«Può essere disponibile un bene economico. La vita no» AVV 15.2.18

L’intervista La costituzionalista Lorenza Violini: l’autodeterminazione deve essere limitata, non diventi ‘insaziabile’

«Può essere disponibile un bene economico. La vita no»

MARCELLO PALMIERI

«La vita è un diritto fondamentale della persona, radice stessa dei diritti fondamentali tutelati dall’articolo 2 della Costituzione». Durante il Governo Letta, Lorenza Violini fece parte dei 35 ‘saggi’ chiamati a orientare le riforme. Ora, da professore ordinario, prosegue la sua docenza di Diritto costituzionale alla Statale di Milano.

La vita resta dunque un bene indisponibile per il nostro ordinamento?

Sotto il profilo fattuale, l’uomo ne ha la disponibilità e per questo può compiere anche scelte tragiche verso sé e la sua vita. Dal punto di vista giuridico, invece, il discorso è molto diverso: l’uomo può ‘disporre’ di alcuni beni ove questi abbiano valore economico. Essi e solo essi possono diventare oggetto di contratto in quanto economici. Per la vita, che non ha valore economico, le cose sono almeno parzialmente diverse.

In che modo?

Pensiamo alla schiavitù e alla vendita della prole, ma anche alla disponibilità di alcuni organi del nostro corpo: le prime due sono vietate, l’ultima è soggetta a importantissime restrizioni ed è subordinata alla non compromissione permanente della propria salute. Quindi parlare di disponibilità del bene-vita comporta un’importante rivoluzione sul piano dei fondamenti stessi dell’ordinamento. Ordinamento che per sua natura evolve nel tempo, ma che dinanzi a cambiamenti così radicali richiede che si agisca con molta prudenza, soprattutto per via delle conseguenze ‘seconde’ che verrebbero a esistere.

L’ordinanza milanese di rimessione alla Corte costituzionale include tra le libertà fondamentali anche quella relativa a ‘come e quando morire’…

È il principio dell’autodeterminazione: molto importante e quasi ovvio in una Costituzione liberale e democratica, ma non per questo si può sostenere che sia esente da limiti. Un valore giuridico, un principio costituzionale, per quanto importanti, non possono essere pensati e regolamentati senza che siano limitati e limitabili. Un principio non limitato è un principio che diventa tiranno: per questo si è parlato di ‘tirannia dei valori’ o di diritti insaziabili. Se insieme al diritto non si concepisce e indentifica il suo limite si toglie alla legge la possibilità di regolamentare la vita civile e sociale.

Come fare dunque a limitare l’autodeterminazione?

Anzitutto definendola, come tutti i princìpi costituzionali. Diversamente, e anche questa è un’evidenza di carattere generale, non si riescono a dare regole alla società.

I giudici milanesi ritengono che l’articolo 580 del Codice penale vìoli diversi principi costituzionali, inclusi alcuni alcuni che c’entrano poco…

È una tecnica argomentativa abbastanza frequente: quando una parte processuale sostiene l’illegittimità costituzionale di una norma, e i giudici le danno ragione, questi ultimi nell’ordinanza di rimessione alla Consulta ampliano molto i sospettati motivi d’incostituzionalità, così da presentare alla Corte uno spettro di valutazioni il più ampio possibile.

Se una persona giunge a propositi suicidari si può dire che il contesto in cui vive non è stato in grado di assicurarle la tutela di valori costituzionali?

Direi proprio di sì. Quello che viene in evidenza è il valore della solidarietà, qui declinato come necessità che il contesto sociale da cui la persona è circondata faccia tutto il possibile per scoraggiare questa forma ultima di annientamento di sé.

Quali sono le forme concrete in cui può esprimersi questa solidarietà?

Gli stadi sono diversi, l’ultimo è quello dell’approccio alla sofferenza. Penso alle cure palliative, non solo legittime ma anche doverose, che accompagnano la persona alla morte alleviandone le sofferenze. Definire invece l’aiuto al suicidio come una forma di solidarietà è problematico, perché qui la solidarietà cambia segno: non si tradurrebbe più di un principio volto alla conservazione dell’umano e alla sua valorizzazione ma finalizzato al suo annientamento.

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DA SAPERE

Nell’articolo 580 la vita indisponibile Nato nel 1889, coerente con la Carta

«Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio». Questo dispone oggi l’articolo 580 del Codice penale, al centro del processo di Milano e del rinvio alla Corte costituzionale, che fu codificato nel 1889 e dunque non risale al periodo fascista com’è stato erroneamente detto. Se lo si legge per intero, il 580 mostra in realtà di essere conforme ai princìpi della nostra Carta fondamentale che tutela l’indisponibilità della vita, inquadrandola non solo come bene del singolo ma dell’intera collettività. Nel corso degli anni, la giurisprudenza ha chiarito che azione punibile è quella dolosamente preordinata a determinare ma anche favorire in qualsiasi modo – purché diretto – il suicidio altrui, restando esclusa ogni ipotesi colposa.

(M.Palm.)

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