«Amoris laetitia, indietro non si torna» Nel secondo anniversario della pubblicazione le riflessioni di due cardinali AVV 25.4.18

«Amoris laetitia, indietro non si torna»

Nel secondo anniversario della pubblicazione le riflessioni di due cardinali

A due anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, torniamo a interrogarci sull’Esortazione postsinodale di papa Francesco che ha posto il suggello alla doppia Assemblea dei vescovi sulla famiglia (20142015). Il documento ha fatto discutere, ha sollevato dibattiti e polemiche, talvolta anche di tono spropositato. Tanto ancora rimane da fare per approfondire e promuovere un documento tanto complesso e tanto ampio. Oggi diamo la parola a due porporati di “lungo corso”, entrambi con una significativa esperienza nella pastorale familiare.

 

 

Edoardo Menichelli

«Parole di misericordia cioè il cuore del Vangelo»

LUCIANO MOIA

 

«Con Amoris laetitia il Papa ha avviato un processo che mette al centro la verità da servire e la misericordia da esercitare. E lo dobbiamo fare evitando da una parte i fondamentalismi e dall’altra l’evanescenza pastorale. Indietro non si torna». Ne è convinto il cardinale Edoardo Menichel-li, arcivescovo emerito di Ancona, che ha preso parte al doppio Sinodo sulla famiglia 2014-2015.

A due anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia quale bilancio possiamo fare per quanto riguarda la Chiesa italiana? Si è trattato davvero di una svolta epocale per la pastorale del matrimonio e della famiglia?

Se sul versante pastorale la Chiesa, che è madre, si mette a fare bilanci, sbaglia prospettiva. Il cammino delle persone non può essere sottoposto ai nostri bilanci ma solo allo sguardo amorevole di Dio, che è padre, e a quello di Cristo, che è Salvatore. Con il Sinodo e con Amoris laetitia abbiamo avviato un processo pastorale. Siamo su un crinale: o si va indietro o si va avanti. E questo obbliga la Chiesa a mettere insieme la centralità del suo messaggio: verità e misericordia. I tempi che viviamo sono questo crinale e la durata di questo processo, che quindi ci obbliga ad andare avanti, non è conoscibile. Le condizione: fedeltà a Cristo vuol dire mettere in pratica il mistero dell’incarnazione e obbliga la Chiesa a leggere i segni dei tempi. In questo specifico si trova la famiglia. L’ispirazione dello Spirito Santo, i due Sinodi, l’impulso del Papa hanno avviato un processo che mette al centro la verità da servire e la misericordia da esercitare. E lo dobbiamo fare evitando due rischi: da una parte i fondamentalismi, dall’altra l’evanescenza pastorale.

Quali sono le dimensioni pastorali che più hanno tratto beneficio dal “contagio” con le indicazioni di Amoris laetitia?

Sono molteplici. Il fatto è che ci siamo fissati sulla questione “Comunione sì, Comunione no”, importante certo, e di cui il Sinodo ha a lungo parlato. Ma il problema è più ampio della partecipazione attiva ai sacramenti. E cioè come riuscire a dare, nei tempi che viviamo, alla luce di problematiche umane, sociali, storiche molto complesse, qualcosa di nuovo al matrimonio e alla famiglia. Parlare di novità non vuol dire che il cambiamento è obbligato. Abbiamo rilevato che nei confronti della famiglia c’è sempre stata una sorta di distanza. Non siamo mai riusciti ad entrare davvero dentro la bellezza e la sofferenza della famiglia. Ci siamo limitati a costruire codici. Per chi ci stava dentro, tutto bene, ma la Chiesa deve preoccuparsi e appassionarsi della famiglia almeno quanto si preoccupa della preparazione al sacerdozio. Spesso non è così.

Su quali settori occorre ancora insistere per radicare nelle comunità quanto emerso dalle decisioni sinodali che poi il Papa ha fatto proprie nell’Esortazione postsinodale?

I due Sinodi ci hanno fatto anche capire che i problemi della famiglia non riguardano solo i pastori ma l’intera comunità. I compiti dei sacramenti, che sono doni di Dio, sono affidati due sposi e a un sacerdote, ma nella comunità che devono diventare grembo salutare che custodisce, che alimenta, che aiuta a santificarsi. Abbiamo invece comunità che si sono abituate a parlare di crisi ma che non sufficientemente entrate nel ministero della responsabilità. Dopo il Motu proprio del Papa sulle nullità matrimoniali e dopo Amoris laetitia, siamo preoccupati soprattutto del “dopo”? Ma c’è anche un “prima” che condizione la coscienza delle persone e l’impegno delle comunità. Dai tribunali ecclesiastici sappiamo che sono soprattutto quattro le crisi che investono le coppie. In 8 casi su 10 le nullità sono determinate da “incapacità consensuale” in rapporto agli aspetti psicologici. Poi c’è l’incapacità a comprendere il progetto del matrimonio cristiano. L’immaturità che ha ridotto la sessualità a funzionalismo allettante ma non responsabile. E infine la questione della fede. Insomma c’è un “dopo” da prendere per mano, ma anche un “prima” perché abbiano in mano una responsabilità di formare una coppia da cui nascere una famiglia insostituibile per la società e per la Chiesa.

Secondo Amoris laetitia lo strumento per procedere in modo coerente lungo la strada dell’amore coniugale e familiare è il discernimento. In questi mesi se n’è parlato tanto. Ma se dovessimo tradurre questo concetto in un percorso pastorale concreto cosa dovremmo fare?

Discernimento vuol dire avviare una pastorale esistenziale di prossimità dentro un orizzonte di salvezza. L’orizzonte esiste se c’è sensibilizzazione, vicinanza, grazia di Dio, testimonianza. Ecco perché il discernimento interroga la comunità e, insieme ad accoglienza, accompagnamento e integrazione, rappresenta un passaggio essenziale.

Da due anni l’Ufficio Cei per la pastorale della famiglia sta riflettendo sul tema «Strade di felicità nell’alleanza uomodonna » prendendo spunto da Amoris laetitia (n.38). Anche il tema dell’Incontro mondiale di Dublino sarà su questi aspetti. Sembra quasi ci sia la volontà di presentare un volto gioioso della famiglia dopo tante analisi pessimistiche. Come valutare questa svolta concettuale?

Questo è un spunto bellissimo. La famiglia è un grande dono di Dio e dobbiamo recuperarlo. Durante il Sinodo romano del 1993 ebbe l’occasione di dire: Dio ha affidato ai suoi figli lo splendore per la vita, la gioia per la vita, e cioè per l’amore. Ecco la sponsalità. È stato Paolo VI a ricordare che in principio Dio creò la famiglia proprio per avere dei figli dai suoi figli e perché i suoi figli testimoniassero la grandezza del Padre che ama. Come si fa a non essere felici per la famiglia?

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«Il processo sinodale avviato ci sollecita ad andare avanti evitando fondamentalismi ed evanescenza pastorale»

 

 

 

Severino Poletto

«Sì o no la Comunione? Il vero nodo è la salvezza»

TORINO

«Un contributo di riflessione sull’Esortazione apostolica Amoris laetitia». È il titolo scelto dal cardinale Severino Poletto, arcivescovo emerito di Torino, per la nota scritta «con la più sincera e profonda comunione con il magistero del Papa» a proposito di alcuni punti controversi del documento postsinodale.

Perché ha sentito l’esigenza di scrivere un contributo di riflessione su Amoris laetitia?

Ho sentito il bisogno di scrivere questo contributo e di leggerlo direttamente al Papa, che ne ha apprezzato i contenuti, perché nei tanti commenti letti e per quanto riguarda i convegni di cui ho avuto modo di conoscere gli interventi, non ho visto spiegare in modo dettagliato le proposte che ho evidenziato in questa nota. Devo dire di essere rimasto anche un po’ amareggiato per l’insistenza quasi esclusiva sul capitolo VIII, mentre Amoris laetitia presenta nove capitoli che trattano in modo approfondito e appassionato tutto il magistero della Chiesa sul matrimonio e la famiglia.

In che cosa, in particolare, non si trova d’accordo con i vari commenti che ha letto?

Nel vedere un certo errore di prospettiva: si sono focalizzati prevalentemente sul problema “Comunione sì, Comunione no” mentre a mio avviso il vero obiettivo di fondo della vita cristiana è “salvezza sì, salvezza no”. Gesù ha detto agli apostoli: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura». La missione affidata da Cristo alla Chiesa è quella della salvezza per tutti. Si tratta di un tema prioritario. Certo, la comunione è importante, ma non si può riceverla indegnamente. Infatti san Paolo afferma: «Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la sua condanna». Ma restringere tutto alla questione “Comunione sì, Comunione no” vuol dire non ammettere che la misericordia di Dio offre altre strade di salvezza a chi vive situazioni matrimoniali irregolari. Questo non significa affermare in via assoluta che i divorziati risposati non possano in alcun modo accostarsi alla Comunione eucaristica. Infatti, per coloro che accettano di vivere in continenza, sia pure gradualmente, e con risultati alterni ma convinti sempre di dover ricominciare l’impegno, è possibile accedere alla Comunione.

Ma ci sono anche persone che non accettano questo percorso di gradualità che porti alla continenza.

Sì, c’è da valutare anche la situazione di quest’altra categoria, molto diffusa, di divorziati risposati, che di fatto non accettano questa proposta della legge della gradualità verso la vita vissuta in continenza sia pure con alti e bassi nella riuscita, oppure addirittura negano di essere in una situazione di irregolarità perché ritengono, dopo il fallimento del primo matrimonio, di aver diritto ad unirsi con un’altra persona e pensano che sia normale e legittima questa loro scelta e di conseguenza si comportano permanentemente more uxorio. Che cosa diciamo a queste persone, che secondo me sono numerose? Io credo che bisogna accompagnare pastoralmente questi fratelli e sorelle affinché comprendano che, se si pentono di ciò che hanno fatto, se cercano di partecipare alla vita della Chiesa, specialmente alla celebrazione eucaristica esprimendo soltanto il desiderio della Comunione ma senza accostarsi ad essa; e nello stesso tempo cercano di attuare una vita esemplare in famiglia e nell’educazione dei figli e di dare nei loro comportamenti, fin dove possono, una collaborazione alla comunità e offrono una testimonianza di fede nella società civile, possono nutrire la speranza che ci sarà un’altra strada di salvezza perché Dio, che vede le attenuanti che essi possono avere, saprà donare anche a loro il suo abbraccio di misericordia.

Nella lettera lei spiega che il discernimento caso per caso non dev’essere considerato un cammino facile e sbrigativo e non è detto che la conclusione di questo lungo discernimento porti alla possibilità di accedere al Sacramento della Comunione. Da cosa nasce questa convinzione?

Il discernimento richiede sicuramente tempi molto lunghi e anche difficoltà di valutazione. Occorre discernere caso per caso in foro interno. E non si può certo pensare di risolvere tutto in un solo incontro. Ma se il discernimento è accompagnato dalla volontà di non modificare nulla all’interno del proprio rapporto con il nuovo partner, cioè senza considerare l’opzione di vivere in continenza, nella maggior parte dei casi si concluderà con una “non possibilità” di accedere alla Comunione.

Dai testi che lei cita nella sua Lettera – di san Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e della Congregazione per la dottrina della fede – emerge con evidenza anche un riferimento costante nella misericordia divina. Possiamo dire che da questo punto di vista esiste una forte continuità tra il magistero di papa Francesco sulla misericordia e quello dei suoi predecessori, contrariamente a quanto molti commentatori hanno sostenuto?

Non solo possiamo dirlo, ma dobbiamo ringraziare il Signore che papa Francesco faccia riferimento sovente a questo filo d’oro della misericordia di Dio. Vedere il Papa che, all’inizio di alcune celebrazioni, va a confessarsi prima degli altri, è un segno bellissimo, e un esempio per tutti. C’è indubbiamente una grande continuità su questo punto dal Concilio fino a Francesco attraverso tutti i suoi predecessori. Anche Benedetto XVI ha voluto sottolineare il suo ringraziamento a Francesco per l’insistenza con cui ricorda la misericordia di Dio. Credo che parlare di misericordia, riconciliazione, dialogo, pace sia un messaggio importante sempre, soprattutto per il mondo di oggi.

Luciano Moia

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«Penso che in tanti casi il lungo processo di discernimento si risolverà con la “non possibilità” di accedere ai sacramenti»

 

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