DIBATTITO GLI EFFETTI DI AUTOMAZIONE E RIVOLUZIONE DIGITALE SUI MODELLI SOCIALI Avv 21.2.18

DIBATTITO

GLI EFFETTI DI AUTOMAZIONE E RIVOLUZIONE DIGITALE SUI MODELLI SOCIALI

Il lavoro cambia e trasforma la società

Dopo la Settimana sociale dei cattolici, svoltasi a ottobre 2017 a Cagliari e dedicata al «Lavoro libero, creativo, solidale e partecipativo», prosegue il dibattito sulla trasformazione dell’occupazione e dei modelli sociali. Temi che oggi intersecano anche i programmi elettorali e le posizioni dei diversi partiti. Il confronto è ripartito il 13 febbraio con un’analisi di Francesco Riccardi dedicata alle tesi di Beppe Grillo, ideologo del Movimento 5 Stelle, sull’evoluzione del lavoro e sul reddito di cittadinanza come strumento per accompagnare tale trasformazione. In quell’occasione si coglieva la contraddizione tra l’annuncio della fine del lavoro, al posto del quale diveniva centrale e garante dell’inclusione sociale il reddito di cittadinanza, salvo subordinare quest’ultimo proprio all’accettazione di un lavoro. E si sosteneva come, invece, il lavoro rimarrà centrale perché connaturato all’uomo.

 

Oltre a redistribuire orari e redditi

L’ALTERNATIVA È COSTRUIRE UN’ECONOMIA COLLETTIVA

Il lavoro è in fase di profonda trasformazione ed è compito di tutti tenere gli occhi bene aperti per evitare di trovarci in situazioni di difficile gestione.

Ancora una volta il pericolo si chiama disoccupazione tecnologica, non certo una novità per il capitalismo, ma la quarta rivoluzione industriale oggi in atto, potrebbe avere effetti più dirompenti delle precedenti. La nuova frontiera è rappresentata dai robot e dall’intelligenza artificiale, la così detta smart technology che ci sta portando verso la smart society, la società definita intelligente perché gestita dalle macchine. Con sicuri effetti positivi secondo il World Economic Forum perché «i nuovi dispositivi ci aiuteranno a gestire meglio non solo i problemi di natura domestica, urbana e commerciale, ma anche quelli legati ai cambiamenti climatici».

Numerose ricerche, tuttavia, ci avvertono che la smart technology avrà anche ricadute preoccupanti sul lavoro. Per ammissione generale il settore che ne risentirà di più sarà quello manifatturiero, e per ironia della sorte i lavoratori maggiormente a rischio saranno quelli dei Paesi di recente industrializzazione.

Foxconn, l’azienda taiwanese che produce quasi la metà dei componenti elettronici destinati al consumo di massa e che ha tra i suoi clienti tutti i colossi del settore, da Apple a Microsoft, ha già intrapreso una lenta, ma costante, marcia verso l’automatizzazione. Nel 2016 ha ridotto la forza lavoro del suo stabilimento cinese di Kunshan da 110 mila a 50 mila persone grazie all’introduzione di robot che ha battezzato Foxbot. Ma il suo piano è rimpiazzare il 70% dei dipendenti (un milione sparsi per tutto il globo) lasciando negli stabilimenti solo un numero minimo di professionisti addetti ai controlli.

In ambito tessile sono già stati messi a punto robot capaci di tagliare e assemblare vestiti rendendo superflui milioni di lavoratrici asiatiche e mandando contemporaneamente in fumo i sogni di sviluppo occupazionale perseguiti da un Paese come l’Etiopia che ambiva a diventare la ‘Cina dell’Africa’. Uno studio condotto nel 2016 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), su Cambogia, Indonesia, Vietnam, Filippine e Tailandia, prevede che a causa della tecnologia, questi Paesi avranno una perdita del 56% dei posti di lavoro. Praticamente tre su cinque.

In maniera egoistica potremmo alzare le spalle dicendoci che l’Asia è lontana, ma in un mondo globalizzato ciò che succede in ogni punto del globo si ripercuote inevitabilmente sulle economie di tutti gli altri Paesi. E come se non bastasse, si prevedono perdite significative anche nei Paesi occidentali pur avendo essi una struttura produttiva fortemente sbilanciata verso i servizi. Ma l’innovazione non conosce confini, e già fanno parlare di sé i robot che negli alberghi fanno servizio in camera, o le macchine che McDonald’s sta piazzando nei propri fast food capaci di produrre il panino indicato dal cliente al semplice tocco di schermo. Del resto l’impresa australiana Fastbrick Robotics ha sviluppato un robot che può mettere in posa mille mattoni l’ora, l’equivalente di quanto riuscirebbero a fare due muratori in un giorno. Per non parlare del robot elaborato dalla svedese DeLaval International, che permette alle mucche di mungersi da sole al bisogno. Quanto agli ospedali già si paventano macchine che all’ingresso del pronto soccorso ci misurano i parametri vitali per stabilire il nostro grado di gravità. In conclusione: McKensey stima che negli Stati Uniti il 51% degli occupati sono a rischio tecnologico, mentre in Europa saremmo al 35%.

Gli ottimisti sono convinti che tanti posti perderemo, tanti ne verranno creati, ma considerato che già oggi in Italia, fra ‘ufficiali’ e ‘scoraggiati’, abbiamo 6 milioni di disoccupati, 22% della forza lavoro, e che molti di coloro che risultano occupati lavorano parttime, non è azzardato pensare che stiamo andando verso un futuro in cui le imprese offriranno sempre meno lavoro. E se per alcune di loro il discorso finisce lì, soddisfatte anzi dell’accresciuta produttività che si trasforma in crescita di profitti, si pone al contrario un serio problema sociale, morale e politico per il rischio di andare verso una società sempre più polarizzata con pochi occupati capaci di alti livelli di acquisto e molti disoccupati che fanno la fame. Che fare?

La prima soluzione che viene alla mente si chiama redistribuzione, con due possibili opzioni:

redistribuzione del lavoro, tramite riduzione dell’orario di lavoro, o

redistribuzione del reddito, tramite tassazione della produzione e conseguente istituzione di un ‘reddito di esistenza’. Ovviamente sia una soluzione che l’altra aprono una serie di questioni morali, economiche e fiscali di non facile soluzione, ma il miglior modo per risolvere i problemi è affrontarli, non mettere la testa sotto la sabbia. Tenendo comunque a mente che esiste anche una terza possibilità che si chiama ‘economia collettiva’.

Una volta Matteo Renzi parlò di «lavoro di cittadinanza», ma non ne precisò il contenuto. Mi piace pensare che volesse riferirsi al fatto che accanto ai bisogni esaudibili sul mercato, esistono molti altri bisogni esaudibili solo attraverso la solidarietà collettiva. Potremmo parlare di beni comuni, ma anche di diritti. Di tutti quei bisogni, cioè, che la Costituzione si impegna a garantire a tutti indipendentemente dai livelli di reddito. Troppo spesso dimentichiamo che la sicurezza dei fiumi non si compra al supermercato, come dimentichiamo che la dignità umana è di competenza dell’intera collettività. Per cui, accanto al mercato, abbiamo bisogno di una forte economia collettiva funzionante col contributo di tutti per il bene di tutti. È troppo spingere il pensiero oltre l’ostacolo fino a immaginare una sfera pubblica capace di garantire una triplice area di sicurezza: dei diritti, dei beni comuni e dell’occupazione minima garantita? La civiltà di un Paese non si misura oggi né si misurerà domani in base al numero di robot, ma al grado di solidarietà che è capace di mettere in atto.

*Centro Nuovo modello di sviluppo

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di Francesco Gesualdi*

 

Una modernizzazione non al ribasso

INTELLIGENZA E PARTECIPAZIONE PER CREARE UN NUOVO SVILUPPO

Sviluppo e lavoro richiedono di essere assunti in termini contestuali. Il lavoro non viene ‘dopo’ lo sviluppo, come portato o conseguenza dello stesso. Al contrario, ne costituisce un elemento coessenziale al pari di altri fattori quali l’innovazione, la qualità, la creatività che proprio nelle persone trovano il loro radicamento e la possibilità di piena esplicazione. Il gap tra dinamiche produttive ed esigenze quantitative e qualitative del lavoro richiede di essere ricomposto nell’ambito di una concezione allargata di sviluppo, nella quale la valorizzazione delle risorse umane non è un costo da minimizzare, ma al contrario una grande opportunità, sia per aumentare la qualificazione e la competitività dell’intero sistema-Paese sia per ampliare la gamma di beni e servizi ad alto valore aggiunto. Con altre parole potremmo dire che per stare sulla scena mondiale un Paese come l’Italia non deve costare di meno (ci saranno sempre realtà con costi inferiori), ma al contrario valere di più.

Come declinare, pertanto, lavoro e sviluppo nell’ottica del bene comune? Ci sono a mio avviso tre passaggi fondamentali. Occorre in primo luogo investire nell’intelligenza. Ciò richiede uno sforzo massiccio nell’ambito della formazione, della ricerca, della realizzazione di reti attraverso le quali diffondere le innovazioni facendole fruttificare sul territorio. Questo però non è sufficiente.

Occorre altresì investire in una migliore qualità della vita per tutti. Vi sono bisogni ed esigenze che non possono più essere sacrificati a livello di cultura, lotta alla povertà e all’esclusione, sanità, protezione e valorizzazione dell’ambiente, ecc.. Essi rappresentano nel contempo importanti ‘giacimenti’ dai quali attingere per alimentare la crescita, radicandola più saldamente nella società civile. Per il nostro Paese vi è la necessità di risalire ‘a monte’ per esercitare una capacità di controllo e di condizionamento sulle determinanti del progresso scientificotecnologico e nel contempo estendersi ‘a valle’ per cogliere tutte le implicazioni del progresso stesso in termini di effetti moltiplicativi, di trascinamento, di generazione di nuove attività.

In secondo luogo occorre creare un clima di fiducia tra i vari protagonisti della società e dell’economia, in particolare imprese, sindacati, istituzioni. La concertazione è una questione europea, nazionale e anche locale.

Essa può essere intesa come una pratica che in sistemi complessi, con molti gradi di libertà, al loro interno, può consentire la combinazione virtuosa di progettualità, consenso e partecipazione. La concertazione risponde alla necessità di governare variabili economiche e sociali tra loro collegate da rapporti di interdipendenza e processualità e per le quali l’affidamento al solo mercato o alle prescrizioni dell’autorità pubblica si rivela o troppo rischioso o troppo costoso e, quindi, inefficace.

In altri termini, le strategie di gestione economica e sociale presentano connotati di collegialità, ovvero presuppongono un certo grado di coinvolgimento dei soggetti interessati sia a livello macro sia a livello micro. Tale coinvolgimento può assumere varie configurazioni: lo scambio di impegni reciproci o multilaterali tra i diversi protagonisti, in ordine al conseguimento di obiettivi pro tempore condivisi, la definizione di comuni regole del gioco, l’assunzione di comportamenti coordinati e integrati.

In terzo luogo occorre solidarietà. Solidarietà tra uomini e donne, tra padri e figli, tra regioni ricche e regioni povere, tra chi ha risorse finanziarie e chi ha capacità di iniziativa economica e sociale e chiede di essere sostenuto. La solidarietà è altresì presupposto per l’efficacia degli indispensabili processi di riconversione produttiva. Un ponte tra la ‘distruzione’ di attività (e quindi di posti di lavoro che non hanno più una ragionevole prospettiva) e la ‘creazione’ di nuove iniziative e possibilità occupazionali. La compensazione – quando c’è – non è né meccanica né automatica. Occorre tempo e in molti casi il ‘capitale umano’ che viene espulso dalle industrie che si ristrutturano non è lo stesso che domani sarà impegnato nelle nuove attività.

La modernizzazione del nostro Paese non può essere interpretata né al ribasso né tantomeno in chiave autoreferenziale. Deve essere solidale di un disegno di trasformazione reale. Un disegno nel quale far convergere le politiche di breve e le politiche di medio e lungo termine (oggi del tutto mancanti), nel quale far interagire il pubblico, il privato, il privatosociale (il gioco non è affatto a somma zero); nel quale armonizzare l’insieme e le parti (il federalismo è un patto per unire e non per dividere); il mercato e lo Stato; la libertà e la regolazione; la flessibilità e la sicurezza. Un disegno nel quale il sociale e il civile non sono confiscati, ma al contrario valorizzati per quanto di originale possono esprimere. Come ha affermato Jacques Delors: «La competizione stimola, la cooperazione consolida, la solidarietà unisce».

Le discriminanti di siffatto modo di ragionare sono etiche e politiche a un tempo. Ne indico sinteticamente tre. La prima: le trasformazioni, con le quali fare inevitabilmente i conti, esigono la capacità di coniugare sacrifici presenti e benefici futuri su una base di equità.

La seconda: le trasformazioni, per essere efficaci, richiedono adeguate forme di partecipazione e di controllo. La terza: le trasformazioni devono comportare la progressiva realizzazione di assetti più giusti ed equilibrati, un saldo netto in termini di democrazia sostanziale e di cittadinanza.

L’inserimento di una dimensione etica nel campo dell’economia richiede pertanto un’ipotesi forte di partecipazione, di coinvolgimento di risorse individuali e collettive, come modo per cogliere e valorizzare le interdipendenze tra gli uomini e le situazioni, promuovendo comportamenti più solidali. Tutto ciò, nel contempo, si rivela essenziale anche per il successo e le performance delle stesse iniziative economiche. Pur con tutti i limiti e le contraddizioni, il potenziale partecipativo oggi esistente è enorme. Un potenziale partecipativo che si lega a istanze profonde di giustizia, di umanizzazione, di democrazia in grado di esprimersi in tutti gli ambiti della vita associata.

*Professore emerito di Economia all’Università di Genova

© RIPRODUZIONE RISERVATA

di Lorenzo Caselli*

 

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