L’anno nero dei professori aggrediti Per il patto educativo è l’ora dei fatti L’alleanza scuola-famiglia resta una partita ancora da giocare AVV 20.6.18

Il bilancio Trentacinque episodi nel 2018 Il ministro dell’Istruzione Bussetti: saremo parte civile Ma la vera sfida è fuori dai tribunali e riguarda il rapporto di fiducia con i genitori

L’anno nero dei professori aggrediti Per il patto educativo è l’ora dei fatti

L’alleanza scuola-famiglia resta una partita ancora da giocare

PAOLO FERRARIO

MILANO

L’anno scolastico che si chiuderà con la Maturità al via questa mattina, è stato anche quello che più ha messo a dura prova l’alleanza educativa tra scuola e famiglia. Un patto mai sbocciato in tanti contesti locali dove gli insegnanti sono stati spesso oggetto delle rivendicazioni, anche violente, di genitori insoddisfatti del rendimento dei figli. Che, anziché chiedere conto degli scarsi risultati ai propri ragazzi, se la sono presa direttamente con la scuola e chi la rappresenta.

Dall’inizio del 2018 sono state ben trentacinque le aggressioni a insegnanti. Cinque soltanto nell’ultima settimana, ad opera di genitori che, soltanto alla lettura dei tabelloni coi risultati, hanno “scoperto” che il proprio figlio era stato bocciato. È accaduto a Gorgonzola (Milano), dove un padre ha minacciato di uccidere una professoressa, beccandosi una denuncia per minacce aggravate e in una scuola media di Pogliano Milanese. Qui un genitore ha ripetutamente spintonato una docente, ritenendola responsabile della mancata promozione del figlio 13enne. A una maestra di Giovinazzo (Bari) sono state reca- pitate minacce di morte via Facebook, mentre a Selvazzano (Padova) una prof di inglese è finita al pronto soccorso con il naso rotto per un 4 non gradito. La stessa sorte è toccata a un giovane insegnante di 23 anni, di un istituto tecnico di Teano (Roma), che si è preso un pugno in faccia per aver cercato di difendere il preside della furia di un coppia di genitori. «Gli episodi di violenza vanno condannati duramente e, come ministro, non voglio limitarmi alla vicinanza formale: saremo al fianco di insegnanti, dirigenti, del personale amministrativo e ausiliario. Sono in contatto con la presidenza del Consiglio affinché, in ogni procedimento attivato con querela, il ministero possa costituirsi parte civile», ha annunciato il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti.

Fuori dai tribunali, il lavoro più difficile sarà proprio la ricostruzione di un rapporto di collaborazione che il Miur ha messo anche al centro del nuovo Patto di corresponsabilità educativa sottoscritto a marzo con le associazioni dei genitori. L’intesa prevede una specifica “giornata della corresponsabilità” da tenersi, ogni anno, in ciascun istituto.

Una comunicazione meno «fragile» ma «più profonda e costruttiva» è ciò che chiede anche un gruppo di mamme (e insegnanti) di Padova in una lettera ad Avvenire.

«Questo anno – scrivono – è trascorso tra angosce, patemi, verifiche, costose ripetizioni e continue docce scozzesi di 3, 3 e mezzo, 4, 6, 5 e 2, numeri con cui si “giudicano” i nostri ragazzi». Che, alla fine, sono stati bocciati. «Bocciare è il fallimento della scuola», aggiungono le mamme, con l’intento di aprire una riflessione su una questione, quella che riguarda il rapporto corretto e costruttivo tra scuola e famiglia, centrale per il buon funzionamento del servizio scolastico.

Un tema che sta a cuore anche ai sindaci che, attraverso l’associazione dei Comuni (Anci), hanno depositato alla Corte di Cassazione la proposta di legge per introdurre nei piani di studio l’educazione alla cittadinanza. Un’ora per «rafforzare il senso di appartenenza a una comunità » che ha proprio nella scuola uno degli attori principali. «Che serva più educazione civica è un dato di fatto», concorda il ministro Bussetti. «Penso a un’offensiva su più fronti, che restituisca a chi lavora nella scuola l’autorevolezza che gli spetta – conclude –. I genitori non possono improvvisarsi docenti o dirigenti scolastici: ognuno deve stare nel confine dei propri ruoli».

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L’ex maestro di strada

Marco Rossi Doria: riconoscimento reciproco Così si evitano le tensioni

ENRICO LENZI

 

Riconoscimento reciproco dei ruoli, dialogo e recupero di una comunità educante. Non si può parlare di vera e propria ricetta per affrontare le difficoltà dell’oggi nella scuola, ma Marco Rossi Doria, già maestro di strada e docente, esperto e per due volte sottosegretario all’Istruzione, ha le idee chiare su come dare una svolta.

Professore, queste aggressioni ai docenti sono episodi eclatanti o il segnale di una situazione più grave?

Siamo di fronte a un contesto educativo profondamente in crisi. Incontro famiglie e studenti che si pongono in un contesto scolastico accettabile. Non possiamo, però, parlare solo di fatti occasionali. Credo che sia giunto il tempo di potenziare il dialogo tra scuola e famiglia.

Lei parla di dialogo, ma qui spesso si finisce con vere e proprie aggressioni.

Ecco perché parlo della necessità di un riconoscimento reciproco dei ruoli di ciascuno: docenti, genitori e studenti. Un tempo forse esisteva un patto educativo implicito, forse brutale – il professore ha sempre ragione -, che oggi non esiste più. Occorre ripristinarlo adattandolo ai tempi. Spesso le famiglie nel crescere i loro figli non alternano il loro compito educativo tra protezione e promozione dei propri figli. Oggi si tende alla protezione, per evitare loro rischi – che spesso, invece, aiutano a diventare grandi – con il risultato di crescere giovani incapaci di affrontare la vita.

Qualcuno potrebbe parlare di atto d’accusa nei confronti dei genitori.

Non intendo invadere il campo della famiglia, così come quest’ultima non dovrebbe farlo con la scuola. Il riconoscimento reciproco dei ruoli serve proprio a questo: mettersi attorno a un tavolo, conoscere diritti, doveri e norme che regolano la scuola, che non sono quelle utilizzate in famiglia.

Ma le famiglie sono accusate di delegare troppo alla scuola.

E quando non intendono farlo e mancano regole chiare, ecco i risultati. Le assicuro che questa strada del riconoscimento reciproco è già reale in molti istituti e produce i suoi frutti. Anche in realtà che si pensano perse.

Qualche esempio?

Nei Quartieri Spagnoli di Napoli già anni fa abbiamo messo in campo un progetto di questo tenore. E la scuola era frequentata da bambini con famiglie difficili alle spalle. Ma davvero difficili. Eppure mettendo regole chiare, riconoscendo il proprio ruolo a tutti abbiamo raggiunto risultati incredibili. Persino genitori che si trovano in carcere, hanno mostrato rispetto per il nostro lavoro. Si sono sentiti riconosciuti come papà o mamme di nostri alunni.

Sembrerebbe una ricetta semplice. È così?

Non parlerei di ricetta, ma di buone pratiche che già sono presenti nella nostra scuola. Ovviamente questi progetti non eliminano magicamente i problemi. Ma permettono di creare spazi, occasioni e condizioni differenti per gestire queste crisi. Vede, non si può arrivare a giugno e dire: «Suo figlio è bocciato». Occorre un percorso diverso, nel quale vi siano tappe nelle quali fare “manutenzione ordinaria” di questo patto, durante il quale si cerchi di accompagnare lo studente a migliorare. Insomma mettere in campo un’azione educativa che richiede molto soprattutto ai docenti.

E così torniamo al punto di partenza: tutto sulle spalle dei docenti.

A fare il primo passo penso che debbano essere i professionisti dell’educazione. È un loro compito. Ovviamente, è lo voglio dire chiaro, la società deve però riconoscere questo compito e questo ruolo sociale della scuola. Anche economicamente.

I docenti sono pronti a questo?

Occorre una formazione più calda dei docenti, con un professore tutor per i nuovi assunti almeno per due anni. E poi introdurre momenti di confronto tra i docenti, come avviene nella primaria, per programmare insieme, per camminare insieme, per affrontare i problemi.

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Il genitore

Rosaria D’Anna (Age): prof schiacciati dalla burocrazia E famiglie tenute ai margini

ANTONELLA MARIANI

 

Oltre quattromila soci in tutta Italia: mamme o papà impegnati negli organi di rappresentanza della scuola, dalle elementari alle superiori. Un bell’osservatorio, quello dell’Associazione genitori (Age), guidata dall’ottobre 2016 da Rosaria D’Anna, campana, madre di due ragazze.

Presidente D’Anna, il rapporto tra famiglie e scuola in questi anni si è deteriorato. Cosa è successo?

Più che di deterioramento parlerei di interruzione di comunicazione. Mi pare che si sia perso il contatto tra genitori e docenti.

Per colpa di chi, o di cosa?

Per colpa del fatto che nella scuola si sta dando spazio a una serie infinita di procedure e di burocrazia che sottrae spazio alle famiglie. Nei consigli di classe il rappresentante ha a disposizione meno di 10 minuti per dire la sua. Pensi ai colloqui: sono diventati lunghe attese nei corridoi. È una cattiva organizzazione che dà sempre più la sensazione che i genitori siano una zavorra e che debbano entrare nella scuola in punta di piedi.

È lo scarso coinvolgimento dei genitori a produrre episodi di rabbia e aggressività?

L’Age stigmatizza gli atteggiamenti aggressivi dei genitori. Ma denuncia che la cattiva comunicazione o addirittura l’interruzione della comunicazione ha creato guasti in un contesto in cui il docente sta perdendo sempre più autorevolezza ed è quasi schiacciato, suo malgrado, da incombenze burocratiche.

Così poco autorevole che i genitori hanno la pretesa di dare loro, i voti ai propri figli…

Anche questa tendenza, che condanniamo, è frutto di una mancata comunicazione. Il docente, nelle sue valutazioni, deve attenersi a una griglia codificata di criteri e questo bisognerebbe spiegarlo ai genitori all’inizio dell’anno, in modo da evitare contestazioni fini a se stesse. Ai genitori va anche spiegato che quando si sperimentano episodi conclamati di ingiustizia, non bisogna affrontare il professore, bensì rivolgersi al capo d’istituto. Mi pare che su questo fronte i docenti non siano tutelati dalla stessa istituzione per la quale lavorano. Insisto sul valore della comunicazione: in questo periodo dell’anno molti genitori ci segnalano bocciature o debiti dei figli di cui dicono di non essere stati tempestivamente informati.

Non sarà una scusa per genitori disattenti? Ormai c’è il registro elettronico…

Il registro elettronico non è attivo in tutta Italia. E spesso i genitori hanno difficoltà all’accesso o perché non sono stati adeguatamente istruiti, o perché non funziona, o perché non hanno gli strumenti culturali per usarlo. L’Age è per il ripristino di una più capillare comunicazione cartacea e verbale tra scuola e famiglie.

Molti genitori, come quelli che hanno scritto la lettera che pubblichiamo in questa pagina, criticano l’uso di dare voti impossibili da recuperare, come 2 o 3…

I voti esprimono un valore numerico, invece dovremmo essere più propensi a individuare le strade per il recupero formativo. Lo stabiliscono tutte le normative: la scuola deve attivare tutti gli strumenti per cui il ragazzo possa recuperare. La mia costante meraviglia è che l’alleanza educativa tanto acclamata da ogni ministro all’Istruzione, e poi affermata in leggi e circolari, non riesca a realizzarsi. Sento dare grandi responsabilità ai genitori, ma non dobbiamo dimenticare i tanti casi di maltrattamenti di bambini da parte di maestri, soprattutto negli asili. La verità è che la scuola sta diventando un campo di battaglia.

L’antidoto alla guerra qual è?

Noi puntiamo sulla formazione dei genitori che partecipano agli organi collegiali. Ma, dal canto suo, la scuola non deve percepire i genitori come una zavorra. Le faccio un esempio: il patto di corresponsabilità educativo è diventato un adempimento burocratico, una mera firma su un foglio. E invece potrebbe essere un’occasione preziosa di confronto sulle regole, sui comportamenti e sui doveri di ciascuno.

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