Biotestamento al bivio: cambiare o andare oltre? AVV 15.2.18

La denuncia Binetti (Noi con l’Italia): «Il disegno era quello di aprire le porte alla giurisprudenza creativa»

Biotestamento al bivio: cambiare o andare oltre?

Il centrodestra vuole modifiche. Asse Pd-M5S

ANGELO PICARIELLO

ROMA

All’indomani dell’approvazione della legge sul testamento biologico da parte di un’anomala maggioranza (Pd-sinistra- M5S), a metà dicembre, ci fu un coro: «Non è eutanasia». Una legge ‘fisarmonica’, in realtà, aperta al rischio di dubbi interpretativi e a stravolgimenti per via giurisdizionale. Di fatto quasi sparita dai radar nei programmi elettorali dei partiti. Chi ritenendo ormai la causa ‘persa’; chi considerandola viceversa vinta; chi ritenendo infine, pur avendo chiesto di più, che in fondo va bene così perché il resto sarebbe venuto in seguito. Una posizione, questa, che spiega l’esultanza, all’approvazione, da parte anche dell’Associazione radicale Luca Coscioni.

Il CENTRODESTRA VUOLE CAMBIARLA

Alessandro Pagano assicura che la Lega farà pesare i suoi numeri per cambiare la legge. «Proprio su questa norma decisi di uscire da Area Popolare – ricorda – e Matteo Salvini ha sottoscritto il nostro programma per la vita e per la famiglia, presentato a Roma, alla manifestazione che abbiamo tenuto a San Salvatore in Lauro, alla quale hanno partecipato anche Giorgia Meloni per Forza Italia e Maurizio Gasparri per Forza Italia».

MA SOLO IN 37 CI MISERO LA FACCIA

In realtà dentro Fi su tutto il fronte bioetico è prevalsa sempre, e prevale tuttora, la cautela. Sul testamento biologico gli azzurri sono per la libertà di coscienza e pur avendo tentato la strada degli emendamenti migliorativi (tutti bocciati) alla Camera, al momento del voto finale sono rimasti in pochi. Al Senato i giochi erano già fatti, la norma fu approvata senza modifiche. Mentre nell’aprile 2017 alla Camera, dove ci fu la discussione decisiva, non furono molti a metterci la faccia. Solo 37 furono i voti contrari, 15 di Forza Italia, 6 della Lega, 5 della ex Ap, 4 di Fratelli d’Italia, 2 dell’Udc, 1 di Idea e 3 del misto, per essere pre- cisi. E a ben vedere in questa campagna elettorale il tema non viene evocato da nessuno. Come archiviato nel dibattito dei partiti. Ci va giù duro, invece, il Popolo della Famiglia, che lotta per entrare in Parlamento proprio sulla promessa di dare battaglia per abolire norme approvate «contro vita e famiglia», ossia divorzio breve, legge Cirinnà e – appunto – biotestamento.

«UN DISEGNO GIA’ CHIARO»

«Chi ha voluto l’approvazione della legge con questa formulazione aveva perfettamente chiaro il suo disegno», dice l’onorevole Paola Binetti, deputata uscente, candidata per Noi con l’Italia-Udc. «Non a caso – ricorda – tutti i nostri emendamenti volti a inserire il divieto esplicito del suicidio assistito e dell’omicidio del consenziente sono stati bocciati. C’era già l’intenzione, evidentemente, di lasciare spazio alla giurisprudenza creativa, come ora sta emergendo». Ora, sul suicidio assistito di Dj Fabo è chiamata a decidere la Corte Costituzionale. «Secondo i giudici della Corte di Assise di Milano, all’individuo va ‘riconosciuta la libertà’ di decidere ‘come e quando morire’ proprio grazie ai principi della nostra Carta fondante», interviene Eugenia Roccella, del gruppo Idea, anche lei ora schierata con Noi con l’Italia. «Difficile pensare che i padri della Repubblica, usciti dalla tragedia della seconda guerra mondiale, si siano riuniti nell’assemblea costituente per stabilire il diritto a morire», ironizza. La quarta gamba del centrodestra ha la tutela della vita fra i suoi punti del programma, ma non c’è nessun riferimento esplicito alla norma sul fine vita. Sebbene nelle dichiarazioni di voto al Senato Gaetano Quagliariello abbia avvertito con chiarezza che «la via italiana all’eutanasia» sarebbe stata eliminata «quando un nuovo Parlamento vedrà ribaltati i rapporti di forza e una maggioranza di centrodestra», apportando significativi correttivi al testo, essenzialmente sul rafforzamento dell’alleanza medico-paziente e sul divieto di poter inserire idratazione e alimentazione artificiale fra le terapie rinunciabili attraverso le Dat.

IL PD: «BATTAGLIA DI CIVILTA’ VINTA»

Inutile cercare dichiarazioni del Pd sul testamento biologico. Se non per rivendicare una battaglia vinta ritenuta giusta. Una norma da archiviare con la dicitura ‘fatto’, non certo da correggere. Matteo Renzi ci è tornato di recente, alla scomparsa dell’ex presidente della Provincia di Firenze Michele Gesualdi, malato di Sla, che aveva scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato per affrettare l’approvazione della norma. «Un ultimo gesto lasciato al Paese – ha detto Renzi -, un grande contributo di civiltà sul fine vita con la sua testimonianza personale». Una battaglia che doveva servire, nelle intenzioni, anche a tentare di ricompattare il Pd visto che le due anime (quella renziana e quella poi confluita in LeU) erano concordi sul tema. Ma l’accelerazione di fine legislatura sul fine vita non è servita allo scopo, evidentemente. E anche per il partito di Pietro Grasso il capitolo sembra ormai archiviato, non se ne trova traccia in campagna elettorale.

LE OSCILLAZIONI DI M5S

Ma nello svolgimento del dibattito sul fine vita, e guardando ora ai nuovi equilibri che potranno manifestarsi in Parlamento, è cruciale il ruolo del M5S. Una «battaglia di civiltà» è stata definita: «Abbiamo rimesso al centro la dignità della parsona», scriveva il blog pentastellato, per una volta in piena sintonia con il Pd. Il popolo del Web nel settembre 2016 si era già espresso in maniera plebiscitaria (solo 934 contrari su circa 20mila votanti) per il sì alle Dat. Il deputato Matteo Mantero, autore di una proposta sul tema, aveva esultato, vedendo il via libera alla linea che aveva portato avanti fino a quel momento, molto filo-eutanasia. Questa posizione del M5S rende chiaro quanto difficile sia stato il tentativo di migliorare il testo da parte degli alleati centristi del Pd e degli stessi cattodem, dentro al Pd, e quanto difficile sia, ora, immaginare nuovi equilibri in grado di cambiare significativamente la norma da poco approvata. Anche se era stato Beppe Grillo, a sorpresa, a insinuare un dubbio: «Questo che chiamiamo ‘morire’ è una questione che ci trova ignoranti e intimoriti al tempo stesso». Ma alla fine hanno prevalso le certezze.

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LE ASSOCIAZIONI

«Principio di solidarietà radice da non estirpare»

«Un’altra tappa della via italiana all’eutanasia». È il giudizio di Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, per il quale «se la Consulta interverrà come auspicato dai giudici di Milano si aprirà la strada al suicidio assistito senza più la necessità di sospendere le cure, logica evoluzione della libertà di rifiutare le cure per lasciarsi morire, prevista dalla legge approvata in dicembre». Gli sembra dunque «assurdo continuare a discutere di come mitigare gli effetti permissivi della legge sul biotestamento per via interpretativa. Piuttosto che inutili mediazioni, effettuate a prezzo di cedimenti culturali, occorre fare resistenza, a partire dalla obiezione di coscienza, nella consapevolezza che senza una forte opposizione il copione del film è già scritto». Per il presidente di Scienza & Vita Alberto Gambino, giurista, «la scelta di rimettere alla Corte costituzionale la questione rischia di estirpare dalle fondamenta del nostro ordinamento il principio di solidarietà che chiede a ciascun cittadino di farsi carico delle fragilità di chi versa in situazioni di debolezza. Se passasse il principio che davanti a una volontà suicidaria gli altri non solo debbano restare inerti ma siano addirittura legittimati ad agevolarla si realizzerebbe la rottura di un sistema di presìdi e cautele che da sempre mettono al centro il valore unico e irripetibile di una vita umana».

Per il Centro studi Livatino «la decisione della Corte di Assise di Milano è da apprezzare allorché rifiuta una interpretazione convenzionalmente orientata, seguita in passato per casi analoghi» mentre «preoccupa allorché sollecita la Consulta a far cadere un ulteriore presidio a tutela della vita.

Auspichiamo che il prossimo Parlamento intervenga con norme di chiarezza, ribadendo in modo netto confini oggettivamente invalicabili, oggi lasciati all’arbitrio giurisprudenziale». «Da medico – aggiunge Massimo Gandolfini, leader del Family day – dico che se assumiamo il concetto che il suicidio non è un reato, anche quando si tratta di un malato stabilizzato da anni e non in fase terminale, dobbiamo far sapere ai medici dei pronto soccorso italiani che un suicida non deve essere salvato ma accompagnato alla morte».

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Le parole chiave

1 AUTODETERMINAZIONE «Ogni persona capace di agire – dice l’articolo 1, comma 5 della legge sul fine vita – ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso.

Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento».

2 NUTRIZIONE «Sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici», si legge poco oltre.

«Qualora il paziente esprima la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, il medico prospetta al paziente e, se questi acconsente, ai suoi familiari, le conseguenze di tale decisione e le possibili alternative e promuove ogni azione di sostegno».

3 MEDICO-PAZIENTE «Il medico – si legge al comma 6 – è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinicoassistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali».

 

Le associazioni svizzere per il suicidio

Exit e Dignitas al mercato della morte

DANILO POGGIO

Come emerso anche dal processo a Cappato, il ruolo dell’associazione svizzera Dignitas è sempre più importante sulla scena (ormai internazionale) del suicidio assistito. Fondata nel 1998 a Forch (Cantone Zurigo), si autodefinisce «associazione di pubblica utilità che si impegna per l’autodeterminazione, la libertà di scelta e la dignità fino alla fine», impegnata «per la realizzazione dell’ultimo diritto umano», l’eutanasia. Al centro di diversi approfondimenti e indagini da parte della magistratura elvetica e spesso contestata dalle amministrazioni comunali delle diverse città dove ha aperto sedi, svolge la sua attività anche nei confronti dei cittadini stranieri e ufficialmente è senza scopo di lucro, ma in realtà, per un suicidio assistito chiede circa 10mila euro: il costo per gli oneri amministrativi nella fase di preparazione è di 3.500, 1.000 euro per i colloqui con i medici, e 2.500 per l’accompagnamento alla morte, con la remunerazione per gli operatori, cui si aggiungono altri 1.000 euro per l’iter burocratico dopo il decesso e naturalmente 2.500 euro per le esequie. Costi di viaggio e soggiorno esclusi, per il malato e per l’accompagnatore. Nel 2017 i membri di Dignitas nel mondo sono arrivati a essere 8.432 (449 italiani), mentre i sui- cidi assistiti gestiti direttamente dall’associazione l’anno scorso sono stati 222 (di cui 9 italiani, tra loro dj Fabo).

Assai nota per la sua attività di accompagnamento al suicidio ma anche di promozione a livello internazionale del ‘diritto di morire’ è un’altra associazione svizzera, Exit, che oggi conta 105mila membri nella Svizzera tedesca e 2.500 in Ticino. Fondata nel 1982, oggi è una delle più grandi organizzazioni per il testamento biologico e il suicidio assistito, con sedi a Zurigo, Berna, San Gallo, Basilea e canton Argovia. L’anno scorso ha accompagnato alla morte 734 persone (60% donne e 40% uomini), 11 in più rispetto al 2016, e anche le adesioni sono in continua crescita. Nel corso del 2017 ha ricevuto circa 3.500 richieste di suicidio assistito. I casi che hanno portato all’apertura di un fascicolo sono stati 1.031, in crescita rispetto ai 991 dell’anno precedente. Exit accompagna alla morte esclusivamente i cittadini svizzeri, ma nel 1996 è nata a Torino una ‘succursale’, che si propone di promuovere la legalizzazione delle diverse forme di eutanasia in Italia, anche cavalcando (come è avvenuto recentemente) il dibattito sul testamento biologico e ogni caso mediatico che sia di grande impatto sull’opinione pubblica.

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