L’Esortazione apostolica Gaudete et exultate “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo” AVV 10.4.18

Il documento Nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate il Pontefice indica la via per santificarsi nella vita quotidiana Anche nei media cattolici rischi di eccessi. Il Diavolo? Non mito ma un essere personale che ci tormenta

Il Papa: la santità chiama tutti anche nel mondo di oggi

STEFANIA FALASCA             ROMA

E’ l’urgenza di una risalita all’essenzialità. A ciò che conta per vivere pienamente da uomini e da veri cristiani nel contesto storico attuale. L’Esortazione apostolica Gaudete et exultate “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo” non è perciò riservata a pochi ma è una via per tutti. Non un trattato sulla santità, ma una sua descrizione, così come l’aveva profilata il Concilio Vaticano II nella Lumen gentium.

Nei cinque capitoli del documento papa Francesco sgombera così il campo dalle false immagini che si possono avere della santità, da ciò che è nocivo e ideologico e «da tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale», e, spiegando che la santità è frutto della grazia di Dio, indica le caratteristiche che ne costituiscono un modello a partire dal Vangelo. Illumina così la vita nell’amore non separabile per Dio e per il prossimo, che è il comandamento centrale della carità e il cuore delVangelo dalle parole stesse di Gesù: «Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse sono come la carta d’identità del cristiano». «In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita».

È il capitolo centrale dell’esortazione. Il canovaccio di riferimento di uno stile di vita. E si comprende da qui la forza e l’utilità di questo documento che mette insieme in modo organico ciò su cui Papa Francesco insiste da cinque anni, andando controcorrente rispetto a quanto abitualmente si fa nella società. «La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale – scrive –. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato».

La santità della porta accanto

«Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità… Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente», scrive Francesco e nel primo capitolo ricordando che i santi non sono solo quelli già beatificati o canonizzati. «Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere… Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (7). «Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno» (14). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza, «ognuno per la sua via, dice il Concilio » (15).

I due nemici della santità e il cuore della Legge

Nel secondo capitolo si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo ». Ancora una volta, quindi, il Papa fa riferimento a queste eresie «sorte nei primi secoli cristiani» e che «continuano ad avere un’allarmante attualità» dentro la Chiesa (35). Si tratta di «due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario » (35). I «nuovi pelagiani» ad esempio «per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato attraverso nor-È me e strutture ecclesiali – spiega il Papa – complicano il Vangelo e diventando schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca» ( 59). E si manifesta in molti atteggiamenti: «L’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo» (57).

Le Beatitudini: ritratto di Gesù e stile di vita controcorrente

Nel terzo capitolo Francesco srotola una per una le beatitudini evangeliche contenute nel capitolo 5 del Vangelo di Matteo e le rilegge attualizzandole. «Vivere le Beatitudini – spiega – diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata». Ma queste sono «la carta d’identità del cristiano».

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli: «Le ricchezze non ti assicurano nulla – ricorda il Papa –. Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli » (68). «Essere poveri nel cuore, questo è santità». Beati i miti, perché avranno in eredità la terra: «È un’espressione forte, in questo mondo che fin dall’inizio è un luogo di inimicizia dove si litiga ovunque, dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini» (71). Osserva Francesco: «Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”. Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino». La mitezza è propria di Cristo: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” ( Mt 11,29). Il Papa pertanto ricorda che «anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza, e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza. Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello» (73). «Reagire con mitezza, questo è santità».

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. «La persona che vede le cose come sono realmente – scrive – si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice» (76). «Saper piangere con gli altri, questo è santità».

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati: «La giustizia che propone Gesù – spiega – non è come quella che cerca il mondo, molte volte macchiata da interessi meschini, manipolata da un lato o dall’altro. La realtà ci mostra quanto sia facile entrare nelle combriccole della corruzione, far parte di quella politica quotidiana del “do perché mi diano”, in cui tutto è commercio» e si resta «ad osservare impotenti come gli altri si danno il cambio a spartirsi la torta della vita» (78). «Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità».

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. «“Tutto quanto vorrete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare in ogni caso » (80). Gesù, ricorda il Papa, «non dice “Beati quelli che programmano vendetta”, ma chiama beati coloro che perdonano e lo fanno “settanta volte sette?”». «Guardare e agire e agire con misericordia, questo è santità».

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

«Quando il cuore ama Dio e il prossimo, quando questo è la sua vera intenzione e non parole vuote, allora quel cuore è puro e può vedere Dio» (86). «Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità».

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio: «Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la pace», scrive Francesco (87). Mentre i pacifici «costruiscono pace e amicizia sociale» (88). «Seminare pace intorno a noi, questo è santità».

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli: «Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità – avverte il Papa – non pretendiamo una vita comoda» (90). «Non si può aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto intorno a noi sia favorevole» (91). Ma Francesco spiega anche che «un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti ». Non erano così gli Apostoli che «godevano della simpatia di tutto il popolo? » (93). Quanto alle persecuzioni, esse «non sono una realtà del passato, perché anche oggi le soffriamo, sia in maniera cruenta, come tanti martiri contemporanei, sia in un modo più sottile, attraverso calunnie e falsità» (94). «Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità».

Il protocollo su cui saremo giudicati

Francesco rievoca le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo (25,31-46) sul dar da mangiare agli affamati e accogliere gli stranieri e ricorda che queste sono la «regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso… un problema che devono risolvere i politici… Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità… un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!» (98). «In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi ». Pertanto – afferma Francesco – «davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, sine glossa, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza».

La nocività delle ideologie

Purtroppo, scrive Francesco, a volte «le ideologie ci portano a due errori nocivi». Da una parte, quello di trasformare «il cristianesimo in una sorta di Ong», privandolo della sua «luminosa spiritualità» (100). Dall’altra parte c’è l’errore di quanti «vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista ». O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata… Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo» (101).

Il santo e la violenza verbale dei media

All’interno del grande quadro della santità proposte dalle Beatitudini, nel quarto capitolo Francesco presenta alcune caratteristiche che, a suo giudizio, sono indispensabili per comprendere lo stile di vita a cui Cristo ci chiama nel contesto attuale «dove si manifestano – afferma – l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale». Le prime sono: la sopportazione, la pazienza e la mitezza. Virtù necessarie. «Anche i cristiani – scrive poi Francesco – possono partecipare a reti di violenza verbale mediante Internet… Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui». «È significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà» (115). Il santo, ricorda Francesco, «evita la violenza verbale» (116).

L’umiltà e le umiliazioni

«L’umiltà – spiega il Pontefice – può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità» (118). Non si riferisce solo alle situazioni violente di martirio, «ma alle umiliazioni quotidiane di coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di sé stessi e preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore» (119).

Senso dello humour e fervore

Il Papa sottolinea che quanto detto finora «non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo» (122). Bisogna superare la tentazione di «fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (134).

«Dio è sempre novità – scrive Francesco – che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere » (135). Ci mette in moto, ricorda il Papa, l’esempio di tanti preti, religiose e laici «che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita… La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita» (138).

In lotta contro il demonio

Il quinto capitolo avverte che il cammino per la santità è anche «una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male» (159). Il “male” citato nel Padre Nostro è «il Maligno» e «indica un essere personale che ci tormenta» (160). «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi» (161). E può portare alla «corruzione spirituale », che «è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” ( 2 Cor 11,14)» (165). «Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo – ricorda Francesco – è il discernimento» che «è anche un dono che bisogna chiedere» (166).

Un’esistenza disponibile per Dio e per i fratelli

«San Paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere “a nessuno male per male” ( Rm12,17), a non voler farsi giustizia da sé stessi (cfr v. 19) e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene (cfr v. 21). Questo atteggiamento non è segno di debolezza ma della vera forza ». Solo «chi è disposto ad ascoltare – conclude Francesco – è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che porta a una vita migliore» (172). Questo atteggiamento «implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza» (173).

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Il tema Alla presentazione di “Gaudete et exsultate” l’arcivescovo De Donatis la ex presidente di Ac Bignardi e il giornalista Valente: lo gnosticismo e il pelagianesimo sono due falsificazioni che possono farci sbagliare strada. «Il contrario della santità non è il peccato ma l’accontentarsi di un’esistenza mediocre»

«È la felicità per cui siamo creati»

STEFANIA FALASCA            ROMA

«Credo che l’Esortazione apostolica di papa Francesco sulla santità sia il frutto del suo essere “padre”, e sia nata proprio dalla paternità spirituale che lo caratterizza». Così l’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario per la diocesi di Roma, ha risposto ai giornalisti durante la presentazione della Gaudete et exsultate presso la Sala stampa vaticana. Insieme a De Donatis sono intervenuti l’ex presidente dell’Azione cattolica italiana, Paola Bignardi e il giornalista Gianni Valente, per il quale la genesi del documento è da inquadrare alla radice del magistero precedente come indicazione di ciò che è «prioritario e importante» nella vita di fede rispetto a una certa «spettacolarizzazione della Chiesa». Per Bignardi, si tratta di un documento attraverso il quale «i cristiani, e non solo i cristiani, troveranno conferma e incoraggiamento a tante intuizioni della loro quotidianità». Introdotti dal direttore della Sala Stampa Greg Burke, che ha anche trasmesso un video sul documento pontificio, i tre relato- ri hanno presentato le cinque parti in cui il testo è articolato. Dei temi toccati dal Papa, il primo – la chiamata alla santità – e l’ultimo capitolo – il combattimento spirituale, la vigilanza e il discernimento – sono stati commentati dal vicario di Roma. Gianni Valente, ha ripreso il secondo, dedicato a due nemici della santità, il pelagianesimo e lo gnosticismo, mentre Paola Bignardi il terzo e il quarto capitolo: vivere le beatitudini oggi e alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale.

«Perché un’esortazione apostolica sulla chiamata alla santità? Questo linguaggio ecclesiale non è, quantomeno, da addetti ai lavori, cioè da religiosi?» ha detto De Donatis. In effetti la parola santità – ha commentato – è considerata un po’ antiquata proprio da quel mondo contemporaneo a cui l’esortazione vorrebbe rivolgersi. «Chi oggi esprimerebbe con questa parola ciò a cui il suo cuore aspira, per sé e per la propria esistenza quotidiana? Queste brevi considerazioni, che forse esprimono il pensiero di tante persone, ci dicono subito qual è la sfida che l’esortazione intende affrontare: mostrare l’attualità perenne della santità cristiana, presentandone il contenuto, così come è narrato dalla Scrittura, in modo da poterla proporre a tutti come meta desiderabile del proprio cammino umano, come una chiamata che Dio rivolge a ciascuno». Se papa Francesco sintetizza così la santità è «la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati» – ha ripreso ancora l’arcivescovo – il contrario della santità non è, prima di tutto, una vita di peccato, quanto «l’accontentarsi di un’esistenza mediocre, annacquata e inconsistente ». Essere cristiani significa ricevere da Dio il dono di una vita bella, ricca di senso, mettersi in un cammino che renda «più vivi e più umani». La prima cosa che colpisce in questo documento è la determinazione con cui si sostiene che la santità appartiene alla gente comune – ha ripreso Bignardi – che ha un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti. «Dunque – ha sottolineato – una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali, ma che rappresenta il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana. La conseguenza di questo è subito detta: se non vi è vocazione o condizione esistenziale incompatibile con la chiamata alla santità, la vita cristiana non può realizzarsi pienamente se non nella prospettiva della santità, non vi sono percorsi intermedi o accomodamenti con lo sconto. La regola di essa è presentata nel terzo e quarto capitolo del documento è data dalle Beatitudini e da quella che papa Francesco chiama la “grande regola di comportamento” proposta nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: la concreta misericordia verso il povero». Gianni Valente ha invece sviscerato quelle che il Papa definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo», le due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità». Per comprendere cosa c’entrano gnosticismo e pelagianesimo in un testo papale sulla chiamata universale alla santità, Valente, che già nel mensile

30Giorni aveva trattato queste tematiche, è partito proprio dalla natura della santità, da come la santità viene vissuta e considerata nella Chiesa e nel suo insegnamento. «Se la santità è un frutto è un dono della grazia nella vita della Chiesa – ha spiegato – questo vuol dire che la santità non è l’esito di un proprio sforzo, non è una montagna da scalare da soli. Vuol dire che non si possono fare strategie o programmi pastorali per ‘produrre’ la santità. Vuol dire soprattutto che è Cristo stesso l’iniziatore e il perfezionatore della santità. Per questo la santità è il tesoro della Chiesa: perché se ci sono santi vuol dire che Cristo è vivo, e continua a operare in loro, a cambiare le loro vite, e noi possiamo vederne gli effetti. E sempre per questo è vero anche che le “proposte ingannevoli” che si muovono sulla scia del pelagianesimo e dello gnosticismo rappresentano un ostacolo per la chiamata universale a essere santi: esse infatti ripropongono in varie forme l’antico inganno pelagiano o quello gnostico: cioè occultano o rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire».

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«Riguardo alla vita morale è la Veritatis splendor di Bergoglio»

ANDREA GALLI

È un documento che, per quanto riguarda la vita morale, è un po’ la Veritatis splendor di papa Francesco». Don Basilio Petrà sceglie un paragone molto audace per esprimere a caldo un giudizio sull’ultima Esortazione apostolica di Bergoglio. Classe 1946, presibitero della diocesi di Prato, presidente dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (Atism) e preside della Facoltà teologica dell’Italia Centrale, don Petrà spiega la sua considerazione a partire da uno spunto testuale: «Qui il cammino etico viene collocato interamente all’interno del cammino di santità, che è il cammino della vita cristiana, quello a cui tutti noi siamo chiamati. La vita cristiana coincide insomma con la vita di santità. In essa viene innestato il cammino etico, letto alla luce del primato del-« la vita spirituale, dell’azione dello Spirito nella vita del fedele. Non a caso le Beatitudini sono centrali, un punto che era presente anche nel capitolo primo della Veritatis splendor di papa Wojtyla, ma che era rimasto tutto sommato in ombra, mentre qui diventa un punto chiave. I comportamenti, il modo di fare del cristiano sono delineati dalle Beatitudini, che non sono soltanto delle promesse, come diceva la Veritatis splendor, ma sono modi di fare, di agire, quindi hanno hanno e danno un’impronta primaria. Le norme cristiane coincidono con il vissuto delle Beatitudini». Ma l’elemento che motiva forse di più il paragone fatto con la Veritatis splendor don Petrà lo specifica così: «Francesco mette in evidenza che la vita cristiana è l’esistenza in Cristo, l’unione con Cristo, la carità e le virtù teologali… che si realizzano nei limiti della storia. E L’uomo è chiamato ad aprirsi, nella sua dimensione limitata, all’azione della grazia e a operare un discernimento quanto più ricco sì da poter individuare sempre di più i beni possibili nella storia e crescere nella via del bene. In questo senso non sono le leggi quelle che devono essere osservate: esse sono degli aiuti per il discernimento, ma non possono essere considerate le norme a cui conformarci, perché l’uomo è chiamato a conformarsi all’azione dello Spirito e a ciò che lo Spirito gli va chiedendo nel concreto del suo cammino storico, inevitabilmente limitato e condizionato ». Le norme morali assolute o gli intrinsece mala sembrano quindi dover essere riletti in una luce diversa rispetto alla grande enciclica del 1993 di san Giovanni Paolo II. E don Petrà sottolinea come Gaudete et exsultate «offra gli elementi che stanno a fondamento di Evangelii gaudium e Amoris laetitia, se uno vuole capire meglio quei documenti può e deve sicuramente guardare a questa Esortazione». Esortazione in cui, sempre per il teologo toscano, «la tradizione della Compagnia di Gesù è molto presente»: «Tutta l’impostazione viene inquadrata nella unione con il mistero, con i misteri di Cristo per cui il credente è chiamato a svelare il volto di Cristo nella storia secondo la propria vocazione, la sua via propria, che non è uguale a quella di un altro. Il Cristocentrismo è forte. Su di esso si innesta tutto il processo del discernimento degli spiriti, che è un capitolo decisamente ignaziano. L’aspetto contemplativo non emerge in modo dominante, però il discernimento ha inevitabilmente una dimensione orante, si basa su un’esperienza continua dell’azione dello Spirito nella propria vita. In questo senso si può dire che c’è anche un piano mistico, tra virgolette».

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Il teologo don Basilio Petrà: il cristiano è chiamato a conformarsi a ciò che lo Spirito gli chiede nel cammino storico, non a delle norme

Il teologo Basilio Petrà, presidente dell’Atism e preside della Facoltà teologica dell’Italia Centrale

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