Luciani e l’Humanae vitae Il primato della coscienza AVV 14.6.18

Luciani e l’Humanae vitae

Il primato della coscienza

Ma sulla fecondazione in vitro netta chiusura

 

Su “Avvenire” di ieri abbiamo dato spazio al dossier inedito preparato per Paolo VI dall’allora vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, su indicazione della Conferenza episcopale triveneta. Un documento di cui era nota l’esistenza e l’orientamento possibilista verso l’evoluzione della dottrina sulla regolazione delle nascite. Si ignoravano invece i contenuti. Nell’articolo di Stefania Falasca si dà conto dei passaggi principali di quella complessa riflessione al termine della quale il futuro Papa giunge a dire: «Il magistero può certo interpretare autenticamente le leggi naturali. Ma, con molta prudenza, quando ha in mano dati certi. Nel nostro caso i dati sembrano tali che o si dica: È lecito, o almeno si dica: non consta, è dubbio. Nel dubbio, non si può accusare di peccato chi usa la pillola». Il dossier sulla contraccezione è ora inserito nel volume ex documentis che, come spiegato ieri in un altro articolo dal vescovo di Belluno-Feltre, Renato Maragoni, «raccoglie lo studio completo e scientifico della documentazione d’archivio e delle testimonianze processuali». Scritto da Stefania Falasca, Davide Fiocco e Mauro Velati, “Albino Luciani Giovanni Paolo I” (Tipi Edizioni – Tipografia Piave), è un testo di oltre mille pagine con la prefazione del cardinale Beniamino Stella, postulatore della causa.

STEFANIA FALASCA

 

L’approccio alla questione del controllo delle nascite del successore di Paolo VI, Albino Luciani, dieci anni dopo Humanae vitae, appare quanto mai significativo anche oggi. Anzitutto per lo spessore della ricerca nell’approfondimento della dottrina e il metodo conseguito nello studio delle questioni morali. Ma anche per la non formale pronta «adesione all’insegnamento del Papa che parla con speciali carismi nel nome di Dio», l’indomani della pubblicazione dell’enciclica. Del resto l’allora vescovo di Vittorio Veneto aveva ampiamente dimostrato «la necessità di lavorare insieme, mantenendo però il proprio ruolo ministeriale nella Chiesa, dove non sono applicabili i criteri della democrazia parlamentare» e chiarendo che se «la Chiesa ha bisogno di obbedienza », quella che il Concilio definiva «responsabile e volontaria», è perché seppure è lecito discutere, l’assenso al magistero è «sempre dovuto». Una volta dunque che il Pontefice si era espresso, da pastore autentico si era conformato al Papa aiutando i fedeli a fare altrettanto. «E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della penitenza», ribadì il vescovo con le stesse parole del Papa, per poi precisare di «volerle sottolineate in maniera particolare dai sacerdoti, ai quali il Papa raccomanda ‘la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini’ ». Questo sguardo evangelico e dunque misericordioso che caratterizza l’approccio del vescovo Luciani verso ogni questione morale è il medesimo che si ritrova anche alla vigilia dell’elezione alla cattedra di Pietro, in merito alla prima bambina venuta al mondo a seguito di una fecondazione in vitro.

Il futuro Giovanni Paolo I, in un’intervista telefonica che concesse alla rivista Prospettive nel mondo nell’estate del 1978 e che venne pubblicata postuma, argomentava e sviluppava a riguardo quattro punti significativi, «in attesa di quanto l’autentico magistero avrebbe dichiarato ». Egli condivideva «solo in parte l’entusiasmo di chi plaude al progresso della scienza e della tecnica »: cosa sarebbe accaduto – chiedeva – quando quella tecnica «si fosse trovata davanti a figli malformati? Lo scienziato non farà la figura dell’’apprendista stregone’ che scatena forze poderose senza poi poterle arginare e dominare? E inoltre, davanti al rischio di un mercato dei figli, la famiglia e la società non sarebbero state in gran regresso più che in progresso?». Luciani quindi sollevava perplessità, ma non si fermava lì; proseguiva ricordando che Dio, «che vuole e ama la vita degli uomini», volgeva «i più cordiali auguri alla bambina» ed affermava: «Quanto ai suoi ‘genitori’ non ho alcun diritto di condannarli: soggettivamente se hanno operato con retta intenzione e in buona fede, essi possono avere perfino un gran merito davanti a Dio per quanto hanno deciso e chiesto ai medici di eseguire». Il futuro Pontefice esaminava così la questione della liceità morale dell’accaduto in linea con il magistero di Pio XII (se l’atto medico facilita o continua l’atto coniugale, è lecito; se lo sostituisce o lo esclude, no) ma a chi negava si dovessero porre problemi morali alla scienza, scriveva in conclusione: «La morale non si occupa delle conquiste della scienza, si occupa delle azioni umane, mediante le quali le persone possono usare sia in bene sia in male delle conquiste scientifiche. Quanto alla coscienza individuale, siamo d’accordo: essa va seguita sempre, sia che comandi, sia che proibisca; l’individuo deve, però, sforzarsi di avere una coscienza ben formata. La coscienza, infatti, non ha il compito di creare la legge. Ha altri due compiti: di informarsi prima cosa dica la legge di Dio; di giudicare poi se c’è sintonia tra questa legge e una nostra determinata azione. In altre parole: la coscienza deve comandare all’uomo, non ubbidire all’uomo ». Come si vede è un atteggiamento che, ancora una volta, sul piano dottrinale è affatto che superficiale e leggero: ma che allo stesso tempo tiene in grande considerazione la delicatezza delle situazioni, il valore della coscienza come tale e l’oggettività di una esistenza che, per quanto venuta al mondo in modo moralmente problematico, a rigor di magistero, non sfuggiva all’amore di Dio al quale non può che conformarsi il ministero apostolico.

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A proposito della prima bambina nata in provetta nel 1978, non condannava i genitori ma paventava il rischio di «un mercato dei figli»

 

 

«Lungo confronto che divise la Chiesa»

Il teologo Marengo: sul peso di quei dossier ricerche ancora in corso

LUCIANO MOIA

 

Il peso che i vari dossier inviati prima della pubblicazione di Humanae vitae, ebbero su Paolo VI è ancora da accertare in sede di ricerca. E non è detto che il lavoro d’archivio non offra qualche altra sorpresa. Lo sottolinea Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica al “Giovanni Paolo II” che sta studiando proprio il periodo precedente la pubblicazione dell’enciclica.

Perché dopo la pubblicazione da parte della stampa mondiale dei risultati della “Commissione pontificia per lo studio dei problemi della popolazione, della famiglia e della natalità” anche tanta parte dell’episcopato era convinta che si andasse verso una modifica della dottrina sulla regolazione delle nascite?

I risultati di quella Commissione espressero un’opinione condivisa da molta parte dell’episcopato; non bisogna dimenticare che essa fu approvata a maggioranza dal Gruppo di cardinali e vescovi cui venne sot- toposto il documento finale di quell’organismo e quel Gruppo era ampiamente rappresentativo sia per sensibilità sia per estrazione geografica della Chiesa dell’epoca. Gli esiti di quella Commissione esprimevano, di conseguenza, un orientamento diffuso nel corpo ecclesiale di quegli anni.

A far decidere Paolo VI per un supplemento d’indagini pesarono in maniera maggiore i contenuti “criticabili” del cosiddetto “Documento di maggioranza” oppure quanto emerso dai nuovi studi che il Papa stesso aveva commissionato alla Segreteria di Stato e poi alla Congregazione per la dottrina della fede?

A questa domanda ha risposto in maniera chiara lo stesso Paolo VI in due occasioni. Si comprende che il supplemento d’indagine dipendeva da un giudizio che il Papa aveva maturato fin da quando aveva iniziato a occuparsi del problema della regolazione delle nascite: egli non riteneva pienamente convincenti le ragioni che la maggioranza aveva messo in gioco per sostenere le proprie tesi a proposito della liceità morale dell’uso della contraccezione chimica (la pillola). Una certa vulgata di un Paolo VI amletico e titubante in queste scelte è obiettivamente lontana dalla realtà e appartiene alla categoria del mito. Allo stesso tempo – come emerge con chiarezza dal discorso al Congresso nazionale della Società italiana di ostetricia e ginecologia (29 ottobre 1966) – era consapevole della «enorme complessità e la tremenda gravità del tema relativo alla regolazione delle nascite, e impone alla Nostra responsabilità un supplemento di studio». In termini analoghi si espresse nei nn. 5 e 6 di Humanae vitae.

Secondo quanto emerso in varie interviste, tra il ’66 e il ’68 arrivarono sul tavolo di PaoloVI vari dossier, qualcuno ha detto una dozzina. Erano noti il “Memoriale di Cracovia” e quello dei vescovi del Triveneto. Sappiamo qualcosa degli altri dossier?

A mia conoscenza non sembra documentabile l’esistenza di testi così ampi e articolati, ma lo spoglio delle fonti archivistiche può sempre rivelare in futuro qualche sorpresa. Il problema era sentito in maniera quanto mai vivace nella Chiesa del tempo: l’interesse e le attese di una parola del Papa sono testimoniate dalle centinaia di lettere, articoli della stampa, appelli, testi di carattere scientifico inoltrati a Paolo VI in quegli anni, protocollati e conservati negli archivi. Altra questione è apprezzare il peso reale che tutto questo materiale ebbe nel percorso che condusse alla composizione di Humanae vitae.

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I risultati della Commissione che Paolo VI rifiutò «ampiamente rappresentativi dell’orientamento diffuso nel corpo ecclesiale di quegli anni»

 

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