cattoliche che -– forse sorprendentemente – non hanno mai smesso di collaborare. Oggi, ricorda il missionario saveriano padre Luigino Marchioron, «le attività della nostra comunità comprendono la catechesi, una responsabilità parrocchiale formalizzata nel 1994 con un accordo con la diocesi di Taipei, ma anche il dialogo ecumenico che pure in questo caso coinvolge i saveriani su richiesta dalla Chiesa locale». Una cooperazione bene accolta ma anche necessaria, in una realtà dove il personale religioso internazionale integra il ridotto clero locale nell’assistere 300mila cattolici su 24 milioni di abitanti complessivi. Infine, ma non ultimo, l’impegno saveriano risente dell’interazione tra la Chiesa locale e quella continentale. «Recentemente questa presenza è diventata più concreta, dato che al Teologato arrivano studenti dalla Cina popolare (abitualmente per un triennio), che vengono così a contatto con l’esperienza teologica e pastorale della Chiesa taiwanese, favorendo una condivisione. Gli studenti ospiti, infatti, anche se in misura limitata, possono cooperare con le diocesi locali». E aggiunge: «Noi saveriani siamo coinvolti in questo servizio che è duplice: impegno nella Chiesa locale, ma anche, per quanto possibile, nelle attività che favoriscono la Chiesa nella Cina continentale. Per questo vogliamo renderci strumenti concreti che aiutino a superare alcuni ostacoli politici e culturali. Come Teologato – prosegue il missionario – non forniamo solo servizi ma incentiviamo questo scambio, la cooperazione che connetta maggiormente due realtà che sono sempre state più vicine di quanto si pensi. Nei fatti, la Chiesa locale taiwanese non si è mai considerata separata da quella della madrepatria cinese, sia per la comune origine, sia per un’evoluzione che non ha mai perso di vista lo spirito di collegialità».

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Da Taiwan l’impegno ecclesiale di unire le due sponde dello stretto di Formosa. Padre Marchioron: «Così accogliamo studenti di teologia dalla Cina»

 

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