Tre terribili fatti di cronaca fanno suonare il campanello d’allarme sul rapporto tra i ragazzi e Internet AVV 18.9.18

Il dibattito

Tre terribili fatti di cronaca fanno suonare il campanello d’allarme sul rapporto tra i ragazzi e Internet. E sull’incapacità da parte degli adulti di leggerne i reali pericoli per poi intervenire. Cosa ne pensano psicologi, educatori e filosofi

Mai più ostaggi della Rete «Ora uno scatto educativo»

Gli esperti: adulti troppo permissivi e protettivi Ecco le regole per tornare a crescere insieme

VIVIANA DALOISO

Dunque, il web – i social network, lo smartphone, le chat, la connessione costante al mondo digitale – fa male? Può arrivare persino a uccidere? Sembra un incubo lo spaccato del mondo adolescenziale offerto negli ultimi giorni dalle notizie di cronaca: le storie di Igor (il 14enne morto soffocato per un gioco estremo seguito su Internet), di Andrea (caduto dal tetto del centro commerciale dove era salito, pare, per scattarsi un selfie) e di Cristiano (il 13enne appassionato di acrobazie morto schiacciato dal muletto rubato di notte in un cantiere edile, per provare un’emozione forte e condividerla) si intrecciano in una spirale in cui il minimo comune denominatore è indubbiamente la Rete, intesa come dimensione pubblica e “amplificata” di azione in cui i ragazzi sempre più spesso si trovano invischiati, disorientati, intrappolati. Come se in mezzo, tra quel mondo e il nostro, quello degli adulti, ci fosse un abisso oscuro e incomprensibile. Che adesso fa più che mai paura.

Che i genitori siano attori senza copione del presente, d’altronde, lo ha dimostrato in maniera commovente la lettera aperta scritta proprio dalla mamma e dal papà di Igor, qualche giorno fa, e affidata anch’essa alla Rete: «Lo avevamo avvertito di tutto, ma non è bastato. A questo proprio non avevamo pensato…». Poi l’appello agli altri, di genitori: «Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono sempre parlare con voi, qualunque stupidata gli venga in mente di fare devono saper trovare in voi una sponda, una guida che li aiuti a capire se e quali rischi hanno valutato». E qui la questione si allontana dal web, per tornare ad essere più che mai educativa. Dove si è interrotto, quel canale di comprensione e di ascolto che anche prima dell’avvento dei social qualificava come “sano” il rapporto tra genitori e figli? «Indubbiamente quello che riscontriamo come esperti incontrando ogni giorno dei genitori – spiega Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e autore di numerosi libri sul tema – è che a una tendenza ossessiva all’iperprotettività (semplificando: proteggiamo i nostri figli da tutto, li portiamo e li andiamo a prendere ovunque, evitiamo che affrontino il più possibile traumi e sconfitte) si è gradualmente affiancato un permessivismo eccessivo sull’uso degli strumenti digitali. Nel nostro “progetto di felicità” per i nostri figli, in cui fin da bambini devono essere attivi, eccitati, intrattenuti, contenti, ci siamo convinti che quella del mondo virtuale fosse una zona di presunta invulnerabilità fisica. E lì, in Rete, li abbiamo lasciati liberi e soli, con quella che invece è la loro drammatica vulnerabilità interiore». Risultato: schermi ovunque in casa – quelli dei ragazzi e pure i nostri – con la connessione permanente che ha portato a una “disconnessione” nelle relazioni. Niente più sguardi, niente più parole, niente più contatto fisico. Non è teoria. Lo sa bene Luca Bernardo, direttore della Casa pediatrica Fatebenefratelli Sacco di Milano e responsabile di CoNaCy, il Coordinamento nazionale cyberbullismo presso il ministero dell’Istruzione. «Nel nostro centro, dove sempre più spesso arrivano non solo vittime di cyberbullismo ma anche del web in senso lato, con dipendenze e patologie anche gravi, la costante è la drammatica interruzione del ruolo educativo da parte dei genitori – spiega –. I genitori non si rendono conto di quello che accade o che è accaduto e sono alla ricerca disperata di strumenti». Nella struttura, non a caso, si riparte proprio dalla famiglia: «Lavoriamo sui rapporti, sull’ascolto, sulla comprensione, anche da parte di fratelli e sorelle». Si tenta di ricostruire una connessione perduta, stavolta nella realtà. «Senza pretendere, si badi bene, che i genitori diventino medici o psicologi, nient’affatto – continua Bernardo –. Eppure i genitori devono tornare ad essere genitori: a guardare i propri figli e a capire quando di quei segnali bisogna parlare con qualcuno capace di interpretarli».

Essere genitori, al tempo di Instagram. La sfida sembra impossibile, salvo poi scoprire che proprio sul profilo Instagram di un figlio – è il caso di Andrea, il ragazzo caduto dal centro commerciale nel Milanese – di foto lassù, sui tetti, a sfidare il vuoto, ce n’erano già: «Di fronte a questi fatti – e Giancarlo Frare parla prima come padre di 4 figli che come presidente dell’Associazione genitori scuole cattoliche (Agesc) – si resta paralizzati dall’angoscia. Perché la prima frase che si compone nella mente di un genitore è ‘non sono stato in grado’, ‘non ci sono riuscito’». Il fallimento del progetto educativo è tanto drammatico quanto la mancanza di strumenti per evitarlo: «La verità è che non ne abbiamo, che nessuno ci insegna il mestiere di genitori e che nello spazio di pochi anni la differenza nel mondo là fuori è diventata a dir poco abissale». Arrendersi? «Macché, io dico ora più che mai ai genitori di stare vicini ai figli, di comprenderli. Dobbiamo aumentare la nostra comprensione per evitare che i nostri ragazzi restino soli».

Nella pratica significa ascoltare, per Frare. Per Bernardo, cogliere i segnali d’allarme e di cambiamento («penso al loro modo di vestire, all’igiene personale, agli amici, agli umori»); per Pellai, intervenire sui tempi della tecnologia, «per esempio dando ai ragazzi lo smartphone a partire dalla terza media, cioè molto più tardi di quanto avviene ora». C’è poi la via altrettanto coraggiosa, quella di provare ad addomesticarla la tecnologia, insegnando ai ragazzi «a postare, commentare, condividere senza spegnere il cervello – spiega il filosofo della comunicazione Bruno Mastroianni –. Non a caso è il titolo di un libro che ho scritto e il messaggio che reputo fondamentale in un mondo in cui la soluzione di “cancellare” Internet e i social sembra impossibile». La ricetta è quella dell’educazione quotidiana – «fatta alla scrivania di casa, perché no» – all’uso della dimensione pubblica che gli adolescenti hanno acquisito sul web «mostrando loro come poter condividere le proprie frasi o le proprie azioni con altre persone in modo facile e immediato richieda anche che queste frasi e queste azioni – spiega Mastroianni – abbiano un valore positivo, e un significato. “Pubblico” non può equivalere per loro soltanto a “esagerato”, “pericoloso”, “trasgressivo” ». E creare un’alternativa di senso, dentro quella dimensione, è dove si gioca tutta la questione educativa del nostro tempo.

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Lo psicoterapeuta Pellai: nel “progetto di felicità a tutti costi” che abbiamo per i nostri figli, il digitale è diventato zona franca.

Il filosofo Mastroianni: la sfida? Dare senso e valore al loro essere online

 

ANALISI

Nessuna illusione «Spegnere» tutto non cambia le cose

GIGIO RANCILIO

La Rete spesso fa paura. Le nuove tecnologie fanno paura. Perché sono (relativamente) nuove, perché spesso le usiamo male e molto spesso non riusciamo a governarle. È la prima volta, infatti, nella storia dell’umanità che la ‘conoscenza’ di una materia non è in mano agli adulti ma ai ragazzi. Così, ad ogni tragedia dove il web, i social o gli smartphone sono più o meno responsabili e veniamo presi da un’angoscia più che legittima. Ci chiediamo: cosa possiamo fare per evitare tutto questo? Cosa può fare un genitore per evitare il male che vive nella Rete e nel digitale?

Il primo impulso è chiudere tutto. Chiedere a gran voce che l’uso dei cellulari sia fortemente limitato ai minori. Che pc, tablet, social e video siano spenti. Pretendere che il male che esiste sul web venga bloccato o quantomeno oscurato. Subito. Ma per ora non funziona così. Ogni minuto su YouTube vengono caricate 300 ore di nuovi video e guardati 4,3 milioni di filmati. Su WhatsApp vengono scambiati 38 milioni di messaggi e nel frattempo su Snapchat vengono creati 2,4 milioni di Snap. In contemporanea 974mila persone si connettono a Facebook e 174mila scorrono i post di Instagram.

Mai nella Storia ci siamo trovati di fronte ad una tale mole di informazioni, di suggestioni, di pessimi (e di ottimi) consigli. Mai nella Storia, per certi versi, è stato così facile e così poco costoso diffondere anche il male. In un prossimo futuro l’intelligenza artificiale ci verrà sicuramente incontro, ma ci vorranno anni perché sistemi automatici di controllo funzionino così bene da riuscire a comprendere ogni sfumatura audio, video o testuale così, per esempio, da bloccare ciò che è davvero male da ciò che magari è solo parodia o ironia. Ci vorranno anni perché manualmente è praticamente impossibile vagliare tutto ciò che viene caricato su Internet. Persino YouTube Kids, la piattaforma creata da Google per i bambini, ammette candidamente: «Sebbene sia stata progettata per escludere i contenuti non adatti ai bambini, non esaminiamo manualmente tutti i video». Fa male sentirselo dire: ma sulla Rete nessuno è completamente al sicuro. Persino certi divieti servono a tenere lontano solo una minima parte di ragazzi. Un esempio: formalmente una certa quantità di video su YouTubesono vietati ai minori e per vederli bisogna accedere con un account da adulti che confermi l’identità di chi li guarda. Eppure basta aggiungere quattro lettere (che non vi diciamo) all’indirizzo del video perché questo ‘magicamente’ sia visibile a chiunque, senza bisogno di nessuna iscrizione o maggiore età. Pochi adulti conoscono questo ‘trucco’, molti ragazzi invece sì. Per non parlare della parte più consistente del web, quella che forma il deep webe il dark web.

Si tratta di circa il 90% dei siti mondiali. Nel deep web infatti ci sono tutti i siti che attraverso un codice vietano ai motori di ricerca di catalogarli. Non significa che contengono per forza nefandezze ma che esigono privacy. Altra cosa è il dark web, cioè la porzione di web non accessibile tramite i normali programmi di navigazione. Nel ‘web oscuro’ si trova di tutto. Pedofilia, droga, armi, crimini e tutto il peggio del peggio. La cosa che però deve farci riflettere è che il male non è confinato lì. Ma alberga e prospera anche in siti indicizzati e presenti nel web ‘normale’. Alcuni servizi aiutano i genitori a limitare la navigazione dei figli solo ad alcuni siti. Funzionano però solo finché i ragazzi sono piccoli e non si scambiano ‘trucchi’ coi compagni. In ogni caso, nessun servizio può insegnare a un ragazzo a non fare gesti folli. Per quello ci vuole ben altro: l’amore, la passione e la fatica di tanti genitori ed educatori.

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