Il “terremoto” di un bimbo Down «Io, genitore ancora una volta mi sento finalmente figlio» AVV 18.3.18

Il “terremoto” di un bimbo Down

«Io, genitore ancora una volta mi sento finalmente figlio»

GIGI DE PALO

 

Emi sembra di vivere in un sogno. Ancora non ho capito bene cosa sia successo, ma sento un vortice di sensazioni nuove nel cuore a cui non so dare spiegazioni. Una confusione primaverile, una cotta che non avevo programmato e che sta condizionando queste giornate così strane. Giorgio Maria ha già cambiato la mia vita.

Non è solo un figlio con la sindrome di Down, è un terremoto per le mie, ormai inutili, certezze. Sciolte come neve al sole. È un pensiero dominante. È la sensazione che provavo da bambino andando a dormire il giorno dopo l’arrivo di Babbo Natale e mi svegliavo emozionato e felice perché era arrivato quel regalo inaspettato che non c’era scritto sulla letterina, ma che mi piaceva più degli altri. La fantasia della vita che supera i miei schemi rigidi e ripetitivi. La concretezza che irrompe, sfascia e ridicolizza la teoria delle astrazioni. Amoris Laetitia urlata in faccia senza mediazioni.

E mi ritrovo, a quarantuno anni, nuovamente padre, a passeggiare con il motorino per Roma canticchiando canzoni di Claudio Baglioni. Mi sorprendo a commuovermi di felicità per qualcosa che, forse, dovrebbe preoccuparmi. Essere padre di un bimbo down non è e non sarà una passeggiata. E soprattutto non è una medaglia da mostrare per far vedere quanto si è bravi. A me i primi della classe non sono mai piaciuti… E per la prima volta mi accorgo dell’esercito silenzioso di mamme e papà che, ogni santo giorno, si fanno in quattro, senza clamori per un figlio in difficoltà. È proprio vero: la realtà è un pugno allo stomaco che ti sveglia dalle storie che ti racconti. E allora guardo mia moglie, rimbambita di gioia pure lei, inebetita d’amore come l’avevo vista solamente quando è diventata mamma la prima volta. Innamorata persa. Questo nuovo figlio è la ciliegina sulla torta per la nostra famiglia numerosa. Perché è facile raccontare la bellezza della famiglia quando va tutto bene. Un po’ più difficile quando la vita ti scombina tutti i piani. Quando ti immaginavi su due binari rettilinei e invece ti ritrovi a tutta velocità sulle montagne russe.

Adesso viene il bello. Adesso scoprirò chi sono veramente. Adesso mi scontrerò con tutti i miei limiti, quelli che tendo a nascondere sotto al tappeto. E misteriosamente mi sento meno stanco perché non devo più vivere solo per me. Mi perdo, mi abbandono, mi rinnego, sono disposto a dare la mia vita per questo figlio un po’ più fragile. E le paure che avevo non potranno più essere. È bello non avere più diritto alla scusa della paura.

Giorgio Maria, sei tu questo scossone che mi sveglia da me. Ci sei tu a ricordarmi che la vita è più forte della morte. L’amore più grande della paura. È bastata la tua manina che stringeva il mio dito dalla fessura dell’incubatrice per sentirmi abbracciare da dentro. Come è strano: è bastato diventare tuo padre per sentirmi finalmente figlio.

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