Scuola 2028, le 37mila classi perdute AVV 13.4.18

Il rapporto A partire dai “numeri” della (mancata) natalità in Italia, la Fondazione Agnelli traccia il futuro del sistema nazionale d’istruzione: destinate a scomparire 55mila cattedre.

Un’agenda di lavoro anche per il nuovo governo

Scuola 2028, le 37mila classi perdute

Nel prossimo decennio un milione di studenti in meno: è l’Italia a natalità zero

L’analisi

Un promemoria per la legislatura

PAOLO FERRARIO

L’inverno demografico in cui, ormai da molti anni, è precipitata l’Italia avrà conseguenze molto pesanti e, per certi versi, drammatiche sul mondo della scuola, sia in termini di posti di lavoro persi, sia sul versante della qualità dell’insegnamento e dell’innovazione della didattica. A lanciare l’allarme è una ricerca della Fondazione Agnelli di Torino che, a partire dal trend demografico in atto, indica l’evoluzione della popolazione scolastica con un orizzonte decennale, da qui al 2028. I dati che emergono dal rapporto, inevitabilmente, rappresentano anche un promemoria per la legislatura che si è appena inaugurata e per il prossimo governo, che dovrà fare i conti con il cambiamento in atto nella società italiana, affrontando le priorità della denatalità e della questione educativa.

Perso un milione di alunni in dieci anni. Secondo le stime della Fondazione Agnelli, il 1° gennaio 2028 la popolazione tra i 3 e i 18 anni, che oggi è di circa 9 milioni di persone e che è quella che in grande maggioranza frequenta la scuola, sarà scesa a 8 milioni, con una perdita secca di un milione tra bambini, adolescenti e giovani.

Nessun Paese in Europa avrà un trend così negativo. Fatto 100 il numero indice di base della popolazione europea del 2015, nel 2028 la Svezia, miglior paese del Vecchio continente, salirà a 125, la Gran Bretagna e la Germania a 109, la media dell’Ue scenderà a 99, seguita da Francia a Polonia al 98, dalla Spagna al 93 e dall’Italia, all’ultimo posto, con un indice di 85 punti.

L’emorragia delle classi e delle cattedre. Tra dieci anni, insomma, avremo meno alunni e, di conseguenza, meno classi/sezioni e meno cattedre. In numeri assoluti, la Fondazione Agnelli prevede che, entro il 2028, la scuola dell’infanzia perderà 6.343 classi/ sezioni, la primaria 17.956, la secondaria di primo grado 9.420 e la secondaria di secondo grado 3.002. In totale, a livello nazionale le classi/sezioni perse saranno 36.721.

Questi, invece, gli effetti sugli organici: -12.600 cattedre alla scuola dell’infanzia, -22.100 alla primaria, -15.700 alla secondaria di primo grado e -5.200 alla secondaria di secondo grado. Complessivamente, entro il 2028, la scuola italiana perderà 55.600 cattedre, pari, per esempio, a oltre la metà degli insegnanti assunti con la Buona scuola negli ultimi due anni.

La contrazione delle classi e degli organici, con il conseguente e cospicuo eccesso di insegnanti, sarà omogenea in tutta Italia. Non sarà più vero, quindi, l’assunto, ripetuto all’infinito in questi anni anche per giustificare la “migrazione” di tanti docenti, secondo cui «i professori sono al Sud ma le cattedre sono al Nord». Anche il settentrione perderà alunni e insegnanti.

La popolazione scolastica calerà ovunque. Partendo dai dati delle proiezioni demografiche dell’Istat aggiornate al 2016, la Fondazione Agnelli prevede che, per quanto riguarda la scuola dell’infanzia (3-5 anni), la popolazione calerà ovunque: del 14% al Nord e al Centro e del 17% al Sud. Non andrà meglio alla primaria (6-10 anni): -16% al Nord, -14% al Centro e -19% al Sud. Stesso trend, anche se con percentuali leggermente diverse, alla secondaria di primo grado (11-13 anni). Qui il calo della popolazione sarà del 10% al Nord, del 19% al Centro e del 9% al Sud. In controtendenza la situazione della secondaria di secondo grado (14-18 anni), che riceverà “l’onda lunga” di chi oggi frequenta l’infanzia e le elementari. Per questo ordine di scuola la popolazione crescerà ancora per un decennio al Nord (+4%) e al Centro (+6%), ma continuerà a scendere al Sud (-13%).

Due miliardi di euro l’anno “risparmiati”. Le 55.600 cattedre in meno avranno un duplice impatto: sui conti pubblici, con un “risparmio” di quasi due miliardi di euro l’anno (1.826 milioni per la precisione), in mancati stipendi e sull’innovazione della didattica. Un versante, quest’ultimo, che, stando alle previsioni della Fondazione Agnelli, andrà in grave sofferenza a causa del blocco del turn over che impedirà l’ingresso nella scuola ai giovani insegnanti. Un problema in più sul tavolo del prossimo governo.

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La contrazione dei posti riguarderà tutte le Regioni, anche quelle del Nord e garantirà un risparmio annuo di 2 miliardi di euro. Ma bloccherà anche l’ingresso dei giovani insegnanti

 

La proposta

«Aumentare il tempo pieno» 

«Il campo di gioco è profondamente cambiato e chi assumerà l’onere di governare dovrà tenerne conto e cominciare a ragionare sulla scuola che verrà con parametri diversi». Il mutamento di scenario provocato dal costante calo demografico in atto in Italia, comporta un «ripensamento globale del sistema nazionale d’istruzione», secondo l’analisi del direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto.

Meno studenti, meno classi e meno insegnanti significano anche un risparmio per lo Stato di 2 miliardi di euro l’anno: come andrebbero utilizzati questi soldi?

Le possibilità sono molteplici. Quella che mi piace meno è il non fare nulla, accettando la riduzione degli organici e il conseguente minor tasso di rinnovamento del corpo docente. Limitandosi a “incassare” questi soldi, il governo condannerebbe l’Italia ad avere una scuola vecchia con metodi di insegnamento superati.

Quali scelte di politica scolastica dovrebbe allora assumere il prossimo esecutivo?

A nostro giudizio, le risorse risparmiate dovrebbero essere destinate a un aumento della qualità dell’offerta formativa. Personalmente, la soluzione che preferisco è l’allungamento del tempo scuola mediante l’apertura pomeridiana degli istituti, con la possibilità di ampliare la scelta delle famiglie rispetto al tempo pieno e prolungato. Questi soldi potrebbero poi essere utilmente investiti anche nella programmazione di attività integrative, nel supporto dei percorsi formativi personalizzati, soprattutto in chiave anti dispersione. Un dramma che, soprattutto al Sud, riguarda il 20% degli studenti che abbandona precocemente gli studi.

La cancellazione di oltre 55mila classi limiterà la possibilità di assumere i giovani insegnanti: lo svecchiamento del corpo docente è una battaglia persa?

Qualcosa di può fare, aumentando, ad esempio, il numero medio di insegnanti per classe. Come nel 1990 con l’introduzione del modulo didattico alle elementari, questo favorirebbe lo sviluppo di forme di co-progettazione interdisciplinare anche ai gradi scolastici superiori. Infine, la terza proposta riguarda la riduzione del numero medio di alunni per classe. L’hanno fatto in Francia con la riforma Macron, che prevede il dimezzamento nelle aree più problematiche, con un rapporto di un docente ogni dodici alunni.

Resta il fatto che, se non si inverte il trend della natalità, si potranno soltanto cucire delle pezze su un vestito ormai logoro. A chi guardare per mettere in campo politiche familiari davvero efficaci?

Ancora una volta alla Francia, che prevede politiche specifiche per le famiglie numerose e nuovi servizi per l’infanzia, come i nidi e le scuole materne. Guardando in casa nostra, direi che un Paese con il nostro tasso di natalità dovrebbe preoccuparsi di aprire, non di chiudere le frontiere. Come vediamo in tanti piccoli contesti locali, che sono riusciti a tenere aperte le loro piccole scuole grazie all’apporto delle famiglie non italiane, l’immigrazione è il tema centrale per il mantenimento della popolazione scolastica.

Paolo Ferrario

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