DIBATTITO IL RUOLO DEI CRISTIANI NEL NUOVO SCENARIO Credenti, il voto da riempire AVV 31.3.18

DIBATTITO

IL RUOLO DEI CRISTIANI NEL NUOVO SCENARIO

Credenti, il voto da riempire

 

Secolarizzazione, cattolicesimo spirituale, incidenza politica

LA SPIEGABILE DISERZIONE CHE NON PUÒ DURARE

Caro direttore, il dibattito che si è aperto anche su ‘Avvenire’ – e che è stato al centro di un interessante dossier di ‘Famiglia cristiana’ – circa il ruolo dei cattolici in politica dopo il voto di marzo merita di essere approfondito sotto un profilo che, a modesto avviso di chi scrive, non è stato adeguatamente tenuto presente. Si è, cioè, sottovalutato un fattore determinante ai fini della valutazione della stessa presenza di cattolici autentici, e non di facciata, nel Parlamento uscito dalle recenti elezioni.

Questo fattore, probabilmente decisivo, è rappresentato dal sempre più marcato e accentuato processo di secolarizzazione che caratterizza da alcuni decenni anche il nostro Paese: processo che ha conosciuto due esiti in parte diversi (e talora opposti), in parte convergenti.

Secolarizzazione, come noto, significa pensare la vita e viverla ‘come se Dio non ci fosse’ e non avesse comunque modo alcuno di essere presente nella storia: salvo il rifugiarsi di poche ‘anime belle’ nel segreto e nell’intimità delle coscienze.

Gli esiti della secolarizzazione sono sotto gli occhi di tutti ed emergono impietosamente da dati come quelli relativi alla partecipazione alla Messa domenicale, al rapporto tra ‘matrimoni civili’ e ‘matrimoni religiosi’, dalla progressiva, e inquietante, diminuzione delle persone che decidono di consacrare la loro vita al servizio di Dio.

Gli scenari della politica altro non fanno che riprodurre, seppure non sempre in modo lineare, il vissuto della società. Con un’importante differenza, tuttavia, rispetto al passato: che un tempo era ‘di rigore’ appellarsi – da destra a sinistra – ai valori cattolici (da una parte il riconoscimento delle libertà individuali, dall’altra gli appelli alla giustizia sociale…); oggi questo non appare più necessario, in nome di una pretesa e totale ‘laicità’ della politica.

Ma il fenomeno della secolarizzazione incide anche sul rapporto fra credenti e politica, nella misura in cui induce ad affrontare quella sfida in una prospettiva individualistica (la ‘conversione’ delle persone, il ritorno alla frequenza ai sacramenti, la fedeltà nel matrimonio, e così via) e comunque privata. Il ‘ritorno alla fede’ sembra degno di esser perseguito, assai più della realizzazione della giustizia.

Nasce da qui, se non proprio la irrilevanza, certo la subalternità della politica nell’immaginario della coscienza cattolica nel suo complesso: alla sfida della secolarizzazione, in altre parole, corrisponde un più forte impegno di evangelizzazione che ha di mira prevalentemente il cambiamento delle coscienze piuttosto che la riforma della società. Una sorta di deriva intimistica, per effetto della quale disertare la Messa è incomparabilmente più grave che disertare le urne e, in generale, astenersi dall’attiva partecipazione alla vita della Città.

Se la linea di lettura del voto di maggio qui abbozzata (con specifico riferimento ai cattolici), è esatta, vago o generico appare il riferimento a una Dottrina sociale che pure ha prodotto, da cinquant’anni a questa parte, documenti di altissimo valore. Non è in quei testi che i cattolici cercano le fonti del loro impegno di evangelizzazione (perché anche la società è da evangelizzare), bensì in ‘messaggi’ altamente ‘spirituali’ che si dirigono ai singoli individui e trascurano del tutto il rapporto persona-società: rapporto che invece dovrebbe essere ineludibile per ogni autentico credente.

Qui dunque, alla fine, sta il problema: recuperare il Vangelo nella sua dimensione sociale e non più soltanto in quella individuale.

Perché solo allora si comprenderà che abbandonare la città dell’uomo, in nome di una presunta ed asettica ‘città di Dio’, rappresenterebbe una ‘diserzione’ non consentita ai cristiani, come già ammoniva un antico testo delle prime comunità cristiane, la ‘Lettera a Diogneto’.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

di Giorgio Campanini

Copyright © Avvenire

 

L’orientamento delle urne, la sorte di una tradizione di impegno

UNA DOPPIA QUESTIONE: CATTOLICA E POLITICA

Caro direttore, tra noi se ne discute spesso e – in diversi modi, pure sulle pagine di ‘Avvenire’ lo si è fatto anche a cavallo delle recenti elezioni. È meno usuale che lo faccia un osservatore distante ma acuto quale Adriano Sofri, che si è interrogato a proposito di un’asserita «nuova questione cattolica». Qui mi limito a qualche telegrafico spunto, a modo di tesi che esigerebbero di essere ben altrimenti argomentate. Giusto per alimentare la riflessione.

Circa l’impressione di una modesta ‘rilevanza cattolica’ in politica è difficile non convenire. Ma domando: trattasi di una inadeguata rilevanza eminentemente politica o non piuttosto, più latamente e a monte, di un deficit di rilevanza nel campo della società, della cultura, delle professioni?

Di più: forse merita interrogarsi sul concetto stesso di rilevanza, se essa attiene alla consistenza sociologica dei cattolici o alla significanza e alla qualità cristiana della loro testimonianza nella sfera pubblica. Non è la stessa cosa.

Di sicuro la rilevanza – politica e no – non si misura attraverso i simboli e i nomi ‘residuali’ del cattolicesimo politico, che ancora qualcuno pateticamente esibisce. Residui caricaturali di una storia politica che, pur tra luci e ombre, ha indubbiamente conosciuto momenti alti. Una vicenda decisiva per il progresso materiale e civile del nostro Paese, per l’instaurazione e lo sviluppo della democrazia. Semmai l’uso politico della simbologia cristiana (in verità sempre meno attraente sul piano elettorale) è, alla rovescia, ulteriore indizio del suo svilimento.

Altra, più specifica questione è quella evocata da Sofri: «La disfatta della sinistra coincide con quella del cattolicesimo democratico». Sono d’accordo. C’è un nesso. Tuttavia con un’avvertenza: qui si parla specificamente del profilo politico del cattolicesimo e, segnatamente, di quella parte (che non è il tutto) del cattolicesimo politico cui in sede storiografica si è dato il nome di cattolicesimo democratico e che si discosta da altre varianti del cattolicesimo politico, decisamente più articolato, per due peculiarità: l’autonomia/laicità della politica e la sua indole riformatrice e solidarista.

L’attuale vertice Cei, in coerenza con la distanza dalla politica nostrana (intesa come contesa tra le parti) del pontificato di Francesco, si mostra attenta ma non interventista. Tuttavia, il vescovo Bruno Forte, a ragione, solleva un serio problema, alla luce dell’esito delle elezioni: sta bene la rinuncia all’interventismo e al collateralismo politico, ma non al punto da misconoscere la rilevanza pratica dei dettami evangelici. Già il cardinal Martini, certo refrattario alle interferenze politico-ecclesiastiche, tuttavia ammoniva la Chiesa stessa e i cristiani a non indulgere all’ignavia, a non praticare una comoda neutralità o una opportunistica equidistanza quando sono in gioco princìpi irrinunciabili per la coscienza cristiana. Senza reticenze verso i potenti. Difficile non riconoscere che, oggi come e più di ieri, certi attori politici vincenti pongano – è un eufemismo – qualche problema a una matura coscienza cristiana.

Davvero improponibile il paragone con la Dc e la sua centralità politica, per innumerevoli ragioni: di quadro storico-politico interno e internazionale, di contesto socioreligioso allora a sfondo largamente cristiano, di modello di partito: la Dc fu un contenitore, il «partito italiano» (Agostino Giovagnoli), una «grande convenzione di consensi» (Gabriele De Rosa); un partito a denominazione cristiana, ma anche secolarizzato, in positivo e in negativo. Un partito appunto nel quale convivevano Moro e Andreotti, Gava e Andreatta, cioè personalità diversissime non solo sotto il profilo politico, ma anche con riguardo al tema del quale qui ci occupiamo e cioè la visione (e la pratica interpretazione) del rapporto con l’ispirazione cristiana e con la Chiesa.

A distanza di qualche anno, forse possiamo discutere, sine ira ac studio, a proposito della stagione segnata da un certo protagonismo ecclesiastico non privo di ‘rilevanza’ politica, specie ma non solo sulle cosiddette questioni eticamente sensibili. Esso – ha notato Maurizio Crippa su ‘Il Foglio’ – non ha sortito «una presenza politica rilevante o di indirizzo». Anzi merita chiedersi se una certa verticalizzazione e un «interventismo sostitutivo» non abbiano mortificato l’autonomo protagonismo del laicato impegnato politicamente e il tradizionale associazionismo cattolico, storicamente vivaio di vocazioni politiche. Con conseguenze di lungo periodo che ancora scontiamo.

Resta il problema conclusivamente sollevato sia da Sofri che dal ‘Foglio’, espresso nella forma provocatoria del ‘Salvini nuovo De Gasperi’ e del ‘Di Maio nuovo Gava’. In realtà, trattasi di due problemi: quello della vistosa distanza tra il cristianesimo quale proclamato da papa Francesco e il comportamento di voto di tanti buoni cristiani (questione cattolica in senso proprio); e il problema della effettiva marginalità politica (estinzione?) di quella tradizione che porta il nome di cattolicesimo democratico (questione schiettamente politica). Problemi distinti, ma certo anche connessi. Il primo decisamente più cruciale e, in qualche modo, condizionante il secondo. Giusto tornarci su.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

di Franco Monaco

 

Copyright © Avvenire

Powered by TECNAVIA

Start a Conversation