OCCIDENTE Quale futuro per i cristiani? AVV 20.6.18

Dibattito

Fa discutere la proposta del saggista americano Dreher sul ruolo del cristianesimo come «minoranza creativa» in una società ormai pienamente secolarizzata

OCCIDENTE

Quale futuro per i cristiani?

ROBERTO RIGHETTO

 

Ci sono parecchie cose da dire, e non tutte positive, sull’Opzione Benedetto, la proposta del saggista americano Rod Dreher di rilanciare il ruolo del cristianesimo come «minoranza creativa» in un Occidente ormai pienamente secolarizzato. Per Dreher, già metodista poi cattolico e infine approdato all’ortodossia, è al modello dei monasteri come fari di civiltà creato da Benedetto da Norcia nel VI secolo, in un’Europa che aveva visto il collasso dell’impero romano, che i cristiani devono oggi rifarsi per ricostruire una presenza in un mondo postcristiano.

Le tesi di Dreher, espresse più volte sulla stampa Usa e diventate un libro uscito nel 2017, vengono proposte ora in Italia grazie alle edizioni San Paolo ( L’opzione Benedetto, pagine 342, euro 25,00). Diciamo subito che il volume, che reca una prefazione del presidente della Società Chestertoniana Marco Sermarini, ha ricevuto qualche mese fa una stroncatura da parte di Civiltà Cattolica per la penna del gesuita Andreas Gonçalves Lind, il quale ha visto nelle tesi di Dreher la riduzione del cristianesimo a una «polis parallela», una «forza “contro-culturale” all’interno di un mondo che respinge nettamente il cristianesimo ». Stroncatura che mi è parsa eccessiva per l’accusa specifica di donatismo, anche perché Dreher non ipotizza comunità cristiane separate dal mondo che si ritengono perfette, ma forme di resistenza spirituale e culturale che non inseguono uno spirito settario, non si pongono come ghetti ma come modello per il mondo. (Sia detto en passant, non è che non debbano o possano esistere le polemiche intracristiane, ci sono sempre state e sempre ci saranno, ma la polarizzazione delle opinioni fa sì che spesso non si riesce a cogliere il positivo in opere che si giudica contrarie al proprio punto di vista, se non addirittura nemiche. Un fenomeno da cui deriva un impoverimento per tutto il pensiero cristiano). Detto ciò, vanno segnalate le assenze nel libro di Dreher. In primo luogo lo storico inglese Arnold Toynbee, al quale si deve il concetto di «minoranze creative». Per Toynbee, che ha studiato il crollo delle civiltà, sono proprio esse che consentono una rinascita. Esattamente quanto accadde dopo lo sfacelo dell’impero romano che fu rivitalizzato grazie al cristianesimo, capace attraverso l’opera dei monaci di salvare la cultura classica in un processo di fusione fra mondo antico e valori cristiani che ha potuto far nascere l’Europa. È un concetto che fu rilanciato dall’allora cardinale Ratzinger in un discorso a Subiaco il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, e che divenuto papa egli stesso ha ribadito più volte. Poi c’è l’assenza di Francesco: evidente la preferenza che Dreher esprime per Benedetto XVI, ma – viene da chiedersi – com’è possibile oggi pensare a «una strategia per i cristiani» ignorando sistematicamente lo sforzo dell’attuale pontefice di rivitalizzare il cristianesimo occidentale con un richiamo continuo all’essenzialità e alla radicalità evangelica?

Un altro elemento che disturba molto nella visione di Dreher è il suo continuo rifar- si ai «cristiani conservatori» come gli unici veri rappresentanti del cristianesimo. Perché non parlare di cristiani senza aggettivi ed etichettare con insistenza i cristiani come conservatori, evidentemente per contrapporli ai cosiddetti progressisti? Se si vedono i cristiani in Occidente ridotti a una minoranza, che senso ha ribadire questa logica di separazione? Certo, va considerata la provenienza geografica dell’autore, le sue posizioni politiche che l’hanno portato a identificare la causa del cristianesimo con il Partito Repubblicano, considerato un baluardo nella difesa dei valori tradizionali. Fino all’era Trump, che pur votato in gran parte sia dai protestanti che dai cattolici si dimostra per Dreher del tutto insensibile alla causa della moralità cristiana. Egli ha in mente soprattutto l’idea di famiglia che negli ultimi anni negli States si è sgretolata e se la prende, spesso con epiteti non molto lusinghieri, con il mondo dei gay. Come se anche qui non possano esservi cristiani degni. C’è una certa ossessione verso il sesso nel volume e stupisce fra l’altro come Dreher, cristiano ortodosso, non citi mai l’opera di Olivier Clément, il più grande teologo ortodosso vissuto in Occidente nel XX secolo, che sul tema ha scritparti to riflessioni imprescindibili. Clément ha elaborato una teologia della passione amorosa nella consapevolezza che, anche se il cristiano a volte è chiamato a dire dei no, come nel caso dei matrimoni omosessuali o degli uteri in affitto, le proibizioni non hanno altro risultato che quello di rafforzare capricci e atteggiamenti prometeici: «Bisogna amare tutti, nessuno è maledetto. Il contrario del nichilismo non è il divieto, ma la fede». Aveva in mente un cristianesimo della libertà che prenda il posto del cristianesimo del moralismo.

Tutta la ricostruzione storica del saggio poi, con l’esaltazione del Medioevo e la condanna della modernità, a partire dal Rinascimento fino all’Illuminismo, lascia il tempo che trova. Appoggiandosi sulle giuste riflessioni di Guardini, Lewis, McIntyre e Taylor, i quali hanno certamente criticato una linea del pensiero moderno che tende a emarginare il cristianesimo, Dreher giudica l’approdo della civiltà occidentale in termini apocalittici. Dimenticando che il processo di secolarizzazione ha avuto anche effetti benefici sul pensiero cristiano, depurandolo dalle incrostazioni ideologiche: è tutta la lezione del Concilio ad essere ignorata.

Ma non si possono misconoscere le ampie positive del libro: il tentativo di attualizzare la Regola benedettina recuperando il concetto e la pratica dell’ascesi, del senso di comunità, dell’ospitalità, così come pure dell’ordine e dell’equilibrio. Di fronte alla massificazione imperante, Dreher giunge a dare una serie di consigli pratici del tutto condivisibili: «Prendete le distanze dai media correnti. Spegnete la televisione. Mettete via gli smartphone. Leggete libri. Fate giochi. Componete musica. Piantate un giardino. Fate festa con i vicini di casa…». Il volume invita i cristiani a porsi come segno di contraddizione, come lo erano le prime comunità cristiane. Con due importanti sottolineature: il primato della cultura e perciò la riscoperta dell’immenso patrimonio teologico del cristianesimo, a partire dalla Patristica; la consapevolezza che l’evangelizzazione oggi si svolge «con il bello e con il buono». E qui mi sia permesso aggiungere (a un autore che dimentica quasi sempre di ricordare il compito dei credenti a favore dei poveri e degli emarginati, di coloro che subiscono ingiustizie) che fu la vita condotta secondo la regola dell’amore verso il prossimo e la solidarietà verso tutti a costituire uno degli elementi fondamentali che determinarono la conversione del mondo antico. Tanto che Giuliano l’Apostata doveva ammettere sconsolato: «Questi empi galilei non nutrono soltanto i propri poveri, ma quelli degli altri, mentre noi trascuriamo persino i nostri».

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Se è senz’altro positivo il richiamo al modello dei monasteri benedettini come fari di civiltà, nel lavoro dell’autore ortodosso vengono ignorati sia la lezione del Concilio sia il magistero di papa Francesco

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